Storia di come un giullare incontrò la morte – Bianca Arnold, Cristina Diana Bargu, Alessandra Cananzi, Luca Palladino

Di tutti i mali che la Morte Rossa aveva portato agli esseri umani, ce n’era uno all’apparenza innocuo rispetto all’improvviso attacco di tosse dissanguante. La perdita della capacità di ascoltare storie. Nessuno aveva più voglia di immaginare, di vivere avventure ascoltando intrecci e trame che in quel deserto di morte e desolazione suonavano talmente irreali da risultare irritanti. Da quando la Morte Rossa aveva immobilizzato lo scorrere del mondo, anche Giullare aveva dovuto desistere dal suo frenetico girovagare. Non ricordava di aver mai avuto una casa, ma ora si trovava, senza poter uscire, tra solide mura di cui conosceva ogni crepa. Era quello avere una casa? Conoscerne a memoria le crepe?

– Hai visto di che seta fina sono fatte queste tende? – domandò il principe Prospero, scrutando l’orizzonte fuori dalla grande finestra. – Quando la mattina il sole le attraversa per riflettersi sulle piastrelle di marmo, ho quasi l’impressione che la luce sia liquida.

Prospero aveva il sentore che quell’estate non sarebbe finita mai. Ogni giorno il solito giorno, la luce che filtrava attraverso le tende e l’odore misterioso del mattino. Il consueto pasto consumato su tavoli apparecchiati con tovaglie ricamate e l’usuale andirivieni di persone stanche che si trascinavano nei corridoi della grande fortezza, ignare del tempo che aveva smesso di passare da lì.

– Avete mai provato a berla, questa luce, mio principe? – domandò Giullare, sedendosi dietro a una delle tende di seta dorata e schiudendo le labbra.

– È buona anche la sera.

Come se Giullare non avesse mai parlato, il Principe Prospero continuò.

– Sai, dopo tanto tempo che siamo rinchiusi in questa Fortezza, ho l’impressione di vedere le cose in modo più nitido. Anzi no, non di vederle, di percepirle, anche se non riesco ad afferrarle come vorrei. Mi pare di sentire non solo l’odore del mattino, ma anche il gusto dell’acqua, i suoni diversi dell’aria quando attraversa i corridoi, le diverse sfumature di cui si tinge la mia pelle a seconda delle ore della giornata, solo che non riesco a catturare la loro essenza.

– Se una bocca è felice andrà tutto bene – canticchiò Giullare.

La stanza, non tra le più grandi della fortezza, aveva un soffitto che non finiva mai. Le pareti erano tinteggiate di turchese, come il colore di un calmo cielo o un calmo mare. Le tende di seta, che Prospero accarezzava, erano decorate con disegni arabeschi. Il principe sospirò e si adagiò su un divanetto, il suo profilo giovane e bello venne illuminato da una abat-jour color crema.

– Che dici Giullare: è forse una follia questo ballo in maschera? Non temi anche tu, come gli altri, l’arrivo della Morte Rossa?

– Una Morte ad un ballo in maschera… Questa mi pare di averla già sentita!

– Io so che la Morte Rossa esiste, – continuò Prospero, riprendendo il filo dei propri pensieri. – La percepisco anche, in un certo senso. Ma dopo un po’ che lo si ripete, “MorteRossaMorteRossaMorteRossa”, può sembrare una favola che ci hanno raccontato da bambini.

– ProsperoProsperoProspero – gli fece eco Giullare – Anche il vostro nome pare quello di una favola.

– Hai ragione – mormorò il principe in tono malinconico – Io sono solo il protagonista di una favola, che nessuno racconta più.

L’altro gli si avvicinò e lo scrutò in volto, come farebbe un medico in cerca dei sintomi di una malattia.

– Il vostro viso si è trasformato in una maschera di tristezza. Come mai? A Giullare certe cose si possono dire.

– Mi sento come se mi avessero tolto qualcosa – disse il principe sprofondando ancor di più sul divanetto. – Qualcosa che avevo la sensazione non mi potessero togliere mai. Come se un giorno il sole non fosse sorto, e non ci fosse spiegazione alcuna. È così e basta! Solo la notte ci fa compagnia, solo la notte! Io l’amo la notte ma… Sai cos’è che non sopportavo nella vita di prima? Non sopportavo la vista dei vecchi, con il loro sguardo rassegnato. Sembravano sbattermi in faccia il fatto che loro erano stati giovani e belli. Ora invece non ha senso questa differenza, ora è tutto dannatamente uguale, mentre noi, forse non diventeremo mai vecchi, né sapremo mai cosa vuol dire essere stati giovani e belli. Dio mio, cosa me ne faccio della mia giovinezza? È come avere una sorgente ma non la bocca per dissetarsi! Ma ora, con questa festa, con questo ballo, vedrai come cambieranno le cose.

