Uno sguardo sulle tradizioni
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"Uno sguardo sulle tradizioni "di un
popolo anticoTC "di un popolo antico"

 

Negli anni 1943-45, periodo
della seconda guerra mondiale, la mia famiglia abitava a Durazzo, mentre io
studiavo al ginnasio di Tirana. In un palazzo a due piani, nel grande viale
della capitale, al secondo piano, abitava una famiglia austriaca che era giunta
in Albania otto anni prima. Era una famiglia composta da tre membri: moglie e
marito insieme ad una figlia quattordicenne che si chiamava Babuka. Era una
bella ragazza, bionda, slanciata e ben vestita. Nella stessa abitazione, di
fronte, io avevo preso una stanza in affitto, tutti i sabati andavo a trovare
la mia famiglia a Durazzo e tornavo la domenica pomeriggio. La famiglia, alla
quale io mi stavo affezionando, era tranquilla e aveva una vasta cultura.
L’uomo, di età intorno ai cinquant’anni, faceva l’ingegnere elettrico, invece
sua moglie, intorno ai quaranta, faceva l’ingegnere chimico. Io e Babuka
eravamo diventati amici e insieme andavamo a scuola.

Alla fine del ’45, periodo
in cui l’Albania viveva l’orrore della dittatura questa famiglia ritornò al suo
Paese, l’Austria. Due mesi dopo anche io me ne sono andato vicino alla mia
famiglia a Durazzo considerando il fatto che un ginnasio fu istituito anche in
quella città. Per circa sette mesi rimasi in contatto con questa famiglia
attraverso la corrispondenza, fino a quando non venni arrestato per
agitazione-propaganda dal regime dittatoriale.

Nel 1959, quattordici anni
dopo, mi ero laureato alla Facoltà di Lettere e Filosofia e lavoravo come capo
dell’istruzione della regione. Un bel giorno d’ottobre, dopo due ore di
controllo al ginnasio, tornai in ufficio e mi trovai di fronte a due ragazze
straniere. Una la riconobbi subito: era la mia amica austriaca, la quale mi
stava guardando sorridente, ci abbracciammo con tanta nostalgia, poi mi salutai
anche con l’altra ragazza e tutti insieme uscimmo a prendere un caffè.

All’inizio della nostra
conversazione le domandai dei suoi genitori e lei mi rispose che stavano bene e
mi mandavano tanti saluti. Poi ognuno di noi raccontò degli episodi, bei
ricordi di  quel magnifico periodo che
avevamo trascorso insieme. Dopo aver parlato un po’ dei vecchi tempi le chiesi
il motivo del suo ritorno in Albania e lei mi rispose che quell’anno doveva
presentare la tesi di laurea e aveva scelto il tema: “Uno sguardo sulle
tradizioni del popolo albanese nei Balcani”.

– L’ho scelto – disse Babuka
– perché conosco la lingua e nello stesso tempo sfrutto l’occasione per vedere
dopo quattordici anni il Paese in cui ho trascorso la mia infanzia e per
trovare i miei carissimi amici di quella età meravigliosa.

Dopo questa spiegazione lei
mi chiese la causa dell’interruzione della nostra corrispondenza ed io le
spiegai tutto quanto era successo, concludendo questa conversazione,
accompagnato da un profondo dispiacere da parte sua. In seguito le accompagnai
in albergo, dove ci salutammo per incontrarci di nuovo alle cinque del
pomeriggio. Alle 17,00 precise bussai alla loro porta, la quale fu aperta
subito dalle ragazze e senza perdere tempo uscimmo a visitare la città. Kruja,
una città di montagna, piena di alberi, dal paesaggio alpino, è piaciuta molto
alle amiche straniere. Dopo, le portai al vecchio castello, dove, per circa
venticinque anni, il popolo albanese, guidato dall’eroe nazionale Skanderberg,
lottò con grande eroismo contro i Turchi e da quelle aspre battaglie uscì
sempre vincitore. Infine le accompagnai al museo per osservare gli attrezzi e
le fotografie esposte che rendevano ancor più evidente la guerra e i tentativi
di questo popolo di conquistare la libertà fino al 1912, anno in cui l’Albania
conquistò la sua indipendenza. Dopo aver visitato la città ci organizzammo per
il giorno successivo, ed io proposi di visitare la regione montuosa del “Culli”
dandoci appuntamento alle sette del mattino alla fermata del bus. Poi le
accompagnai in albergo e me ne andai.

