Mondo di sotto e di sopra – Ekaterina Bazarova, Francesco Catalano, Claudio Minarelli, Roberta Sangiorgi
Questo racconto è frutto di fantasia ma si basa sulle cronache reali (riportate in corsivo e con fonte in nota) di ciò che accadde in Svizzera dal 2014 al 2022, quando venne chiuso l’ultimo bunker in cui venivano reclusi i migranti richiedenti asilo.
Nei pochi minuti che lo separavano dalla diretta televisiva continuava a pensare e a lanciare occhiate allo specchio. Poi superò l’imbarazzo e riuscì a sostenere di più il proprio sguardo. Finché prese a fissarsi a lungo. Gli sembrava di essere Robert De Niro; non quello di Taxi Driver, ma quello di Re per una notte. Lui non sarebbe stato un re, certo, ma quella sarebbe stata la sua notte. E magari anche quella dopo, e quella dopo ancora. Del resto, come il protagonista del film, si era preparato bene per quel momento.
Aveva pensato e ripensato a cosa dire; aveva soppesato virgole, toni, pause, non detti. Lo aveva anche provato e riprovato, quel discorso. Sapeva che spesso le cose non vanno come da copione, non era stupido, ma avere uno schema da seguire era importante, poi, certo, era lecito improvvisare e adattarsi alle circostanze. Non aveva fatto le prove nello scantinato di casa come De Niro, ma nella sua stanza, in quei momenti desolati, di prima mattina, in cui nessuno ti viene a disturbare, quando la luce entra docile e tiepida dopo aver superato l’orizzonte. A un tratto, gli sembrò di sentire la voce calda di Idris, come quella volta in cui si erano incontrati. Chissà cosa stava facendo. Se giocava a scacchi o passeggiava avanti e indietro per i corridoi dell’ospedale, con la faccia pensante, rimuginando su quello che avrebbe voluto dal futuro.
Intanto era cominciata la diretta. Poteva sentire con chiarezza la voce del conduttore che intratteneva il pubblico dopo la pausa pubblicitaria. Fra poco lo avrebbe annunciato. Lesse di nuovo gli appunti e diede un’ultima occhiata allo specchio. Era pronto. Il tecnico venne a chiamarlo e lo condusse sul palco.
Alvise Bottaro si era laureato al Politecnico di Milano. Tra mille sacrifici suoi e della sua famiglia. Si era aggrappato alla passione per le costruzioni e alla voglia di riscatto da una vita già tracciata, in un paesino al Sud, dove al massimo sarebbe diventato capocantiere. Aveva sempre avuto ottimi voti al liceo, viatico indispensabile per una borsa di studio all’università. Al Politecnico si era impegnato tantissimo, non solo sui libri, ma soprattutto a intessere relazioni. Alvise era affamato di vita e di successo. Quando a lezione aveva incontrato il professor Vittorio Fortis, aveva capito subito che era la chiave per entrare nel mondo che conta. Ma per mettersi in luce con quel barone universitario, non bastava qualche domanda intelligente a lezione. Il Professore era riservato e altezzoso. Ne aveva studiato il carattere attraverso le parole, la postura, l’abbigliamento, per trovare il modo di approcciarlo e ingraziarselo, giocando al meglio la carta della reverenza.
E ci era riuscito, tanto da superare brillantemente l’esame guadagnandosi il prestigio di avere Fortis come relatore alla tesi di laurea. Tutti al Politecnico sapevano che ciò significava non solo la lode assicurata, ma anche mezzo piede nel mondo del lavoro, visto le enormi conoscenze che vantava il Professore. Quindi non si era stupito, quando il suo mentore gli propose quel “lavoro prestigioso e ben pagato” in Svizzera.
– Bottaro, conto su di lei. Non mi faccia fare brutta figura. Il deputato del Cantone Ticino sa che lei, Bottaro, non è altro che la mia longa manus! – aveva detto sghignazzando. – Mi tenga aggiornato, è un progetto avveniristico, unico al mondo. Ristrutturare un bunker non capita tutti i giorni! Il suo lavoro sarà citato nelle principali pubblicazioni universitarie e di settore.