– Quando un colore disegna una bocca – attaccò Giullare con immutata allegria – allora io passerò la mia esistenza a testa in giù.

E così dicendo fece un salto, mano sul tavolo e su in equilibrio, con le gambe all’aria. Prospero, spazientito, si alzò con un guizzo dal divano

– Adesso basta – gridò – sono stanco dei tuoi giochetti!

Giullare scese dal tavolo con disinvolta noncuranza.

– Allora dormiamo, mio principe – e così dicendo fece riaccomodare Prospero sul divano, per poi passargli una mano sulla fronte e sugli occhi con delicatezza.

– Mi dispiace Giullare…

– Shhh! Non vi preoccupate, non vi affaticate, ora per voi ci saranno solo sogni che non sono né favole né realtà.

Prospero sentì che il sonno lo stava davvero avvolgendo sulla spalla di Giullare. D’un tratto, nel suo sonno immobile, provò una sensazione strana, come se Giullare stesse invecchiando per donare a lui ancora più giovinezza. Trasalì. Poi, pieno d’angoscia, cercò di gridare a Giullare di fare attenzione, di fermarsi prima che fosse troppo tardi, ma, nonostante si sforzasse, non riuscì a emettere alcun suono.

La mattina dopo il sole illuminava più copiosamente le tende da cui Giullare aveva provato a bere la luce. Gli occhi di Prospero non si erano ancora aperti, quando Giullare balzò in piedi con una giravolta e uscì dalle stanze del principe.
Negli ultimi tempi l’allegria, che aveva fino ad allora aveva contraddistinto la dimora di Prospero, iniziava a vacillare. E Giullare, varcando la porta, notò subito che quella mattina la Fortezza si era svegliata più irrequieta del solito. Nell’aria c’era il profumo della malinconia che aveva assalito Prospero la sera prima e che si era disperso durante la notte per tutto il castello. Giullare riusciva quasi a seguirne le scie vorticose.

Era passato un anno da quando la Morte Rossa, silenziosa e meschina, aveva iniziato a terrorizzare la Regione, affogandola nel sangue. Prospero aveva invitato amici e conoscenti a rifugiarsi entro le mura della sua Fortezza, e per tener lontana la Morte Rossa anche dai pensieri e dei suoi ospiti si era premurato di chiamare a rapporto i migliori cuochi affinché fossero sempre servite eleganti prelibatezze, e aveva convocato i più brillanti musici, buffoni e danzatori, cosicché nessuno si dovesse mai annoiare. I prescelti si erano sentiti lusingati e la fortezza era diventata un regno dei balocchi. Durante i primi mesi, nella sicurezza del tempo perduto, tutti avevano trovato una propria quiete, dimenticando la frenesia delle ore scandite, della vita che fugge e dei doveri che incombono.

Con il passare del tempo, tuttavia, i giorni avevano finito per somigliare l’uno all’altro e così il divertimento si era mutato in abitudine, i sapori delle pietanze erano diventati prevedibili e le musiche sembravano tutte già suonate e ascoltate. Sfuggiti alla Morte Rossa, un altro morbo stava consumando gli invitati del principe: la malinconia.

Non a caso, pochi giorni prima, Prospero aveva iniziato a bere fin dalla mattina presto e poi a urlare tra i corridoi della Fortezza che si doveva organizzare il ballo in maschera più incredibile di tutti i tempi.

Avvolto dalle magie del vino continuava a gridare: – Non ci deve essere altro nei vostri pensieri, capito? Guardatevi: parete dei fantasmi. Fatemi capire che c’è un motivo per cui siamo qui, per cui siamo vivi! Non ci deve essere altro… Questa festa deve farvi uscire con il sudore quel minimo di entusiasmo che ancora vi è rimasto. Fantasmi, siete tutti fantasmi!

Al che qualcuno aveva osato replicare: – Principe! Ma come facciamo con la Morte Rossa? E se ci raggiunge? Se si insinua nella nostra allegria?

