Ti va di parlare? – Grimm Leone Monberg, Giorgio Palombelli, Ottavia Rancati, Sara Tammone
Sono passate ore. Contratta e spigolosa nel gesto ripetuto, Pilar continua a toccare lo schermo dello smartphone per controllare che il VPN copra la sua posizione. Il dito preme frenetico sullo schermo e tutto il braccio si muove al ritmo del suo nervosismo: crampo al polso in arrivo. L’applicazione di mascheramento installata sul computer del suo appartamento funziona, i superiori non noteranno che se l’è svignata dalla postazione, i muscoli si rilassano e le articolazioni si sciolgono.
Non è la prima volta che Pilar mente a Sprog, che finge di essere connessa davanti allo schermo di casa. Ma oggi è diverso. Oggi non sta facendo finta di lavorare. Oggi sta provando a far lavorare il computer al suo posto. Con una collega hanno scoperto che il loro incarico, il faticoso caricamento di dati sulla nuova versione aggiornata del gestionale, può essere svolto da un software open source che hanno trovato per caso. È stato ideato per giocatori di battaglia navale online ed è bastato apportare poche modifiche al codice per vedere la magia accadere: i dati fluiscono da un programma all’altro, senza bisogno di click, di attenzione. Senza paura di essere licenziata al terzo errore. Pilar sente il bisogno di controllare, di verificare sul computer che tutto stia andando ma la voglia di vedere Kai la tiene ancorata alla sedia del pub. Sono già tre ore, dodici minuti e trentuno secondi che la aspetta al Blind Beggar, il luogo della loro prima birra inglese. Pilar prende a giocherellare il manico della borsa, dal nervosismo la fa cadere due volte.
Se chiude gli occhi per qualche secondo riesce a ricordarsi con precisione com’era il locale prima della pandemia: affollato fin dal giovedì sera, odore di moquette imbevuta di luppolo, le otto spine dietro al grande bancone di legno, cinque lager e tre imbevibili ale servite rigorosamente tiepide. I gruppi compositi di bevitori abituali, divisi più per età che per provenienza, uniti dalla stessa voglia di far festa; poi Johnny il bartender moro più alto di Londra, con la sua collega Elizabeth, una rossa sulla cinquantina, e di sottofondo The guns of Brixton dal grande juke-box, che ancora andava con le monete da 50 penny.
Le ultime interazioni tra Pilar e Kai sono state sfuggenti e vaghe. Pilar sospetta che l’amica le stia nascondendo qualcosa di grosso. Da quando Kai ha lasciato il lavoro non ha più voluto incontrare nessuno dei loro amici e si è chiusa in una bolla di mutismo. L’ennesimo controllo della copertura sullo smartphone ed ecco che la pesante porta di legno sbatte contro il muro e Kai fa il suo ingresso al Blind Beggar.
– Allora? Non mi trovi favolosa? – sorride ammiccando.
Un giro su se stessa per far ondeggiare la nuova gonna di seta gialla e terminare accanto all’amica.
– In leggero ritardo, ma certo, favolosa come sempre, – dice Pilar nascondendo l’arrabbiatura.
– Oggi festeggiamo! – si entusiasma l’amica.
Che cosa ci sia da festeggiare non è dato sapersi. Non è facile fare domande a Kai. Ogni richiesta di spiegazioni finisce respinta da quel sorriso sarcastico. Sarcastico e stronzo, che ti fa rimanere lì a interrogarti su di te, sulla tua colpevole non-disperazione. Su quel gap che ti separa da lei.
Fanculo, pensa Pilar, io ci provo:
– Allora, mi dici perché mi hai lasciata qui ad aspettarti per ore un martedì sera? Dovrei essere al computer, se perdo la connessione a Sprog sono cazzi.
Pigia lo schermo del telefono, ma la mano è di nuovo formicolante e il touchscreen non reagisce. Ne approfitta per guardare la lista dei vini. Vuole esserci per Kai, forse riuscirà a farla parlare questa volta.
– Allora che beviamo?
La domanda viene ignorata. Kai fa per ordinare dal tablet. Le piacerebbe poter chiamare Elisabeth o Johnny, farsi consigliare come un tempo, invece di dover sfregare su quei freddi bottoni. Sceglie un Sangiovese dei Colli bolognesi, i luoghi della loro infanzia. 120 sterle di bottiglia.
Pilar si morde la lingua. Vorrebbe chiedere all’amica “come stai?”, dirle “parliamo come facevamo prima che arrivasse la pandemia, il lavoro davanti a uno schermo, la solitudine e tutto il resto”. Vorrebbe dirle che deve darsi una regolata. Vorrebbe capire se ha un’idea di come pagare questo conto gigantesco, ma non ci riesce. Sta in silenzio, c’è e basta. Assaggia il vino, e per riempire il silenzio, lo tracanna in un colpo.
