Shumadija
Kvartet
Per anni non ho risposto ai richiami del mio cuore. Ero in uno
stato d’animo diviso, nel senso che, spesso, mi sono trovato davanti ad una
scelta cruciale: il pane o l’amore?
Io, date le circostanze, avevo scelto sempre il pane. Per forza,
guadagnavo poco e non avevo nemmeno un buco dove cacciare la testa, visto che
le ragazze nubili che incontravo a Zagabria e Ljubljana, mi dicevano chiaro e
tondo che, in quel modo, la vita coniugale sarebbe insopportabile.
Per sposarsi dettavano le loro condizioni. Ci vorrebbe una casa e
un lavoro fisso. Fare la spola tra Italia e Jugoslavia alla guida di auto
rubate è un lavoro assolutamente incompatibile con il matrimonio.
Un giorno, mentre stavo accompagnando un cliente alla stazione
ferroviaria, incontrai in strada Shaban Hasanovic’, un amico di cui avevo perso
ogni traccia dall’inizio della guerra in Bosnia. Come di consuetudine entrammo
in una kafana1 per festeggiare il lieto evento con una bottiglia di vinjak. In
un momento di buon umore, esattamente dopo il quinto bicchiere, egli chiese a
bruciapelo, se veramente non avessi mai pensato di aggirare il destino.
Shaban Hasanovic’ era talmente informato dell’arte della
sopravvivenza che sembrava avesse letto per intero l’Enciclopedia Britannica,
ma questa volta, pareva che avesse superato sé stesso!
– Shaban Hasanovic’! – gli dissi – ma che ti salta in mente! Ti
rendi conto di quello che stai dicendo? È mai possibile commutare un percorso
già disegnato prima che fossimo nati?
– Si può, eccome. Aggirare il destino con la furbizia è la mia
specialità – fece un lungo tiro dalla sigaretta che teneva strettamente tra le
dita ingiallite e soggiunse per amor di esattezza: – Realizzare questo sogno,
ti costerebbe diecimila marchi. Un prezzo più che modesto, visto che, in
Italia, oltre alla moglie, anche la fortuna e il benessere saranno alla portata
delle tue mani.
Un concetto fantastico che induceva a prospettare meravigliose
immagini del futuro. Fino a quel giorno, avevo conosciuto solo la periferia
dell’impero del benessere. Da Trieste guidavo auto rubate fino a Zagabria. Alla
consegna, intascavo il mio compenso e ci rimanevo in attesa del prossimo
viaggio che, qualche volta, durava più di un mese. Un cerchio micidiale.
Correvo come un matto, e alla fine, mi ritrovavo sempre al punto di partenza.
Con la proposta di Shaban Hasanovic’, adesso potevo avere una moglie e
permettermi il lusso di vivere a Milano assieme a lei.
– È una ragazza orfana, di Srebrenica. L’ho salvata io
dall’inferno del campo profughi di Tuzla. Suo padre è un mio parente lontano.
Era un uomo onesto e intrepido. Non aveva paura di niente. Passava le notti di
luna piena nel cimitero. Dicono che da giovane ha ucciso un gatto mammone2. Io
non l’ho visto, ma credo che sia vero.
Queste poche parole pronunciate con massima prudenza, erano tutto
quello che sapevo della mia futura sposa Selima Bayramovic’, ma io decisi
egualmente di pagare la spesa del corredo nuziale, perché ciò che rientrava nei
ristretti limiti delle mie abitudini, io lo facevo senza pensarci, punto e
basta. D’altra parte, se quest’uomo, in un modo o nell’altro, avesse seriamente
scoperto la formula giusta che permette di soggiogare la sorte, allora saremmo
diventati ricchi in meno di un anno. Basti pensare ai tanti popoli che
vorrebbero diventare come i giapponesi. Qui, c’è da contare i soldi con la
paletta.
– Eccoti settemila marchi. È tutto quello che ho potuto
risparmiare durante questi anni – gli dissi porgendogli il denaro. – Farò due o
tre lavoretti per procurare il resto, dopodiché, ti raggiungerò in Italia. Tu,
quando partirai?
– Subito, non sono mica matto a stare qui. Sono venuto giusto per
cercare mio fratello. Grazie a Dio, sta bene. Ha trovato rifugio presso i
nostri parenti vicino Rijeka.
– Affare fatto, ti auguro buon viaggio – gli dissi stringendogli
la mano.
Ero quasi sicuro che dietro quel sorriso lievemente schietto, si
nascondeva il mio futuro. Ma era così subdolo e ambiguo che mi fece sussultare,
al punto che pensai di rompere l’accordo appena stipulato con lui e mandarlo al
diavolo, però il fatto che ci conoscevamo da molto tempo mi rasserenò.
Tutto sommato era un amico sincero, di quelli che non si tirano
indietro quando c’è da menare qualche cazzotto, anche se, nel corso del nostro
primo incontro in un vicolo appartato, dietro Hotel Moskva a Belgrado, egli
tentò di rubarmi il giubbotto di pelle.
– Cigane – invocai con voce smorfiosa – portami via da qua, sono
ferito
Ho bisogno di aiuto.
Era notte fonda e il buio incombeva su di noi come una massa di
carbone. Io ero rannicchiato sul selciato, gemevo leggermente. Dopo un attimo
di incertezza, s’accosciò accanto a me, tenendo ancora il mio giubbotto sotto
braccio e, appena vide il sangue che strisciava sotto la mia camicia, mormorò
inorridito:
– Bozhe Bozhe 3
Pochi minuti prima, durante una rissa per recuperare tre catenine
d’oro 14 carati, che due zingari ungheresi rifiutarono di pagarmi al prezzo
convenuto, uno di loro mi aveva accoltellato a tradimento su una spalla.
– Ti do cento dollari – dissi stringendo i denti per opprimere il
dolore crescente.
– Dobro – acconsentì dopo interminabili minuti di riflessione.
Ospitare un clandestino, per di più ferito, era molto rischioso.
Durante il tempo di convalescenza trascorso in casa sua, una
baracca nell’estremità del quartiere Karaporma, ebbe cura di me un farmacista
tradizionale. Adesso, ricordando il suo metodo arcaico e le medicine con cui mi
aveva curato, potrei dire, con un pizzico di brivido, che me la sono cavata
miracolosamente.
Più avanti, io e Shaban Hasanovic’ siamo diventati amici. Egli mi
custodiva la merce che compravo a Trieste: cosmetici, calze e accessori per
donne, in cambio, io contribuivo nelle spese di casa, incluso il tabacco.
Successivamente, abbiamo cominciato a lavorare nel commercio di auto truccate
di piccole cilindrate, ma con scarso rendimento e senza buona riuscita.
– Affiatarsi, ma non affezionarsi al nostro modo di vita, ecco la
regola da tenere in conto per stare bene con noi – mi disse una volta.
