La porta socchiusa – Anselmo Manta, Vero Pinzger, Daniel Sutton
Tomàs passa davanti alla porta ancora socchiusa: – Sogni d’oro, mia piccola Zelda!
Ma io come faccio a dormire, se domattina ci sarà la grande festa per il mio compleanno, con tanti invitati. Ho paura di non trovare le parole quando mi chiederanno cosa penso di fare da grande. Ho solo diciott’anni, in fondo. Non ho ancora pensato a quel che succederà domani. E poi, sento che devo conoscere bene il mio passato prima di pensare al futuro.
Lui mi saluta come se non fosse successo niente. Eppure, fino a qualche minuto fa, abbiamo litigato. Da settimane gli chiedo di invitare alla festa anche i miei amici, ma lui si ostina a dire che domani è un giorno importante per la “nostra famiglia”, che le “tradizioni” vanno rispettate e “bla, bla”. A volte, vorrei fuggire da questa casa e giuro che, se non ci fosse nonna Luisa, l’avrei già fatto! Non riesco più a sopportare le paternali di Tomàs.
In fondo, vorrei solo vivere come una normale teenager, anche se non posso dimenticare i primi anni della mia vita in Marocco e, spesso, penso a Samir, il mio papà. Certe sere lo vedo, come se fosse qui, davanti a me, come se potessi toccarlo. Avevo pochi mesi quando mia madre è morta lasciandomi con lui. Solo noi due, la nostra piccola famiglia, ad affrontare il mondo, insieme. Papà lavorava come operaio in una miniera d’oro e le sue mani erano dure, ma erano le stesse che asciugavano le mie lacrime quando avevo bisogno di conforto. D’estate lavorava anche alla raccolta delle noci di argan, ma soltanto quando era proprio necessario. Era un lavoro da donne, ma siccome la mamma ci aveva lasciati, le altre raccoglitrici avevano permesso a mio padre di lavorare al suo posto.
Tomàs dice che gli somiglio molto. Sarà per questo che anche oggi, come ogni sera, il suo sorriso mi accompagna nel sonno.
Quando mi sveglio è il giorno fatidico. Sorpresa: alla festa ci sono tutti i miei amici – già invitati da tempo – e io ero l’unica a non saperlo. Tomàs è bravissimo: non si è tradito neanche quando il nostro litigio ha preso una brutta piega. Questo sì che è amore! Ciononostante, mi sento ancora ferita per quello che mi ha detto. È riuscito a rinfacciarmi quel che ha fatto per me, la mia ingratitudine. Adesso però non voglio pensarci, è il mio compleanno!
Ci sono tutte le persone che mi vogliono bene, compreso Tomàs. È lui mio padre adesso, la persona che mi ha visto crescere e diventare come sono: matura e felice.
Siamo stati tutto il giorno in giardino, fino a notte. Nonna Luisa ha ballato come un’adolescente. Quando siamo rimasti soli, Tomàs ha voluto darmi il suo regalo personale: un piccolissimo pacco con un biglietto. Ci avrò messo due secondi a scartarlo. C’era un ciondolo d’oro a forma di noce d’argan e una piccola placca d’oro. Quel ciondolo era appartenuto a Samir, mio padre.
Tomàs lo aveva messo da parte per regalarmelo il giorno del mio diciottesimo compleanno.
Di nuovo emozioni così forti che non mi fanno dormire. Mi rigiro nel letto e guardo il ciondolo, il più bel regalo che potessi immaginare. Mi consola avere qualcosa che apparteneva a Samir: mi sembra di rivederlo, quando tornava a casa dal lavoro, i suoi occhi stanchi che si illuminavano appena mi vedeva. Rivivo le scene di quando, dopo cena, ci raccontavamo le nostre giornate e io, seduta sulle sue ginocchia, giocavo con questo ciondolo, appoggiata sul suo petto, ma non ricordavo che di fianco ci fosse anche la placca d’oro. Sembra essere un lavoro artigianale tipico del Marocco.
Sono tantissimi i ricordi belli che ho di Samir, ma non posso dimenticare come tossiva, la sera, dopo il lavoro in miniera: una tosse stizzosa e irrefrenabile. Ripeteva che si trattava di un’allergia di stagione ma, purtroppo, passavano i giorni e anziché diminuire aumentava sempre di più. Diceva che il lavoro in miniera lo stancava più del solito e, infatti, era molto debole e faceva una grande fatica a respirare. I suoi respiri si erano trasformati in rantoli; lottava contro quella malattia sconosciuta, ma le forze cominciavano a mancargli. In quel periodo Tomàs era sempre in casa, pronto ad aiutare papà e a starmi vicino.