Prospero paonazzo aveva sbarrato le pupille, era corso alla finestra, l’aveva spalancata e aveva urlato: – E che venga, quella dannata, se osa tanto, – e poi ancora, – vieni Morte! Vieni! Non ho più paura di te! – Quindi mormorando tra sé: – È solo una dannata farsa, per farci paura, per immobilizzarci, paralizzarci. È solo… – e continuava borbottando con lo sguardo fisso nel vuoto.

Prospero era poi andato da tutti i cuochi, tutti i musici, tutte le danzatrici a spiegare che quello era il momento di svolta delle loro esistenze, dopo la festa nulla sarebbe più stato come prima, il mondo intero se la sarebbe ricordata, e non si sarebbe più parlato dell’Anno Della Morte Rossa, ma dell’Anno Della Festa. Tutti erano stati chiamati a contribuire, e nessuno si era opposto.

Se per le melodie e per gli spettacoli, non serviva altro che l’ingegno dei musici e degli intrattenitori di corte, ai cuochi iniziava a mancare la materia prima per dare vita a nuovi piatti, capaci di soddisfare i palati più esigenti. Qualcuno doveva uscire fuori dalla Fortezza per reperire dal vicino Castello, da tempo abbandonato, le spezie necessarie, e qualcun altro avrebbe dovuto prendere la via dei boschi, alla ricerca di cacciagione e di uova di tordo.

I preparativi per la festa, e poi il pensiero che qualcuno dovesse uscire dalla Fortezza a far incetta di provviste aveva ravvivato nei suoi abitanti la memoria della Morte Rossa, dell’orrore testimoniato quando essa iniziava a piegare la regione, e le persone morivano a centinaia.

Più timidamente, accanto alla paura, aveva acceso in alcuni anche la curiosità di sapere cosa fosse rimasto di quel flagello, e per la prima volta dall’inizio del contagio, si faceva strada la speranza di poter tornare a vivere entro confini più ampi rispetto a quelli della Fortezza.

I garzoni più coraggiosi si avventurarono oltre le mura. I più fortunati tornarono dalle spedizioni con i carretti carichi di fagiani, uova, erbe rare e spezie prelibate, e con le bocche piene di aneddoti da raccontare, generando ammirazione e stupore.
Fra gli artisti, invece, si era instaurata una guerra della diffidenza, e nelle stanze della fortezza gli incontri con i colleghi venivano evitati, scegliendo gli anfratti più reconditi per provare le nuove battute, il nuovo componimento o i nuovi passi di danza. Il timore di un plagio era senz’altro superiore a quello della Morte Rossa.

Questi flussi di umori e malumori non parevano coinvolgere Giullare. Nel suo tempo senza storia, il giorno della festa sembrò arrivare con una gran calma. Ancora quel pomeriggio Giullare girava nella fortezza senza meta e blaterando fra sé:

– Prosperoprosperoprospero. Prospero tempestoso, – e intanto muoveva le dita storcendo la bocca e strabuzzando gli occhi. – Prosperoprosperoprospero. Prospero nuvoloso, – e cambiava posa barcollando come se si trovasse in un turbine di vento: – Sotto di me la noia, la solitudine. Sotto di me il nulla, – e dicendo “nulla” si fermava, come a soppesare il senso delle parole appena pronunciate. In questo girovagare stralunato, come di soppiatto, si infilò sotto la maschera di Giullare un odore mai sentito nella Fortezza prima di allora. Giullare si fermò, mosse la testa a destra e a manca per capire da dove provenisse: l’aveva già incontrato da qualche parte, questo era un fatto certo! Ma non riusciva a capire dove si fossero già conosciuti. Allora si mise a seguire le scie odorose e intanto mormorava: – Signor Odore… Signor Odore, dove sei? Io e te già ci conosciamo, fatti vedere.

Giullare continuò a camminare finché non si ritrovò davanti alla porta della cucina e… eccolo il Signor Odore. Era l’inebriante profumo del pan di zucchero che i cuochi stavano preparando per la Festa della sera. Giullare fece una smorfia, e con una giravolta cambiò direzione, muovendo le mani davanti al viso come se scacciasse qualcosa:

– Vattene via, Signor Odore, tu non hai potere su di me – disse a gran voce – sono io che mescolo e rimescolo e piego i sentimenti e i ricordi illusori degli altri, non tu, torna da dove sei venuto.