Gente troppo strana, e sicuramente sono al corrente di tanti
segreti universali. Altrimenti, come si spiegherebbe che siano l’unico popolo
che abbia rinunciato al proprio diritto di costituire uno stato indipendente? E
in conseguenza, forse non sono stati loro a beffare tutti nel dichiarare
l’intero pianeta come la loro legittima patria? Già da qui si capisce quanto
fossero astuti! Da ultimo, non gli strinsi solo la mano, ma l’abbracciai con
fervore.
Uscii dalla kafana e mi diressi premurosamente verso il centro,
con la speranza di trovare qualche pollo da spennare e quindi partire
immediatamente per l’Italia. A causa della guerra c’erano pochi stranieri nei
dintorni, ma nella mattinata, avevo notato due di loro che gironzolavano con
aria sperduta nella vicinanza dell’agenzia viaggi “Putnik”. Il primo aveva la
sembianza di chi proviene dal subcontinente indiano, mentre con l’altro non si
poteva sbagliare, era un africano puro.
Dopo una ricerca meticolosa su ambo i lati della via principale,
li trovai dentro a un buffet4 squallido ove mangiavano in silenzio panini di
tacchino freddo con cipolle e pomodori.
Non c’era stato bisogno di presentarmi, in piedi, quasi
sull’attenti, mi accolsero come se fossi un vecchio amico: incontrare uno
straniero come loro che parlava con disinvoltura la lingua del posto e cambiava
valuta ai clienti con tanta sfrontatezza, non era roba di tutti i giorni.
Comprare e vendere valuta per modeste somme, era il mio lavoro nel tempo
libero.
Mi svelarono subito i loro sogni e io fui molto soddisfatto,
perché mi resero il compito meno arduo. Il primo, Alì dal Bangladesh, voleva
andare in Germania e mettersi a lavorare con altri compaesani nel commercio di
autoricambi di seconda mano. Un progetto che bocciai senza mezzi termini:
– Ascoltami fratello – gli dissi con aria imperiosa e nel tempo
stesso esortai la cameriera a sbrigarsi nel servirci altro cibo e bevanda. –
Questo lavoro non rende altro che miseria. Tanti l’hanno provato prima di te,
senza alcun successo. Ecco proprio ieri, ho visto uno che lavorava in questo
ramo. Piangeva dalla disperazione. Uno dei tanti che era colato a picco dai
debiti facendo questo mestiere. Capisci cosa intendo dire? Hanno perso capra e
cavoli.
Chiunque, al posto di Alì, mi avrebbe chiesto almeno un consiglio
sul da farsi. Egli non lo fece. È un osso duro, pensai, tuttavia senza
mollarlo:
– Forse vorresti chiedermi cosa c’è di meglio?– dissi con
noncuranza. – Ebbene, te lo dico subito: vedi, fratello, a due passi da qui, si
trova un paese straordinario: Baggio, Ferrari, Giorgio Armani, riviere
incantevoli, Alpi, Appennini e tante altre cose. Lo sai cosa vuol dire tutto
questo? È l’Eldorado, il paradiso in terra. E inoltre, guarda che gli italiani
non sono razzisti come i tedeschi. In Germania ti bastonano solo per il gusto
di divertirsi.
Alì si piegò su sé stesso, infilando le mani tra le ginocchia. Un
sintomo che conosco bene, stava cedendo come un vecchio palazzo. Non c’era
tempo da perdere. Rincarai la dose:
– Io partirò entro questa settimana – dissi fissandolo negli occhi
per imprigionare l’ultima sacca di resistenza – ho la mia fidanzata lì. Suo zio
possiede un capannone. Abbiamo intenzione di trasformarlo in officina per
riparare auto, mobili e motociclette. Un lavoro sicuro e proficuo.
Alì ormai era crollato. Lo lasciai per un attimo affinché
prendesse fiato e mi voltai verso l’altro.
Si chiamava Lamine – mi disse timidamente – e veniva dal Mali.
Con lui non dovetti prolungare il discorso. Aveva sogni semplici,
ma, per me, erano assurdi e irrealizzabili: voleva studiare la tecnica di
scavare pozzi nel deserto e frequentare un corso di informatica.
– Svegliati fratello – gli diedi una pacca sulla spalla. – Lascia
perdere questa storia, tanto in Mali, più o meno, sanno come scavare pozzi
secondo la tecnica dei loro antenati. Poi, dove pensi di arrivare con il
computer? non sei mica un ingegnere. Tu vieni con me e io ti faccio guadagnare
un mucchio di soldi. Non è così, Alì?
Alì fece un cenno d’assenso incurvandosi ancor di più. Il futuro
stava prendendo forma: Shaban Hasanovic’ me lo stava costruendo in Milano. Io
lo farò per loro, essi lo trasmetteranno ai loro familiari. E questi, ai
bambini che ancora dovranno nascere. Una catena infinita che ci unisce l’uno
con l’altro, eppoi, dicono che non c’è solidarietà tra gli uomini. Più di così
si crepa!
Gli alberghi costituivano per me un pericolo da non trascurare,
perché non ero registrato dalla polizia e, per di più, non avevo un documento
valido. Per viaggiare usavo un passaporto falsificato. Perciò chiesi ad Alì e
Lamine di ritirare i loro bagagli dall’albergo e passare a casa mia, ovvero
nella mia camera in affitto.
La signora Olga, la proprietaria di casa, aveva l’abitudine di
contare i miei ospiti, all’entrata e all’uscita. Questa decisione fu presa da lei,
dal momento in cui mi aveva colto in flagrante mentre cercavo di introdurre in
camera mia sei compaesani, per sfuggire al pagamento dell’affitto aggiuntivo.
Nel vedere Alì e Lamine, chiese a denti stretti:
– Dormiranno qui i signori?
– Sì, nonnina.
– Dieci dollari, e non mi chiamare nonnina. Odio gli arabi.
Infilai un biglietto da dieci dollari nella tasca del grembiule e
la baciai sulla guancia. Io e la signora Olga facevamo il gioco del gatto e del
topo quasi tutti i giorni. Ogni tanto, se non sparecchiavo la tavola o lasciavo
la cucina in condizioni disastrose, minacciava di cacciarmi via. Diceva che
vedeva in me lo spirito maligno di Raskolnikov,5 ma quando facevo tardi la
trovavo sempre ad aspettarmi, tenendo la minestra calda sul fuoco lento.
Più tardi, dopo una lunga attesa, giunse anche Sasha. La signora
Olga non protestò come al solito. Si limitò a raccomandarmi di non permettergli
di bere più di tanto. Perché Sasha, quando si ubriacava, incominciava a vociare
in modo talmente fragoroso che suscitava il reclamo degli altri condòmini e, se
la signora Olga si azzardava a riprenderlo, la riempiva di insulti. Era un vero
briccone. Ma quella sera, non avevo intenzione di farlo bere, mi serviva
lucido.
– Allora, cosa ti serve amico? – chiese aprendo la borsetta del
mestiere.
– Due visti d’ingresso per l’Italia – risposi preparandomi a una
lunga asta.
