S.O.S.TC "S.O.S."

 

Dopo tanti anni in terra
straniera, Arebun rimase incredulo nel sentire le cose che il vecchio
missionario raccontava riguardo le esperienze avute nel suo paese d’origine. Ma
Arebun si chiedeva dentro di sé come fosse possibile che uno straniero, per
giunta un occidentale, potesse conoscere così bene il suo paese, i costumi e le
usanze. E come se non bastasse gesticolava come uno di loro, visibilmente
eccitato dal suo stesso racconto.

Arebun, contento come non
mai, si allontanò con i pensieri; pensò a cosa raccontare nella lettera per i
suoi genitori, che il vecchio gli aveva gentilmente promesso di consegnare al
suo rientro. Gli venne in mente la lettera che scrisse a suo padre mentre
frequentava la scuola secondaria. Ogni volta che rimaneva senza soldi e voleva
scavalcare la madre, scriveva direttamente al padre, che lavorava in un’altra
città, sicuro di ottenere più del previsto; era come avere una linea diretta in
caso di emergenza con la banca centrale. Le sue lettere erano diventate famose
e il padre le chiamava gli S.O.S. di Arebun.

Questa volta, però, le cose
erano più serie. Dopo tanti anni in Italia, Arebun si trovava in carcere per
spaccio di droga. Erano passati già tre anni dal suo arresto, ma lui non aveva
ancora deciso di raccontare la verità ai suoi genitori, e così era costretto a
raccontare delle storielle circa il lavoro e lo studio, ogni volta che scriveva
a casa. Non telefonava nemmeno più, per paura di dover rispondere a domande
precise, ricordando inoltre che suo padre spesso gli diceva di non dire le
bugie perché per difenderne una, avrebbe dovuto dirne altre cento.  Ma la cosa che più lo turbava, era di dover
sentire quelle maledette parole: “Ti
avevo avvertito!”. Erano
le parole che suo padre gli ripeteva ogni volta che, volendo fare di testa sua,
sbagliava. Questa volta, però, era più doloroso perché doveva ammettere che il
padre aveva avuto ragione: lui era stato decisamente contrario al suo viaggio
in Europa, perché diceva che era meglio finire gli studi nel proprio paese
prima di lasciarlo, per via delle difficoltà che inevitabilmente si incontrano
fuori casa.

Per Arebun questo era
solamente un tentativo per trattenerlo, altrimenti perché, pensava, quasi tutti
i suoi amici erano già all’estero? Gli tornò in mente anche un’altra frase che
suo padre soleva ripetergli, e cioè di non mettere la carrozza prima del
cavallo… Ma lui ormai aveva deciso di andare fino in fondo, anche se non sapeva
ancora quale sarebbe stata la sua destinazione. Così, dopo aver girato le
ambasciate alla ricerca di un visto, si era ritrovato con quello italiano
semplicemente perché era l’unica nazione a non chiedere garanzie economiche,
oltre ai fondi per il viaggio.

E così l’Italia era
diventata la meta da raggiungere; ma oggi nella sala colloqui del carcere si
sentiva mille miglia lontano da quella meta e, guardandosi attorno, non vedeva
altro che le sagome della gente, ne sentiva le voci ma non ne capiva il senso e
lentamente fu assalito da un pensiero che faceva spesso in carcere: Come mai sono qui? Come mai sono finito in
prigione?

Non dormiva per notti
intere  cercando di rispondere a questi
quesiti, ma quasi sempre la mente lo riportava al passato: “Sicuramente le
risposte sono nel mio passato”, pensava. E ricordò una cosa, in particolare,
che faceva da bambino, e cioè come, ogni volta che si sentiva offeso per
qualche motivo, preparava i suoi bagagli e diceva a tutti che sarebbe andato
via alla ricerca della sua vera casa, dato che lì lo trattavano male. Era una
specie di ricatto che terminava con la sua vittoria, perché suo padre gliela
concedeva sempre. Forse non avrebbe dovuto? Forse avrebbe dovuto essere più
duro? Forse, così facendo, Arebun aveva imparato a scappare davanti alla prima
difficoltà che gli si presentava e, forse, la voglia di lasciare il proprio
paese era un modo per non affrontare i problemi…

Ma ormai se ne era già
andato; ora il problema, semmai, sarebbe stato quello di ritornare; ma dopo
tanto tempo non sarebbe stata una cosa semplice, perché si finisce per
diventare straniero anche nel proprio paese e poi, nel frattempo, Arebun, da
studente che doveva stare solo pochi anni in Italia mantenuto interamente dai
genitori, era diventato un immigrato indesiderato che, al contrario, doveva
sostenerli economicamente a causa della spettacolare disintegrazione
dell’economia del suo paese, avvenuta nel giro di pochi anni.