Mentre Giullare continuava a spintonare l’odore che percepiva davanti a sé, si sentì strattonare le braghe e guardò verso il basso.

– Giullare, ma chi è il Signor Odore?

Vide i grandi occhi interrogativi di Piccolo, uno dei bambini che di solito gli scorrazzava attorno per assistere alle sue spettacolose beffe.
– Cosa ha fatto il Signor Odore, eh Giullare? – domandò un’altra vocetta insistente.
Allora Giullare si accorse che poco lontano c’erano gli occhi curiosi di altri quattro bambini che bramavano le sue magie.

– Miei cari marmocchi, – disse smorzando il sorriso che s’allargava sotto la maschera, – lo sapete che Giullare mutaforme e cangiasembianze per la Festa di stasera ha in serbo dei trucchi nuovi? Ma ora non ve li posso rivelare e invece di illusioni danzerine vi regalerò una storia che odora di vero, –  Giullare prese fiato e ricominciò. – C’era una volta una bambina che tutto l’inverno attendeva con ansia il giorno in cui, come ogni primavera, si sarebbe incamminata verso il mare per raggiungere il borgo in festa, seguendo l’odore del pan di zucchero. I suoi genitori erano dei cantastorie e ammaliavano i pellegrini con i loro racconti, fatti di draghi viola in grado di sconfiggere i cattivi, di fiori profumati che trasformavano la povertà in ricchezza o addirittura di un ballo che, se eseguito nel giusto modo, poteva incantare la morte. Tutti seguivano le parole dei due cantastorie e la bambina sognava, un giorno, di avere lo stesso potere magico dei suoi genitori, di narrare e di essere ascoltata, – e qui Giullare descrisse i ciottoli del sentiero che la bambina percorreva con i suoi genitori ogni primavera, e raccontò di quando seguiva l’odor del mare e del pan di zucchero, e di quant’erano belle quelle storie strampalate quando ancora tutti avevano voglia di ascoltare. – Invece, quando la Morte Rossa arrivò, la gente la immaginò con le sembianze di un orco ombroso che toglieva la vita senza tanti strepiti o fatiche, e quindi di draghi viola, di camaleonti spumeggianti e di un ballo con la morte nessuno voleva più sentir parlare. L’inimmaginabile era diventato realtà, e quindi basta ascoltar fantasie! E quindi miei cari marmocchi salterini e un po’ puzzolenti, nessuno dava retta all’apprendista. Ogni volta che attaccava veniva allontanata, e spesso anche rimproverata: “Qui la gente muore e tu racconti storielle!”. Lei ci provava a spiegare che le storie servono anche a non aver paura della morte… ma ormai nessuno la ascoltava più, tutti avevano orecchie solo per la Morte Rossa e per le trame di distruzione che tesseva. Così un giorno la ragazza cantastorie, desolata, scomparve nella terra brulla e al suo posto apparve Giullare mutaforme e cangiasembianze. E ta-da, eccomi qui! Però, vi dico un segreto… nelle notti in cui sorge una sottile falce di luna, Giullare mutaforme si reca nella natura, va alla ricerca di un lembo di terra brulla, dove non crescono né erba né fiori e allora sente la voce della cantastorie che le racconta…

– Giullare, fermati! – lo interruppe Piccolo con lo sguardo di chi fiuta una bugia. – Ma perché quel giorno dalla terra brulla al posto della cantastorie arrivasti proprio tu?

Allora Giullare si chinò e lo fissò negli occhi: – Marmocchio puzzolente, è facile: perché Giullare è il nulla che può diventare tutto, è la forma che cambia e che non può esser definita, è senza radici e senza storia, né uomo, né donna, solo maschera… Io non le racconto, le storie, io le metto in scena davanti agli occhi di chi mi guarda e nemmeno se ne accorge. Non c’è bisogno che mi si ascolti, chi mi osserva vede solo quello che desidera vedere.

– Però adesso una storia ce l’hai raccontata, eccome! – continuò il bambino, non volendosi arrendere.

Ma Giullare ormai guardava nel vuoto, e parlò come se la sua voce provenisse da lontano. – È colpa del pan di zucchero… è il Signor Odore! L’ho incontrato in corridoio e le storie dimenticate sono tornate a farmi visita.

Il suono di una campanella coprì le ultime parole. Era il segno che nelle cucine tutto era pronto e che il ballo sarebbe a breve iniziato. I bambini, golosi, esultarono al pensiero del banchetto, Giullare li salutò con una capriola e un inchino e si diresse verso la sala grande, senza bisogno di preparativi, in maschera com’era di giorno e di notte.

