Il messaggio è stato consegnato – Alberto Corti, Andrea Gazzoni, Cecilia Iaconelli, Enrico Silvano

N. non era ancora stata ricevuta.

L’usanza del ritardo era rimasta intatta nel passaggio dalla vecchia alla nuova direzione. Sedeva su una panca; davanti a lei una porta chiusa di legno scuro, circa a metà del corridoio lungo e vuoto che attraversava il terzo piano. Durante l’attesa, N. si accorse di non aver mai raggiunto quella finestra e guardato fuori in tutti i suoi anni di servizio. Si era sempre fermata al punto di mezzo, a quella porta oltre la quale venivano i soliti suoni: una voce composta, un telefono, un lieve ticchettare sui tasti. Dalla finestra invece le arrivavano voci come di donne affaccendate in cortile. Qualcosa, un’agitazione indistinta, le impediva di sentirsi immobile e vuota come nelle altre innumerevoli attese vissute negli anni in quello stesso scenario.

Lo scatto della maniglia e l’apparizione di un volto sconosciuto, all’interno di una cornice così familiare, la riportarono al motivo della sua presenza lì.

– Entri, – disse l’uomo, che si presentò come il nuovo dirigente di quella sezione del ministero, appena insediato dal governo transitorio della nuova Repubblica. Per aspetto e modi non era così diverso dal suo predecessore, se non per il fatto di essere una decina d’anni più giovane. Del resto, si diceva che al predecessore fosse stato garantito un tranquillo passaggio alla pensione. L’Impero era crollato, ma la Repubblica non voleva macerie: la vita doveva continuare.

Sulla scrivania, N. riconobbe la busta con le informazioni. La solita busta, con ancora l’intestazione del precedente regime, che le suscitò un vago sentimento di nostalgia.

Con la transizione, il lavoro dei messaggeri governativi come N. non aveva visto cambiamenti, se non nelle figure dei loro capi. Cortese ed efficiente, il direttore saltò i convenevoli e passò subito all’incarico.

– C’è una provincia, al confine sud-orientale, una provincia tra le nostre più arretrate, dove le comunicazioni non sembrano arrivare. Lettere, telegrammi, telefonate, tutto senza risposta dalle autorità locali. Crediamo che ancora non sappiano nulla della caduta dell’Impero. Dobbiamo avvisarli e impartire le istruzioni del nuovo governo. Come sa, quel confine è una zona soggetta a interferenze di agenti stranieri che potrebbero approfittare della situazione per destabilizzare la frontiera. Pertanto, non possiamo fidarci che di un messaggero esperto come lei, signorina N.

Il direttore si sporse appena verso di lei.

– Nella busta troverà le istruzioni, – continuò. – In via informale devo però riferirle qualche voce non verificata raccolta dal ministero. Si parla di atteggiamenti anomali che paiono diffondersi rapidamente nella popolazione. Dalle informazioni in nostro possesso si direbbe un disagio mentale diffuso, voglio dire più diffuso rispetto alla media, anche se non drammatico. Non escludiamo che possa essere il frutto della propaganda delle potenze straniere. In ogni caso, il ministero ha bisogno di capire. Quindi il suo compito sarà duplice: darà notizia alle autorità della transizione repubblicana e allo stesso tempo ci comunicherà in un rapporto quanto sta accadendo laggiù. Non c’è altro. Si metta subito in viaggio. Arrivederci.