Dopo quella chiamata, Alvise sprofondò in settimane di ricerche, riflessioni e progetti abbandonati, per capire come procedere in quell’insolito, ma entusiasmante lavoro. Fin da piccolo, Alvise aveva l’abitudine di non gettare via le cose. Nel suo appartamento, sparsi qua e là, si trovavano oggetti ai quali era affezionato. Oggetti che altri avrebbero scartato senza pensarci due volte. Alvise, al contrario, amava l’idea di essere circondato da piccoli ricordi. Non aveva mai buttato via nemmeno un foglio di appunti universitari, seppellendoli su uno scaffale etichettato nella sua mente come “Politecnico”.
Quella sera, per la prima volta in sette anni, Alvise aprì quel ripiano alla ricerca degli appunti del professor Fortis, nella speranza di trovare qualche idea geniale per i bunker. Dei fogli volanti catturarono la sua attenzione: gli appunti di una conferenza di filosofia a cui aveva assistito per curiosità si erano infilati nella cartella dedicata all’ingegneria. Alvise li sfogliò, distratto.
La filosofia cinese… varietà di scuole di pensiero: il confucianesimo, il taoismo e il legismo… La polemica tra gli egoisti e i confuciani. I confuciani dicono che bisogna fare il bene perché è giusto farlo. Gli egoisti agiscono perché è conveniente farlo.
Riordinò i fogli e li ripose tra gli altri. Si rimise a cercare gli appunti di Fortis, ma la filosofia cinese non lasciava la sua testa. Lo sguardo di Alvise cadde sull’orologio: era già mezzanotte. Decise di accelerare la ricerca, anziché cedere alla nostalgia degli anni universitari. Finì di leggere le lezioni di Fortis verso le tre del mattino, sentendosi come uno studente che si prepara all’esame all’ultimo momento.
Poche ore dopo, solo una doppia dose di caffè riuscì a svegliarlo. Alle 8.30 del mattino Alvise si trovava alla stazione centrale di Lugano, in una piazza così fresca e pulita che sembrava finta.
– Signor Bottaro, Alvise Bottaro, giusto? Mi chiamo Hans Müller, sono il dirigente del Dipartimento per il restauro dei bunker. Piacere di conoscerla.
La voce apparteneva a un uomo di età non definita. Poteva avere trent’anni come cinquanta. Sembrava perfetto, tutto in lui era al posto giusto e con una funzione precisa: il lungo cappotto grigio che sembrava una seconda pelle, la camicia bianca abbottonata fino al collo, gli occhiali marroni che riflettevano il sole. Bottaro si sentì intimidito e rispose soltanto:
– Piacere.
Spero che il suo viaggio sia stato confortevole, – continuò Müller, – mi dispiace averla fatta alzare così presto, ma oggi abbiamo molto lavoro da sbrigare. Dobbiamo recarci in ufficio per firmare i documenti, ma prima voglio farle vedere il bunker. Ho parcheggiato l’auto qui vicino, possiamo andare subito.
Müller parlava come se non attendesse risposta. Nell’auto tirò fuori una pila di fogli.
– Ecco tutti i documenti, così risparmiamo tempo in ufficio.
L’auto si avviò. Alvise cominciò a sfogliare il dossier. Aveva tra le mani almeno cinquanta pagine di progetto, con schemi di bunker e dettagli burocratici. Fissò il testo, fingendo di studiarlo con attenzione, e iniziò a immaginare come avrebbe trascorso la giornata, se avesse potuto liberarsi da Müller e dalle sue carte.
– Siamo quasi arrivati, ingegner Bo… ma che diavolo…
L’auto inchiodò. Bottaro alzò gli occhi e vide una folla con grandi cartelli dipinti a colori vivaci. Nobunker, abbiamo i nostri diritti. C’erano anche giornalisti con piccole videocamere nere.
I manifestanti accerchiarono l’auto del funzionario, urlando: – È lui! È lui!