– Balliamo! – le sussurra all’improvviso Kai.
– Balliamo? Ma lo sai che non si può! E dove? E poi non c’è musica, il juke-box è staccato da anni.
– Balla con me.
Kai prende sottobraccio l’amica e la porta al centro della sala vuota, ignorando la segnaletica del distanziamento sociale. Pilar non fa in tempo a rendersene conto che si ritrova sotto lo sguardo sbigottito degli altri clienti. Un bimbo, un figlio della pandemia come lo chiamano i giornali, scruta i genitori con aria interrogativa.
– Are they really dancing inside? Is it allowed then? – sente di sfuggita Pilar mentre Kai la guida in una piroetta. Canta e balla una canzone. Non c’è melodia, non c’è ritmo, ma strappi, salite improvvise e abissi. Una danza infernale. Le due amiche ancheggiano come decostruite, collo-braccia-gambe.
Finisce la canzone, anche i demoni nella mente si prendono qualche secondo di tregua. Pilar guarda Kai negli occhi. Le sta per dire qualcosa, forse è arrivato il momento in cui ricomincerà a parlare senza filtri, senza barriere.
Invece, Kai la guarda e mormora: – Andiamo!
Pilar sente i muscoli dell’addome contratti, come se avesse una zip dal ventre al petto. Kai le prende la mano e inizia a correre. Scappano. Fuggono verso la porta. Saltano i tornelli del controllo di uscita. Corrono in strada. Il responsabile sicurezza del Blind Beggar avvia la procedura di segnalazione per “conto non pagato” e in pochi secondi si ritrovano un bobby sulla loro scia. Spero che abbia un piano, pensa Pilar, spero che abbia un piano, she will get us arrested, fuck!
In effetti Kai sembra avere una meta: non indugia, fa una finta verso destra per disorientare l’inseguitore e imbocca un vicolo a sinistra. Attraversano il parco abbandonato, si trovano in un sentiero invaso da cespugli spinosi in mezzo ad alberi dai tronchi sghembi. Un cartello a terra riporta la scritta: “Caution. 100 yards to the infected zone”.
Poche tracce umane, eccetto cartacce e mozziconi. E soprattutto un grande gelo appena lungo il sentiero. L’odore si fa umido, rugginoso. Kai corre e basta, non pensa più a niente, solo a fuggire. È due metri avanti all’amica, è lei che guida. Pilar la segue con i piedi ma non con la mente: più corre e più ripete a sé stessa: “cazzo stiamo facendo?”
Raggiungono il ponte sul Tamigi, vera barriera tra zona aperta e chiusa, tra città sana e città infetta, dove l’aria diventa più densa ed esplode in una fittissima pioggerellina.
Pilar è come imprigionata da una corda e non si muove più. La fuga, la follia, il rischio potrebbero anche eccitarla, ma non ci riesce. I muscoli sono immobilizzati mentre i pensieri corrono velocissimi, instancabili: il conto in banca, la promozione che stava arrivando, tutto quello per cui ha vissuto negli ultimi anni, le ore al computer che le hanno infiammato il tunnel carpale e indebolito le gambe.
Pilar vede Kai allontanarsi, non la segue. Sente l’affanno del bobby dietro di sé, non credeva che le avrebbe seguite fin là. Qualunque fosse il piano di Kai non sta funzionando: il poliziotto le raggiungerà e le chiuderà in galera. Invece Kai è già alla fine del ponte e scala l’imponente muro di mattoni rossi completo di filo spinato e sbarre di metallo che il governo ha costruito per isolare la zona infetta molti anni addietro.
Pilar si guarda alle spalle, poi guarda di nuovo su.
– Get the fuck off there! – le urla. – Ti ammazzi così, non mi lasciare.
Il bobby le sta raggiungendo, è quasi arrivato. Vede il suo sguardo suino, vede le gambe di Kai all’apice della barriera. E poi vede se stessa. Si vede da fuori mentre mette le mani sulle sbarre di metallo, si taglia afferrando il filo spinato e comincia la salita. Si vede ripetere i movimenti di Kai, mettere il piede sinistro sul chiodo arrugginito, la mano destra che afferra un ramo di ailanto radicato dentro il muro. Sta salendo anche lei, ma non è la paura dell’arresto, è la volontà disperata di tenere Kai vicina a sé, di proteggerla anche questa volta. Un’ultima bottiglia, un’ultima danza. Arrivano in cima alla barriera, il cuore e le tempie che pulsano. Saltano giù, sono dentro. È la famosa zona infetta dove nessuno può entrare, un intero immenso quartiere in quarantena permanente dove il governo è riuscito a isolare il morbo.
Sono fradice di sudore e pioggia, le gambe distrutte. L’odore della ruggine si mescola a quello della fatica. La fitta pioggerellina produce un suono sordo. Senza parlarsi, le due iniziano a camminare. Imboccano Tower Bridge Road, lasciandosi alle spalle quell’odore nauseante, mentre la sensazione di spaesamento ancora ancora le accompagna.