– Mille dollari – disse con un occhio alla porta, pronto a
piantarmi se l’avessi contraddetto. Ma conoscendolo bene, non mi preoccupai per
niente del suo ricatto latente. Ero sicuro di poterlo adescare facilmente. In
quel momento, il suo bisogno di alcool era al culmine. Inoltre, le trattative
tra noi, sono sempre state svolte con alla base una regola che entrambi
rispettavamo alla lettera: fregare prima di essere fregato!
– Duecento dollari – replicai occhieggiando la sua reazione.
I soldi di Alì e Lamine erano già in tasca mia: 1.800 dollari,
2.150 marchi e 4.000 dracme. L’accordo con loro era chiavi in mano. Cioè il
visto, la spesa del viaggio e il lavoro. Mentalmente, calcolavo di farcela con
seicento dollari. Con il resto, avrei dovuto saldare il conto con Shaban
Hasanovic’.
– Manco per sogno – tagliò corto Sasha. – Mille dollari o niente.
– Sasha, come vedi si tratta di due poveri disgraziati – dissi afflitto.
– Io in questo affare non ci guadagno nulla. Anzi, li mantengo da due giorni in
casa mia. E ogni giorno mi costano quindici dollari tra vitto e alloggio.
Tagliamo la testa al toro: duecento dollari più una bottiglia di Chivas di 12
anni.
Sasha esaminò Alì e Lamine attentamente. Il loro aspetto di
braccianti sconfitti dalla vita provocava pietà persino nei cuori impietriti.
– Arabo – Sasha s’allarmò – non mi stai prendendo in giro, vero?
– Ma quando mai, Sasha. È una vita che ci conosciamo
– Basta, basta – m’interruppe. – Risparmiati la parola e non mi
far ricordare quello che mi hai combinato in passato. Lo farò solo perché
questi due mi fanno pena, hai capito?
È andata bene. Sasha ci è cascato per l’ennesima volta. I dollari,
a differenza delle altre volte, erano buoni, ma il whisky era tagliato con il
tè. Tanto, alcoolizzato come era, non se ne sarebbe accorto. Il compenso glielo
pagai al termine del lavoro. Fuori, in strada. Non potevo farlo in presenza di
Alì e Lamine, perché con loro, avevo fatto il conto di 700 dollari per ciascun
visto. Mi dimostrarono la loro infinita gratitudine. Io ribadii che questo non
era niente, il bello sarebbe arrivato più avanti.
Il mattino dopo, mi svegliai presto con il programma di partenza
ancora vivo nella mente. L’avevo cominciato ad elaborare in veglia, ma data
l’importanza di questo viaggio denominato “One way ticket”, l’avevo affidato al
mio congegno subcosciente, in modo che lo potesse perfezionare durante il
sonno. Lasciai scorrere il testo per un po’ su uno schermo invisibile.
Constatai qualche modifica qua e là. Ad esempio, il preconscio riteneva che
fosse opportuno indossare vestiti decenti, scarpe di vernice, radere la barba,
mettere in ordine i capelli e, soprattutto, attraversare la frontiera dopo mezzanotte.
Questo significava che dovevamo prendere il treno delle nove e quarantacinque.
– D’accordo, d’accordo – approvai il piano rivolgendomi al sole
che brillava dietro i palazzi ancora umidi dalla pioggia notturna. Era una
giornata radiosa, proprio come la
desideravo!
La sera, prima di lasciare la casa, abbracciai la signora Olga per
l’ultima volta e le chiesi scusa per la lunga serie di abusi e capricci che
avevo combinato durante la mia permanenza in casa sua.
– Ahi, ludak, ludak6 – mi disse commossa. – Dove credi di trovare
un posto come questo? Almeno qui, la minestra te la mangiavi calda. Nek bog te
c’uva.7
Accelerai i passi evitando di guardarla negli occhi. Solo
l’improvvisa e inaspettata allegria di Alì e Lamine, era stata capace di
distrarmi dal suo volto che m’accompagnava come un angelo custode. Quel viso
tenero, solcato dagli ineluttabili segni del tempo, rimase impresso nella mia
memoria come un’icona sacra. E credo che proprio essa mi abbia dato la forza
per affrontare con anima serena la situazione inverosimile in cui mi trovai al
mio arrivo in Italia.
Alla frontiera, Alì e Lamine recitarono la loro parte alla
perfezione, rispondendo alle domande dell’ufficiale di polizia in un inglese
ineffabile. Le risposte erano così confuse e sfuggenti che, in pochi minuti,
lasciarono l’ufficiale totalmente esasperato. Invece con me, l’esame del
“camaleonte” fu molto duro, perché la mia faccia non ispirava tanta fiducia e
diceva qualcosa di poco pulito al poliziotto. Dopo una lunga serie di botta e
risposta, mi consegnò il passaporto, tuttavia, senza essere convinto, forse
perché era la prima volta che gli capitava sottomano uno slavo bruno, dai
capelli neri e profondi occhi marroni!
Trassi un respiro e mi misi a tramestare tra i miei pensieri per
estrarne il migliore. Varcare la soglia del paradiso mi fece venir voglia di
fantasticare.
Succedeva sempre così, perché sono momenti magici, nei quali la
geometria dell’esaltazione si tinge di sfumature smaglianti e ti porterebbe
lontano, fino al cuore della storia.
“Che coincidenza”, pensai appagato. M’immaginavo seduto dietro un
tavolo di mogano. Come Lawrence d’Arabia disegnavo con un pennino la futura
geografia del destino, tracciando sull’avvenire di Alì e Lamine, triangoli,
quadrati e rettangoli, proprio come la mappa del mondo arabo. Ma anziché
pregare l’Arab bureau di assegnare ai nuovi stati nomi appropriati, chiesi a
loro se avessero abbastanza facoltà inventiva per concepire la felicità.
– È rotonda come un cerchio – disse Alì.
– È tutta curve come una bella sirena – disse Lamine.
– Eh no, quelle sono forme spaziali! Adesso tenetevi forte, perchè
stiamo per atterrare – risposi mentre scendevamo dal taxi a poca distanza
dall’accampamento allestito da Shaban Hasanovic’ nella periferia di Sesto San
Giovanni.
Non avevamo sbagliato pianeta. Eravamo sicuri di trovarci ancora
sulla terra. L’ho chiesto persino al tassista, il quale scosse la testa
provando compassione e disse: – Ci sono mondi e mondi!
Poi partì a tutto gas, lasciandoci travolti da un nugolo di polvere
industriale.
Da lontano intravvidi la sagoma di Shaban Hasanovic’ che si
avviava verso di noi, seguito da bambini scalzi e cani afflitti da anoressia.
– Arabo, sei tu? – gridò tastando con le mani tra i granelli
impazziti della povere.
– Druzhi,8 sono io.
Ci abbracciamo e gli presentai Alì e Lamine con eccessiva
esuberanza:
– Sono due amici in gamba. Alì è diplomato in meccanica e Lamine
in scienza aerodinamica. Sono in grado di trasformare i rottami in gioielli di
auto. Hai visto cosa ti ho procurato?