L’indomani mattina, giorno 9
ottobre, ci incontrammo nel posto e all’ora fissati. Dopo un po’ il pullman
partì e noi viaggiammo per circa due ore prima di arrivare a destinazione.
Scendemmo dal pullman, camminammo per circa venti minuti sulle strade strette
tipiche di una regione montuosa e giungemmo a casa del più anziano del
villaggio, che io conoscevo molto bene. Era una famiglia per bene, ospitale e
generosa. L’uomo di casa, zio Abazi, come lo chiamavano tutti, aveva ottantasei
anni portati bene, era forte, saggio, sempre sereno e spiritoso.

Al momento del nostro arrivo,
zio Abazi, stava nel suo giardino ad aiutare qualche piccolo germoglio a
crescere, non appena mi vide gli si illuminarono gli occhi, come gli succedeva
ogni volta che arrivavano degli ospiti. Gli dissi che le ragazze erano
straniere e lui le salutò gentilmente, ci diede il benvenuto e ci invitò ad
entrare in casa. Gli chiesi se potevamo restare nella veranda e dopo la sua
approvazione ci sedemmo intorno al tavolo secondo la tradizione albanese. In
seguito, zio Abazi, chiamò la nuora, la quale ci salutò gentilmente e dopo un
po’ ci servì il caffè. Nel frattempo io feci una breve presentazione e dissi a
zio Abazi che le ragazze venivano dall’Austria, erano studentesse ed erano
venute a soggiornare due settimane in Albania per preparare una tesi sulle
“Tradizioni del popolo albanese”; gli dissi poi, indicando Babuka, che una
delle ragazze insieme alla sua famiglia aveva vissuto undici anni in Albania ed
io avevo vissuto per circa tre anni nello stesso palazzo ed eravamo diventati
buoni amici oltre che compagni di scuola. Poi mi rivolsi alle ragazze e gli
dissi che zio Abazi era un carissimo amico e che tutte le volte che mi
succedeva di andare da quelle parti la sua casa era anche la mia.

Dopo questa breve
presentazione io mi rivolsi a zio Abazi e gli dissi: – Adesso, zio Abazi, da te
vogliamo un favore e cioè che ci parli delle nostre tradizioni che tu conosci
molto bene. Noi siamo venuti da te perché nelle città e nei villaggi in cui si
è sentito di più il peso dei nostri numerosissimi nemici, queste tradizioni
sono venute sempre meno e addirittura sono scomparse del tutto, invece le
nostre regioni montuose rappresentavano una barriera per i nemici perché
risultava loro difficile salire, considerando il fatto che i nostri montanari,
amanti della libertà li attendevano con le armi in pugno: per questo motivo le
tradizioni sono rimaste intatte in queste regioni.

Per un istante il silenzio
invase la stanza, sembrava che zio Abazi fosse immerso in un fiume di
pensieri.  Poi cominciò:

– Io vi parlerò delle nostre
tradizioni, che anche i nostri più aspri nemici hanno tanto apprezzato, vi
parlerò di queste splendide tradizioni che il regime comunista sta distruggendo
e sostituendo con i vizi più abietti. Il popolo albanese è il più antico dei
Balcani e le sue tradizioni sono importanti e antiche quanto questo popolo, il
quale con grande coraggio, molta fatica e grandi battaglie le ha preservate
intatte nei secoli. Tra le più sentite possiamo annoverare: la difesa della
libertà, la fedeltà, la generosità e l’ospitalità, la morale della donna, la
vendetta, le cerimonie per il fidanzamento, per il matrimonio, e quelle per il
funerale, le festività religiose islamiche come il Ramazani e Bajrami.

La difesa della libertà ha
origini antichissime, a partire dagli Illiri, nostri avi, fino alle battaglie
contro i Turchi guidati dall’eroe nazionale Skanderberg, a quelle che seguirono
dopo la sua morte contro i Turchi, i Montenegrini e altri che seguirono fino al
1912, anno dell’Indipendenza Albanese. Ma non era ancora finita, grandi
tempeste accompagneranno questo popolo sofferente contro numerosi invasori fino
alla fine della seconda guerra mondiale.