Pilar cammina davanti con passo svelto, lontana da Kai che invece avanza lenta e riflessiva, affascinata dalle strade vuote e abbandonate. Nulla sembra essere successo in quella parte di città oltre al naturale avanzamento della vegetazione laddove un tempo vivevano gli esseri umani. Rallenta quando riconosce il Brixton Village, il suo inconfondibile arco blu. Pilar cerca il telefono nelle tasche larghe del pantalone, con la torcia punta il fascio di luce sulla serranda abbassata dell’arco e legge una scritta in vernice bianca: “Parlare salva te e gli altri”. Si ferma, fissa quelle parole in silenzio, mentre Kai le si avvicina.
– Parlare salva te e gli altri, – ripete a voce alta. Poi, col tono gentile di chi si approccia a un amico arrabbiato chiede: – Ti va di parlare?
– No.
Pilar è furiosa, avverte l’acido sulla bocca dello stomaco. Kai l’ha fatto di nuovo, l’ha trascinata oltre.
Controlla l’orario sul telefono, mancano pochi minuti al termine del turno di lavoro. L’applicazione open source ha funzionato, su Sprog nessuno immaginerebbe che si trova nella zona infetta. Ora resta da capire come passare la notte e andarsene l’indomani.
Pilar distoglie la torcia dall’insegna e illumina tutto intorno: ci sono scatole di cartone, sacchi di riso impilati vicino al muro e una valigia aperta con accessori elettronici fuori uso: cellulari, orologi, auricolari, un vecchio lettore mp3 sprovvisto di pile. Il buio è così pesto da impedire di riconoscere qualunque figura, tornare indietro o proseguire è troppo rischioso. Recuperati dei cartoni da terra, li dispone uno accanto all’altro e ci si sdraia sopra. Previene qualsiasi manifestazione di dissenso di Kai affermando che devono fermarsi e che domani, all’alba, cercheranno la strada per tornare alla City. Kai si sdraia senza fiatare al fianco di Pilar. Chiude gli occhi e presto si addormentano in un angolo nascosto del vecchio mercato.
– Good morning, Jumpers!
Una bambina di non più di dieci anni le contempla con soddisfazione, sembra avere trovato un tesoro prezioso. Indossa una tunica blu, scarponcini da montagna e vari anelli sulle dita.
– Finalmente ho le mie prime Jumpers, – continua, – chissà la faccia di Kevin quando saprà che ne ho trovate due in un colpo solo! Forza, svegliatevi, che c’è tanto da fare e da vedere, e soprattutto da parlare! È una giornata meravigliosa!
– Chi cazzo sei? – biascica Pilar alzandosi di scatto dal letto di cartone.
– Oddio, c’è davvero qualcuno che abita ancora qui! – esclama Kai. – Lo sapevo, lo sapevo! Io mi chiamo Kai, buongiorno. E tu chi sei?
Kai si avvicina alla bambina per darle la mano e presentarsi. La sua emozione è tanta che sembra voglia abbracciarla e toccarla per giudicarla reale.
– Kai, attenta! – grida Pilar e la blocca prima che stringa la mano della sconosciuta.
– Io sono Precious, benvenute a Brixton Village! Non vi preoccupate, potete starmi vicino, non c’è nessun pericolo di contagio, l’importante è che si parli! Ma ora andiamo, camminiamo! Chi siete?
Mentre si dirigono sulla strada principale, Kai prende subito parola, senza lasciare la possibilità a Pilar di intervenire.
– Io sono Kai. E lei è Pilar.
– Sì, ho capito i vostri nomi! Ditemi qualcosa di interessante, qualcosa a cui aggrapparmi per fare conversazione!
– Siamo amiche da sempre, – riprende Kai, – siamo nate in Italia ma viviamo a Londra da anni. Fino a ieri lavoravamo nella City, ma da oggi siamo fuorilegge. – Le sue labbra disegnano un grande sorriso. – Siamo scappate al di qua in cerca di…
– Di noi! – le completa la frase Precious e prosegue: – Avrete un sacco di domande, ma dovete aspettare, è giusto condividere il carico di parole anche con gli altri.
– Carico di parole? – chiede Pilar confusa, ma la bimba la ignora.
– Sono così felice e spensierata oggi! Devo ricordarmi di dire a mamma che la maestra mi ha chiesto la sua firma per la gita sul Tamigi. Avete qualcosa di utile in quella borsa?
– Intendi del cibo? – chiede di nuovo Pilar, infastidita dalla mancata risposta alla prima domanda.
Per un attimo l’espressione di Precious spazientita ma subito si ricompone in un sorriso.
– Non siamo affamati qui, – dice toccandosi il ventre, – ma ci fanno sempre comodo medicinali e orologi, ne avete?