Shaban Hasanovic’ fu molto colpito dal loro aspetto di veri
colletti bianchi, specialmente dalle cravatte variegate e dalle penne
stilografiche infilzate nel taschino delle giacche.
– È un bel bottino. Due ingegneri in un colpo? Non riesco a
crederci! – commentò meravigliato mentre ci conduceva nel soggiorno situato
sotto la fitta chioma di un albero di pino.
Attorno a noi le roulotte sistemate alla bell’e meglio con cartoni
e teloni di plastica, andavano in perfetta sintonia con il recinto di detriti e
le carcasse di elettrodomestici arrugginiti. Nel mezzo dello spiazzo era
parcheggiata una Mercedes 240 diesel, color rosso fiammante. Sul cofano,
portava la frase che Shaban Hasanovic’ soleva ripetere nei momenti tristi (Umur
piter, yol pitmez),9 mentre dallo specchio retrovisore dondolava un talismano
composto d’allume di rocca e una pietra turchese a forma d’occhio penetrante.
All’inizio l’allume di rocca aveva le dimensioni di un’arancia (ci informò la
signora Shukriye, la moglie di Shaban Hasanovic’) ma gli occhi invidiosi della
gente l’avevano ridotta alla grandezza di una prugna!
Per un attimo, osservando quell’ambiente surreale, rimasi come
incenerito da una folgore, poi, i miei dubbi cedettero alla certezza che un
così bel sogno era svanito per davvero.
– Ecco la tua fidanzata. Selima, dozhi ovamo10 – disse Shaban
Hasanovic’ indicando una ragazza che sedeva all’ombra di una pila di pneumatici
consunti.
Aveva addosso un paio di pantaloni a sbuffo e una camicetta
orange-tramonto, mentre due trecce ornate ad altezze diverse di fiori, le
incorniciavano il viso avvilito. Mi strinse la mano con pudore innato, fece
altrettanto con Alì e Lamine e sedette senza proferire una sillaba. Mi sentì
ardere di rossore e tutto imbronciato come un bambino incapace di riaversi da
un brutto sogno. Ciononostante, seppi contenere l’impeto insensato della mia
collera, giustificandomi dentro di me che era il mio kismet.11
La proposta di Shaban Hasanovic’ di ispezionare il capannone, fu
come spargere il sale su una ferita aperta. Era un edificio logoro, situato
sull’altro lato della strada. Probabilmente, era stato bruciato più di una
volta. Le pareti erano annerite e sul pavimento giacevano resti di mobili e
materassi carbonizzati. Alì e Lamine che ci seguivano a distanza, non smisero
un attimo di detergersi il sudore con grandi fazzoletti, evidentemente pensando
ai soldi sfumati! Ma Shaban Hasanovic’ non la pensava come noi. Tornando sotto
l’albero di pino, illustrò la sua idea calcando le orme dei grandi oratori:
– Helil sta lavorando bene. Un po’ di qua, un po’ di là. Metteremo
insieme i soldi necessari per restaurare il capannone, così, sbarcheremo il
lunario e forse diventeremo anche ricchi. Vedi quelle fabbriche laggiù? Tutti,
in principio, hanno cominciato dal nulla. Il capannone è proprietà del comune,
ma non ci diranno niente.
Smise di parlare per un attimo e mosse le mani nell’aria come se
stesse cercando qualcosa nella mente annebbiata.
– Oh, oh! – disse all’improvviso – ho dimenticato di dirtelo, il
corredo è a posto. Mancano solo un bracciale e un paio di orecchini. Svetlana,
vai con Selima e portate il baule qui.
Si presentarono anche la signora Shukriye e la sua nuora Lodmila,
la moglie di Helil. Aprirono il baule e cominciarono a mostrarmi il contenuto
pezzo per pezzo: quattro lenzuola, quattro paia di federe, due dozzine di
asciugamani, sei camicie da giorno, due da notte, tre bluse in cotone con
laccetto allo scollo e maniche a sbuffo, due abiti di chiffon, tre paia di
scarpe, calze e biancheria intima.
Risvegliare sentimenti da lungo tempo sopiti, era un problema che
esigeva un’assidua riflessione, per non perdere l’equilibrio sensitivo! Però in
quell’istante, non ero in condizione di concentrarmi. Avevo completamente
ceduto al fasto appariscente dello smarrimento. Ormai non capivo più nulla di
ciò che stava accadendo intorno a me. L’unica cosa che mi diede un po’ di
conforto e solidità, fu quella scena indelebile di Selima che teneva a bada gli
“spettatori”, donne e bambini e, nel tempo stesso, non smetteva un attimo di
accarezzare i vestiti esposti sul tavolo con sguardi amorevoli, ma carichi di
apprensione. Era la vera immagine di un’angoscia travolgente.
Capii a posteriori di cosa si trattava. Un fatto che fu decisivo
nel capovolgere la mia vita.
Shaban Hasanovic’, dopo aver farfugliato a lungo sul nostro
progetto e le preparazioni delle nozze, si ricordò di condurci alla nostra
nuova dimora: una roulotte con i vetri fumé. A suo dire, era riservata a me e
Selima. Alì e Lamine erano sfibrati dalla fatica, e dato che non capivano lo
slavo, avevano una voglia struggente di domandarmi su tutto, ma trovai una
scusa per rimandare l’argomento all’indomani. Si faceva tardi e io ero giù di
corda; mi sentivo come un’anima in pena vagante sulla terra.
– Buona notte – mormorai di malavoglia e spensi la luce.
L’unico indizio che fosse mattina era un bagliore pallido a est.
La mia sveglia mentale, chissà per quale motivo, da due settimane, interrompeva
il mio sonno poco prima dell’alba. Quando uscii dalla magnifica roulotte, trovai
la signora Shukriye già nello spiazzo, intenta a spazzare il terreno e mettere
in ordine i dintorni, mentre Selima, che era accovacciata dinanzi alla
fontanella, stava quasi finendo il rito mattutino di sciogliere e annodare i
capelli. Per completare il bagno, prendeva una spugnetta delicatamente
profumata di acqua di rosa e la passava ripetutamente sulla pelle levigata.
Se le chiedevo di raccontarmi come aveva vissuto gli ultimi giorni
della guerra nel suo villaggio natìo che si trovava a pochi chilometri da
Srebrenica, strabuzzava gli occhietti castani e liquidava la mia iniziativa con
un sorriso disarmante.
Da quando ero arrivato, tutte le mattine, la danza dei sette veli
si svolgeva in quel modo grazioso. La sua capacità istintiva nell’eseguire l’arte
della seduzione avrebbe fatto invidia persino alle star di Hollywood!
Appena finiva di vestirsi, mi preparava il caffè alla turca.
Appoggiava il vassoio di rame sul tavolo e si metteva subito a ricamare seduta
su una catasta di legno accanto a me.
Ogni tanto sollevava la testa, faceva un leggero sospiro e mi
scrutava pensierosa per qualche istante, poi riprendeva il lavoro mordicchiando
il labbro inferiore. Poco prima di mezzogiorno si ritirava dentro la roulotte e
ne usciva solo dopo il calar del sole.