– Faremo la visita un’altra volta, – disse Müller con voce stizzita, mentre si voltava indietro e studiava la traiettoria migliore per la retromarcia.
L’auto accelerò e si udì un rumore sordo, come se le ruote avessero urtato un marciapiede. Nello specchietto retrovisore Bottaro vide una persona a terra. Müller intercettò il suo sguardo e lo rassicurò.
– Non si preoccupi. Andiamo subito in ufficio. Visiteremo il bunker un’altra volta.
L’auto si allontanò dalla folla inferocita.
Era stato un pomeriggio molto movimentato, Alvise arrivò nella camera d’albergo stordito, senza realizzare bene cosa fosse successo. Aveva la testa vuota; appena entrato si accasciò sul divanetto accanto al letto, gli si chiudevano gli occhi. Squillò il telefono: era Silvia, la sua fidanzata.
Non aveva voglia di rispondere, ma fece uno sforzo. Silvia aveva una voce dolce, ma decisa. Aveva visto al TG la protesta dei “Nobunker” a Lugano. Non voleva certo spaventarlo, e sapeva che quella giornata era stata pesante per lui. Aspettò che Alvise si aprisse piano piano, quindi accennò all’episodio che la inquietava.
– Ti ho riconosciuto, al telegiornale, dentro l’auto che colpiva quel ragazzo. Gli avete rotto la gamba. Chissà quanto tempo quel poveretto dovrà restare in ospedale…
– Sei sicura? – domandò Alvise concitato, mangiandosi qualche imprecazione tra i denti. – Erano tutti accalcati, non ce ne siamo nemmeno accorti… poi era Muller che guidava, mica io. È stato proprio affare di un secondo, una svista…
Bottaro cercava di minimizzare. La sua fidanzata a stento riusciva a fargli capire quanto era coinvolto: tutti avevano potuto vederlo in tv, nel servizio si faceva anche il suo nome.
– Lo so che non c’entri niente, però pensa a quel ragazzo. Forse potresti andare a trovarlo in ospedale, non ti costa niente, sei lì! Almeno dimostrerai di essere interessato a lui, invece di fare come se niente fosse!
– Va bene, non ti preoccupare, ci andrò. Non vorrei che ci fossero fraintendimenti. Se il professor Fortis ha visto quel telegiornale, preferisco dargli notizie di prima mano; si starà facendo delle domande. Andando a trovare quel ragazzo, potrò dirgli che tutto è risolto… anche grazie a me.
Silvia tirò un sospiro di sollievo. La telefonata proseguì su un tono più sereno, si salutarono e Alvise crollò nel sonno più profondo.
Un raggio di sole filtrava dalle persiane dell’ospedale e si adagiava sul volto di Idris. La sua pelle era spenta, grigia, e non più di un colore caldo come il legno. Era da tanto che desiderava il sole. Nel deserto l’aveva temuto. In quel bunker non lo vedeva mai. Gli faceva male la gamba: una fitta continua dal fianco sino al piede. Gli veniva da vomitare: forse l’effetto dell’anestesia, come gli aveva detto il medico che lo aveva operato. I pensieri affollavano la sua mente. Perché sono finito in quest’ospedale? Non ricordava. Aveva nelle orecchie il rumore dell’accelerazione di quell’auto, poi un male atroce alla gamba e il buio.
– Mi sono risvegliato qui, in questo letto bianco. C’è pace. Non c’è il continuo vociare, come nella camerata del bunker dove eravamo in sessanta (1). In stanza c’è solo un’altra persona, non ci sono letti a castello. L’aria ha l’odore profumato del disinfettante, non la puzza di muffa. Poco fa un’infermiera mi ha chiesto come sto. Non sono abituato a questa domanda e ho balbettato per rispondere. Nel bunker nessuno mi ha mai chiesto nulla. Non ho fatto tutto quel viaggio da Asmara per essere sepolto vivo là sotto. Ho pensato a mio zio che è stato imprigionato in Eritrea in un carcere sotterraneo (2), ed io mi sto trovando nella stessa situazione. Sono sopravvissuto alla guerra nel mio Paese, per finire sottoterra in Svizzera. Il mio unico desiderio è raggiungere mio fratello in Francia, ma ora come farò con questa gamba a pezzi? Chi è quest’uomo che si avvicina?
