La stanza delle locuste – Dino Collazzo, Giulia Gorella, Michela Potito

Jennifer era felice al pensiero di non dover più sopportare quella puzza di bruciato: faceva sembrare le notti d’inverno afose, soffocanti. Finalmente avrebbe riavuto il bosco tutto per sé e per i suoi amici. La bambina stava lì sorridente con il tablet stretto tra le mani, concentrata a filmare la scena. Si sentiva al sicuro, dopo tanto, grazie agli uomini in divisa.

– Non li brucerete più i bambini, mai più! – gridava con il viso dietro lo schermo, puntando contro i volti scuri degli stranieri l’occhio della webcam.

Teresa Ballarin si voltò e si rivolse alla piccola con un filo di voce, spezzata, prima di sputare in terra.

– Se davvero bruciavamo i bambini, – disse nel suo inglese ancora stentato, – tu eri la prima.

La voce di Jacopo, suo marito, la raggiunse: – Non dire queste cose, non dirle.

Giacomo, il figlio della coppia, di circa trent’anni, era scortato anche lui da agenti di polizia, così come sua moglie e i due figli. In fila indiana, senza niente altro che pochi indumenti addosso, scivolavano silenziosi nelle volanti della polizia. Nel frattempo, altri agenti imballavano distratti gli oggetti che avevano riempito le loro vite: le fotografie della laurea di Giacomo, il computer, le valigie, alcuni giocattoli e molto altro.

Con lo sguardo, Teresa cercò oltre le spalle dell’agente che la scortava. Il loro rifugio era crollato. E con esso le illusioni che li avevano nutriti da quando erano stati accolti in Inghilterra.

– Ma dove ci portate? – domandò Teresa. – Rispondeteci una buona volta!

E Jacopo subito a darle man forte: – Non potete fare così, è casa nostra, abitiamo qui da anni.

– Non è casa vostra. È dei Patrickson, – si limitò a rispondere un ufficiale.

Nel silenzio che seguì, i coniugi si videro passare davanti agli occhi i cinque anni di progetti, cambiamenti e sogni che quelle mura avevano visto nascere: il battesimo dei nipotini, le grigliate con i Patrickson, i lavori di ristrutturazione che riempivano i giorni di primavera.

– La prossima volta, − intervenne un agente, − eviterete di incendiare i nostri boschi per chissà quali riti satanici e blasfemi. I due anziani si guardarono sconsolati: non erano stati capiti, eppure quante volte si erano sforzati di spiegare ai vicini, agli stessi Patrickson, che il loro era un falò di antichissima tradizione e serviva per prevedere l’andamento del raccolto.

– Almeno ci dite dove ci state portando?

– Al Centro.

Gli stranieri si aggrapparono alla griglia metallica che li divideva dal sedile anteriore.

– Impossibile! – disse Teresa con angoscia, – li hanno chiusi tutti.

– Per voi faremo un’eccezione.

I denti del poliziotto brillarono di un giallo intenso riflessi sullo specchietto retrovisore.

–  Siamo cittadini, – protestò Jacopo, – abbiamo tutti i documenti in regola.

Silenzio nella vettura.

–  Vi prego! Lasciate che resti almeno nostro figlio con la sua famiglia.

Giacomo la guardava sconsolato, segretamente felice del netbook che si era nascosto sotto la giacca.

Teresa non poté fare a meno di pensare a quanto il Centro (di Prima Accoglienza e Smistamento) fosse stato psicologicamente devastante per Giacomo. Il non saper dove andare; l’attesa struggente nei pressi del porto e quell’aria umida e fredda che faceva ammalare anche loro, i più forti. I sopravvissuti alla pandemia.

Era successo tutto cinque anni prima: la gente aveva cominciato a morire nel giro di quarantott’ore. I cadaveri erano ammassati per le strade e non c’era modo di smaltirli. L’Inghilterra si era rivelata protetta, oltre il canale della Manica, e a migliaia si erano ammassati, come i Ballarin, per trovare scampo dal morbo. Solo i sani erano autorizzati a passare.