N. salutò il nuovo direttore e uscì. Conosceva bene il suo lavoro: la sua funzione di messaggera era una forma alla quale si adattava come acqua, senza esitare. Per trentacinque anni N. era entrata e uscita da quell’ufficio ritirando ordini e riportando risposte con una precisione meccanica: eseguiva quei compiti come una macchina ben oliata, un ingranaggio perfetto del sistema. Viaggiare, attraversare posti noti e ignoti, raccogliere o portare informazioni per lei era semplice come respirare. In quei giorni però anche le sue convinzioni scricchiolavano: abitudini e procedure erano appena un velo che nascondeva un disordine crescente. Aldilà dei protocolli che avevano scandito la sua carriera, anche lei avvertiva l’incertezza che si respirava nella capitale. I colleghi che fino a qualche giorno prima si chiedevano se le notizie della Caduta fossero vere o meno, ora erano in preda alla frenesia: alcuni terrorizzati ritiravano i soldi dalle banche, altri invece gioivano per la fine del vecchio Impero e accoglievano il nuovo governo pieni di speranza, altri ancora approfittavano della confusione per acquisire onorificenze immeritate o insabbiare ricordi compromettenti.
Per N. l’Impero e la vita fino a quel giorno erano coincisi. L’Impero le aveva dato tutto: la casa, il lavoro, le amicizie, la realizzazione personale. Di fronte al cambio di regime, aveva quindi preferito negare tutto, ma non in modo esplicito; piuttosto la notizia della Caduta sprofondava in lei e scompariva, come un sasso nell’acqua.

Così accadde anche quel giorno: quando uscì dall’ufficio del direttore si fermò immobile sulla soglia del palazzo governativo, una mano poggiata sul muro, lo sguardo fisso alla città grigia e al cielo lattiginoso. Appena si mosse, i suoi pensieri furono tutti occupati dal viaggio e dall’equipaggiamento che si doveva procurare.

Prima di lasciare la città, costeggiò per caso il quartiere dove aveva trascorso la propria infanzia. Per un attimo ebbe la tentazione di lasciare le mastodontiche architetture della città moderna per addentrarsi nelle strette vie regolari tipiche dei primi quartieri popolari; tuttavia resistette. Negli ultimi tempi le accadeva spesso di ripensare all’infanzia o ai luoghi in cui aveva passato i momenti più felici della vita adulta. Ma N. provava vergogna per quei ricordi e li scacciava con rabbia, e così fece anche quel giorno. Decise quindi di gettarsi a capofitto sui dettagli degli ordini ricevuti.

Arrivò a destinazione dopo tre giorni di viaggio; l’ultimo centinaio di chilometri, verso est, lo percorse su strade sempre più dissestate.

Poco prima di mezzogiorno, N. parcheggiò l’auto nella piazza principale del capoluogo e rimase subito sorpresa: nessuna costruzione recente, nessuna bandiera o vessillo, la strada ancora in terra battuta. In quella cittadina l’Impero sembrava non essere mai arrivato. Ebbe addirittura difficoltà a riconoscere il municipio. Se lo fece indicare e parcheggiò fuori dal portico illuminato dal sole. Dentro, l’atrio era cupo, in stato di abbandono. Raggiunse il primo piano e dovette bussare a tre diverse porte, prima di trovarsi di fronte un giovane, con capelli rossicci e carnagione chiara.

– Cerca qualcuno?

N. si qualificò e chiese chiarimenti.

– Vorrei sapere per quale motivo non è segnalato in nessun modo che questa è la sede municipale e mi chiedo dove sono le insegne imperiali.

– Cosa vuole, – disse l’uomo, – qui i cambiamenti sono così rapidi! Non abbiamo ancora fatto in tempo ad insediarci, ci vuole pazienza.

La risposta spiazzò N. Non capiva a quale cambiamento si riferisse l’impiegato.

Possibile che avesse equivocato le sue parole e fosse già a conoscenza dell’insediamento del nuovo governo? Al ministero le avevano assicurato di no, quella gente non sapeva nulla. D’altro canto, non poteva certo intendere la rivoluzione: era avvenuta ormai più di settant’anni prima.

N. allora chiese notizie del Sindaco, ma di nuovo le cose non andarono secondo le aspettative: il Sindaco al momento non c’era, sarebbe dovuta ripassare verso sera. Confusa, si sbrigò a salutare e chiese indicazioni per un bar.

