Vendette
Ogni anno nel mio quartiere c’è un fenomeno particolare ad
avvertire che è tempo di ferie: una sveglia rimasta inserita infuria per
quindici-venti giorni, finché non rientra dalle vacanze lo sbadato proprietario.
Noi, ancora qui, ci dobbiamo sorbire questo richiamo alla quotidianità.
È notte fonda. Non riusciremo a trovare il sonno per via di questo
rumore incessante e stordente, mi alzo e mi dirigo verso la cucina, con
l’intenzione di stirare una camicia. Il corridoio è pieno, da far venire la
nausea, di suppellettili e souvenir di amici e parenti. Se ne tolgo uno devo
toglierli tutti, altrimenti la suscettibilità dei donatori non mi lascerà
tregua.
Una tra le tante cose che detesto è stirare, soprattutto le
camicie, così piene di pieghe, cuciture e bottoni. Non mi capita spesso – per
fortuna – di doverne stirare, ma per quest’occasione non posso farne a meno:
devo ritirare un premio letterario.
Da un po’ di tempo ne vinco in continuazione, da quando cioè ho
ricevuto in regalo da mio padre un amuleto da lui preparato. Funziona così:
mentre sto scrivendo un racconto da mandare a qualche premio me lo tengo vicino
ai fogli. Quando, finito il racconto, faccio le fotocopie, le metto in un
cassetto della scrivania insieme a questo oggetto straordinario.
La grossa busta bianca che userò per spedire il tutto è pregna di
carica positiva.
Già in posta, quando la ricevono, hanno un sussulto: se ne
accorgono che è qualcosa di importante, di speciale.
Quando infine le arriva nelle mani, la giuria non può far altro
che mettere da parte gli altri racconti in concorso e “divorare” il mio, perché
è sublime, qualcosa di mai letto prima
Arriva l’ora di uscire di casa, sono ansioso: devo apparire
elegante ma non leccato, un pochettino trasandato, ma con classe.
Speriamo che non mi rivolgano domande; non riuscirei a spiccicare
una frase sensata (l’amuleto infatti funziona con i racconti, per vincere la
timidezza ci vuole altro
).
In ambasce, esco di casa, ma non faccio dieci passi che mi sento
addosso un tonfo sordo, lieve ma deciso. È qualcosa che ha colpito il colletto
e la tasca destra della mia immacolata camicia.
In un primo momento non voglio crederci, poi devo arrendermi: è
una merda di piccione, verdastra, che mi ha centrato.
Fuori di me, mando al diavolo la premiazione e faccio dietrofront.
A casa mi strappo, con un senso di schifo, la camicia di dosso.
Odio i piccioni, li ho sempre odiati, sono così pieni di sé, grigi
e puzzolenti
Questa volta è troppo!
Prendo il mais da popcorn, lo impregno di veleno, lo lascio
asciugare.
Esco ad individuare un posto – non avrò difficoltà – dove loro si
radunano. Arrivato sul luogo scorgo un solo volatile, perché un barbone ne ha
fatto razzie per mangiarseli abbrustoliti. Ce ne fossero almeno dieci, di
barboni mangia-piccioni, il problema non si porrebbe.
In compenso il piccione scampato sembra il re di quella loggia
trascurata. Mi scruta con interesse, segno che è stato cresciuto nella
protezione delle molte “piccionare”.
Per paura di essere notato dai passanti, mi nascondo nell’angolo
meno in vista, rovescio il contenuto del cartoccio, formo un mucchietto
compatto. Il “boss, nella convinzione che sia venuto a sfamarlo, ci si avventa
e trangugia tutto in un attimo, senza lasciare al veleno il tempo di agire (un
solo grano bastava per farlo fuori).
Esplode!
Purtroppo ne rimangono ancora migliaia: siamo infestati da questi
topi con le ali. Mi ingegno a seminare veleno dappertutto: senza dare
nell’occhio percorro tutti i vicoli lasciando cadere un grano alla volta, da un
piccolo foro di una tasca dei jeans. Ricarico a manciate la mia tasca e il
sacchetto delle provvigioni si esaurisce rapidamente. Si tratta solo di
aspettare
Il giorno seguente mi alzo prestissimo come sempre, merito della
sveglia isterica, e faccio tutto il percorso del giorno prima. Nel costatare
che il mio piano ha dato risultato, un ghigno demoniaco mi si stampa in faccia.
Sotto i miei occhi si apre una distesa di cadaveri. Sono ancora più brutti, da
morti: occhi sbarrati, contorno del becco viola, pidocchi impazziti che escono
ed entrano da sotto le piume cercando un centimetro di pelle ancora tiepida.
Per le “piccionare”, venute di buon mattino a riempire le ciotole,
lo spettacolo non è divertente: si disperano pensando di essere state loro a
procurare lo sterminio, con gli avanzi raccolti nelle pattumiere delle
trattorie vicine.
Ora devo concentrarmi sui piccoli che piangono dentro i nidi, non
avendo ricevuto la razione di cibo quotidiana.
Ne raccolgo una quarantina e ne sistemo le teste una per volta
sotto l’anfibio. Di scatto schiaccio forte, sfracellando tutto quello che c’è
sotto il tacco.