– Buongiorno Idris, come sta? Sono l’ingegner Bottaro, Alvise Bottaro. L’ho soccorsa quando c’è stato l’incidente. Mi creda, sono costernato per quanto le è successo, è stata una disgrazia.
– Non ricordo, – replicò Idris, – cosa mi è successo? So solo che stavo protestando con il gruppo Nobunker e poi ho sentito un forte dolore alla gamba.
– È stato colpito in pieno. L’autista ha fatto retromarcia per allontanarsi dal gruppo dei manifestanti e non l’ha vista.
– Come fai a sapere queste cose? – gli chiese Idris.
– Ero anch’io su quell’auto. Sono l’ingegnere incaricato della ristrutturazione del bunker ed era il mio primo giorno di lavoro.
Bottaro non sapeva più che dire. Era lì solo perché Silvia glielo aveva chiesto, anzi aveva proprio insistito, e lui per quieto vivere aveva acconsentito. Si sentiva fuori luogo in quell’ospedale, davanti a quell’uomo che non lo guardava mai negli occhi e che ora aveva allungato una mano verso la sua e gliela teneva stretta. Un gesto troppo intimo, che lo infastidiva.
– Puoi fare qualcosa per me? – implorò Idris. – Non voglio più tornare in quel bunker. Siamo chiusi in stanze che sembrano celle. Manca l’aria, sembra di soffocare. Non è vita, quella nei bunker. Neanche gli animali vorrebbero vivere in queste condizioni. Pensavo che la Svizzera fosse un buon Paese dove scappare dalla guerra ma non è così. Sono ormai sette mesi che vivo in un bunker. Non possiamo cucinare perché la cucina non è attrezzata, mangiamo solo cibo scaldato nel microonde, inoltre, la puzza di chiuso ci perseguita. I bagni sono pieni di muffa (3). L’unico momento di intimità è quello che si ha quando si va in bagno, ma dura solo pochi minuti perché fuori ci sono altre persone che aspettano il proprio turno (4). Non ne possiamo più.
Bottaro si toccava il naso come se dovesse assestare invisibili occhiali.
Vedrà Idris, presto farò partire i lavori di ristrutturazione e la situazione migliorerà. Glielo garantisco.
– Io voglio vedere il sole, – insisteva Idris. – Là sotto è come in prigione, non ci sono finestre. Tu non puoi capire cosa significa aver attraversato il deserto e il mare e poi trovarsi rinchiusi sottoterra. Non ho attraversato nove paesi per vivere così. Sto diventando matto (5). Aiutami ti prego…
Idris adesso si aggrappava al suo polso, con la disperazione di un naufrago.
– Non ne posso più, – proseguì, – nei bunker non c’è pace. Vorrei studiare il francese ma è impossibile. Anche di giorno nelle strutture c’è troppa gente che urla (6). È vietato fumare, è vietato cucinare, è vietato avere visite, è vietato guardare la televisione dopo le dieci di sera… non avere “il diritto di” significa essere prigioniero (7).
Bottaro voleva solo togliersi quella situazione, quando nel corridoio si sentirono voci alterate.
– Non potete entrare!
– Esercitiamo il diritto di cronaca. Tre minuti di intervista ci sono concessi dalla legge.
In quel momento, si affacciarono alla porta un uomo con una telecamera e una donna che teneva un microfono marchiato dalla vistosa scritta TV CH.
Ci mancava anche la tivù, pensò Bottaro.
– Signor Idris, vorremmo farle qualche domanda, – attaccò la giornalista con un tono che non ammetteva repliche. Gli occhi di Idris erano spaventati.
– Non abbia paura, sono una giornalista della tivù svizzera. Vogliamo raccogliere la sua testimonianza sull’incidente e sulla protesta.