– Sì! – esulta orgogliosa Kai, – abbiamo entrambe il cellulare, segnano l’ora perfettamente.
Pilar recupera il telefono dalla sacca, controlla l’orario, è in ritardo per il suo turno di lavoro. Apre Sprog e si accorge di una notifica: è il commento della sua capa che le sta assegnando un nuovo caricamento di dati. Come fare? Deve trovare una soluzione per ripristinare l’applicativo automatico ma non sa se funzionerà con questo nuovo carico. E poi serviranno ore, molte più ore di quelle che assicura la copertura VPN. Kai continua a parlare, è curiosa e attenta come non accadeva da quando erano sbarcate a Londra anni prima. La voce stridula alterna le domande su Brixton Village alle lamentele su come si era trasformata la vita, nella City.
Pilar respira profondamente, si eclissa dalla conversazione, deve pensare al suo lavoro. Prova a riattivare la funzione automatica, ma non sa cosa potrebbe succedere. Non ha alternative, predispone la procedura automatica e spera. Un altro salto nel vuoto. Preme conferma. Rimette il cellulare in borsa e ritorna a parlare.
All’improvviso, all’incrocio con Acre Lane una valanga di persone si snoda tra le strade, il portico del grande edificio e i marciapiedi. C’è chi porta verdure sui carretti, chi cucina su grandi paioli, chi legge ad alta voce a piccoli gruppi. Al piano terra di una vecchia banca si svolge un’accesa assemblea con decine di persone in cerchio. Il loro vociare si sente fin dalla strada, complici i vetri rotti, e il brusio si mescola con quello del quartiere.
Kai non sta nella pelle, sembra che l’intera popolazione sia occupata a parlare, chiacchierare, ciacolare, bisbigliare, discutere.
– Ma come è possibile? – chiede esterrefatta Kai a Precious.
Ma la bimba pare impermeabile a qualunque richiesta.
– Devo dire anche a papà della firma, sennò i maestri non mi fanno andare in gita, e poi chi lo sente Kevin? Voi Jumpers avete sempre questo sguardo così perplesso, dovete ricordarvi di parlare di più. A noi Talkers viene spontaneo, sapete io qui ci sono nata e cresciuta e non mi ricordo mai cosa vi confonde quando capitate qui per qualche motivo. Aspettate, a scuola abbiamo imparato la storia di Brixton Village, adesso ve la racconto.
In quel momento spunta un ragazzo di circa diciassette anni, ma dal portamento di un adulto rampante, con i capelli scuri legati a coda. Si schiarisce la voce e con un tono da primo della classe inizia a raccontare.
– Per bloccare il più grande focolaio d’Inghilterra, il governo della City ha eretto invalicabili barriere sul fiume, di fatto separandoci completamente dalla parte nord della città. Migliaia di persone morivano ogni giorno e tutti provavano a isolarsi, ma i contagi non diminuivano, e fin qui è storia che conoscete anche voi. Poi però, a un certo punto, contagi e morti sono diminuiti. I sopravvissuti, tra i quali i nostri genitori, avevano capito che non ci si proteggeva isolandosi, al contrario.
– Ti diverti a interrompermi, vero Kevin? Sono le mie prime due Jumpers, le ho trovate io, quindi continuo io. Questo pezzo lo conosco bene: parlare è stata un’opportunità unica! Una pratica… – cerca le parole, – salvifica a trecentosessanta gradi! Non solo ci ha salvati dal morbo ma ha aperto nuovi e infiniti spazi di comunicazione.
Pilar si rivolge a Kevin, sperando che lui sia più incline a rispondere.
– Ma com’è possibile che parlare salvi da un virus?
Lui allarga le braccia e scuote la testa.
– Nessuno sa come funziona, ma siccome funziona, non ci chiediamo il perché. Sai andare in bicicletta? Immagino di sì, e immagino che tu non ti chieda ogni volta quali leggi della meccanica te lo permettono. Se ti concentrassi a trovare una spiegazione, rischieresti di cadere!
– Ma è geniale, allora parliamo!
Kai applaude, sgranando gli occhi e riscoprendo il desiderio di contatto umano, ed esclama: – Io mi chiamo Kai, è un nome strano, vero?
– Io sono Kevin, il fratello maggiore di Precious, e oggi mi sento baciato dalla fortuna: ho colto un cavolo enorme!
Kevin si avvicina per abbracciare Kai che in maniera insolita non si irrigidisce e accoglie questo gesto affettuoso. Pilar non è rimasta soddisfatta dalla metafora ciclistica tanto quanto Kai.
– Odio essere interrotta! – brontola Precious interrompendo l’abbraccio dei due. – E tu, Pilar, devi ricordarti di dire qualcosa, fare qualche domanda, non sei curiosa? Poi, a parte la curiosità, bisogna parlare. Parlare fa bene e crea bene. Parlare salva te e gli altri! Noi lo facciamo sempre, ti verrà facile.
