Re Venite – Nicola Vasini, Alessia Pasqualini, Luca Ribani, Anissa Zerrouki
Ogni settimana ricevevo il sacchetto Food Emergency da parte della Compagnia della Speranza, un’organizzazione efficientissima. Non dava solo cibo: si potevano ordinare anche medicinali, beni di prima necessità e molto altro. La Compagnia si era messa in piedi da sola, senza aiuti statali, anche perché l’economia del Paese era in ginocchio, impossibile avere finanziamenti di alcun tipo. Scommetto che molte vite sono state risparmiate grazie a loro. Ma ora sono tutti scomparsi e io non ricevo cibo da tempo. Il tg non dà più notizie; anzi, non si accende proprio la televisione. Era lì che seguivo tutti gli aggiornamenti. Nemmeno Internet funziona. Prima pensavo fosse un problema di rete, poi ho capito che non è così: perché continuare a produrre servizi giornalistici, scrivere articoli e aggiornare siti se nessuno può leggerli? È per questo motivo che non ho più il gas in casa – e ho dovuto passare un terribile inverno al freddo –, non ho più connessione internet, non posso più ascoltare la radio, non ho elettricità: sono tutti servizi inutili, sono rimasto solo io! Io sono quel che resta dell’umanità.
Rimpiango perfino il messaggio registrato che sentivo in continuazione alla radio: “La pandemia è in pieno corso, per proteggere te e i tuoi cari rimani in casa”. A seguire il numero di vittime del giorno.
Due anni. Questa storia va avanti da due anni: io che me ne sto rinchiuso in casa, la gente là fuori che muore… E pensare che un tempo ero io a voler stare da solo, senza contatti con il mondo esterno! Mi faceva stare bene, mi sentivo al sicuro, ero sempre a mio agio. Uscivo solo quando dovevo e per il resto me la godevo in casa. Come si stava bene! Ma due anni senza uscire da quattro mura è insopportabile persino per me.
Visti i miei trascorsi da isolato, ho avuto l’accortezza di conservare i prodotti a lunga scadenza che ricevevo dalla Compagnia. Il risultato è che negli ultimi mesi mangiavo riso quasi ogni giorno, e passavo le giornate a guardare vecchi film, a giocare alla PlayStation o a giocare a solitario con delle vecchie carte consumate dal tempo. Se me lo avessero detto tre anni fa, avrei pensato che non sarebbe stata male come vita, anzi! Forse avrei aggiunto cibo più appagante, ma per il resto nulla da ridire.
Invece la situazione è disperata. Ho visto morire i miei genitori e anche se abitavamo insieme non ho potuto nemmeno stare loro vicino negli ultimi momenti, altrimenti mi sarei ammalato anche io. Ero rinchiuso nella mia camera, e dalla porta a vetri li guardavo contorcersi dal dolore, nella stanza accanto. Li ho visti morire a debita distanza. Non mi hanno sentito mentre gridavo che mi dispiaceva. Mi sentivo in colpa perché non potevo fare niente, mentre so che avrei potuto fare tanto prima, quando non era ancora troppo tardi. I miei non erano molto informati sulla contagiosità del virus, io sì. Ma ho lasciato che uscissero per l’ultima volta; era il compleanno di mia zia, e volevano andare a comprarle una torta. E sì, sono davvero usciti per l’ultima volta.
Sono passati quattro o cinque giorni da quando ho mangiato qualcosa. Le mie scorte sono finite, la Compagnia non esiste più: devo imparare a provvedere a me stesso. Secondo mio padre non ci sarei mai riuscito, perché “chi ha trentacinque anni e vive ancora con i genitori non sa badare a se stesso”. Voglio dimostrargli che si sbagliava. In realtà, data la situazione, non potrò dimostrarlo che a me stesso, ma va bene comunque.
Zaino, mazza da baseball, sacco a pelo, torcia, coltellino: sono pronto. Esco di casa e già vorrei tornare indietro, ma la fame è tale che sono pronto a rischiare anche più di così. In fondo di cosa ho paura?! Non sono tutti morti?
Cammino, cammino… Il supermercato non me lo ricordavo così lontano. O forse mi sono perso? Le strade sono irriconoscibili, le radici degli alberi hanno bucato l’asfalto e i rampicanti hanno sostituito le facciate dei palazzi. La città è presa in ostaggio dalla natura.