Uno dei due agenti accese la radio.

 

Vamos a la playa oh oh oh… vamos a la playa la bomba estalló…

 

– Lasciateci fare il nostro lavoro.

Quella frase zittì definitivamente i Ballarin che guardavano farsi sempre più piccolo in lontananza, il loro falò, il pignarûl, ormai spento.

L’auto tagliava la nebbia che invadeva la strada. Era uno di quei pomeriggi invernali che piombano in un attimo nella notte più fonda. L’ufficiale alla guida pensava solamente a seguire la linea bianca, dritta davanti a lui. Solo quello. Eppure non era sempre così facile. La volante passò per una zona residenziale di lusso. Dal finestrino i due poliziotti gettavano di tanto in tanto un’occhiata verso le case: sognavano di abitare in particolare in una di quelle gigantesche ville, ancora in stile neoclassico il cui giardino era stato convertito in orto, per far fronte all’emergenza alimentare. La maestosa abitazione era immersa nell’oscurità, ad eccezione di tre finestre al pianterreno, illuminate a giorno.

Quella centrale dava sulla sala da pranzo, stanza prediletta per il tè del sabato organizzato dalla signora Tiffany, la quale stava esortando il gruppo di portoghesi che le era stato assegnato a uscire di casa. Era tutto pronto ormai e gli ospiti sarebbero arrivati a momenti. Era convinta di aver fatto uscire l’ultimo profugo quando scoprì uno di loro, uno dei bambini, ancora nascosto sotto il tavolo: “Ogni volta la stessa storia, possibile che questi siano dappertutto? Peggio delle locuste”. Tiffany allora scacciò in malo modo il bambino e si preparò a sfoggiare il più bel sorriso per il momento in cui i suoi amici avrebbero preso il posto di quei fastidiosi occupanti.

 

– Cara, non sembra affatto farina di castagne! Ma come ci sei riuscita?

Tiffany avvampò. Lo scone rimasto a mezz’aria, e la bocca schiusa. Un maggiordomo antico come un pezzo d’artiglieria intuì il disagio della donna, fece un cenno a una serva, mimetizzata contro la parete. La cameriera prese un cesto di panni ben piegati, e si avvicinò alla sua signora.

– Mi rincresce, ma è il momento di aprire il mobile stireria.

Tiffany guardò la giovane, richiuse la bocca, e raggiunse il fondo del salotto, dal lato dove gli uomini stavano in cerchio a fumare. Il mobile stireria aveva dovuto trovare posto accanto a una credenza, dove soavi porcellane Bone China coabitavano con pile di stoffa e vasi di olive in salamoia. Il problema dello spazio, che appena cinque anni prima era sembrato temporaneo, era diventato folle nel giro di niente.

Quando la proprietaria fu abbastanza lontana, la giovane Fitzcarraldo, moglie del celebre notaio, si chinò su quella che aveva parlato per prima: era la vice-cancelliera Whiter, elegantissima col tubino cremisi in satin duchessa, per quanto più da cocktail che da tè.

– Sei perfida!

– Io? Ma ho detto solo la verità! Ditemi voi se questo scone non è soffice come fosse di farina doppiozero!

Tutte risero, coprendosi la bocca con i guanti.

– Me la ricordo, quando esisteva, la farina doppiozero.

– Noi ne abbiamo una scorta sottochiave. Venite per il tè di sabato prossimo, e vi farò sentire.

– È turno di andare da Leila, e lo sai.

La moglie del notaio Fitzcarraldo simulò un colpo di tosse. La vice-cancelliera Whiter si spazzolò via dal tubino inesistenti briciole di scone.

– Ah, se è il turno di Leila, allora.

Le donne si scambiarono sguardi rancorosi: non tutte avevano digerito che una mediatrice culturale, di relativamente bassa estrazione sociale, avesse sposato proprio Adrian, il primo ministro. Per di più, alcune. Attribuivano alla sua influenza sul marito la colpa della legge sulla Buona Accoglienza.

Si spalancò la porta-finestra.