Ricordo che lui restava a letto per buona parte della giornata e io, pensando di alleviare la sua sofferenza, gli sedevo accanto più che potevo. Spesso però mi mandava via, perché non voleva che lo vedessi soffrire.
Gli ultimi tre giorni Tomàs, si è trasferito da noi, gli si sedette accanto e, per tre notti e tre giorni, gli ha tenuto la mano fino alla fine. Dev’essere stato allora che hanno preso la decisione: Tomàs mi avrebbe portato con sé in Spagna. Se ora faccio parte della sua famiglia come una vera figlia, se mi ha fatto studiare nella migliore scuola privata di Madrid, deve averlo promesso, in punto di morte, a mio padre.
Spesso mi sono chiesta come mai avessero quel legame così forte senza riuscire mai a darmi una risposta e senza mai ottenerla da Tomàs. Anche questo bellissimo ciondolo… ma perché non me lo ha dato prima, perché non mi ha spiegato cosa ci faceva in Marocco, come ha conosciuto mio padre e come sono diventati amici? “Cosa avrei dovuto fare? Lasciarti laggiù?”, mi ha detto l’altro giorno, quando abbiamo litigato. Ho aspettato troppo tempo per scoprire quello che è successo. Adesso lo devo sapere.
Appena la nonna e io siamo rimaste sole, le domando come mai Tomàs è stato in Marocco, come ha conosciuto mio padre e come mai la loro amicizia è diventata così importante. Il suo racconto, su alcuni punti un po’ evasivo, non fa che aumentare la curiosità. Così la mattina dopo continuo a tempestarla di domande. Devo assolutamente sapere se Tomàs le ha raccontato di quando ero bambina, anche piccoli particolari che ancora non conosco.
Nonna sbuffa, sembra non sopportare più il mio assillo continuo e, all’improvviso, apre le braccia e mi stringe forte a sé; poi mi guarda dritto negli occhi e comincia a raccontare piano la mia storia. Continuando a parlare, con le lacrime agli occhi, si dirige verso il guardaroba. Da un cassetto, estrae il suo regalo per me, nascosto dietro un groviglio di asciugamani: una scatola piena di vecchi documenti. Ci sediamo sul letto spalla a spalla. Pesca una lettera che ha scritto a Tomàs e l’appoggia sulle mie gambe. Con la voce spezzata dall’emozione, inizio a leggere.
Caro Tomàs, purtroppo, devo dirti che il tuo amato nonno Miguel ci ha lasciati venerdì scorso. Lo abbiamo saputo dai suoi vicini di Madrid, che, per fortuna, conservavano il nostro numero da quando siamo andati a trovarlo quattro anni fa mentre era ricoverato al “La Paz”.
Questa volta non ce l’ha fatta: poco dopo le dieci, un’auto uscendo da un parcheggio l’ha appena urtato e, per lo spavento, si è preso un infarto. L’ambulanza è arrivata troppo tardi. Jean e Odile ci hanno chiamati immediatamente, ma noi siamo potuti arrivare a Madrid solo nel tardo pomeriggio. So quanto eri affezionato al nonno e so che anche lui ti voleva molto bene. Le poche volte che ci vedevamo non faceva altro che parlare del suo piccolo Tomàs, di come vi divertivate andando in giro, sottobraccio come due coetanei, nel periodo in cui sei stato suo ospite quand’eri all’università. Che bel rapporto avevate! E, proprio perché tu lo ricordassi bene, ha voluto lasciarti un regalo…
Qui la nonna mi interrompe per spiegarmi che, a volte, parlarsi con la penna è più efficace nei rapporti familiari: benché ci si conosca profondamente, alcune parole possono assumere valori e intensità diversi, se dette al telefono o di persona. Mi rivela anche che Tomàs, allora, era fidanzato con Estelle (ora sua moglie) ma che lei non ha voluto saperne di seguirlo in Marocco.