Mi avvicino alla targa di una via; il nome è sbiadito e corroso dalla ruggine, solo alcune lettere sono rimaste integre. Leggo: “V a Z n e li”. Ma certo, è via Zannelli! Svolto l’angolo ed eccolo laggiù, il supermercato.
Come farò ad entrare? Avrei dovuto pensarci prima. Faccio per cercare nello zaino qualcosa di appuntito, poi mi ricordo della mazza da baseball. La mia salvezza!
Appena entro noto che qualcosa non va, questo posto dev’essere già stato l’obiettivo di qualcun altro. Dentro è il delirio. Nella penombra vedo scaffali vuoti, scatolette e lattine aperte buttate a terra, carrelli della spesa sparsi qua e là, noccioline e frutta secca che mi scrocchiano sotto i piedi. Il pavimento è pieno di robaccia, la puzza di muffa e avanzi di cibo impregna l’aria. Mi viene da vomitare, ma ho lo stomaco troppo vuoto per riuscirci. Alzo la sciarpa fino a coprirmi il naso e proseguo, deciso ad uscire da qui solo dopo aver messo qualcosa sotto i denti. Non ci sono che sacchetti, confezioni, contenitori svuotati; il cibo è già stato mangiato e io sono arrivato troppo tardi.
Controllo bene tutti gli scaffali. C’è qualche noce sgusciata per terra: ne prendo una manciata, e dopo averle pulite con la maglia almeno un paio di volte, me la caccio in bocca, vorace. Spero di non ammalarmi, sono sicuramente sporche. Non ho mai amato le noci, ma ora mi sembrano più buone che mai.
Hai vinto 100 punti!
Esco da dove ero entrato, pensando a un posto alternativo.
Mi fa strano vedere questo quartiere così vuoto e triste. È sempre stato pieno di gente; bambini che andavano a scuola e genitori al lavoro, autobus che intasavano il traffico… Sono tutti morti, rimango solo io. Una città abbandonata in fretta e furia, gente che scappando, chissà per dove, si è lasciata cadere un cappello, un giocattolo, un quaderno.
In un piccolo orto privato ci sono due alberi di mele; vedo anche i frutti rossi! Non mi è difficile scavalcare la recinzione, e in un batter d’occhio sono dentro il giardino. Lentamente assaporo la polpa della mela, chiudendo gli occhi e rivolgendo il viso al sole.
Queste mele sono fantastiche, ne mangio tre, e altrettante ne metto dentro lo zaino, come scorta per il pomeriggio, anche se spero di trovare altro.
Hai vinto 200 punti!
Con lo zaino in spalla, esco dal giardino e prendo la strada verso il sud della città, dove inizia la campagna; mi auguro di trovare campi coltivati che possano darmi da mangiare.
Dopo aver camminato per lungo tempo, vedo un pannello con su scritto “Fattoria delle Capre”. Sotto le lettere, il disegno di una capra che sorride, una spiga di grano tra i denti. La freccia indica un sentiero sulla destra.
Giungo a destinazione in una decina di minuti. Mi aspettavo di trovare delle capre, ma il recinto è vuoto, il cancello è aperto e si capisce che non è stato forzato. Scommetto che il proprietario ha liberato gli animali, prima di fuggire.
La notte è vicina, c’è sempre meno luce, devo trovare un posto per riposarmi. Entro nel granaio, mi preparo un letto di paglia e in breve crollo in un sonno profondo.
Chicchirichiiiiii! Un suono stridente mi sveglia di soprassalto. È mattino presto e ho ancora molto sonno. Seguo il gallo, che mi conduce al pollaio. Uova, quante uova! E sono ancora calde. Poco più in là vedo un paio di galline con i pulcini. Prendo in mano un uovo, lo buco con la punta di un coltello, chiudo gli occhi e me lo porto alla bocca, con l’immagine di Rocky Balboa in testa: se riesce lui, riesco anch’io. Le altre uova le metto nel granaio, al sicuro per i prossimi giorni, sperando di riuscire a bollirle.
Hai vinto 200 punti!
Esco dalla fattoria, diretto a est. Cammino tutto il giorno, senza trovare né verdura né frutta. Eppure ero venuto in campagna proprio per questo! Intorno a me ci sono solo campi di girasole. Come possono sfamarmi con i semi? Sperando di trovare di meglio, faccio comunque scorta, mettendoli in tasca.