– Mi dicono che in questa casa si distilli illegalmente single malt.

Le voci si abbassarono alla vista dell’uomo imponente che aveva occupato la porta.

– Ce n’è rimasto un poco?

– Omar. Vieni qui a bere, e il diavolo ti porti se entro la fine del pomeriggio non mi avrai detto i nomi di tre cani buoni su cui scommettere domani.

Il vice di Adrian era ben voluto, lì, come in molte case neoclassiche.

Le voci si mischiarono coi sigari, le tazze con i pettegolezzi e con gli scone, ma calò il silenzio quando, nel dispositivo auricolare dei presenti, risuonò la voce del Sistema Operativo Ottimizzato, di cui tutti ormai disponevano.

– Ma non è l’ora delle notizie!

– Sarà successo qualcosa di grave!

– Ssst. Non sento.

 

Una famiglia migrante di origini italiane a cui era stata assegnata un’abitazione, di proprietà dei Patrickson, nella zona di Ebbw Vale è stata appena sgomberata dietro autorizzazione straordinaria concessa dal questore. Si tratta del primo provvedimento del genere da…

 

Omar si portò le mani sugli occhi, come se il gesto potesse bastare a evitargli la fastidiosa discussione che già vedeva addensarsi dalle espressioni incredule di tutti gli astanti.

Il vecchio Fitzcarraldo con malcelato stupore:

– Questo… questo rappresenta un precedente! Non è vero?

– Io non sapevo, lo apprendo ora come voi, per la prima volta.

Fitzcarraldo non osò dare al vice primo ministro, apertamente, del bugiardo.

– Omar, non devi esporti tu. Devi solo dirci se la cosa può stabilire un qualche tipo di precedente.

Tra le donne il mormorio si spense. La vice-cancelliera Whiter, che già da molti minuti non si perdeva una parola, si alzò con la scusa di posare la tazza, e fece quattro passi verso metà della stanza.

– Fitzcarraldo, prego non sia aggressivo con il nostro ospite. Vedrà che siamo dalla stessa parte.

La Whiter cercava lo sguardo di Omar, che tentava di sfuggirle guardando il soffitto, il muro, le unghie delle sue mani.

– Ci penserai tu a dire una parolina ad Adrian. Non è così?

– Non posso promettere nulla, Marion. Ho le mani legate.

La Whiter gli sfilò il sigaro dalle mani e ne aspirò una boccata profonda.

– Siamo stanchi, Omar. Stanchi. La misura è colma, – spense il sigaro con una scarpina foderata di raso. – Devi andare a parlargli il più presto possibile.

 

Adrian leggeva seduto dietro la scrivania nella stanza numero 8 dell’Ala Straordinaria Deputati. Come tutte le mattine, prima di entrare in aula, aveva l’abitudine un po’ antiquata di sfogliare i quotidiani in cartaceo, un privilegio ancora riservato ai parlamentari. Nello schedario accanto alla scrivania, conservava, divisi per anno, gli articoli su delitti, rapine e microcriminalità. Quei fatti, diceva, erano il termometro del malessere della società. Quella mattina era intento a ritagliare un articolo come suo solito, ma le mani gli tremavano intensamente quando Omar entrò trafelato senza bussare.

– Adrian… ti è arrivata la notifica?

Ci volle un po’ affinché l’altro rispondesse.

– La notizia di Ebbw Vale?

– Non ho chiuso occhio tutta la notte. Mi sembra un incubo.

Omar sudava freddo: non sapeva bene come affrontare il discorso. Si era preparato, si era lasciato convincere.