– Ma parlare di cosa?
Che domanda stupida, Pilar! – esclama Kai, imbarazzata dalla domanda dell’amica. – Ci saranno milioni di cose di cui parlare qui, ad esempio: è difficile vivere isolati da tutti? Anzi, mi interessa di più sapere da dove prendete il cibo. Questi ortaggi da dove vengono? Il mercato e la piazza sono così animati, così pieni di vita!
La bimba saltella contenta e punta l’indice verso quella che è già la sua Jumper preferita.
– Ben detto Kai! A me piace molto saltare la corda, infatti non appena ho raggiunto il mio carico di parole, indosso lo Specchio. Questa è un’attività che si fa da soli, una di quelle che sono concesse solo a chi ha parlato abbastanza, a chi ha fatto il suo dovere nei confronti della comunità, a chi ha pensato al bene degli altri.
Nel frattempo, un gruppo di giovani uomini si è messo in cerchio e lavora all’uncinetto, chiacchierando dell’insistente pioggia della notte scorsa e della difficoltà nel reperire nuovi gomitoli. Precious s’interrompe per guardarli, e Pilar s’infila con una domanda.
– Cos’è questo Specchio che indossi per saltare la corda?
– Ecco Pilar, così va meglio! A scuola ci hanno insegnato le strategie da usare quando non sappiamo cosa dire. Basta fare degli elenchi: mucca, porcino, ciabatta, albero, corda, ramo.
Kevin guarda l’orologio e con un gesto della mano richiama l’attenzione delle nuove arrivate e della sorellina.
– Il funerale inizia a breve, Precious. Ricorda che l’ultima volta non hai potuto dire la tua, impara a dosare il carico, le tue parole saranno più utili ai genitori di Michael. E poi, diamo un po’ di spazio alle nuove arrivate. A proposito, il carico di parole è misurato in tempo: la soglia minima è 480 minuti, o 8 ore se preferite, dopodiché possiamo indossare lo Specchio. Ecco perché gli orologi sono importantissimi.
– Ma cos’è ‘sta storia dello Specchio? – insiste ancora Pilar. Ormai ha capito che con i Talkers bisogna ripetere le domande allo sfinimento.
– Ho sempre avuto molta paura degli aghi. Lo Specchio è solo una piccola spilla, tutti ne abbiamo una.
Kevin prende dalle tasche del gilet di jeans la spilla rotonda ricoperta da una superficie riflettente e la mostra a Kai e Pilar.
– Potrebbe ricordare un ago, – riprende, – ma è così piccolo che non mi impressiona. Va indossata una volta che hai contribuito al bene comune, terminando il tuo carico di parole. L’altro si vede riflesso nella spilla e sa che hai fatto il tuo.
Un uomo magro e arrabbiato spunta da chissà dove e si intromette gridando.
– Così ti lascia in pace dal chiacchiericcio inutile! – poi si volta e va a origliare un’altra conversazione, per sbottare ancora. – E statevene zitti un po’! – e muoversi verso un altro gruppo ancora.
– Non ci badate, – rassicura Kevin, – è un vecchio e non ha più molta voglia di vivere!
L’uomo si allontana continuando a brontolare, ignorato dai passanti a cui si rivolge.
Terminato il giro del quartiere, Precious e Kevin convincono le due Jumpers a partecipare al funerale, anche se Pilar non capisce che senso abbia, visto che non sanno nemmeno chi sia morto. L’insistenza dei due fratelli prevale sulla stanchezza delle amiche.
La strada per il cimitero pare interminabile, al loro arrivo il sole sta calando.
All’ingresso, un uomo sulla cinquantina a cui esce un mucchio di peli dal naso, sbraita chissà cosa in tedesco. Il suo interlocutore è però un’esile donna che parla in inglese con accento jamaicano. Che i due si capiscano è cosa improbabile, ma sembrano comunque molto presi. E anche all’interno del camposanto, decine di persone, a coppie o in gruppo, sono intente a chiacchierare.
Un giovane si rivolge a Kai.
– Carote!
Le due amiche si guardano allibite.
– È ciò che ho mangiato oggi, per pranzo. Devo dire che era da un po’ che non le mangiavo. Credo fosse… almeno da un mese. Alla fin fine è un alimento che…
Pilar interrompe lo sgranocchiatore di carote, trascinando via Kai per un braccio.
– Che problemi ha quello? – si sfoga. – E gli altri? Siamo a un funerale e sembra di stare al manicomio.
La folla entra in un edificio di legno, già stracolmo di persone. Stanno piuttosto strettini. Kai e Pilar si mettono in coda. C’è puzza di sudore e un brusio costante. Kai parla con Kevin di quanto ami gli edifici di legno. Sull’altare centrale, bianco marmoreo, riposa disteso un cadavere verdolino, ornato da fiori d’ogni colore. A quella vista Pilar sussulta, soffocando a stento un grido. Si guarda attorno con la sensazione di essere osservata.