Appena entrata, sentì tutta di colpo la stanchezza per il viaggio: gli arti erano tesi, la testa pesante, ma non poteva smettere di pensare all’incontro avvenuto poco prima. Giunta al bancone del bar ebbe un sussulto: il frigorifero era pieno delle bottiglie di limonata che beveva da bambina! Nella capitale erano fuori commercio da anni. Questa volta non riuscì a trattenersi: se ne fece versare un bicchiere e sedette a bere su una panca all’esterno. Intanto, i bambini che giocavano di fronte a lei si trasformavano nei suoi antichi compagni di giochi. Qualcosa però risultava dissonante: quei bambini avevano lo sguardo perso nel vuoto e giocavano immobili a fare le statue, mentre attorno a loro gruppi di passanti camminavano frenetici, apparentemente senza meta.

N. si voltò verso il signore di mezza età seduto al tavolo accanto al suo e fu tentata di comunicargli quanto accaduto, prima ancora dell’incontro con il Sindaco. Era curiosa di sapere come avrebbe reagito; d’altra parte, le piaceva molto anche restarsene in silenzio, in quella specie di passato così confortevole.

Fu però il signore a iniziare a parlare.

– Mi scusi, – le disse con fermezza, – potrebbe passarmi il suo bicchiere? Sa, mi è venuta una certa sete e dentro al bar li hanno finiti.

N. gli passò il bicchiere ancora mezzo pieno. Il signore bevve d’un fiato accennando un sorriso. La messaggera decise di sondare il terreno.

– Ehm… mi scusi lei adesso, ma sa per caso cosa sta succedendo qui? – chiese con qualche esitazione, poiché capiva che quel primo contatto l’avrebbe di certo costretta ad esporsi.

L’uomo la scrutò da capo a piedi: indossava un abito d’ordinanza e portava sul petto la spilla della nuova Repubblica.

– Da quel che capisco, – le disse, – è lei che dovrebbe dirmi quel che succede, non il contrario.

N. avrebbe voluto che il tempo si fosse fermato quando ancora poteva scegliere dove portare il discorso. Adesso era tardi, ma tentò un ultimo diversivo.

– Lei sa chi sono io?

– Certo, – ribatté l’uomo, – ma lei non sa chi sono io.

N. allora immaginò che l’uomo potesse essere una qualche autorità locale, magari il Sindaco in persona e che quello fosse un modo per metterla alla prova. Già, ma come doveva comportarsi?

– Volevo comunicarle… – esordì alla fine, ma il signore la interruppe.

– Lei voleva! Ma io le ho solo chiesto dell’acqua.

A quel punto, N. fu certa che si trattasse di una provocazione e reagì per le rime.

– L’Impero è caduto! – esclamò senza giri di parole.

– L’Impero non è caduto, – si affrettò a ribattere il suo interlocutore, – l’Impero è prospero.

N. non seppe che pensare. L’uomo davvero non era al corrente della situazione, come il giovane al municipio? O era un oppositore della Repubblica che inneggiava così al vecchio regime? Nel dubbio, fece cadere la conversazione rivolgendo lo sguardo alle piante incolte che crescevano ai margini della piazza e all’imponente statua di cemento riflessa nella fontana dalle forme squadrate. Accanto a un’automobile, un ragazzo con un fascio di paglia in mano sembrava intento a lucidarne i fari.

Incuriosita dalla scena, N. si alzò per osservare. Non voleva dare nell’occhio, quindi si attardò un poco sulla piazza, leggendo insegne e guardando vetrine, finché in modo apparentemente casuale fu davanti al ragazzo.

N. lo salutò cortesemente; lui ricambiò senza alzar la testa.

– Usa la paglia per lucidare i fari! – esclamò la messaggera per avviare la conversazione. – Che idea! Mi chiedevo quale fosse l’effetto… Posso guardare? Funziona proprio così?