– Dopo tutto, forse non hanno torto. Sai, a quanto emerso, sembra che bruciassero degli alberi, è danneggiamento del patrimonio naturale…

Adrian rimase in silenzio. La notizia gli aveva ricordato i primi giorni della pandemia. L’arrivo di migliaia di persone in fuga dal continente, la paura del contagio che serpeggiava tra gli abitanti dell’isola, l’iniziale diffidenza verso gli stranieri che in breve si era trasformata in carità. A mutare il sentimento degli inglesi era stato l’annegamento di una famiglia spagnola a poche miglia dalle coste dell’isola. L’immagine dei tre corpi sulla spiaggia aveva spinto molte persone della cittadina costiera ad accogliere gli stranieri offrendo loro alloggio e cibo. Lo stesso Adrian riprendendo il suo mestiere di medico, interrotto dopo l’elezione in Parlamento, era partito come volontario per prestare soccorso. In poco tempo vecchi e nuovi abitanti si erano ritrovati uniti nel condividere beni e ricchezze. Fu in quei giorni che Adrian iniziò a scrivere gli articoli e i commi che componevano la legge: la Buona Accoglienza. Un ordinamento che avrebbe consentito alle persone di cultura ed etnia differenti di vivere in simbiosi.

– Conosco personalmente i Patrickson, – disse alla fine. – Charlotte e io andavamo allo stesso college. Bisogna che parli con loro e che li convinca a ridare l’alloggio alla famiglia.

– Immaginavo mi avresti risposto così. Ma è complicato.

– Perché? Quando hanno messo a disposizione l’abitazione hanno ricevuto un indennizzo. Non capisco cosa vogliano ancora.

Omar si rese conto di essere rimasto in piedi. Afferrò una sedia e sedette di fronte al primo ministro, sull’altro lato della scrivania.

– Adrian qui non si tratta solo dei Patrickson. C’è chi pensa che sia arrivato il momento di riprendere la vita di prima. Le persone si ammalano sempre meno e nel continente la situazione è tornata alla normalità.

– Mi stai dicendo che qualcuno vorrebbe rimandare nel paese di origine chi vive qui da anni?

– No. O almeno non tutti.

Adrian si massaggiò le tempie con i polpastrelli per prevenire l’emicrania in arrivo: – Cosa significa: non tutti?

– Si potrebbe pensare di far rimanere solo chi è riuscito a integrarsi.

– E immagino che per gli altri ci sarebbe l’espulsione.

Il tono della voce di Adrian si era fatto più serio. Aveva smesso di ritagliare l’articolo del giornale e fissava Omar, il compagno di tante battaglie, con cui aveva realizzato la Buona Accoglienza. Ripensava alle lunghe discussioni in aula e alla loro felicità quando il Parlamento aveva deciso di dare inizio a “un mondo nuovo”, come lo avevano definito. Adesso quello stesso uomo gli chiedeva di rinnegare ciò per cui si erano battuti. Di stravolgere ciò che avevano realizzato applicando confini a un modello che ne era privo. La parola compromesso aleggiava sulle loro teste come un fantasma. Adrian ne aveva colto la presenza e aspettava il momento in cui si sarebbe palesata nel loro discorso.

– Pensavo di introdurre la meritocrazia. Il sistema del Buon Migrante.

Omar lasciò cadere le mani sul tavolo: finalmente era riuscito a dirlo.

Adrian era tutto un nervo: braccia e gambe tese da far male. Guardò fuori dalla finestra, guardò il suo debole riflesso posato sulle case di un’Inghilterra che forse non capiva bene quanto pensava.

– Ovvero?

– Se una persona straniera non ha un lavoro, viola la legge oppure adotta dei comportamenti inadeguati, come ha fatto la famiglia di Ebbw Vale, le vengono scalati dei punti e una volta a zero le viene revocato il permesso. In caso contrario dopo dieci anni ottiene lo status di residente.

– La trovo una pessima idea, – commentò l’altro scuotendo la testa. – Quella tra residenti e migranti è una vecchia distinzione che abbiamo superato.

Omar si sporse verso il primo ministro, come se ridurre la distanza fisica tra loro servisse a diminuire anche quella ideologica.

– Quella distinzione è vecchia per te, per pochi. Tanti pensano ancora che ci siamo Noi e Loro. E sono gli stessi che all’inizio erano restii a condividere i loro beni con i profughi. Adesso chiedono cambiamenti. Dobbiamo ascoltarli.