Solo in quel momento si accorse di Bottaro.
– E lei chi è?
– Sono Alvise Bottaro, l’ingegnere incaricato per la ristrutturazione del bunker. Ero nell’auto che ha investito Idris e sono venuto qui a scusarmi di quanto accaduto.
La giornalista ebbe un guizzo nello sguardo.
– Riprendi, riprendi, – disse al teleoperatore, – le mani che si stringono, zooma sulle mani… – e poi rivolta a Bottaro: – Ingegnere la sua testimonianza è fondamentale. Deve essere ospite al nostro programma di approfondimento, Dentro la notizia. Sa, la vicenda dei bunker ha scosso molte coscienze, – e allungò a Bottaro il suo biglietto da visita, aggiungendo sottovoce: – Il nostro direttore è molto generoso con le testimonianze in esclusiva…
Bottaro salutò e uscì dalla stanza, mentre la giornalista intervistava Idris. Appena uscito dall’ospedale telefonò a Silvia.
– Ho parlato con Idris, – le disse subito, quasi per rassicurarla di aver mantenuto la promessa. – È un poveraccio, mi ha chiesto aiuto, ma non so come potrei fare. Ah, poi c’è una novità. Mentre ero con lui è arrivata la tivù svizzera e mi hanno invitato come ospite in diretta, tra qualche giorno.
Silvia si complimentò con lui, e con se stessa.
– Vedi che alla fine era la mossa giusta?
Gli studi televisivi brillavano come i casinò di Las Vegas. Bottaro non aveva mai visto niente di simile, ma si era preparato e si aspettava qualcosa del genere. Il conduttore lo fece sedere sulla poltrona di fronte alla sua; il pubblico si quietò e si mise in ascolto.
– Ingegner Bottaro, come lei ben sa, quello che è successo ai bunker svizzeri ha destato molto clamore. Ci può raccontare come è entrato a far parte di questo lavoro?
Le luci lo colpivano in pieno volto, il pubblico tutto intorno sembrava una folla pronta a lanciarsi addosso al peccatore, a lapidarlo. Il conduttore invece lo guardava con volto mansueto, ma anche sul punto di passare all’attacco, per vederlo contorcersi dentro qualche tortura retorica.
– Il lavoro mi è stato proposto dal mio ex professore del Politecnico di Milano. Mi disse che si trattava di restaurare dei bunker antiatomici in Svizzera. Il lavoro mi ha affascinato per la sua originalità. E anche per il compenso, non lo nascondo.
Il conduttore sembrava soddisfatto della risposta, il pubblico mugugnava qualcosa. Poi, dopo alcuni quesiti interlocutori, ecco la domanda che quell’uomo imbellettato aspettava di sottoporre a Bottaro fin dall’inizio. Cambiò anche l’intonazione della voce, più accalorata, calda e insieme inquisitoria.
– Ma lei sapeva che erano bunker utilizzati per i migranti?
Era quello il momento in cui non doveva sbagliare. Bottaro se l’era studiato bene: doveva abbassare un po’ il capo, prendersi del tempo per rispondere, fare una pausa scenica, avrebbero detto i manuali di retorica, e poi offrire un volto triste e contrito ai telespettatori, mostrarsi dimidiato, deluso da sé stesso. In poche parole, debole e fragile.
– Quando l’ho saputo, purtroppo, il contratto era già firmato. Non potevo sottrarmi: le penali erano troppo alte.
Si fermò un attimo, come da copione. Si prese altro tempo, aumentò l’attesa nel pubblico e il senso di compassione. Stava andando bene.
– Tuttavia, ci pensai molto e capii che quella poteva essere la mia occasione per fare qualcosa di buono. Non avrei potuto cambiare le sorti di quelle povere persone, sono solo un ingegnere, ma avrei potuto fare del mio meglio perché la ristrutturazione di quei bunker migliorasse davvero la vita di chi ci abitava e la rendesse meno disumana.