Il ragazzo si alzò di scatto, lasciando cadere il fascio di paglia.

– Di quali fari sta parlando? – domandò. – Il signorino qui perde spesso l’appetito.

Diede due colpi con la mano sul cofano, e aggiunse: – E così mi tocca riportare il fieno a casa.

N. si sforzò di non trattarlo come lo scemo del villaggio.

– Il signorino? A chi si riferisce?

– Ma mi prende in giro? – rispose il ragazzo con fare polemico. – Di questi tempi ne gira di gente strana, ma mai nessuno si è permesso di rimproverarmi su come tratto il mio cavallo!

– Rimproverarla? Si figuri, non mi permetterei mai – si giustificò N., tanto cortese nei modi quanto imbarazzata e innervosita dal non capire, una volta ancora, cosa stesse succedendo, e cosa sarebbe potuto succedere. Decise di sfilarsi anche da questa conversazione, mentre le tornavano in mente gli accenni del direttore al diffondersi di una malattia mentale nella provincia. Ma per quanto ne sapeva, le malattie mentali non si diffondevano come contagi. Piuttosto poteva esser colpa dell’arretratezza della provincia, che doveva pesare molto sulle vite degli abitanti.

“Gente così,” disse fra sé, “potrà mai capire che l’Impero è caduto?”.

Altri incontri seguirono, casuali ma da lei ricercati girovagando tra le vie. Pareva davvero una follia contagiosa, e nessuno riconosceva il senso del messaggio che lei portava, nemmeno il senso letterale.

Aveva bisogno di stare un poco sola, per rilassarsi e riflettere, ma prima di tutto per fare le cose che faceva tutti i giorni, da una vita: sentire il notiziario della sera, mettere in ordine gli appunti, lucidarsi le scarpe. Si rese conto che avrebbe dovuto rinunciare alla lettura del giornale: non aveva trovato edicole in quella cittadina. Decise di andare all’albergo dove aveva una camera prenotata, poco lontano dalla piazza, ma proprio allora fu raggiunta da un assistente del Sindaco che la condusse in municipio.

Impaziente di poter finalmente assolvere il suo compito, accelerò il passo verso l’Ufficio centrale. Una volta dentro non ebbe nemmeno il tempo di mettersi a sedere che il Sindaco prese la parola.

– Signorina – disse – sono già al corrente di quanto deve comunicarmi. In questa cittadina le nuove notizie circolano velocemente. Avrebbe potuto evitare benissimo di affrontare il viaggio solamente per comunicarmi questa notizia. Spero bene per lei che abbia altro di cui occuparsi.

Stupita da questa accoglienza, N. capì che doveva cercare un punto d’incontro. Trovare le parole giuste secondo la situazione era parte del suo lavoro.

– Mi dica, per cortesia, cosa sa del mio messaggio.

– Lei è venuta a dirci che l’Impero è caduto, – replicò il sindaco, – e vuole che non lo sappia? Ma cosa conta? Se noi non vogliamo, l’Impero non è caduto. E noi non vogliamo. Il resto sono chiacchiere. Il suo messaggio è come un virus, e noi dobbiamo proteggerci. Io devo difendere la mia città!

N. non si diede per vinta.

– Se me lo concede, vorrei aggiungere due parole, – disse amichevolmente, accomodandosi sulla sedia di fronte alla scrivania del Sindaco. – Sono stata inviata fin qui non soltanto per la comunicazione, ma anche per portarvi delle garanzie.

Per la prima volta nella sua carriera N. si era spinta ad inventare circostanze, sperando di non cacciarsi in un vicolo cieco.

– Garanzie? E come posso fidarmi? – la interruppe il Sindaco. – Io non ho garanzie sull’avvenire, e lei non può fornirmele. A me, alla mia famiglia, e a moltissime altre persone, l’Impero ha regalato un futuro, qualcosa per cui valesse davvero la pena credere e lottare. Noi non abbiamo bisogno di cambiamenti. Non li vogliamo.