– Non ho intenzione di farlo, – disse prima di impugnare le forbici e riprendere il suo lavoro di ritaglio.

Omar intuì che la conversazione era finita. Salutò in modo freddo e uscì. A grandi passi raggiunse il parco di fronte al Parlamento. Le donne – sembravano ispaniche – con grandi fazzoletti in testa stavano arando le aiuole più esterne, per la semina di carote e barbabietole, come toccava il giovedì.

Le superò senza rispondere ai loro cenni di saluto con la testa, e avvicinò alla bocca il dispositivo da polso.

“Buongiorno, Omar. Sono le ore…”

– Skip.

“La tua temperatura corporea è di 36.8 gradi. Il tuo battito cardiaco è…”

– Skip.

“Grazie. Cosa posso fare per te?”

– Chiama Whiter. Volume 12. Padiglione auricolare destro.

“Sto chiamando Whiter”.

– Pronto, Omar? – rispose al primo squillo la vice-cancelliera.

– Marion, ci ho appena parlato. Non c’è alternativa, facciamo come dite voi.

 

Le ritornava sempre in mente quel passaggio del romanzo di Elena Ferrante, un vecchio best seller italiano di inizio secolo, in cui la protagonista riconosce di essere fatta male, di essere come tutte quelle persone che danno troppo agli altri e finiscono poi per sentirsi derubate, incomprese, derise.

Ecco cosa aveva sbagliato Adrian: la sua devozione aveva spinto gli inglesi a quei rivolgimenti epocali, e ora, tutto stava degenerando. Leila gli passava le mani sulla schiena, dai lombi su fino all’incavo del collo, con forza e pressione. Sentiva il sangue irrorargli i muscoli, diventava la sua pelle e si eccitava, la vulva le pulsava e la sentiva stretta in mezzo alle gambe, e più succedeva, più lo massaggiava, giù sui glutei, le cosce e i bicipiti.

Ma quel giorno no, non avrebbero fatto l’amore, lo sentiva, lui era troppo teso, perso nel senso di impotenza.

Adrian pensava alla conversazione con Omar, nonché al video dello sgombero dei Ballarin che gli era stato appena inoltrato. Ormai era ovunque, in rete. Serviva un’idea, come cinque anni prima, quando con un discorso da standing ovation aveva persuaso il Parlamento inglese ad accettare la legge della Buona Accoglienza. Chi possedeva dello spazio – che fosse una camera da letto in un appartamento o una casetta degli attrezzi – doveva comunicarlo al suo Comune di residenza e attendere che gli fosse assegnata una famiglia.

Oh my Lord, my sweet Lord, I really want to see you, I really want to be with you… era il celebre verso di George Harrison sussurratogli da Leila ad ogni giro di luna per rinnovare il suo amore, che lo faceva scoppiare a piangere a dirotto, come un bambino, un pupo. Adrian tremava e sussultava, e lei, di conseguenza, sopra di lui. Adrian prese le mani di Leila nelle sue, si girò sotto di lei, offrendole il contatto del suo sesso; e la guardò negli occhi, sorprendendosi come sempre di fronte alla bellezza del suo viso. Leila, si commosse, e le sue lacrime si mescolarono al sudore. Non stavano facendo l’amore, ma erano una cosa sola, animata di vita propria.

Restarono a lungo in silenzio, immobili, la testa di Leila abbandonata sulla spalla di Adrian.

– Devo fare qualcosa, Leila, – disse lui alla fine, tornando al pensiero che lo assillava. – Soldi il governo inglese ne ha, con il fondo di Emergenza ne dispone ancora in abbondanza. Dobbiamo dare un reddito mensile a tutti i cittadini che hanno accolto i profughi, dobbiamo farlo, al più presto e profumatamente. Solo così eviteremo il peggio. Non possiamo placare il fastidio e la voglia di riappropriarsi dei propri spazi, della propria intimità e della propria vita. Questo è sano, direi animale, e non possiamo osteggiarlo. Ma se diamo loro dei soldi calcolati in base alle risorse che mettono a disposizione, allora dovranno sentirsi grati verso la Gran Bretagna, e si vergogneranno di fare gli stronzi con i fuggitivi della Pandemia.