L’Albania, un bel Paese
sulle coste dell’Adriatico, un punto strategico con grandi ricchezze del
sottosuolo, è sempre stata nel mirino delle nazioni straniere e per questo ha
dovuto lottare sempre per difendere la libertà, la lingua, il costume, dando
luogo all’amara quanto gloriosa tradizione della lotta per la libertà alla
quale si addice una sola definizione: “il popolo albanese si è difeso nel corso
della storia con la spada in mano”.

Besa (la fedeltà) è una
delle più belle tradizioni del popolo albanese. L’albanese preferisce morire
piuttosto che non mantenere la propria parola. Gli albanesi prima di partire
per la guerra prestavano un giuramento: “Vincere o morire”. Quando qualcuno
veniva inseguito dai nemici e lui per salvarsi giungeva nella casa di un altro
suo nemico che gli era debitore della vita, il suo nemico non solo lo faceva
rimanere, ma, se era necessario, lo proteggeva anche a costo della sua stessa
vita. Gli dava da mangiare, gli preparava un posto per dormire e il giorno dopo
lo accompagnava fuori dal territorio, si salutavano e da quel momento, saldato
il debito, diventavano di nuovo nemici e se si incontravano si uccidevano tra
loro. Vi racconto una storia:

 

Un guerriero albanese venne
ferito e catturato dai suoi nemici che dopo averlo guarito lo mandarono in
tribunale dove venne condannato a morte. Nella sua cella, mentre attendeva di
essere giustiziato, durante il sonno ebbe un incubo. I giorni passavano e la
sua disperazione cresceva, non mangiava e si sentiva sempre più triste. Una
guardia del carcere notò il suo travaglio interiore e ne parlò al direttore.
Quest’ultimo cominciò a pensare che il detenuto fosse pentito e volesse
chiedere di avere salva la vita. Per questo fece condurre dinanzi a sé il
detenuto e gli chiese il motivo della sua profonda tristezza, poi continuò:
“Hai forse paura della morte?” “No” rispose il detenuto. “Un albanese non ha
paura della propria morte”. Poi raccontò di come nella notte avesse sognato
l’anziana madre ormai sola e ammalata.

Il direttore fu colpito dal
suo racconto e gli disse: “Se io garantisco per te e ti concedo cinque giorni
di libertà provvisoria tu come mi garantisci il tuo ritorno?” “Ti do la mia
parola d’onore” rispose il detenuto. Allora il direttore concesse la libertà
provvisoria e il detenuto poté partire per raggiungere la madre. Quando arrivo
a casa, un giorno e mezzo dopo, la trovò moribonda. La donna quando vide il
figlio al suo capezzale lo baciò, lo abbraccio e gli disse: “Adesso che ti ho
visto, figlio mio, morirò felice, non riuscivo a morire senza poterti
abbracciare per l’ultima volta, che tu sia benedetto”. Pronunciate queste
parole chiuse gli occhi per non aprirli più. Il ragazzo pianse a lungo la sua
carissima mamma, organizzò i funerali e intraprese il viaggio di ritorno al
carcere. Durante il cammino, però, dovette aspettare che il fiume rientrasse
negli argini per poterlo attraversare e raggiungere la sua cella, perciò arrivò
quasi allo scadere del tempo concessogli mentre il direttore del carcere stava
per essere giustiziato al suo posto. Il ragazzo vide da lontano la folla e
gridò: “Eccomi sono arrivato”. Quando si avvicinò tutti furono sbalorditi, non credevano
ai loro occhi, non riuscivano a concepire il pensiero che lui potesse ritornare
là, dove lo attendeva la morte. Solo il direttore sorridendo disse: “Io ero
certo che lui sarebbe tornato, perché lui mi aveva dato la sua parola d’onore”.

 

Della grande tradizione di
amore per la libertà e la fedeltà danno testimonianza numerosi documenti
storici.

 

Nella seconda metà del XIX
secolo, la Turchia cominciò a perdere la sua potenza imperiale insieme a
diversi paesi dei Balcani. In quel periodo le grandi potenze europee, sotto
l’influenza della Russia, imposero al Sultano della Turchia che alcune regioni
dell’Albania del nord come Hot, Grude, Pllave, e Guci passassero al Montenegro.