L’uomo concluse il discorso battendo il pugno sul tavolo e invitando la messaggera ad uscire dall’Ufficio, con il consiglio di ripartire all’indomani. La sua città non aveva bisogno di lei. Avrebbe continuato a funzionare come aveva sempre fatto.

N. capì che niente in quel momento avrebbe fatto ragionare il Sindaco. E d’altra parte, non era quello il suo compito. Aveva dato la notizia. Quindi avrebbe riferito, e basta.

Era ormai sera e doveva andare all’albergo, stare sola e scrivere il rapporto. Percorse la strada che la separava dall’albergo pensando che si trattasse davvero di un contagio, dall’ultimo dei miserabili al primo cittadino, tutti che rifiutavano il suo messaggio, lo capissero o meno. D’altra parte, quando il sindaco aveva sbraitato che il messaggio era un virus non era forse la classica reazione del malato che pretende di essere sano?

N. si rifugiò nell’abitudine, e cercò scrivendo di mettere un freno a pensieri che non riuscivano a fissarsi. Era così turbata che sbagliò perfino l’intestazione del rapporto, indirizzandolo al Ministero degli Interni dell’Impero, che con tale nome non esisteva più.

La mattina dopo N. si svegliò più leggera rispetto al giorno prima. Aveva terminato il rapporto e non le restava che spedirlo al più presto, perché i dirigenti della capitale potessero cercare subito una soluzione, mentre lei proseguiva il viaggio. Scacciò il pensiero di dover proseguire per le altre municipalità della provincia, tutte non meno isolate di quella, e ancora insonnolita si vestì per uscire.

Decisa a completare l’incarico, sigillò il rapporto in una busta e si diresse all’ufficio postale.

Sulla soglia dell’albergo esitò di fronte allo spettacolo che si trovò davanti: un folto gruppo di persone si era radunato lì. Appena uscì sulla strada, il gruppo cominciò ad inveire verso di lei. Incapace di reagire, N. restò immobile fin quando alcuni uomini le andarono incontro minacciosi. Solo a quel punto ebbe l’istinto di richiudersi dentro dove si rese di non aver ancora visto nessuno, nemmeno il padrone.

Le persone radunate fuori non cessarono di urlarle contro, mentre lei continuava a non capire ciò che stava accadendo. Cercando di non scomporsi e di restare lucida, N. si sforzò di ascoltare le loro grida. Nel miscuglio di parole che riuscì a udire, alcune si ripetevano più spesso: – Collaborazionista! – oppure – L’Impero non è crollato!

Ragionando in fretta, corse al telefono nell’atrio dell’albergo e fece il numero dell’ufficio della direzione nella capitale. “Non prendere l’iniziativa, chiedi istruzioni” era una delle regole che chi faceva il suo mestiere si fissava in testa da subito.

Tuttavia la chiamata non fu possibile: una voce ripeteva che la linea non consentiva le interurbane. N. allora telefonò all’ufficio centrale della municipalità, indecisa se far valere la sua autorità di funzionario governativo o cercare di negoziare con il sindaco.

Finalmente dall’altro lato della cornetta vi fu una risposta. Le passarono il Sindaco. Lei gli spiegò la situazione e chiese aiuto, ma ancora una volta la reazione non fu quella prevista o desiderata.

– Non posso fare quanto mi sta chiedendo. I cittadini hanno il diritto di protestare, tanto più se si trovano sul suolo pubblico. E da quanto mi sembra di capire, nessuno ha fatto irruzione nel suo alloggio o ha agito fisicamente contro di lei.

Il tono del primo cittadino sembrava preannunciare precisamente il contrario di quanto stava dicendo.

Seguì un attimo di silenzio. Sempre più impaurita, N. non trovava nemmeno la forza di parlare. Fu di nuovo il Sindaco a riprendere la parola, con voce che rivelava una certa soddisfazione.