Leila sollevò la testa e disse che i soldi non avrebbero risolto la situazione. Potevano andar bene per la classe media o gli agricoltori, ma non per chi poteva anche rinunciarvi, pur di tornare a godersi appieno ville e proprietà.

Adrian guardò l’orologio. Si alzò di scatto e si preparò frettolosamente per uscire: non poteva più attendere.

– Intanto possiamo iniziare così, – disse infilando il cappotto. – Vado da Charlotte, le parlo, vediamo come reagisce. I Ballarin, invece, anche loro dovrebbero avere un rimborso, per quello che hanno perso, per poter ricominciare a costruirsi una vita, se mai volessero “tornare a casa”.

Si girò all’ultimo, prima di sbattere la porta.

– Grazie Leila. Ti amo.

 

Leila si alzò dal letto e andò a lavarsi l’olio per massaggi dalle mani. Mentre l’acqua tiepida lottava contro l’unto delle dita, Leila sentiva che qualcosa non andava. Chiuse gli occhi, si abbandonò al rumore dell’acqua corrente e strinse con un gesto meccanico la valvola del rubinetto fino a soffocarne il getto. Si accorse ad un tratto di non trovarsi più davanti allo specchio della stanza da bagno, ma nel salotto, e poi di nuovo in camera da letto, e ancora in salotto: continuava a camminare e a strofinarsi le mani sulla sottoveste in pizzo, come per volerle asciugare dall’acqua evaporata ormai da chissà quanto.

Si fermò al centro della stanza e sprofondò sul divano, la testa tra le mani e le gambe tremanti. Doveva reagire, doveva fare qualcosa. Ma no, no, non c’era ragione per preoccuparsi. Doveva restare lucida: la situazione era sotto controllo, Adrian avrebbe parlato con i Patrickson, loro avrebbero accettato un accordo e tutto si sarebbe risolto. Perché doveva per forza andare così. Dopo tutto Adrian aveva affrontato parecchie insidie dall’inizio del suo mandato, com’era prevedibile, ma ne era sempre uscito vincitore e lei lo aveva supportato in ogni battaglia. Di fatto, era mediatrice culturale, di mestiere come nella vita, e non riusciva proprio a comportarsi diversamente. Ciò nonostante, non restava altro che aspettare: aspettare che lui rincasasse, e che le comunicasse di aver risolto il problema. Sì, ne era convinta, pensò mentre chiudeva la portiera dell’auto e metteva in moto il pilota automatico.

Destinazione: il Centro di Prima Accoglienza.

Erano passati solo un paio di anni da quando li avevano svuotati, eppure le sembrava di non esservi più andata da un secolo. Il solo pensiero le suscitava sentimenti contrastanti: amava il suo lavoro, ma era anche contenta di non dover più mettere piede in quei posti. Aveva vinto una battaglia che sembrava dover durare in eterno. Almeno era convinta di esserci riuscita, fino a quel momento.

 

6.

Adrian aveva suonato più volte ma ancora nessuno era venuto ad aprire. Avrebbe aspettato. Faceva freddo, era stanco, minacciava di piovere, ma avrebbe aspettato. In quel preciso istante, la porta si aprì ma nessuno apparve sulla soglia.

– Chi sei?

Adrian per un istante si sentì spaesato. Da dove proveniva la voce? Poi abbassò gli occhi e si ritrovò davanti la piccola Jennifer Patrickson che lo guardava con sospetto.

– Ehi! Mamma e papà sono in casa?

– Chi li desidera? – domandò Jennifer con un tono austero che sorprese Adrian.

– Sono un vecchio amico della mamma, – disse, – e avrei bisogno di parlare con loro.

Adrian non ebbe nemmeno il tempo di concludere la frase che la bambina era piombata nella penombra dell’atrio, correndo e urlando: MAMMAAA!