Hai vinto 50 punti!
Sono alla ricerca di qualcosa da mangiare. Giungo in un bosco colmo di piccoli frutti rossi. Sono bacche? Forse more? Ne raccolgo una ventina e le mangio nel mio rifugio improvvisato, ai piedi di una grande quercia.
Nella notte mi sveglio più volte, finché non riesco più a riaddormentarmi. Ho un male tremendo all’addome, cerco invano una posizione comoda, mi giro e rigiro nel sacco a pelo. Qualcosa non va. È lo stomaco? Vomito. So che non sono i sintomi della malattia. Forse è un’intossicazione alimentare. E se non avessi mangiato davvero delle more ma bacche velenose?
Hai perso 100 punti!
La mattina seguente sto ancora molto male, anche se meno, ma decido comunque di aspettare l’ora di pranzo per provare a tirarmi su. Ma che dico, come potrei sapere quando sarà l’ora di pranzo? Qui non ci sono orologi. Avrei dovuto portarmi quello di mio padre.
Quando il sole è alto in cielo mi alzo, molto prudentemente, e mi rimetto in cammino, senza una meta. Dove sto andando e cosa sto facendo? Credo che tornerò a casa, almeno lì sono al sicuro, ho un posto dove dormire. E nel giro di poche settimane morirò di fame. A dire il vero non so se ha davvero senso tornare a casa, ormai. Sono giorni che vago, forse è già passata una settimana. Non credo di riuscire ad orientarmi. Quale sarà il cammino per il ritorno?
Esco dal bosco con facilità – non mi ero addentrato molto – e percorro la statale.
Dopo qualche tempo, vedo una capra con una cordicina ancora al collo. Che sia una di quelle rilasciate dalla fattoria? Probabilmente non ha mai conosciuto un ambiente diverso dal solito recinto. Gli animali sono finalmente liberi ora che l’uomo non esiste più. Se potessero parlare esprimerebbero tutto il loro entusiasmo. A me invece la troppa libertà mette ansia. Sono sempre stato agorafobico, ho sempre avuto paura degli spazi aperti e grandi.
Mi avvicino alla capra, insicuro. Ho fame e vorrei mangiare, ma non posso ucciderla, non saprei da dove iniziare. La accarezzo sulla schiena. Credo non sia ancora adulta. È una femmina! Controllo subito se ha del latte. Niente da fare. Con me ho il coltellino e la mazza da baseball. Se solo ne avessi il coraggio…
Sto con lei tutto il resto del giorno, la seguo e mi faccio seguire.
Arriva il buio e ancora non ho mangiato. La capra sembra a suo agio con me, non ha mai cercato di scappare e si è lasciata toccare senza problemi. Si accuccia in un angolino, la testa contro la corteccia di un albero. Prendo il sacco a pelo e mi sdraio accanto a lei.
Nel mezzo della notte ho un terribile incubo. Vedo mio padre che cerca di parlarmi, ma per qualche motivo non riesce. Papà, cos’hai? Lo sento tossire forte, non riesce a respirare bene. È malato, ha già contratto il virus. Provo ad aiutarlo, ma non vuole. Anzi, mi fa cenno di farmi da parte. Siamo a casa nostra, mia e dei miei genitori. Mi guarda con aria di rimprovero. Papà, che c’è?
“Non sarai mai un vero uomo”. Quella frase. Quella dannata frase. La odio. Non me l’ha detta più di tre volte in tutta la mia vita, però eccome se me li ricordo, quei pochi momenti. Mi metto a piangere. Papà, perché, perché?
Di nuovo tosse. Si siede. Mi guarda con tutto il disprezzo del mondo.
Mi sveglio di soprassalto, sudato e confuso. La prima cosa che vedo è la notte, poi prendo la torcia per fare luce e illumino le zampe posteriori della capra, ancora addormentata. Guardo lo zaino, la mazza da baseball che fuoriesce dalla tasca nera. Afferro il coltellino e la mazza, poi guardo di nuovo la capra, ma stavolta senza dubbi.
Ti dimostrerò che sono un uomo, papà!
Hai vinto 400 punti!