Ma Arebun, riflettendo
ancora, pensò al fatto che non aveva fatto le scelte giuste, lui che una volta
era chiamato atalkapa (tigre) per via dell’astuzia e della forza che
manifestava in ogni occasione, e che proprio per questo era stato scelto come
portiere della squadra di calcio del suo quartiere. Subito dopo un altro
pensiero turbò le sue riflessioni. Ricordò che da bambino, quando durante la
notte veniva colto dalla paura, andava a dormire insieme al padre e gli bastava
toccarlo per sentirsi al sicuro. Ancora oggi, quando pregava Dio, gli chiedeva
di avere la possibilità di toccare, metaforicamente, i piedi di Gesù, perché
ciò sarebbe stato sufficiente per ottenere la salvezza. Adorava suo padre ed
egli lo aveva educato nell’incoscienza di poter fare ed avere tutto ciò che
voleva, solo il cielo era il limite! Ma ora, riflettendoci, capiva che forse
c’era qualcosa che suo padre non gli aveva detto o meglio, spiegato: il fatto
di essere un “negro”… Si capisce, sapeva di esserlo dalla nascita, ed era una
cosa normale ed evidente, ma non sapeva che il fatto di essere nero potesse
essere un ostacolo per lui e la sua vita. Infatti, fin dal suo arrivo in
Italia, il colore della sua pelle era diventato il vero protagonista: non
contava più il suo cervello o il suo cuore, quello che contava era il colore
della sua pelle, il colore nero… Aveva incontrato gente che, per il solo motivo
di avere il colore della pelle bianco credeva di essere superiore a lui e, come
se non bastasse, pretendeva che lui si sentisse inferiore, perché, pensavano,
un uomo che nasce nero deve essere triste perché è sfortunato.  I mezzi di comunicazione non facevano altro
che aumentare questa ignoranza di massa, anche se esistevano molte persone che,
per loro fortuna, la pensavano diversamente, in modo equilibrato e profondo. Ed
era un’esperienza gradevole incontrare gente così.

“Forse papà,  proprio perché sapeva tutto ciò, non voleva
che partissi” pensava “ma avrebbe dovuto essere più chiaro; non bastava
l’avvertimento di non mettere la carrozza prima del cavallo…”. Infatti, una
volta capito come funzionavano le cose, Arebun sarebbe potuto ritornare al suo
paese, ma era stanco di scappare e voleva terminare quel che aveva iniziato.
Oppure era semplice destino (c’è chi dice che siamo parzialmente responsabili
per il nostro destino e che il resto è pura casualità); forse Arebun non
avrebbe potuto sfuggire all’appuntamento con il proprio destino.

Forse era stata la cattiva
compagnia a portarlo sulla strada sbagliata, molti dei suoi compaesani in
Italia erano persone senza scrupoli: “È proprio vero che le teste migliori di
un paese sono le ultime ad emigrare”. Ma anche questa spiegazione non era
esauriente perché lui sapeva che, se le persone non vogliono, difficilmente
possono essere portate fuori strada dagli altri. Nemmeno la fame poteva essere
considerata la causa, perché quando aveva fame era felice, si sentiva bene e il
suo spirito era in estasi. È strano questo concetto, ma è vero!