Intento come sono alla mia “pulizia urbana”, non mi accorgo di due
macchine piene di ragazzotti con delle facce per nulla rassicuranti. Uno di
questi mi chiama. Faccio finta di niente per prendere tempo e preparare una
frase che giustifichi il mio atto. Mi richiama:
– Ehi, per cortesia, sai come si arriva a Molassana?
Sollevato – non gliene frega un cazzo di quello che faccio – mi
dirigo verso la macchina. Mi appoggio alla portiera del guidatore e abbasso la
testa, per vedere meglio dentro l’abitacolo. D’impeto, ritiro il braccio: lo
stronzo che mi ha interpellato, mi ci ha spento sopra una sigaretta, mentre gli
altri cominciano a sputarmi addosso, e a inveire contro di me. Le frasi sono
dure, piene di rabbia: “Mulatto di merda, scommetto che ti scopi anche le
nostre ragazze
”; “L’Italia è nostra!”; “Non la vogliamo piena di mocciosi
neri
”
Mi difendo elencando tutti i posti nel mondo dove gli italiani
sono andati, scappando dalla miseria e cercando un avvenire. Proclamo che nel
momento di bisogno dobbiamo aiutarci a vicenda, perché siamo tutti cittadini
del mondo, e nessun posto appartiene a nessuno
Come risposta ricevo una raffica
di sputi e di nuove ingiurie. Perdo la pazienza. Urlo loro di aspettare un
momento, e corro verso l’unico albero della piazza; lo sradico e mi preparo un
bastone robusto. Mi dirigo a grandi passi verso le macchine e incito loro a
farsi avanti. Scendono tutti armati di grosse catene, coltelli e persino una
lunga spada.
Devo inventare qualcosa per salvare la pelle, devo mettere in atto
la capacità inventiva che hanno gli scrittori (altrimenti cosa serve esserlo?).
Il posto è deserto, sono solo con questi qui che promettono di uccidermi.
Mi viene in mente la sola cosa da fare in questi casi: dargli
ragione.
– È vero, è proprio vero. Vi capisco – confesso – perché anche a
me darebbe fastidio che venissero nel mio paese a scoparsi le donne e a rubare
il lavoro.
Per un po’ mi stanno ad ascoltare sbalorditi. Continuo:
– Mi volete far fuori? Dato che devo morire, che devo pagare per
quello che ho fatto, lasciatemi il tempo di sistemare alcune cose. Il
pomeriggio vi aspetterò a casa. Ecco questo è il mio indirizzo, va bene?
Risponde quello che sembra il capo:
– Ma non credere di farla franca con noi. Se non ti fai trovare
domani, sarà la rivoluzione, perché a noi nessuno ci prende in giro.
– Vi do la mia parola – rispondo, squagliandomela nella
confusione.
Sono sicuro che non verranno a cercarmi, ma comunque non mi devono
cogliere impreparato.
Il pomeriggio seguente, si sente un gran casino per le scale: un
fiume di ragazzi armati fino ai denti, si dirige verso il mio appartamento.
Saranno un’ottantina. Un gruppo numeroso inizia a buttare giù la porta, gli
altri guadagnano il tetto del caseggiato e con delle lunghe corde si calano
fino alle finestre.
Da casa di un’amica io seguo tutta la vicenda con delle
telecamere, provenienti dallo smantellamento del consolato dove ho lavorato
alcuni anni e che mi sono ingegnato di sistemare la mattina.
Ho portato via tutti gli oggetti che mi possono servire, e quelli
a cui sono affezionato. I souvenir li ho lasciati tutti.
Casa mia sembra un alveare impazzito. Dalla mia sicura postazione,
li esorto a spaccare tutto: “Sì, bravi, il piatto sgargiante con la lanterna,
di Nadia! L’ingombrante marina, con i blu troppo blu e i chiari troppo chiari,
regalatami dai miei colleghi, sì sfregiatela
Bravi! La scomoda cristalleria di
Boemia, ricevuta dalla zia, bene! Gli infissi marci, sì, sradicateli, OK!
Imbrattate anche i muri scrostati con i vostri scarponi
stupendo!”
I teppisti, infuriati per non avermi trovato, lasciano la casa.
L’ho combinata grossa
Quando sono sicuro che tutti abbiano abbandonato quello che resta
del mio appartamento, inizio a telefonare: al sindaco, al prefetto, al comando
dei carabinieri, al questore, al presidente del consiglio di circoscrizione, ai
vicini. Do loro appuntamento a casa mia. Nel momento in cui arrivano assumo
un’aria abbattuta, piango, addirittura. Commossi mi rassicurano e mi promettono
che faranno di tutto per trovarmi una casa lontana da quella zona diventata
insicura per me. E per trent’anni, non dovrò pagare salati affitti.
Nel giro di una settimana prendo possesso di una villetta con
vista sul mare. Da favola. Senza nessun arredo, come esplicitamente avevo
richiesto. Telefono ad amici e parenti raccomandando di non portare alcun
oggetto per abbellirla, perché soffrirei se succedesse di nuovo quello che è
successo.
Due giorni dopo consegno ai carabinieri la videocassetta con le
riprese del pomeriggio rivo-luzionario. Andrò insieme a questi in
perlu-strazione ad individuare un posto dove i teppisti si radunano. Non avrò
difficoltà.