Il mattino seguente riprendo il cammino; stavolta sono deciso a raggiungere un monte: forse da lì riuscirò a scorgere un corso d’acqua, un campo dove crescono ortaggi, qualcosa che possa darmi da mangiare. Non è tanto distante da dove sono ora, penso di raggiungerlo al massimo in tre giorni.
A fine giornata, ho le gambe stanche, mi fermo per riposare e mangio un po’ del cibo di ieri.
Arrivo in cima alla vallata dopo sette lunghi giorni, quattro più del previsto tanto mi stanca camminare sotto al sole. Solo ora capisco che è stato uno sbaglio: essendo la zona in alta quota, la notte è terribilmente fredda e il sacco a pelo non mi scalda a sufficienza.
Acciùù!!
Uno starnuto?! Sembra venire da lontano, l’ho sentito appena, e forse era soltanto l’eco. Sarà un animale. Non può che essere un animale. E se invece…
Ne sento altri due. Devo assolutamente scoprire se si tratta della mia immaginazione o di un uomo spuntato da chissà dove. Mi dirigo in direzione degli starnuti, certo che non giungerò mai a destinazione: che si tratti di una persona o di un animale, di sicuro si muoverà, non rimarrà fermo.
Tuttavia, è bello avere un obiettivo per andare avanti. Non so se essere euforico o terrorizzato. Certo è che non mi sono mai sentito più confuso di adesso.
Passo accanto a un albero, imponente, con le foglie allungate e verdissime. Sarei curioso di conoscerne il nome. Sembra essere il più alto nella zona.
Dopo ore di cammino mi siedo contro un tronco. Sono stufo di tutte queste scomodità, ho speso tante energie per mangiare carne scotta e senza condimento, ho ucciso una capra per fingere di essere un vero uomo, ho mangiato – o dovrei dire bevuto – disgustose uova crude… Spero davvero di incontrare una persona, e spero che sia più “selvaggia” di me, perché io non ne posso più.
Finita la breve pausa, mi alzo e… Ma questo è lo stesso albero di prima, quello di cui non sapevo il nome! Sto girando in tondo! Di questo passo non ce la farò mai.
Prendo una direzione casuale e corro come se mi stesse inseguendo una belva feroce. Corro fino a non avere più fiato, anzi, continuo nonostante non lo abbia già più, la fronte che gronda sudore, lo zaino che balla a destra e a sinistra, il bum bum rapido del cuore.
C’è uno spiazzo davanti me, supero di corsa gli ultimi alberi mi ritrovo con i piedi in un lago!
Mi bagno i piedi, perdo l’equilibrio e cado in avanti. Mi rimetto su in tutta fretta e mi guardo: sono metà bagnato, metà asciutto, ma almeno non mi sono fatto male.
Ne approfitto per un bel bagno – da quant’è che non mi lavo? – sorrido e mi godo il momento spensierato. Pescherò qualche trota. Non so ancora come, ma mangerò del pesce.
Hai vinto 50 punti!
A un tratto, odo la voce di una bambina che canta una filastrocca. Che sta succedendo? Sto sognando?
Gnomo che dormi, sogna che posto,
fammi trovare il tesoro nascosto.
Da dove viene questa piccola voce? Raggiungo la riva ed esco subito dall’acqua. Sembra proprio essere la voce di una bambina. Non ci credo! Ma è la stessa dello starnuto? Tutta sola, in un posto così? Come può sopravvivere, a stento riesco io! Dev’esserci qualcuno con lei, e questo mi sorprenderebbe ancor di più.
Sogna che è ricco, sogna che è molto,
fammi trovare il tesoro sepolto.
Si sta allontanando. Devo seguirla. Mi incammino lungo la riva e spero di dare una risposta ai dubbi che mi assalgono.
Chiave di ferro, cassa di legno,
sognati un sogno e segnami un segno.
La sento così vicina che dovrei riuscire a vederla.
Segno per terra per dire dov’è
tutto il tesoro per me!
Eccola là! Una bambina, e quant’è piccola. Avrà al massimo cinque anni. Cos’è quella cosa che si muove dietro il cespuglio? La bambina la sta raggiungendo. Un’altra persona! Un anziano con i capelli grigi e una canna da pesca in mano. Sembra che vivano qui da sempre. Mi tengo distante, ma sono troppo affascinato per distogliere lo sguardo.