Un uomo vestito di bianco, dall’altro lato della sala, picchietta sul microfono e ottenuto il silenzio, attacca il suo discorso.
– Personalmente non lo conoscevo, – dice. – Ci avrò parlato un paio di volte, quando passavo in falegnameria. Era là che lavorava, Michael. Sapete com’è, non ci vado spesso in falegnameria, non ne ho grande necessità. L’ultima volta fu quando sfasciai una seggiola cadendoci sopra di peso, tenevo molto a quel pezzo di legno.
– Ma chi è quello là? – chiede infastidita Pilar a Kevin.
– Un delegato dell’assemblea cittadina, uno dei più anziani.
Il monologo procede soffermandosi sulle virtù di un buon falegname e di un cittadino esemplare. Al termine, parte la processione verso il luogo della sepoltura. Ognuno dei presenti, a turno, si avvicina ai genitori del cadavere e prende parola. La maggior parte spiega alla coppia in lutto quali siano i propri fiori tra i molti ammassati. Altri si sforzano di rendere appropriato al contesto uno sproloquio sulla propria infanzia o su strane allergie.
La luce del tramonto illumina gli Specchi sui petti dei presenti.
Pilar prova disgusto per l’assurdo spettacolo. Si volta, non vede più Kai. Panico. No, eccola, è con Kevin e stanno camminando verso i genitori del defunto, due perfetti sconosciuti.
Basta, non ce la faccio più, pensa Pilar uscendo dall’edificio. Le è venuto mal di testa.
L’uomo sulla porta, nascosto dietro un paio di occhiali da sole verdi, smette di mangiarsi le unghie per seguire Pilar, che si siede a terra, stanca.
L’uomo, togliendosi di bocca l’ultima unghia, si rivolge a Pilar: – Tutto bene?
Un altro pazzo, pensa Pilar alzando lo sguardo, già pronta ad andarsene.
– Piacere, Ivan. Anche tu non sopporti tutto questo? È per questo che sei uscita?
– Come scusa?
– Io non lo sopporto, questo brusio dico. Tutti che parlano, nessuno che ascolta. Parlano solo per non crepare, si sono convinti che funzioni.
– Tu non ci credi?
– E se anche fosse? È un parlare vuoto, fatto per obbligo e per paura. Qui nessuno ascolta, neanche quando ti chiedono come stai!
– Beh, Ivan, finora sei l’unico che ho sentito dire queste cose. Ma perché me le stai dicendo? Io non sono di qui.
– Lo so. Siete arrivate stamattina con i figli dei Burns.
– Ci spiavi? – domanda Pilar.
– Non io. Ma tranquilla, voglio solo avere il piacere di una chiacchierata sana, vera, non capitano spesso qui. Le uniche possibilità sono con chi è appena arrivato.
– Io voglio solo trovare la mia amica.
– Lei sembra già una Talker. A te, invece, lo si legge in faccia che sei spaventata da questo luogo.
Pilar resta in silenzio, non ha voglia di parlare con nessuno che non sia Kai, distoglie lo sguardo dall’interlocutore, lo sposta verso terra, e poi, a indicare la fine della conversazione, prende il telefono.
Trova il coraggio per controllare cosa sta succedendo su Sprog. Apre l’applicazione: trova un messaggio dal suo manager. “Complimenti per l’ottimo e preciso lavoro. Ricordati di segnare le ore di straordinario svolte. Ben fatto!”. Pilar rilegge il messaggio. È proprio rivolto a lei e non c’è traccia di ironia. Un enorme sorriso le si dipinge sulle labbra. Ha maledetto Kai per averla fatta saltare di qua e ora si ritrova con una menzione di merito per aver passato tutta la giornata fuori casa. Pilar si guarda attorno. Ora vuole solo trovare Kai e parlarle.
Commossa e tremante, Kai si sta asciugando le lacrime con il dorso della mano; la morte di Michael aveva richiamato alla mente ciò che fino al giorno prima l’ha tormentata. Prima, quando la solitudine e l’isolamento si erano trasformati da necessità ad abitudine; prima, quando era convinta di non potercela fare, di non riuscire a sconfiggere i demoni che come piante infestanti avevano conquistato tutto di lei, dall’anima al corpo. Prima, solo poco più di ventiquattr’ore prima, quando neanche l’affetto delle persone più care era in grado di riempire quel vuoto. L’idea del suicidio quale contraddittorio senso di liberazione, aveva piantato le radici in lei. Erano cresciute forti, si erano espanse, alimentate dalla mancanza di incontri costruttivi, di socialità e di empatia.