Il conduttore a quel punto era nella rete insieme al pubblico, e iniziò a passare dalla sua parte, come Bottaro si aspettava.
– E poi successe quell’incidente…
Bottaro non gli diede il tempo di finire la frase. Ricominciò a parlare quasi con foga, la voce rotta dall’apprensione.
– Sì, quel terribile incidente… Non riuscivo a darmi pace; mi sentivo responsabile. Così decisi di rimediare e andare a trovare in ospedale quel ragazzo. Idris fu subito straordinario con me; mi raccontò la sua storia, un’odissea davvero incredibile. È stato un momento molto forte. Da allora continuiamo a vederci e ci teniamo in contatto.
Lo sguardo del conduttore sembrava soddisfatto; un abbozzo di sorriso iniziò a stamparsi sul suo volto. Bottaro aveva negli occhi i fasci di luce dei riflettori; non poteva vedere le espressioni degli spettatori, ma sentiva che l’atmosfera dello studio, da sospesa e sospettosa, era ora rilassata e benevola. Anche il pubblico sembrava dalla sua parte.
– Sappiamo infatti che lei e Idris siete diventati amici, – continuò il conduttore scandendo le parole.
– Ingegner Bottaro, cosa ne sarà ora dei bunker, di Idris e di lei?
– Quando i lavori finiranno le strutture saranno rimodernate e molto più vivibili. Sto provando a fare la mia piccola parte in una tremenda dinamica più grande di me. E poi la mia amicizia con Idris non finisce qui. Mi sono ripromesso di mantenere vivo il nostro legame, di stargli vicino e provare ad aiutare lui e la sua famiglia.
– Lei ha promesso di aiutare Idris con una cifra economica importante perché possa costruirsi un futuro, dico bene?
– Sì. È questa la mia promessa.
Estrasse dalla tasca un assegno; la telecamera si avvicinò e mostrò la cifra di diecimila franchi in primo piano, indugiando su quel momento di pathos che sicuramente aveva lasciato a bocca aperta anche la gente a casa, sul proprio divano.
A quel punto partì un applauso commosso e gli spettatori in studio si alzarono in piedi. Standing ovation.
Bottaro si ritrovò a camminare verso il camerino, con il conduttore che lo guardava ammirato.
Uscì dagli studi con passo sicuro, ormai lontano dal fragore della diretta. Estrasse il cellulare dalla tasca, scrisse rapidamente un messaggio a Fortis (“Tutto secondo i piani. Siamo tranquilli”); un ghigno gli si formò ai lati della bocca, ma durò un istante. Poi si sistemò i capelli indietro e rimise il cellulare a posto. Era ormai all’uscita.
Guardò il cielo mentre si dirigeva verso il parcheggio; respirò l’aria a pieni polmoni. Aprì l’auto. Salì. Si sedette e si fermò un attimo a pensare. Ce l’aveva fatta; era andato tutto liscio. Tirò fuori dalla tasca l’assegno con cui la televisione gli aveva pagato l’intervista in esclusiva. La flebile luce del lunotto dell’auto illuminò la progressione di cifre, una somma che Bottaro non aveva mai guadagnato in così poco tempo. Due anni di stipendio in venti minuti. Mise l’assegno al sicuro dentro al portafoglio, accese il motore e partì. La notte era scura e senza stelle.
NOTE
(1) Testimonianza raccolta il 14 novembre 2014 da Simon Bradley, swissinfo.ch.
(2) Ibidem
(3) Testimonianza raccolta da Luigi Mastrodonato VICE News Italia 4 marzo 2016 https://www.vice.com/it/article/7x3zmg/svizzera-bunker-antiatomici-sicurezza
(4) Testimonianza raccolta da Laura Filios 12 Giugno 2017.
(5) Testimonianza raccolta da Jessica Cavallero, «La Stampa», 16 giugno 2016.
(6) Ibidem
(7) Testimonianza raccolta da Laura Filios, 12 Giugno 2017 https://www.osservatoriodiritti.it/2017/06/12/bunkers-rifugiati-sottoterra-film/






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