Hai vinto 100 punti!
È strano vedere delle persone, dopo ben due anni. Probabilmente ce ne saranno altre. Incredibile scoprire di non essere l’unico sulla Terra. Se fossi rimasto chiuso in casa non l’avrei mai saputo.
Non so ancora se voglio avvicinarmi e parlare con loro oppure aspettare ancora un po’. Potrebbero essere contagiati e non saperlo ancora. Di fatto è possibile, i sintomi non saltano fuori immediatamente.
Per almeno un paio di giorni, senza rendermene conto, mi ritrovo a spiare la bambina e quello che potrebbe essere il nonno. Controllo tutto quello che fanno, li seguo come un vero segugio, attento a non farmi sentire.
L’uomo è molto abile a pescare, ad accendere fuochi (e non farli spegnere, al contrario di quello che capita sempre a me), e ad arrostire piccole trote. Il profumo non è mica male. In vari momenti sono tentato di farmi vedere, in fondo mi sembrano buone persone. Forse mi aiuterebbero, mi farebbero stare con loro.
Stamattina mi sono svegliato molto presto. C’era un cielo bellissimo. Nonostante il freddo, sono andato a farmi un bagno. L’acqua era calma, d’un piatto incredibile. L’anziano e la bambina dormivano ancora. In realtà non potevo vederli, perché hanno una piccola tenda, ma di sicuro erano ancora lì dentro. Stupido io che non ci ho nemmeno pensato: potevo prendere quella di mio padre e passare la notte al riparo dal vento.
Quando il sole si è alzato, mi sono ricordato di non essere solo e sono tornato a riva; non mi ero curato dei polpastrelli raggrinziti e delle gambe tremolanti dal freddo.
Inizia a piacermi questa vita nella natura. Peccato che non so starci. Ora mi addentro nel bosco e colgo bacche fino a riempirmi il palmo. Stavolta so quali sono commestibili, ieri ho visto l’anziano prenderne un po’ per la bambina. Qualche piccolo frutto gli è sfuggito di mano, lungo il cammino per tornare alla tenda, quindi ho potuto studiare bene la forma del frutto per poterla riconoscere. Ne mangerò spesso, di queste bacche o come si chiamano, il bosco ne è pieno. La colazione è fatta. Torno vicino al lago, nella mia “postazione segreta”, cioè dietro ad un ammasso di grandi sassi, là dove l’erba è abbastanza alta. Qui è impossibile che mi vedano.
Mi volto a guardare la tenda, per capire se è ancora chiusa. Da qui non capisco bene, ma credo proprio che stiano ancora dormendo. Faccio per girarmi e… la bambina è davanti a me!
Hai vinto 500 punti!
La piccola mi guarda incuriosita, non è impaurita né sorpresa, come se fosse naturale vedere gente, di questi tempi. Nonostante sia piccolina e assolutamente dolce, la fisso impietrito, gli occhi sbarrati e allarmati. Mi fa ciao ciao con la manina. Tiro su la mano per fare la stessa cosa e non ho nemmeno bisogno di muoverla a destra e a sinistra: tremo come una foglia.
Dal lago sento provenire la voce dell’uomo che chiama la bambina.
– Anna!
E ancora: – Che fai, Anna? Cos’hai visto?
Il nome di Anna viene pronunciato almeno altre due o tre volte, la voce si fa sempre più vicina.
Mi rimangono ancora pochi secondi per reagire.
5, 4, 3, 2, 1…
Game over
– Non ce l’ha fatta neanche questa volta…
L’operatore a sinistra del monitor si toglie le cuffie. Più sconsolato che deluso, con la mano si strofina il mento. Poi si gira verso la donna seduta al suo fianco, ma lei rimane in silenzio e guarda lo schermo.
– Non credo ci riuscirà mai, riprende l’uomo, allungandosi sulla sedia e stirando le braccia. – Neanche la bambina riesce a facilitargli l’approccio con gli altri. Si blocca e perde il gioco.
La donna si prende la testa tra le mani.
– Pensavo che questi nuovi stimoli cerebrali sarebbero stati la soluzione, sbuffa, – ma non è neanche riuscito a parlarle, si è fermato al saluto.
Poi si toglie gli occhiali protettivi e chiede al collega di preparare il rapporto e chiamare il dottor Forester.