Adrian si guardò allora intorno e, con aria titubante, allungò un passo dentro l’abitazione, iniziando a sbottonarsi il cappotto. Si lasciò cadere su una poltrona; aveva pensato a quello che sarebbe stato meglio dire per tutto il tragitto ma ogni volta che formava l’inizio di una frase, tutto gli sembrava sbagliato. “Ciao Charlotte! Come stai? Quanto tempo… che ricordi piacevoli… il college! Come sta George? Senti ma a proposito di quella famiglia che avete cacciato di casa l’altro giorno senza preavviso…” No, non poteva funzionare così.

Charlotte fece il suo ingresso con i soliti modi sgargianti che riservava a chiunque.

– Adrian! Che sorpresa! Il Primo Ministro a casa mia, chi l’avrebbe mai detto. Come stai?

– Bene Charlotte, ti trovo in gran forma…

Lei, senz’attenuare il sorriso, lo invitò a sedere e andò dritta al punto.

– Immagino tu sia qui per via di ciò che è accaduto con ai Ballarin.

Adrian fu colto di sorpresa e balbettò un assenso confuso.

– Cosa c’è da dire? – riprese lei. – Neppure noi volevamo avere tutta questa attenzione. Siamo i razzisti numero uno della Gran Bretagna. Che vergogna. Adrian cercò le parole giuste per spiegarle che non era quello il punto.

– Charlotte, mi preoccupano gli emulatori. Temo che da questo episodio si possa scatenare un’ondata di odio e sgomberi. Sono rimasti in pochi a pensarla come noi; anche Omar, che lottò per la Buona Accoglienza, oggi mi ha fatto dei discorsi preoccupanti.

Charlotte si mise anche lei in poltrona. Aprì una scatola di biscotti e li offrì ad Adrian, che rifiutò con un gesto della mano.

– A me non davano fastidio, anzi, poveracci, – disse come rivolta a un prete in un confessionale. – Con alcuni io e mia figlia Lia abbiamo anche legato. Ma George, lui è più rigido: la proprietà è sua da generazioni. Non te lo dico per non prendermi le mie responsabilità. Ormai ogni sera le cene erano un parlar male dei Ballarin. Insopportabile. E io ho gettato la spugna. Ero stanca. Poi George ha chiamato chi di dovere, non avrei mai immaginato che le autorità si sarebbero mosse così velocemente e poi con questa scusa assurda dei loro falò tradizionali.

 Beep, beep, beep…Il suono delle breaking news interruppe la conversazione.

Attivarono entrambi l’auricolare e ascoltarono la notizia.

La voce dell’assistente virtuale risuonò nell’orecchio sinistro di Adrian.

Un attacco hacker ha colpito un’ora fa l’intero sistema idrico inglese. A rivendicare l’attentato, un gruppo di pirati informatici che si firma “Gli esiliati”. Dalle prime informazioni sembra che gli hacker siano riusciti a violare i server dello Integrated Urban Water Management. Una volta all’interno del sistema di controllo, i sabotatori hanno bloccato l’erogazione dell’acqua in tutto il paese. L’attacco è ancora in corso e le autorità stanno…

L’avviso di una telefonata di Omar interruppe la voce dell’assistente virtuale. Adrian fissava lo schermo del suo dispositivo. Lo sconcerto provocato dalla notizia lo aveva lasciato inebetito. Fu Charlotte a destarlo da quello stato.

– Non rispondi?

– Sì, scusami. Omar, sono dai Patrickson. Tra un’ora sarò a Londra. Convoca il consiglio, bisogna capire cosa sta succedendo.

Uscì di casa abbozzando un saluto. L’autista quando lo vide comparire sull’uscio mise in moto l’auto. Adrian aprì la portiera si sedette sul sedile posteriore.