Il mormorio delle voci si mescolava all’arte dei musici. Le luci erano state tutte spente per il grande avvenimento, ed erano state appese mille candele che facevano sembrare il soffitto un cosmo stellato. Non volti conosciuti accolsero Giullare, bensì maschere delle più varie e sorprendenti. C’erano streghe e maghi, pulcinelle e pirati. C’erano volti di porcellana orlati di merletti e pizzi, con perle a ornare la capigliatura. C’erano volti intagliati nel legno con ghigni mostruosi e grosse occhiaie. Tutt’intorno, le pareti della grande sala erano specchi su cui si riflettevano tavoli colmi di ogni ben di dio: soufflé, affettati, torte salate, anatra all’arancia, succo di melograno, creme di ogni sorta, verdure speziate, frutta, pasticcini, zucchero filato. La ricchezza su cui posava lo sguardo immobilizzava Giullare, che da tempo aveva dimenticato cosa significasse gustare più di venti sapori diversi.

Nella penombra ogni profilo pareva incantevole, che fosse di un frutto o di un volto. L’indefinitezza delle linee e dei contorni lasciava all’immaginazione ciò che non era svelato, e il pallore di una guancia o di una palpebra che sbucavano da una maschera apparivano tesori nascosti di madreperla. Mani si muovevano leggiadre e morbide, accompagnando parole sussurrate da labbra dipinte e vellutate. Gli orli dei lunghi vestiti si sfioravano come carezze proibite date alle spalle di chi non deve sapere. Ogni tanto una risata cristallina si accompagnava all’orchestra, come il canto di un usignolo si insinua in una dichiarazione d’amore.

Il tempo aveva deciso di godersi il piacere della musica, e pareva non scorrere più. Non si sarebbe potuto dire se a passare fossero i minuti, le ore o i giorni.
Giullare in tutto ciò vagava, si immergeva e riemergeva. Assaggiava pietanze, ascoltava confidenze, sempre con il suo sorriso da maschera, che in quella serata si poteva confondere. Intorno a Giullare si danzava, ci si muoveva come l’onda sul bagnasciuga, nessuno era più da solo ma tutti accompagnati, esisteva solo la Festa, che erano tutti insieme e nessuno allo stesso tempo. Gli umori, le emozioni, gli sguardi, tutto era interconnesso e ritmato, tutto corrisposto, battiti di cuore all’unisono. Persino Prospero non era più Prospero ma una molecola della festa come gli altri. Anche lui poteva abbandonare per un istante la fatica di essere sé stesso, e fare un lungo respiro, ondeggiando tra le braccia del vino.

Finché ad un tratto qualcosa cambiò.

La folla di maschere danzanti sembrò dividersi come un ruscello spezzato da una grossa pietra e il movimento parve rallentare come acqua stagnante. La gioia bloccata, la dinamica interrotta. La luce si era intensificata, i musici zittiti. Eppure nulla era accaduto. O forse sì? All’istante era tutto illuminato, chiari i lineamenti, i trucchi colati, i vestiti ormai usati e rattoppati da una festa all’altra manifestavano le loro smagliature, il vino sapeva di aceto, le mani sudate, tutti troppo vicini gli uni agli altri, gli aliti pesanti. Chi sono io? Chi sei tu? Di chi sono queste mani, di chi queste braccia?

– Chi ha acceso la luce? – gridò Prospero.

Nessuno rispose. E proprio lì, dove era caduto il sasso nel fiume, dove la massa si era divisa, ecco una figura incappucciata, immobile. Che fare?
Essendo tutti mascherati era ben difficile dire se fosse sempre stata lì oppure no. Ma perché accendere la luce? Dopo un tempo che poteva essere composto da secondi, ore o anni la figura incappucciata si mosse verso il centro della stanza.
– Ve ne state nascosti qui, entro i muri della fortezza. Sperate che basti agghindarsi, ballare, distrarsi, per sfuggire alle vostre paure, a me, – proruppe gelida colei che tutti, ormai, avevano riconosciuto: la Morte Rossa. – Beh, siete degli illusi – sibilò – Non vi lascerò vivere e ricostruire a vostra immagine e somiglianza un mondo infetto. Perché siete voi ad essere la malattia, mentre io sono la cura. Che il vostro sangue renda alla terra la fertilità che le avete strappato. Che le vostre carni siano di nutrimento per gli esseri viventi che avete decimato, ridotto in schiavitù, soggiogato e sfruttato. Che la vostra morte sia vita per tutto ciò che resta, giacché non esiste, non è mai esistito uomo buono.