Il viaggio verso i
bassifondi fu lento ed a più livelli, l’ultimo dei quali fu il carcere, e così,
un giorno di ottobre di tre anni fa, i poliziotti sono venuti per lui, anche se
questa volta lui non c’entrava nulla; ma ormai era stanco della vita che
faceva, voleva cambiare e sarebbe stata anche una buona opportunità per
disintossicarsi. Se l’educazione ricevuta dai suoi genitori non lo aveva
salvato dal carcere, lo aveva aiutato a sopravvivere dentro il carcere ed è per
questo che non smetteva di ringraziare i suoi genitori, perché aveva capito,
nel momento di maggior bisogno, che l’unico strumento che aveva per lottare
erano i sani principi di vita che loro gli avevano inculcato da bambino. Ogni
volta che guardava dentro di sé per cercare la forza di resistere, trovava più
del previsto: aveva trovato Dio, le buone maniere, la semplicità, l’umanità, la
tenacia… Per non dimenticare la speranza ed il coraggio; ma forse trovando Dio
aveva trovato tutto il resto. Insomma aveva molto per cui essere grato. Una
cosa, però, gli dispiaceva, e cioè il fatto di non parlare il proprio dialetto:
nel suo paese la lingua ufficiale era l’inglese, anche perché non avrebbe
potuto essere diversamente per facilitare le comunicazioni, dato che esistevano
più di duecentoventi lingue diverse e che il suo paese era stato una colonia
inglese. Ma era ormai convinto che doveva imparare il dialetto per conoscere
meglio i costumi della sua gente e per parlarlo ogni tanto con suo padre.

Ma poi gli sorse un altro
dubbio: e cioè che essere stato educato totalmente nella lingua inglese avrebbe
potuto facilitare l’allontanamento dalle sue radici, fatto del quale si accorse
non appena si trovò in difficoltà e senza punti di riferimento. Ma neanche
questo spiegava il motivo per il quale era finito in carcere… Allora decise di
fare il punto della situazione e cioè di valutare se durante il periodo di
tempo passato in Italia avesse guadagnato o perso in termini generali, ma quasi
subito si rese conto che non era una cosa semplice da fare, perché prima
avrebbe dovuto decidere cosa significava per lui “guadagnare”: se significava
più educazione, più conoscenze, più cultura e professionalità allora aveva
guadagnato, ma attenzione! Aveva guadagnato di più in carcere che fuori e
allora qualcosa non quadrava… Si rese conto anche che lo Stato italiano si era
accorto di lui solo dopo il suo arresto e che da quel momento in poi gli aveva
offerto infiniti modi per reinserirsi nella società. Uno di questi fu
l’opportunità di frequentare dei corsi professionali e lui, con la sua sete di
sapere, colse questa opportunità per fare ciò che aveva sempre sognato quando
era ancora in libertà, ma che non avrebbe mai potuto realizzare per mancanza di
soldi. Ora aveva i mezzi e gli strumenti per trovare un lavoro e reinserirsi
nella società, per quanto gli era possibile visto il colore della sua pelle.
Comunque esisteva una contraddizione.

“Non sarebbe stato meglio se
mi avessero offerto tutto questo prima? Invece ora, che mi sono preparato per
vivere dignitosamente nella società, me ne viene tolta l’opportunità, perché
dopo aver scontato la condanna dovrò essere espulso”, così pensava.

Ma Arebun era molto più
contento per i progressi che aveva fatto spiritualmente.

“È proprio vero che lo
spirito per crescere ha bisogno di un deserto attorno a sé.”

Per lui il percorso
interiore era molto più importante di quello esteriore perché l’aspetto
visibile è semplicemente una conseguenza di quello che si ha dentro. Dalle sue
abitudini aveva acquistato un carattere forte; era in forma e si sentiva bene.
Aveva imparato cos’era la pazienza e a non affannarsi inutilmente per cose
banali; per lui i problemi erano semplicemente cose da risolvere e non da
temere o evitare. Non sapeva ancora come le cose sarebbero andate a finire per
lui, ma ciò non lo preoccupava per nulla, viveva il momento pienamente.

Tuttavia, mentre Arebun
pensava e viaggiava con la mente, venne svegliato bruscamente da un agente di
custodia che si era avvicinato senza che lui se ne accorgesse e che,
gesticolando, gli indicava l’orario d’uscita. L’ora del colloquio era
terminata, Arebun guardò per un momento il missionario sorridendo e disse:

– Grazie padre, per la
visita. Ti farò avere la lettera al più presto.

Il missionario, uomo vecchio
e saggio, aveva guardato Arebun per tutto il tempo ed era contento di quello
che aveva visto ed intuito; così prima di andare via prese Arebun per le spalle
e gli disse:

– Dio perdona prima degli
uomini. Pace fratello.

E se ne andò.

 

 


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