Brixton Village, invece, con i suoi abitanti loquaci e squillanti, sembra custodire una via d’uscita, un modo sano di stare al mondo, o almeno un’alternativa alla sofferente condizione dell’individuo solo.
Qui le è tornata la voglia di raccontarsi, di descrivere cosa sia la morte per lei, di confessare quanto ci sia stata vicina e di come il villaggio le abbia dimostrato in poco che parlando tutto si può superare. I peli delle braccia si rizzano quando ripensa all’abbraccio con Kevin, non aveva compreso davvero quanto le mancasse il contatto fisico con le altre persone, e poi, quant’è potente toccare un altro essere umano? O parlare liberamente con sconosciuti, o anche scambiarsi gli oggetti senza passare per il denaro. Che pratica antica e affascinante, pensa Kai. Potrebbe rilevare la falegnameria di Michael come le hanno proposto i genitori al funerale. La richiesta le era piombata addosso come una secchiata d’acqua gelida. Per un attimo le era parsa la dissacrazione di un momento liturgico, l’istante dopo, invece, aveva pensato che si trattasse di un segnale. Ora vuole cercare Precious e gli altri, raccontare a tutti che ha deciso: resterà a Brixton Village, rileverà la falegnameria, imparerà il mestiere. Vuole trovare frasi a effetto, di quelle che colpiscono la pancia e boom, tutti gli occhi sono puntati solo su di te, diventano riflettori per il tuo palcoscenico.
Cammina immersa in questi pensieri e non si accorge di essere arrivata alla soglia di uscita da Brixton Village. La vista del varco risveglia Kai da quei sogni. Kai fa retromarcia e torna verso l’edificio in legno del cimitero. Lì vede Pilar e legge sul volto dell’amica l’ansia di un’urgenza: gliel’ha vista così tante volte da quando lavora per Sprog. È così ogni volta che si incontrano, ormai Kai ci ha fatto l’abitudine e ha smesso di domandare che cosa la agita così tanto. Lo accetta e basta.
– Pilar! Sono qui! – grida agitando il braccio. Le lacrime sul volto sono ormai asciutte, al loro posto un sorriso entusiasta.
– Kai, finalmente! – esclama Pilar, sollevata alla vista dell’amica. – Ti ho cercata dappertutto, ma dov’eri?
– Mi sono fermata con Kevin e i genitori di Michael, non puoi immaginare cosa mi hanno proposto!
– Anch’io ho incontrato un tale, un certo Ivan. Diceva di avere voglia di una chiacchierata sana, ma sembrava l’ennesimo squilibrato di questo posto.
– Ivan? E chi è? Pensavo di aver parlato con tutti al funerale!
– È un altro pazzo in questa gabbia di matti! – continua Pilar, sistemandosi i capelli. – Diceva che qui la gente crede di aver trovato una cura al virus, ma hanno solo creato una nuova malattia: il parlare a vuoto senza comunicare!
– Ti ha per caso detto dove si può recuperare uno Specchio? – chiede Kai.
– E che te ne fai?
Kai adesso fatica a trattenere l’entusiasmo. Anzi, non ci pensa nemmeno.
– I genitori di Michael mi hanno proposto di rilevare la falegnameria! – dice in un fiato. – Ti rendi conto? Devo trovare al più presto uno Specchio, solo così potrò diventare una Talker anch’io.
– Falegnameria? – Pilar impallidisce, non è sicura di aver capito bene – Kai, dobbiamo tornare a casa! Hai sentito che ti ho detto di quell’Ivan?
– Chissenefrega di Ivan! Ma che ne sai tu di quello che voglio fare io? Non ci voglio tornare indietro, non c’è più niente per me nella Città Sana! Per una volta che qualcosa mi piace e mi fa stare bene, tu come al solito hai qualcosa da ridire.
Il sangue di Pilar accelera e da pallida si fa paonazza: – Cosa esattamente ti farebbe stare bene in questo posto?
Kai non sente il tono accusatorio della domanda, tanto è ammaliata dai suoi sogni.
– Parlare con le persone, stare vicini davvero, condividere. Fare del bene agli altri e non pensare solo a se stessi! Hai presente la vita di merda che abbiamo fatto finora? Tutti isolati in casa con l’ansia sociale. Il lavoro è l’unica forma di interazione rimasta! Qui invece si parla, si parla e basta!
Pilar si muove di pochi passi, avanti e indietro in maniera convulsa. Eppure pensa che se non avesse seguito Kai fino a qui, non avrebbe mai scoperto della falla nel sistema Sprog. O meglio: dell’alleanza che ha trovato nel software di caricamento dati automatico. Ma l’amica continua a blaterare sul futuro roseo che l’aspetta, ponendosi al centro della scena. Tiene per sé quel senso di riconoscenza verso il lato più folle dell’amica e dice:
– Mi fa incazzare questa cosa che con loro vuoi parlare! Quante domande ti ho fatto negli ultimi anni? E quante non me ne hai fatte tu? In realtà, non te ne frega niente di nessuno.