Qualche bicchiere si ruppe in mille pezzi, qualcuno soffocò un grido, nessuno si mosse. Nessuno, ad eccezione di Giullare.

– Sì, non esiste uomo buono, – le fece eco mentre le andava incontro, percependo in sé il furore della Morte, facendolo suo.

Le si parò davanti come fossero allo specchio, la Morte incappucciata e Giullare in maschera.

– Cosa sei? – chiese la Morte, con disgusto.

– Cosa sei? – fece Giullare, con curiosità e girandole intorno a passi larghi.
– Come osi! – esclamò la Morte, ruotando quella che pareva la testa per poterlo seguire con lo sguardo.

– Come osi… – Le parole di Giullare si trasformarono in un mormorio, un motivetto in tre quarti, mentre il suo corpo e i suoi passi, prima simmetrici, disegnavano una sospensione, ora da un piede, ora dall’altro, l’accento sul secondo tempo.

Uno dei musicisti, dopo aver deglutito, ingoiando così la paura, prese coraggio e diede sostanza al motivetto appena accennato da Giullare, che così, con più fiato in corpo, balzò in avanti e si avvicinò ancor di più alla Morte.
Il ritmo della mazurca li avvolgeva.

Giullare, con lo sguardo diritto, pose la mano sulla schiena della Morte e iniziò a muovervi le dita delicatamente, come disegnando, con un fine gioco di pressioni, i passi da seguire. Così facendo, con lentezza, accompagnò la Morte a far suo il ritmo di quella inaspettata danza.

La Morte, allora, iniziò ad improvvisare nuovi passi, e poi con Giullare vorticò e vorticò, fino a quando l’ebbrezza fu tale da confonderli, da farli cadere a terra entrambi.

Giullare aveva perso la maschera e il cappello a sonagli, e ora i suoi lunghi capelli le scendevano sulle spalle, le palpebre si aprivano e si richiudevano sugli occhi vivaci, le labbra tremanti. La Morte senza cappuccio sembrava piccola.
– Nessuno mi aveva mai fatto danzare – disse la Morte.

Tutt’intorno cadde il silenzio. La musica si era di nuovo fermata, chiunque si era zittito. Perfino la Morte, dopo questa breve constatazione “nessuno mi aveva mai fatto danzare”.

Giullare a quel punto sapeva cosa doveva fare, chi doveva essere, in questa storia. Aveva tra le mani il potere che le apparteneva, che aveva scelto, fin dalla nascita, di possedere. Il potere dell’ascolto. Tutti erano in attesa, in silenzio. Forse ora potevano finalmente ascoltare. E lei poteva raccontare. E raccontando avrebbe potuto rapire tutti, la fortezza, il principe Prospero e la Morte Rossa. Conosceva la formula che le era stata tramandata da generazioni di narratori. Li avrebbe rapiti con le sue parole, così che fuori il mondo avrebbe ripreso a vivere.

E così Giullare incominciò la sua storia.

– Di tutti i mali che la Morte Rossa aveva portato agli esseri umani, ce n’era uno, all’apparenza innocuo rispetto all’improvviso attacco di tosse dissanguante. La perdita della capacità di ascoltare storie. Nessuno aveva più voglia di immaginare, di vivere avventure ascoltando intrecci e trame che in quel deserto di morte e desolazione suonavano talmente irreali da risultare irritanti. Da quando la Morte Rossa aveva immobilizzato lo scorrere del mondo, anche Giullare aveva dovuto desistere dal suo frenetico girovagare. Non ricordava di aver mai avuto una casa, ma ora si trovava, senza poter uscire, tra solide mura di cui conosceva ogni crepa. Era quello avere una casa? Conoscerne a memoria le crepe? “Hai visto di che seta fina sono fatte queste tende?” domandò il principe Prospero… – e così prese a raccontare quella storia di cui lei faceva parte, di cui tutti facevano parte, in cui Giullare e la Morte avrebbero danzato e in cui nella storia Giullare avrebbe iniziato a raccontare una storia. In quella storia, la Morte avrebbe danzato infinite volte.