Ormai è un fiume in piena e mi racconta di suo padre, cioè nonno Miguel, e delle sue scappatelle (come le chiama lei) in Marocco, qualche anno dopo la morte di sua moglie, la povera nonna Cristina. Lei era addirittura convinta che in Marocco avesse un’altra donna. Invece si era messo in affari e aveva comprato, vicino a Sigilmassa, niente meno che una miniera d’oro!
Nonna Luisa mi descrive, per filo e per segno, la scena nello studio del notaio: li aveva fatti accomodare alla sua scrivania e aveva letto, con voce stentorea, il testamento olografo che nonno Miguel Gutierrez aveva stilato e sottoscritto, in gran segreto, quando Tomàs viveva con lui:
[…] lascio la casa di mia proprietà a Madrid, al civico 5 di Calle Pendiente, e il terreno ad essa circostante alla mia unica e amata figlia Luisa. A suo figlio Tomàs Lafuente, mio unico diletto nipote, perché possa costruirsi un futuro sereno, lascio la proprietà della licenza estrattiva incondizionata della miniera d’oro sita a Merzouga, nel sud-est del Marocco. […]
Ora capisco perché, senza dare tante spiegazioni né alla nonna né ad Estelle, Tomàs aveva seguito il suo destino ed era partito per il Marocco: una miniera d’oro era uno stimolo abbastanza allettante per muoversi da Madrid. Nonna Luisa, contenta ma stanchissima, decide di andarsene a letto. Mi bacia e va in camera.
Vedo che nella scatola c’è anche il diario di Tomàs. Chissà se la nonna voleva che lo leggessi, o se ha sbagliato a lasciarlo lì dentro, a mia disposizione. Nel dubbio, mi metto a sfogliarlo. Leggendo qua e là, trovo che, il giorno prima di partire per il Marocco, aveva scritto:
Domattina, per lo sciopero del personale di terra degli aeroporti, dovrò prendere un volo per Marrakech e lì noleggerò un’auto per raggiungere Sigilmassa. Sono quasi 500 km. Poi dovrò affidarmi a una guida che mi accompagni alla miniera, vicino Merzouga, ad Agadir.
Io sono nata ad Agadir e quindi la miniera era proprio lì vicino. Qualche pagina dopo, il giorno in cui era arrivato alla miniera, leggo:
Appena sono uscito dalla jeep, ho faticato a muovere i piedi. I vestiti avevano triplicato il loro peso per la sabbia del deserto che mi si è incollata addosso, ma finalmente ero arrivato nel largo parcheggio davanti agli uffici della Miniera Gutierrez. Per fortuna, il deserto, qui intorno, è interrotto da ettari di terra rossa su cui crescono fantastici alberi di argan.
Ecco, qui Tomàs ha annotato quando e come il capo-personale della miniera lo aveva messo a conoscenza della situazione dell’azienda, delle sue potenzialità economiche, della quantità di personale che ci lavorava (impiegati e minatori), nonché dei sistemi di sicurezza che suo nonno aveva voluto installare, sia per la custodia dell’oro estratto e non ancora venduto che per la salute dei lavoratori. Scrive che gli era stato riferito che la miniera Gutierrez fino ad allora era stata molto produttiva e aveva garantito notevole benessere finanziario alla proprietà, ai lavoratori e alle loro famiglie migliorando la vita anche nei villaggi vicini.
Un documento del CEO, piegato in quattro nel diario, riporta l’intenzione del proprietario di cambiare la scavatrice grande con una di nuova generazione, meno inquinante e più efficiente.
Mi rimetto a rovistare nel cassetto e trovo, piegate più volte, alcune pagine di giornale su cui sono pubblicati i risultati di un’inchiesta fatta da ricercatori italiani sul grave inquinamento del sud-est del Marocco, causato dalle attività delle aziende minerarie. Il Marocco Today del 3 maggio 2003 riporta la notizia di una sommossa popolare contro l’inquinamento causato dalla miniera e ne attribuisce la colpa della morte di ventotto persone, tra bambini e adulti.
3 maggio 2003. Nel 2003, è morto mio padre e io sono venuta in Spagna. Faccio uno più uno: la mia “nuova” famiglia ha ucciso mio padre!
Ma papà, che forse è una delle ventotto vittime e che non voleva che io vivessi in Marocco, perché ha permesso a Tomàs di portarmi a vivere con lui e con la sua famiglia, colpevole del disastro di Agadir? Sono stati Tomàs e la sua famiglia, la famiglia che mi ha cresciuto qui, ad uccidere mio padre? E chissà perché è morta mia madre: forse anche lei era così debole, alla mia nascita, a causa dell’inquinamento?