Quelle parole riportano Kai alla fuga dal Blind Beggar e al desiderio di sparire che l’aveva spinta a oltrepassare il confine. Quelle parole sono uno schiaffo in faccia, l’urto è così forte che Kai si ritrova dentro se stessa di nuovo, la se stessa di prima, di quelle poche ore prima, la stessa incapace di amarsi, di darsi una tregua, di darsi una possibilità.
– Perché tu invece? Sono mesi che non ti riconosco, sei diventata come tutti gli altri, Pilar! Mangiare, lavorare, dormire e poi da capo. Siamo arrivate qui e non ti sei accorta dell’opportunità che rappresenta questo posto, pensi solo a tornare all’illusione di una vita stabile. Beh, fai come ti pare, ma non provare a convincermi, io non ci credo a questa menzogna che vi siete bevuti tutti.
Pilar la guarda in silenzio per qualche attimo. Ormai è buio pesto.
– Kai questo posto non è la soluzione, non mentire a te stessa, guardati attorno. Questa gente sta male, non hanno meno bisogno di aiuto di chi vive nella parte sana, non hanno meno bisogno di aiuto di noi.
Kai si schiarisce la voce, camuffando un singhiozzo, e con tono sconfitto dice: – Non ho bisogno d’aiuto. So badare a me stessa. E non ho più voglia di parlare.
Lascia andare le braccia penzoloni, come se un peso le scendesse per il corpo dalle spalle in giù, un moto verso il basso la fa sedere in terra, la testa raccolta tra le braccia e le ginocchia a proteggerla.
– Kai, io ho bisogno del tuo ascolto, – dice Pilar mentre si abbassa al livello dell’amica e le accarezza la schiena. – Ho scoperto una cosa troppo importante e tu sei la persona di cui mi fido di più, rientra in te stessa, ti supplico! Qua la gente deve parlare ogni giorno per obbligo, per paura, credono che sia il modo per salvarsi ma è chiaro che hanno seri problemi psicologici legati a un’idea di salvezza falsa.
– Ma Pilar non credi che potremmo restare qui? Hai notato che questa è la prima volta che parliamo davvero dopo tantissimo tempo? Forse questo posto ci fa bene in fondo!
– Ecco a proposito. Ti devo dire una cosa che riguarda Sprog. Credo, anzi sono certa, che nessuno si sia accorto che io sono qua e non al lavoro.
– Non ti seguo.
Pilar estrae il telefono della borsa e mostra a Kai il messaggio ricevuto dal suo capo.
– Vedi? Si è addirittura congratulato con me!
– Ma com’è possibile?
– Non so. Ieri mentre ti aspettavo ho impostato una funzione che mi ha suggerito la mia collega, carica i dati automaticamente, così sembra che lo stia facendo io, quando invece sono qui. Lo so, sembra la cosa più ovvia di questo mondo. Il fatto è che l’avevo impostato per sei ore, il tempo massimo, e invece sta proseguendo… Non so bene cosa stia succedendo, ma non importa. Voglio dirti solo che se non ti avessi seguito non avrei mai potuto scoprirlo.
Kai segue le parole dell’amica, ma poi le prende il telefono e inizia a controllare, scrollare l’applicazione per capirci di più, incredula di quello che sta sentendo.
– Ma devi capire, – prosegue Pilar, – che tu in questo tempo hai pensato solo a te stessa. Io a seguirti come una balia e tu non ti sei mai “voltata” a controllare che io ci fossi. Dimmi un po’: credi di essere davvero migliore del resto del mondo se neanche ti importa della tua unica amica? Nemmeno ora mi stai ad ascoltare!
Kai alza lo sguardo e riconosce la rabbia negli occhi dell’amica. Conosce a memoria quell’espressione, ma la rivelazione che le ha appena detto l’ha sconvolta. Non avrebbe mai pensato che Pilar potesse fare una cosa del genere.
– Pilar, sì che ti sto ascoltando. Senti, mi dispiace. Davvero. Ma tu ora mi stai dicendo che finché la funzione regge potresti essere ovunque e figurare presente a lavoro, ti rendi conto? Ora dobbiamo capire che fare con questa cosa che hai scoperto. A chi lo vuoi dire?
– Non ci ho ancora pensato – risponde Pilar mentre affianca l’amica per controllare cosa stesse facendo su Sprog.
Kai continua a maneggiare il telefono alla ricerca della chiave per capire quale fosse il meccanismo di funzionamento, ma non trova nulla.
– Ti faccio una proposta, – dice Kai restituendo lo smartphone a Pilar. – Non diciamolo a nessuno, teniamocelo per noi e vediamo come può esserci utile. Dimmi piuttosto, come stai?






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