Per questo motivo giunse a
Gjakove (provincia di Kosovo), un pascià turco, Mehmet Alì Pascia,
rappresentante del governo il quale fu invitato a casa del capo tribù Avdullà
Dreni ed avvisò i capi albanesi di raggiungerlo in quella casa per discutere
un’importante questione. Fu così che tutti i capi albanesi giunsero a Gjakove,
a casa di Avdullà Dreni, e due rappresentanti di questo gruppo andarono a
parlare con il pascià, il quale comunicò la decisione del governo turco di
cedere i territori albanesi al Montenegro. Questa decisione del governo turco
rattristò tantissimo i due rappresentanti albanesi Alì Pascia e Haxhi Zeka che
si opposero senza esitazione. I due rappresentanti vennero subito arrestati. La
tradizione albanese racconta che fu dato l’allarme e tutti gli uomini armati
assediarono la casa di Avdullà Dreni e gli chiesero la consegna del pascià
turco, ma questi obiettò che, secondo la tradizione, anche il nemico quando
entra in casa non viene tradito, ma i ribelli risposero che non esiste la
fedeltà quando si tratta di spezzare il proprio territorio: la Patria viene
protetta a costo della vita. Così ebbe inizio la guerra civile; l’aspro
combattimento durò tre giorni e tre notti, molti uomini furono uccisi e tra
questi il pascià e Avdullà Dreni. In seguito i capi albanesi fecero pervenire
al governo turco una lettera in cui affermavano che il popolo albanese non
avrebbe mai accettato che gli venissero strappati i territori di appartenenza.

 

La generosità e l’ospitalità
sono un’altra tradizione albanese. In ogni tempo, di giorno o di sera,
conoscente o non conoscente, quando sente bussare alla porta, l’uomo albanese
apre usando l’espressione “bujrem” che significa “accomodati dentro”. Lo slogan
albanese è “pane, sale e cuore”. La casa di questa gente si riempie di gioia
quando vede arrivare un ospite. Il capo famiglia lo fa accomodare al posto
d’onore servendogli prima le sigarette e poi il caffè. D’inverno prepara anche
un bel fuoco. Prima di pranzare o cenare si serve la grappa con gli antipasti
costituiti da formaggio, uova bollite, pollo arrosto oppure fegato di agnello,
cipolla o aglio. Quando l’ospite non desidera più bere, si serve il pasto,
solitamente carne preparata in diversi modi, dopo viene servito il dolce che
non manca mai quando ci sono ospiti. La sigaretta viene servita ogni tanto.
Prima e dopo i pasti l’ospite viene accompagnato per lavarsi le mani, prima di
andare a dormire la nuora porta una bacinella di acqua calda e gli lava i
piedi. Si conclude la giornata andando a dormire. L’indomani mattina, quando
l’ospite si sveglia gli si porta l’acqua per lavarsi, poi si serve il caffè e,
quando sta per andare via, il capo famiglia lo accompagna alla porta. Quando in
una casa arrivano diversi ospiti si rispettano di più gli anziani e quelli che
vengono da lontano.

L’ospitalità albanese è
testimoniata da questo episodio:

 

Un montanaro, condannato a
morte, mentre era nella sua cella ricevette la visita di un ufficiale il quale
gli disse: “Ti sei mai sentito così male come ti senti oggi?” “Si” rispose il
montanaro  “mi sono sentito peggio nel
momento in cui arrivò un ospite in casa mia e non avevo niente da offrirgli”.
La risposta del condannato impressionò a tal punto l’ufficiale che due giorni
dopo, mentre il montanaro aspettava di essere giustiziato, venne liberato dal
carcere.

 

La morale della donna è
un’altra tradizione albanese. Innanzitutto è indispensabile che la donna arrivi
vergine al matrimonio, altrimenti il marito ha tutto il diritto di ripudiarla.
Essa deve indossare vestiti lunghi fino alle ginocchia e non deve mostrare
assolutamente il décolleté. Sin dall’età di 14-l5 anni la donna non può uscire
sola da casa. Le madri albanesi sin dall’infanzia infondono ed accrescono negli
anni l’importanza della morale, dimostrando alle ragazze che la deviazione
dalla morale rappresenta la più grande vergogna per una donna. Difatti, se una
donna (moglie, sorella o figlia) viene sorpresa dall’uomo (marito, fratello o
padre) in comportamenti moralmente disdicevoli, questi ha tutto il diritto di
ucciderla senza che la legge glielo impedisca. Da ciò deriva anche l’usanza
secondo la quale nel corredo della sposa è compresa una pallottola che
significa, per lo sposo, il diritto di uccidere la moglie che abbia “tradito la
corona”.