– Portami in stazione…

Leila si lasciava cullare dalla sua macchina lanciata in autostrada e intanto riguardava il video dello sgombero. Quei volti le sembravano familiari. Si era occupata personalmente di loro durante la sua carriera? Forse era stata proprio lei a trovar loro quella sistemazione presso la seconda casa dei Patrickson. Non era colpa sua. Non doveva nemmeno pensarla una cosa tanto stupida: però la colpa la sentiva ugualmente. Già si immaginava la scena: lei sarebbe arrivata al Centro, avrebbe chiesto di incontrarli, si sarebbe sentita a disagio nell’ascoltare le ingiustizie che avevano subìto, si sarebbe scusata a nome del popolo inglese e poi? Cosa ne avrebbero fatto i Ballarin del suo dispiacere? L’unica soluzione concreta che le girava per la testa era di offrire ospitalità lei stessa: certo, lei e Adrian già vivevano in un appartamento con poche stanze, avendo ceduto le loro proprietà di famiglia ad altri gruppi di profughi. Eppure in quel momento le sembrava fattibile, magari solo temporaneamente, o solo per i bambini.

L’auto si parcheggiò, nel piazzale adiacente al Centro e Leila varcò la soglia salutando il custode e mostrando il suo documento.

– Buonasera madam, posso chiederle il motivo della visita?

–  Sto cercando la famiglia Ballarin. Devo assolutamente parlare con loro, adesso.

– Non so se è possibile senza un’autorizzazione scritta.

Leila si irrigidì e indurì la voce.

– Io non devo mostrarle proprio nulla. Come mediatrice nominata dal governo ho pieno diritto di accesso. O lei vuole prendersi la responsabilità di impedirmelo?

Leila cercò un’espressione minacciosa. Il suo in realtà era un azzardo: non esisteva nessuna legge in merito a mediatori “nominati dal governo”. Dentro di sé sentiva il cuore a mille e la sua voce di bambina che implorava: “non dirmi di no, non dirmi di no, non dirmi…”

– La responsabilità me la prendo facendola passare, – disse l’uomo senza scomporsi. – Oggi è già la seconda volta che devo fare un’eccezione. Mi segua. Imboccò svogliato un corridoio stretto, la schiena ricurva e l’indolenza tipica del burocrate dipinta in volto. Leila lo seguiva a passo sostenuto e si arrestò non appena vide il custode fermarsi davanti a una porta su cui brillava un piccolo monitor con scritto in grande GIACOMO BALLARIN.

– La farò parlare prima con il figlio, mi sembra quello più calmo.

– Va bene, basta che si sbrighi.

Il dito del custode compose il PIN di accesso e la porta automatica si aprì pian piano, lasciando intravedere, con sempre maggior chiarezza, uno stanzino completamente vuoto.

Omar se ne stava comodamente seduto alla scrivania nella stanza numero 8 dell’ala deputati, con sotto gli occhi l’articolo che occupava tutta la prima pagina:

FINE DELLO STATO D’EMERGENZA: OGGI ESPULSO L’ULTIMO MIGRANTE

Dopo cinque anni di disordini e tensioni dall’attentato ai server dello Integrated Urban Water Management, e a tre dall’applicazione del quadro di Legge del “Buon Migrante” l’ultima famiglia di ex profughi non a norma ha lasciato il Paese. Si consente così a molti

legittimi contribuenti e onesti cittadini di dimenticare lo spettro della collettivizzazione delle proprietà, ingiustamente sottratte dalle precedenti politiche di stampo anti-nazionalista.

Bussano alla porta, la ministra Whiter entra, prosecco alla mano per festeggiare la ricorrenza, e si siede di fronte a lui, poggiando le gambe con le scarpe a tacco alto sulla scrivania:

– Hai visto caro il mio primo ministro, te l’avevo detto, il piano avrebbe funzionato. “Gli Esiliati” hanno fatto un ottimo lavoro di sabotaggio. Nessun sospetto su di noi, nessun rimorso, coi soldi si risolve tutto.

Omar guardava dalla finestra la sua amata Londra ripulita finalmente da ogni accento non britannico e intanto pensava ad Adrian e a dove poteva essere in quel momento. E mentre contemplava i grattacieli grigiastri, un botto alle sue spalle lo fece sobbalzare. Si voltò di scatto, Marion gli stava già porgendo il calice del loro prosecco italiano preferito.