Non posso far altro che piangere. Il dolore mi attraversa le braccia e le gambe. Sono paralizzata: il mio cuore brucia, ma il corpo è di ghiaccio. Mi stringo le ginocchia addosso, richiudendomi come una pallina per proteggermi, prendo la collana e il ciondolo e li stringo tra le dita. Tenere la noce in mano mi riporta alla prima volta che ho visto mio padre con la collana addosso: entra in casa sorridendo, mi prende per la vita e mi lancia in aria. Mi acchiappa al volo tra le braccia. Mi dà un bacio in fronte e inizia a parlarmi dell’amico che gli ha regalato la collana. Riesco solo ora, con gli occhi di adulta, a capire che, in quel periodo, mio padre si rivolgeva a tutti con una nuova dolcezza, era gentile, affettuoso e le sue attenzioni si erano moltiplicate.
Pensare a lui, come sempre, mi tranquillizza e riesco a tornare alla realtà, al materiale del cassetto. Trovo diversi documenti della miniera: bilanci, fatture, documenti bancari e verbali delle riunioni. In un verbale del CdA del 22 aprile 2003 leggo:
La vena si è pressoché esaurita e, nonostante si scavi giorno e notte, con turni massacranti per gli operai, non si trova più un granello d’oro; e questa situazione perdura già da qualche settimana! […] Il problema dell’inquinamento ha solo assestato il colpo finale all’andamento già negativo dell’impresa.
Insomma, la miniera era in rovina. A Tomàs non era rimasto che abbandonarla, lasciare il Marocco e finire quel capitolo della sua vita.
Penso di sapere perché Tomàs di tutto questo non mi ha mai parlato. Sapeva che scoprendolo non lo avrei più amato. Tutto il suo affetto di padre avrebbe perso di significato. Ora non so davvero se voglio restare in questa casa, in una famiglia che si è arricchita uccidendo la gente di Agadir, sfruttando le persone e le ricchezze della loro terra. Quanto oro e quanti soldi possono mai valere le vite umane?
L’attività della miniera di Tomàs, l’uomo che mi ha cresciuta, ha provocato la fine di mio padre. È una realtà che mi colpisce come un pugno nello stomaco, lasciandomi senza fiato. È difficile accettare l’idea che l’avidità abbia potuto uccidere una persona così speciale.
Nel pomeriggio decido di mostrare la collana ad Amine. È un orafo e ha qualche anno più di me. L’ho conosciuto su Tinder e da qualche mese abbiamo una relazione. Qualcosa tra amore e divertimento. Ovviamente niente di stabile, ma mi capisce. Lui è nato e cresciuto in Marocco ed è arrivato in Spagna, per lavoro, che aveva appena compiuto diciott’anni.
Mentre osserva il ciondolo, noto che si ferma a fissare con attenzione particolare la decorazione intorno alla noce. Mi spiega che non si tratta di una decorazione qualsiasi, ma di una tecnica di incisione che si fa solo in alcune zone del Marocco e che, secondo lui, è una frase. Siccome è veramente minuscola e anche consumata, prende una lente d’ingrandimento e cerca di decifrare cosa c’è scritto. Rimane immobile diversi minuti a guardarla, poi scrive su un pezzo di carta delle parole in arabo e ricerca qualcosa sul computer.
Mi spiega che si tratta di arabo antico, non l’arabo che si parla in Marocco. Su internet ha trovato l’informazione giusta: c’è scritto “Non pensate di poter guidare la rotta dell’amore, perché l’amore, se vi ritiene degni, guiderà la vostra rotta.”
In Marocco, mi spiega, un gioiello così è un regalo d’amore, vale come una proposta di matrimonio. Ma questo regalo non era sicuramente destinato a una donna, ma ad un uomo, perché la catena è troppo massiccia e poi le donne userebbero altre forme di ciondolo. È il regalo per una proposta di matrimonio diretta a un uomo. E questo non può succedere in Marocco. Le norme non permetterebbero mai a una donna di fare un regalo di questo valore a un uomo.