Nel campo, si mangiava una volta al giorno, verso le otto di sera.
Per il pranzo, ognuno s’arrangiava a modo suo. Si facevano panini imbottiti di
peperoni fritti con maionese, affettati e cipolline agrodolci.
I conti della giornata non tornavano mai. C’era sempre chi
sottraeva all’altro qualche biglietto da dieci sacchi12 o addirittura una
gamba.13
– Cosa vuoi, siamo zingari
– commentava Shaban Hasanovic’
sollevando la testa come un gallo da combattimento.
Alle otto la signora Shukriye annunciava con voce esausta:
– Momci,14 a tavola.
La cena durava fino a tarda sera. Attorno al tavolo prendevano
posto sedici persone. I bambini che crollavano dal sonno sulle cassette di
frutta usate come sedie, man mano, venivano portati via. Verso le undici, a
dispetto degli inglesi, Lodmila, prima di ritirarsi, serviva il tè.
In quella sera, Svetlana, la sorella di Lodmila, consuetamente,
s’affrettò a versarmi una tazza di tè dal termos, accompagnando i suoi
movimenti civettuoli di ammicchi e sorrisi maligni capaci di inquietare persino
il diavolo. Ormai lo faceva da una settimana, esattamente da quando abbiamo
letto “Al-Fatiha”15 per benedire il mio fidanzamento con Selima Bayramovic’.
Svetlana aveva diciotto anni e il suo corpo di giovane alberello
traboccava di passioni ardenti. La notte scorsa, non ho potuto resistere alla
tentazione, ci siamo scambiati un bacio furtivo che mi ha fatto perdere, oltre
al sonno, anche la testa.
Accesi una sigaretta e mi accorsi che ero perdutamente distratto.
Shaban Hasanovic’ aveva finito da un pezzo il monologo introduttivo e stava
aspettando trepidante la mia opinione. Io, dal momento che non avevo seguito il
filo del discorso, non seppi cosa dire. Mi limitai a squadrare la sua faccia
costernata. Era raggomitolato su un sofà sciupato, con il busto pericolosamente
proteso in avanti. In una posizione a tutto campo, resa solenne dalla giacca
che gli pendeva dalle spalle.
– Druzhi – gli dissi dopo un lungo silenzio. – Le montagne non si
incontrano; invece gli uomini, sia per caso che consapevolmente, spesso si
trovano faccia a faccia, come è successo a noi due anni dopo questa lunga
assenza. Intanto non dimenticherò mai che mi hai salvato la vita
– Jeste bogami16 – annuì energicamente. – Bozhe, bozhe eri
sull’orlo della morte.
– Bene, adesso credo che sia giunta l’ora di passare dalle parole
ai fatti: dobbiamo sistemate questi momci al più presto possibile. La storia
dell’officina non regge più – dissi indicando Alì e Lamine, senza spostare lo
sguardo da Selima che stava ricamando sotto la luce del lampione, vicino alla
strada.
– È quello che ho appena detto. Vanno con Helil e gli danno una
mano. Così anche loro potranno guadagnare qualcosa, dico bene?
– Druzhi, te l’ho già detto. Questi non sono tagliati per
scassinare porte e saracinesche.
– Molto male.
Con questa frase egli credette di essersi tolto di dosso un peso,
dimenticando che chi è in ballo deve ballare. Infatti, una volta giunti al
dunque, incominciò a tentennare. Ma quando lo misi alle strette, contrattaccò
con una serie infinita di stramberie e lagnanze piuttosto banali. M’accusò pure
d’aver finito per essere un burattino in balia delle emozioni e che Selima non
mi degnava più di uno sguardo.
Queste, più che lamentele deliranti erano l’equivalente di un
bollettino metereologico, tramite il quale si poteva intercedere
tranquillamente alle tendenze e al viavai dei pensieri che turbinavano nel suo
cervello.
– Non abbiamo comprato ancora il bracciale – borbottò evitando il
mio sguardo.
In realtà, non sapeva cosa inventare per strapparmi i tremila
marchi che mancavano all’appello, ignorando i due colpi che avevo messo a segno
con Helil, portando a casa un servizio completo di argenteria, cinque pellicce
e trenta capi firmati. Ma quello che gli coceva più di tutto, era la mia decisione
di chiudere con la delinquenza e dedicarmi a una vita normale.
Non mi andava di finire in galera e lasciare Selima sotto la sua
tutela.
– Selima è contenta di quello che abbiamo già comprato. Il
bracciale lo possiamo acquistare più avanti, anche dopo il matrimonio, che
fretta c’è?
Shaban Hasanovic’ volle protestare, ma la parola gli rimase
sospesa tra le labbra dischiuse. Tutt’a un tratto si strinse nelle spalle e
rimase impalato. Era in preda al panico e il suo volto aveva preso in pochi
secondi l’aspetto di una maschera di terrore.
Anche noi, spostandoci per renderci certi del pericolo imminente,
provammo lo stesso sbigottimento nel vedere cinque persone che incedevano verso
di noi, seguendo le loro ombre ingigantite dai fari dell’auto.
– Non toccate quella ragazza, è ancora sotto shock dalla
violenza subita durante la guerra.
Li avvertii saltando in piedi. Ero già fuori di me, e un tremito
fastidioso mi attraversava tutto il corpo. Selima era a due passi da loro,
rattrappita su sé stessa come un cucciolo vulnerabile.
Il primo, un ragazzo saldo come una roccia, ma dal viso puerile,
s’accostò al tavolo battendo la mazza da baseball sul palmo della mano
sinistra.
Mi fece ricordare Kevin Costner nell’Uomo dei sogni e, dentro di
me, auspicai che fosse tutto un sogno.
– Allora non è più una verginella? – commentò con tono sarcastico.
– Andate via, cosa volete da noi? Siamo zingari e non facciamo del
male a nessuno – intervenne Shaban Hasanovic’ tossendo violentemente tra una
frase e l’altra.
– Non c’è bisogno di dirlo: già si capisce – replicò il ragazzo
della mazza. I suoi occhi minuti producevano una quantità di cattiveria
sufficiente a sterminare una massa di bufali.
– Si può sapere il motivo di questa vostra visita? – chiesi
preparandomi alla battaglia, convinto che erano malintenzionati: due di loro si
erano già messi a dipingere svastiche e croci celtiche sui fianchi delle
roulotte.
Io avevo un coltello a serramanico in tasca, ma neanche se avessi
avuto la clava di Ercole e lo Zulficar17 dell’imam Alì avrei potuto affrontarli
da solo. Shaban Hasanovic’ non era in forma. La polmonite lo aveva ridotto uno
straccio. Mentre Alì e Lamine erano così docili e mansueti che avrebbero
trovato serie difficoltà nell’uccidere una mosca. D’altronde non potevo rischiare,
Selima era ancora ferma nel punto dove si trovava prima. Aveva le pupille
dilatate e tremava come una pianta secca.