La vendetta è un’altra
tradizione albanese, anche se molto amara, aggiunse zio Abazi. Quando un membro
maschio della famiglia uccide un maschio di un’altra famiglia, quest’ultima
deve assolutamente vendicarsi uccidendo un maschio, piccolo o adulto, della
famiglia dell’assassino: fino a quando la famiglia della vittima non si sarà
vendicata, rimarrà umiliata da tutta la regione. In tutti questi avvenimenti le
donne non sono coinvolte, anzi nelle famiglie cui è stato ucciso il
capofamiglia è concesso alle donne di lavorare. Nessuno può intervenire a
mettere pace tra le famiglie prima che la vendetta sia stata compiuta, solo
dopo si può prevedere un progetto di pace tra le famiglie rivali. Di questo
aspetto se ne occupano i più anziani e, se si arriva alla pace, non ci sarà più
timore di vendetta, altrimenti la vendetta continua.

Il profondo silenzio che
seguì questo racconto fu superato dall’intervento di Babuka che rivolgendosi a
zio Abazi disse:

– Siamo molto contente e
soddisfatte di tutto quello che ci ha raccontato, ma possibilmente vorremmo
conoscere tutto ciò che riguarda le cerimonie di fidanzamento, di matrimonio e
le altre cerimonie religiose.

– Sì – rispose zio Abazi –
ma di tutto questo parleremo domani – guardò l’orologio – per oggi penso possa
bastare dal momento che sono già le 14.00, adesso pranziamo.

A questo punto ci alzammo e
guidati da zio Abazi entrammo nella stanza da pranzo dove la tavola era già
imbandita con tutto ciò che si riserva a particolari occasioni. C’era anche una
bottiglia di grappa, ma non ne bevemmo. Il capo famiglia ci augurò il benvenuto
e cominciammo a mangiare accorgendoci che avevamo tanta fame. Per primo
mangiammo fagioli, piatto nazionale albanese, per secondo ci fu servito pollo
arrosto con patate. Finito di mangiare il buonissimo pranzo, la nuora ci portò
la bacinella con l’acqua perché ci lavassimo le mani, poi per completare il
pranzo, servì il caffè.

Finito di bere il caffè,
chiedemmo a zio Abazi di andare via perché si avvicinava l’orario di partenza
del pullman. Egli, insistette perché ci fermassimo anche a cena, ma noi avevamo
altri impegni, ci salutammo per incontrarci il giorno dopo alla stessa ora per
continuare il racconto delle tradizioni albanesi.

L’indomani ci comportammo
come il primo giorno. Zio Abazi stava seduto in veranda e ci aspettava. Ci
salutammo e dopo aver bevuto il caffè ebbe inizio la seconda parte del
racconto.

– Il fidanzamento – disse
zio Abazi – avviene tramite un intermediario. Quando un giovane ragazzo o
ragazza compie 17-18 anni, alla famiglia cominciano ad arrivare gli
intermediari, i quali propongono ai genitori il fidanzamento con una ragazza o
un ragazzo descrivendo le doti di questi ultimi e delle loro famiglie. Se i
genitori non conoscono la famiglia e la ragazza che viene proposta, allora
hanno il diritto di chiedere all’intermediario delle informazioni. Se invece le
famiglie arrivano ad un accordo, il fidanzamento è concluso senza chiedere il
parere dei figli. Solo la famiglia del ragazzo offre una ricompensa
all’intermediario in denaro, vestiti, e gli viene anche offerta una cena. Per
rafforzare sempre di più questa relazione tra le due famiglie all’inizio si
prende il caffè in compagnia anche di altri parenti. Dopo tutti questi riti, il
fidanzamento è già celebrato, ma solo la famiglia del ragazzo dichiara il
fidanzamento del proprio figlio e per tre sere consecutive si festeggia in
famiglia il grande avvenimento.

Dopo un po’ di tempo si fa
il cosiddetto scambio della “merce”: la famiglia del ragazzo procura alcune
cose per la ragazza: la fede, un orologio da polso, vestiti, scarpe, ecc. tutto
sistemato in una valigetta che poi un membro maschio della famiglia, insieme
all’intermediario, porta alla famiglia della ragazza. Nella stessa valigetta la
famiglia della ragazza mette per il fidanzato la fede, la camicia, la cravatta,
le calze, ecc. Qui finisce la cerimonia del fidanzamento.

 

 


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