– Dobbiamo passargli il caso. Noi non possiamo farci più niente.
L’operatore compila la scheda dell’ultimo esperimento:
Relazione del tentativo numero 58 – Erik Rubert
Esito: FALLITA
Note: Il paziente si dimostra incapace di relazionarsi con una bambina. Grave inquietudine post-pandemica nel rapporto con altre persone.
Piega il foglio e ordina allo smart device di chiamare il Dottor Forester.
– Sì, pronto, si sente dall’altra parte del ricevitore.
– Dottor Forester, buonasera. Sono Tomas Borillo, operatore riabilitativo post-pandemico della clinica Medivita.
– Buonasera Borillo, di cosa ha bisogno?
– Dottore, – lo informa l’uomo, – abbiamo un paziente in carico che stiamo sottoponendo alla riabilitazione cognitiva attraverso il software Re Venite. Il paziente si chiama Erik Rubert. Purtroppo non ci sono miglioramenti, siamo arrivati al tentativo numero 58, ma continua a non rispondere al gioco di riabilitazione. Non riesce ad interagire con altri esseri umani, nemmeno bambini. È uno di quei casi che le dobbiamo passare.
– Comprendo, – il dottore ci pensa un po’ prima di proseguire: – Come si comporta il paziente quando non è sottoposto agli stimoli cerebrali?
– Quando qualcuno entra nella sua stanza si rannicchia negli angoli spaventato, per lavarlo dobbiamo iniettargli il Merox, se non viene sedato diventa estremamente aggressivo e pericoloso. Il software Re Venite è il programma meno invadente con cui possiamo indurlo a interagire con altre persone. Ma il soggetto è afflitto da una sociopatia apparentemente irreversibile.
Il dottore sospira: – Inviatemi la cartella clinica del paziente.
Qualche minuto dopo, il Dottor Forester legge la relazione della clinica Medivita:
Cartella clinica di: Erik Rubert
Il soggetto manifesta sintomi cronici e persistenti post-pandemici, quali insonnia e sintomi depressivi. Inoltre convive con una grave forma d’ansia, che non gli permette di relazionarsi con altri esseri umani…
Scorre con attenzione la cartella del paziente:
Gli stimoli cerebrali sono stati indotti con il software Re Venite tramite riproduzioni virtuali di spazi naturali e di bambini, donne e uomini suoi coetanei e non. Nessuna risposta positiva agli esseri umani.
Gravissima forma di sociopatia, gli esperimenti confermano sintomi pregressi e un progressivo peggioramento dovuto alla perdita dei genitori e all’ isolamento cui è stato sottoposto.
Soggetto potenzialmente pericoloso se reintrodotto nella società.
Con i gomiti appoggiati sul tavolo e le mani intrecciate, il dottor Forester fissa ancora il contenuto della cartella.
– Ecco l’ennesimo, – dice tra sé, con un tono di freddezza riflessiva. – Cinquantotto tentativi e neanche una risposta positiva agli esseri umani.
Libera le mani dall’intreccio e pronuncia la parola: – Atem.
– Sì dottore, di cosa ha bisogno? – domanda una voce elettronica.
– Atem, scansiona i 58 report di Re Venite relativi ad Erik Rubert. Devi creare un mondo che risponda alle caratteristiche del paziente.
Il dottore si alza in piedi e comincia a girare per lo studio.
– Mi raccomando, – aggiunge, – non prevedere alcun tipo di relazione con altri esseri umani, blocca ogni uscita dal mondo virtuale. Dovrà rimanerci a vita!
Un crescendo di luce si propaga nella stanza. Migliaia di informazioni su Erik Rubert vengono elaborate dal dispositivo che macina dati su dati ricreando un mondo su misura per il paziente.
Struttura Mondo XA-2789
XA-2789: Dati del blocco Re Venite
Ponte di comunicazione con il mondo fisico: disattivato
Possibilità di interagire con altri meta-pazienti: disattivato
Mondo ricreato: Ultimo uomo rimasto sulla terra
Stato: Download 100%, nessun errore riscontrato
Con le retine illuminate dall’operazione, Forester osserva i risultati.
– Atem, invia un messaggio alla clinica Medivita. Siamo pronti per accogliere Erik Rubert nel mondo XA-2789. In modalità ergastolo digitale.






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