– Tu, stammi a sentire – interruppe il silenzio un altro ragazzo
più aitante del primo. – L’altro ieri è sparita una bicicletta dal quartiere,
siamo sicuri che l’avete rubata voi. Adesso vi do cinque secondi: fuori la
bicicletta o saranno cazzi amari.
L’ultimatum in stile nazista e il tono deciso non lasciavano dubbi
sulla loro intenzione di mettere in atto la minaccia.
Lo scontro divenne inevitabile. Cercai di mantenere la calma e
guadagnare un po’ di tempo, nella speranza che Helil rientrasse da un momento
all’altro. Noi due, avremmo potuto diminuire, almeno in parte, la loro
superiorità numerica e bellicosa.
– Guarda – dissi io – puoi controllare da solo, noi non abbiamo
rubato nessuna bicicletta.
– Bugiardi! – rispose un ragazzo tarchiato con la testa rapata a
zero. – L’hanno venduta.
La sua voce da vecchio corvo è stata come un segnale convenzionale
tra loro, perché appena finito di parlare, è scoppiato il finimondo.
– Mettetevi al riparo, sotto il tavolo
– gridai io, afferrando il
battipanni che era sotto l’albero e lanciandomi contro di loro.
Prima di raggiungere Selima e spingerla dentro la roulotte, mi
ferirono decine di colpi in tutto il corpo, facendomi ruzzolare come una
trottola, ma ciononostante, riuscii ad infliggere un colpo secco a uno di loro,
perché lo vidi gettare la spranga e avviarsi verso l’auto bestemmiando.
– Torneremo presto e ve la faremo vedere, brutti zozzoni
– Vi brucieremo vivi
luridi pezzenti
– annunciarono i loro gravi
castighi prima di dileguarsi nel buio della notte.
Il campo di battaglia era interamente coperto di cocci di
bottiglie, sedie fracassate, vetri frantumati della Mercedes, tegami, piatti e
altro ciarpame.
Ripigliando vigore trovai Shaban Hasanovic’ seduto come prima
nella sua incomparabile posizione, abbozzava un lieve sorriso ai carabinieri
che erano giunti tempestivamente sul posto. Non che fossero stati avvertiti
della presenza dei vandali, ma per notificare l’arresto di Helil che era stato
colto in flagrante mentre svaligiava una boutique a Milano.
In meno di un quarto d’ora, lo spiazzo si animò di nuovo. Il
panorama incredibilmente bizzarro non smentiva nemmeno di una virgola il tipico
ambiente zingaresco: tutti parlavano insieme. I piagnucolii dei bambini
accompagnavano in perfetta sintonia le vivaci rimostranze delle donne nei
confronti dei carabinieri che volevano perquisire la roulotte di Helil, mentre
il sottofondo necessario per una simile scena era fornito gratuitamente dai
cani che s’azzuffavano tra loro.
Io, approfittando dello schiamazzo, feci sparire Alì e Lamine
nell’edificio e tornai da Selima, lasciando Shaban Hasanovic’ a sbrigarsela da
solo con i carabinieri.
Trovai Selima sdraiata sul letto e rimasi atterrito nel vedere il
suo bel viso devastato dalle lacrime. Mi venne subito in mente la terribile
storia che mi aveva raccontato Shaban Hasanovic’. Probabilmente in quel momento
stava vivendo la stessa esperienza agghiacciante.
Quando suo fratello Rasim, che era sparito nella foresta dopo la
ritirata di Srebrenica, aveva tentato di tagliarle la gola: non sopportava il
solo pensiero che sua sorella portasse in grembo il seme del nemico. Arrivata a
Tuzla, la costrinsero ad abortire nel modo più spaventoso che si possa
immaginare. Da quel giorno, perse la facoltà di parlare.
Tentai di tranquillizzarla, mi fissò a lungo cercando un tono
emotivo per le sue sensazioni ammutolite, poi, mi spinse dolcemente e girò di
scatto la testa. Capii che voleva essere lasciata da sola. Uscii fuori ancor
più sconcertato di prima. I carabinieri se ne erano andati via. controllai che
non fossero ancora nei paraggi dell’accampamento e corsi a tirare fuori Alì e
Lamine dal loro nascondiglio.
Ormai era l’alba. Tranne i bambini, tutti erano riuniti sotto
l’albero di pino, avvampati di sdegno e schiacciati da un profondo avvilimento.
Sedemmo anche noi per prendere il caffè, che, non si sa come, era stato
preparato, visto che la cucina all’aperto era stata rasa al suolo dall’assalto
dei “visitors”!
Selima non tardò ad apparire. Alle cinque, la vidi uscire dalla
roulotte avviandosi sonnacchiosamente verso la fontanella. Dopo aver terminato
di lavarsi e intrecciarsi i capelli, si mise subito a pulire lo spiazzo,
seguita dalla signora Shukriye e da Lodmila.
Il programma stabilito tra loro in lingua rom, Shaban Hasanovic me
lo comunicò in sintesi assumendo l’espressione di un caporione rispettabile:
– La situazione è molto grave – esordì – continuando di questo
passo tra poco ci troviamo nella merda. Dobbiamo senz’altro reagire in tempo.
Se Helil dovesse prendere una condanna pesante saremo costretti a raddoppiare
gli sforzi, altrimenti, visto la nostra spesa, rischieremmo di morire di fame.
Alle nove Lodmila dovrebbe recarsi dall’avvocato e insieme a questi al
tribunale per ottenere il permesso di colloquio dal magistrato competente. E
come tu sai, senza soldi non si può fare niente.
Il riferimento era chiarissimo, sapevo che Shaban Hasanovic’ non
avrebbe mai smesso di reclamare il resto dei soldi anche se, a occhio e croce,
la spesa del corredo nuziale ammontava pressappoco a cinquemila marchi. Era
diventato troppo avido e altrettanto sfacciato. A questo punto, non potei fare
a meno di sborsare i tremila marchi, provando la frustrazione e il broncio
quieto di un cane bastonato. Per di più, subii anche i rimproveri di Selima che
da lontano, mi fulminava con sguardi discordi, dicendo in silenzio: “Ragazzo
mio, sei proprio ingenuo. Pensi davvero che gli manchino i soldi?”
La stessa sera, mentre Lodmila ci raccontava l’esito del colloquio
con l’avvocato, d’improvviso, vedemmo Selima guizzare fuori dalla roulotte,
strepitando e stramazzando come se fosse posseduta da una strega infernale.
– Ci hanno rubato il baule! Ci hanno rubato il baule! – strillava
prostrandosi a terra.
Non credetti ai miei occhi e non capii nemmeno se era lei oppure
una sua sosia. Rimanemmo strabiliati, sia per il miracolo avvenuto, che per la
perdita del corredo. Di lì a poco, il mistero venne risolto grazie alla
testimonianza di Demir, il figlio maggiorenne di Helil, che nel pomeriggio
aveva visto Svetlana allontanarsi con il baule, a bordo di una Fiat Ritmo
grigia, assieme ad un ragazzo coetaneo.