Ringrazio Amine, lo bacio e volo a parlare con Tomás. Arrivata a casa lo trovo nella sua stanza, davanti al suo diario aperto. Sconvolta dalla rabbia, non l’ho messo a posto. Gli dico che ho letto i documenti della miniera e anche il suo diario. Poi fuggo da quella casa e dalla realtà che mi stringe il cuore.
Fuori diluvia, ma io corro, corro. Devo allontanare i brutti pensieri. Ci metto un attimo a fare il giro dell’isolato e… me lo trovo di fronte. Ha la portiera aperta e mi chiede di entrare in macchina. Ora è accanto a me, con gli occhi lucidi. Senza dire una parola, si avvicina e mi abbraccia con tutta la forza della sua anima spezzata e le nostre lacrime si mescolano.
Siamo lì, nel silenzio rotto solo dal suono dei nostri singhiozzi, trovando conforto l’una nelle braccia dell’altro. È un momento di condivisione e di comprensione, un momento in cui il peso del passato sembra un po’ meno opprimente perché sappiamo di non doverlo affrontare da soli. Ci abbracciamo e, mentre lo stringo a me, gli chiedo di raccontarmi bene la storia di quel ciondolo. E finalmente Tomàs si decide a parlare.
Quando era arrivato alla miniera la sua vita era stata stravolta. Il capo del personale gli aveva spiegato tutto ciò che era successo negli ultimi vent’anni e, neanche aveva finito di parlare, che lui, per lo sgomento, si era voltato ed era corso via da lì. Salito in macchina, era uscito dal parcheggio e aveva imboccato la strada sterrata verso il paese. Era buio e aveva la testa piena dei brutti pensieri della giornata appena trascorsa. Non poteva certo immaginare ciò che stava per succedergli.
Un brivido improvviso lo aveva fatto sobbalzare e aveva quasi travolto l’ombra che attraversava la strada con un grande cesto sulle spalle. Il destino stava per fargli uccidere un uomo nello stesso modo in cui era stato ucciso suo nonno, investito all’uscita di un parcheggio. Stavolta, però, lo sconosciuto non si era accasciato a terra, ma si era voltato e lo aveva guardato con un paio d’occhi azzurri e luminosi. Quello sconosciuto era Samir, il mio papà, e quell’incontro imprevisto gli avrebbe scombussolato la vita.
Era sceso dalla macchina per aiutare Samir a rialzarsi, ma lui aveva avuto una reazione inaspettata: rifiutando la sua mano tesa con un gesto deciso, si era allontanato in fretta, lasciandolo solo a guardarlo come un lupo che fissa una luna che non conoscerà mai.
Dopo quell’incontro Tomàs aveva dimenticato tutti i guai della miniera. Pensava solo a quell’azzurro meraviglioso. Provava a rievocare più volte la scena dell’incidente per cercare di capire cosa significasse per lui: rivedeva le loro mani che si sfioravano e quegli occhi che avevano ormai il potere di portarlo fuori dalla realtà, spingendolo in una dimensione che fino ad allora non aveva mai conosciuto.
Stringo Tomàs e vorrei consolarlo per non aver potuto vivere a fondo quella storia, per quell’amore difficile e meraviglioso che una miniera d’oro gli aveva rubato.
Lo abbracciavo e mi sembrava di abbracciare anche papà Samir. Tomàs si sentiva in colpa per la sua morte e aveva provato a rimediare adottandomi. Si sentiva in colpa per l’impresa di suo nonno, anche se per lungo tempo non aveva nemmeno saputo che la miniera esistesse. Tuttavia ne aveva approfittato, non poteva negarlo, anche solo per il benessere che la sua famiglia ne aveva ricavato. Perciò mi aveva preso con sé: per far sopravvivere una vita in mezzo a tanta morte.
– Ti perdono, Tomàs, – sussurro tra le lacrime. – Ti perdono perché so che hai amato mio padre quanto me e so che hai fatto tutto ciò che potevi per proteggerlo.
Le sue braccia mi stringono ancora più forte, come se volesse trattenere il dolore che minaccia di distruggere entrambi.
La pioggia continua a cadere e dentro di me comincia a brillare una nuova luce, una luce di rinascita e di pace. Siamo due anime ferite che si sono trovate nel buio della notte, cercando conforto l’una nell’altra. E, mentre il mondo continua a girare, sappiamo che insieme affronteremo tutto ciò che il futuro ci riserverà.






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