Davanti a un simile intrigo sentimentale non mi rimase altro che
rassegnarmi al fatto compiuto e, nel tempo stesso, ringraziare Svetlana, perché
indirettamente aveva aiutato Selima, malgrado il danno, a superare la barriera
del trauma e a riacquistare la favella. La gioia commista allo strazio di Selima
creò attorno a noi un’atmosfera di implacabile e desolante forza. Guardando il
suo volto sbiadito vidi me stesso, la mia paura. E anziché delimitare la mia
incertezza sul futuro mi ritrovai un’altra volta testa a testa con i vecchi e
temibili scrupoli e a dover combattere ad oltranza contro il predominio
dell’irresolutezza.
Passai i giorni seguenti a vaneggiare come un autentico
acchiappanuvole. Ero confuso e irrequieto. Non riuscivo a mettere due idee
insieme. Se trovavo la prima, mi sfuggiva la seconda.
Pensavo di essere un grande trapezista, un impavido acrobata,
invece scoprii di essere un semplice giocoliere. Uno che camminava sui
trampoli.
Shaban Hasanovic’ vedendomi esprimere in maniera conscia ciò che
provavo al momento, mi chiese di aspettarlo nel soggiorno perché voleva
discutere con me un argomento vrlo vazno,18 poi, sputando sul suo cervello da
femmina per aver ospitato Svetlana in casa sua, s’allontanò per compiere un
giro riflessivo che, come tutte le volte, iniziava con l’urinare sotto il ponte
cantando in turco e finiva col seguire le galline scimmiottandole
freneticamente.
– Quello che vale per le galline, vale anche per gli uomini –
sentenziò solennemente.
Era seduto nella medesima posizione, la sigaretta penzolava
all’angolo della bocca e un occhio era semichiuso per il fumo.
– E con questo? – gli chiesi facendo una lunga smorfia. Ero tutto
agitato.
– Io da anni osservo le galline – rispose come un vero scienziato
– anzi, sono cresciuto tra loro. Hai notato che non smettono mai di fare le
uova? Un fatto interessante. Prendendo esempio da loro, possiamo concludere che
anche noi non dobbiamo fermarci davanti alle difficoltà e raggiungere la tanto
desiderata ricchezza.
– E dove è la novità in tutto questo?
– La novità c’è, c’è
– disse Shaban Hasanovic’ orgoglioso più che
mai del suo ingegno. – Da domani raccoglieremo scatole di cartone durante il
giorno, e la sera suoneremo a richiesta nelle feste, ma anche per chi desidera
semplicemente divertirsi.
– Ma porca puttana! – esplosi io con virulenza. – Ti sei bevuto il
cervello? Come cazzo facciamo a suonare se non sappiamo nemmeno come si
maneggiano gli strumenti musicali?
– Beh, sbagliando si impara, no? – disse ridacchiando. – Intanto
non dimenticarti che per sposarti avrai bisogno di soldi. Poi, i tuoi amici non
possono sbafare così per sempre.
Shaban Hasanovic’, prima di andare a dormire, ci impartì alla
svelta le prime nozioni indispensabili al maneggio degli strumenti musicali e,
il mattino dopo, uscimmo di buon’ora per svolgere il lavoro inventato da lui.
Tutti i giorni, pile di cartoni venivano raccolti dal parcheggio
di un grande centro di distribuzione di generi alimentari e ammassati dentro
l’edificio. Da lì, Shaban Hasanovic’ li caricava a bordo di un camioncino preso
a noleggio e li vendeva ad una fabbrica di riciclaggio di carta.
Inaspettatamente, questo lavoro “ecologico” fu abbastanza lucroso.
Nell’arco di un mese, riuscimmo a moltiplicare l’incasso e Alì e Lamine,
finalmente, incominciarono a soddisfare gli occhi con il colore dei soldi. Nel
frattempo continuammo le prove musicali. Shaban Hasanovic’ dirigeva la banda e
Lodmila faceva la vocalista. Quando la nostra prestazione acquistò la
percentuale di “professionalità” che ci avrebbe permesso di buttarci nella
mischia, Selima e la signora Shukriye smisero di pensare che fossimo dei folli
inguaribili e ci battezzarono con il nome “Shumadija kvartet”.19
L’idea di suonare in una festa, col passare del tempo, diventò un
incubo insopportabile. Proprio come l’attesa angosciante del giorno del
giudizio.
Questo pensiero insidioso ci tormentò giorno e notte, per due mesi
circa, finché, una sera, Shaban Hasanovic’, pienamente consapevole che potevamo
finire in ospedale, ci comunicò allegramente una notizia tragicomica.
– Momci, eccovi l’indirizzo. È una festa di compleanno. La mappa
per arrivarci è disegnata sul retro del foglio – disse sbirciandomi con la coda
dell’occhio.
Scossi la testa per dirgli che accettavo la sua sfida e me ne
andai a cambiare i vestiti.
L’abbigliamento con cui dovevamo apparire sul podio era stato
ideato e confezionato da Selima e dalla signora Shukriye: camicie ricavate da
lenzuola Bassetti perché il design variopinto piaceva molto a Shaban
Hasanovic’, pantaloni bianchi e stivaletti di pelle finta di serpente.
Lodmila era già pronta e ci attendeva vicino alla Mercedes.
Camminava avanti e indietro, eseguendo, come prova generale, qualche brano
dalle canzoni in programma, mentre Shaban Hasanovic’, dalla sua postazione
strategica, le dettava le ultime istruzioni.
Lodmila, con il suo abito stampato di fiori fucsia su sfondo nero,
le trecce raccolte dietro la nuca e ornate di rose rosse, sembrava una vera
regina andalusa del flamenco. Per completare l’aspetto gitano portava sulle
spalle uno scialle con le frange e, ai piedi, scarpe alla bebé di pelle nera.
Selima, durante i preparativi, rimase in silenzio limitandosi ad
osservare con occhi divertiti la nostra euforia sfrenata. Prima di uscire, mi
accostai a lei e le diedi un buffetto affettuoso sul naso.
– Perdonami – disse abbracciandomi – mi viene da ridere, è tutto
così buffo.
– Lo sto facendo per noi.
– Lo so – sospirò e aggiunse con tono infantile: – Saremo molto
felici.
In auto, Alì e Lamine, come se avessero prestato un giuramento di
vivere eternamente in silenzio non aprirono bocca durante il tragitto,
lasciandosi inebriare dal profumo di Lodmila.
Dopo un dedalo di strade ghiaiose ci trovammo davanti ad una
cascina rurale, oltre la quale, c’erano anche alcuni edifici più piccoli e dei
fienili.
– Gli zingari, sono arrivati gli zingari! – esclamarono i bambini
che si trovavano dietro al cancello.
Un uomo sulla cinquantina, tendenzialmente esaltato, ci informò
subito che era il padrone della fattoria e ci accompagnò, con movimenti goffi,
nel patio abbellito da alberi ombrosi e rigogliosi tralci di vite. In mezzo al
giardino c’era un gruppo di persone accalcate intorno a un tavolo imbandito
sontuosamente. Tutti erano vestiti in maniera quasi identica: abiti scuri e
camicie bianche abbottonate fino al collo. Un paio di loro erano già sbronzi.
Alla nostra vista, il brusio si smorzò e tutti gli occhi si puntarono su di
noi, precisamente su Lodmila.
Il padrone di casa ci indicò un angolo. Sopra il tavolo coperto da
una tovaglia candida, si ergeva fieramente un grosso vaso di fiori, che
impediva interamente la visuale. Noi tre ci sedemmo cercando di assorbire al
meglio gli sguardi dei curiosi, facendo finta di accordare i nostri strumenti
musicali. Lodmila, con i suoi atteggiamenti spigliati, si era unita agli
ospiti, scatenando la gioia dei mariti e guadagnando l’odio delle loro
consorti. Dopo qualche minuto, gli uomini attratti dal suo fascino, erano
riuniti attorno a lei, e in coro cantavano:
O mia bela Madonina
che te brilat da lontan
tuta d’oro e picinina
ti te dominat Milan.
Noi dovemmo seguirli con la musica, continuando con il ritmo: “Più
umano, più vero, è un ballo sincero”, perché nel frattempo Lodmila, con le
nacchere tra le mani, aveva dato inizio ad una danza piuttosto erotica, senza
badare alle voci femminili che gridavano allo scandalo.
La padrona di casa, una donna compatta con le mani notevolmente
grosse, al termine di tanti rimproveri e qualche spintone, riuscì a riportare
l’ordine in “piazza”, malgrado le proteste degli uomini ormai ubriachi fino al
midollo, più della sensualità di Lodmila che dell’alcool. Ma la calma durò ben
poco.
Dopo che Lodmila intonò “Stajan parte soldato e l’anima non si dà
pace” e ritornelli di varie canzoni, un uomo dal profilo tagliente e gli occhi
infossati, s’avvicinò a lei barcollando, le prese la mano, la baciò
stringendola alla bocca bavosa e disse ansante:
– Vorrei pregarla, a nome dei miei amici, di cantarci “Lo sciat
e’l gat”.20
– Molim?21 – Lodmila lo interrogò attonita.
L’uomo abbassò la testa, s’inclinò a destra, poi lentamente a
sinistra, e ripetè fermandosi su ogni sillaba:
– Lo Sciat E’l Gat Hai Capito?
– Pa shta hoc’e ova pudala?22 – Lodmila strillò voltandosi verso
di me.
– Signore – gli dissi cautamente – noi non sappiamo suonare tutte
le canzoni. Gentilmente, se lei ci anticipa il brano, noi ci proveremo.
L’uomo lanciò in aria una comica smorfia e urlò ciondolando come
un pendolo:
– Maledetti zingari
Non volete cantare eh? Giuro che non uscirete
vivi da qua.
– Signore
– Lo sciat e’l gat – ripeteva minacciando con il pugno.
Intevenne il padrone di casa, ma l’uomo inferocito non voleva
sentire ragioni e ci mancò poco che mi colpisse in pieno sulla faccia. Il mio
primo impulso fu quello di mollargli due manrovesci e farla finita con lui. Non
ero più in grado di controllarmi.
Stavo già preparandomi quando una dolce melodia risuonò nell’aria,
imponendo nel giardino un silenzio di tomba. Restammo sbalorditi: era Alì che,
con un andamento lentissimo cantava versi a noi completamente incomprensibili.
Aveva una bella voce, un po’ vibrata, ma colma di affetto e calore umano. La
melodia, via via, cominciò a prendere ritmi mistici leggermente accelerati,
colpendo nell’anima gli istinti capricciosi degli astanti.
L’armonia fu subito ripristinata e l’incantesimo della melodia
fece svanire la tensione causata dal guastafeste, ma noi preferimmo andarcene
alla svelta prima che perdesse il suo effetto magico. Intascai la ricompensa da
“nababbo” e, feci una rapida inversione con l’auto e partii velocemente come se
avessimo qualcuno alle calcagna.
Eravamo bramosi di sapere da Alì cosa avesse cantato e come gli
fosse venuta quell’idea che ci aveva salvato da un vero pasticcio.
– Allora Alì, che razza di canzone era quella? – insistemmo io e
Lodmila.
Anche il mite Lamine aveva perso la pazienza e si era unito a noi
per costringerlo a svelare il segreto.
– Lo volete veramente sapere? – chiese con un sorriso gioviale.
– Ma sì, perbacco
sì che vogliamo saperlo – rispondemmo
all’unisono.
Alì attese un attimo per alimentare la suspense. Poi disse, con
voce velata dall’orgoglio:
– Era l’inno nazionale del Bangladesh. L’unica canzone che sapevo
a memoria.
Fermai l’auto di scatto sul ciglio della strada e mi voltai
indietro per accertare, o magari per palpare con le mani, quella fiducia
assoluta e irremovibile nell’ottimismo, che solo persone come Alì e Lamine
possono trasmettere. Li fissai a lungo. Vidi in quegli occhi nascosti sotto il
velo del buio la nostra speranza che scintillava come una stella lontana, ma
così vicina da sentire il suo calore intenso fluire dentro di noi.
– Beh, credo che ce la faremo – dissi scherzosamente. – E Lodmila
sarà la regina dei nostri sogni. Non è così, Mila?
– Sì – rispose ridendo e versando lacrime, un fenomeno che non
sono mai riuscito a capire.
Da quel giorno il nostro destino era cambiato, senza che
nessuno se ne accorgesse. Secondo mia
moglie Selima, è stato un lieto “inizio”.
Note
1 “Bar”, in slavo
2 Mostro immaginario nelle favole per bambini.
3 “O Dio, o Dio”, in slavo.
4 “Bar-panini”, in slavo.
5 L’eroe del romanzo Delitto e castigo di
Fiodor Dostoevskij.
6 “Pazzo pazzo”, in slavo.
7 “Che Dio ti protegga”, in slavo.
8 “Amico, compagno”, in slavo.
9 “La vita finisce, ma la strada non finisce
mai”, in turco.
10 “Vieni qui”, in slavo.
11
“Fortuna”, in turco – dall’arabo qismeh: divisione, scomposizione, destino,
fato.
12 “Diecimila”, in gergo malavitoso.
13 “Centomila”.
14 “Ragazzi”, in slavo.
15 Alfatiha o “d’apertura” è la prima sura
(capitolo) del Corano. Equivalente per importanza, al “Padre nostro” del
cristianesimo, anche se diverso ne è il contenuto.
16 “Sì, per Dio”, in slavo.
17 La spada del quarto califfo Alì Ben Abi
Taleb.
18 “Molto importante”, in slavo.
19 “Il quartetto del bosco”, in slavo.
20 “Il rospo e il gatto”, in dialetto lombardo.
21 “Prego?”, in slavo.
22 “Ma cosa vuole questo scemo?”, in slavo.