– Non le dirò che mi dispiace, né ho intenzione di sedare il senso di rabbia degli abitanti. Ieri, appena terminato il nostro colloquio, ho ritenuto opportuno dire loro la verità. Lei ci contagia e ci fa credere che tutto è cambiato. Sono stato io a spiegare loro che il suo messaggio è terribilmente contagioso. Non rimarremo fermi ad aspettare la fine della nostra storia. Ognuno si difende come può.

N. abbassò la cornetta. Non capiva, di nuovo, ma una cosa era chiara: il Sindaco aveva messo gli abitanti contro di lei. Loro parevano non poter capire il messaggio. Lui non voleva capirlo e non voleva che loro lo capissero. Lui sapeva del crollo, ma voleva cancellarlo, come un segno da una lavagna. Per il bene dei cittadini, sosteneva. Per difenderli dalla Caduta.

E d’altronde, non si era difesa anche lei, la funzionaria che doveva comunicare il crollo, ma che del crollo – nella sua vita, nella vita di tutti – voleva ignorare il contraccolpo? E da che cosa si era difesa? Cos’era successo dentro di lei, dentro tutti, dalla capitale giù fino a questa miserabile provincia?

Sedette al tavolino nella sala d’ingresso dell’albergo, incrociò le braccia sul tavolo e fissò i soprammobili posticci appoggiati sulla credenza, di fronte a sé. Cercava di riordinare i pensieri. Incertezza e paura non dovevano prendere il sopravvento.

Alzò appena lo sguardo e si vide nello specchio montato sull’anta di una credenza tarlata: quei capelli, quegli occhi, quelle guance, tutto le sembrò di colpo più vecchio. Poi si corresse: no, non era l’età a spaventarla, bensì la perdita di controllo sul corpo. Dopo alcuni minuti, con uno scatto improvviso, si alzò per versarsi da bere, prese un coltello per aprire la busta indirizzata al ministero e aggiunse al rapporto queste righe:

22 marzo, 9:30.

Rilevo anche oggi comportamenti anomali da parte degli abitanti del villaggio, questa volta diretti contro la mia persona. Di fronte all’albergo un drappello di cittadini sostiene che io stia cospirando contro di loro, essendo una “collaborazionista” del nuovo governo. Vengo chiamata “la straniera”. I cittadini parlano con rabbia. Sento in pericolo la mia incolumità e quindi riparo all’interno. L’albergo è vuoto.

Quando rialzò gli occhi dal foglio, la persona che si guardava nello specchio poteva essere un’altra: solenne e commossa, sentiva nascere una nuova consapevolezza. La lettera che aveva sotto gli occhi le appariva scritta da una bambina ingenua. Fu tentata di strapparla e buttarla via, ma si trattenne e la rilesse, come per provare a sé stessa che la sua intuizione reggeva la prova dei fatti. Ma prima e ancor più che i fatti, c’era il sentimento di una somiglianza profonda tra lei e gli abitanti della cittadina, e tra loro e tutti quelli che vagavano disorientati tra le macerie dell’Impero. La questione non era più consegnare il messaggio, non avrebbe saputo nemmeno più dire a chi e a quale scopo. Non era il senso del dovere a farla vacillare, ma qualcosa a cui non sapeva dare un nome.

22 marzo, 18:00.

La mia missione è terminata. Sono arrivata qui due giorni fa per dare comunicazione che l’Impero è caduto e che un nuovo governo si è insediato nella capitale. Ho ricevuto risposte che mi hanno sorpreso, talvolta turbato, arrivando a temere per la mia incolumità e a pensare di essere impazzita. Alla partenza, ero stata avvisata che nel villaggio era in corso uno strano fenomeno, non meglio precisato. Dopo aver comunicato il messaggio al Sindaco, sono riuscita a fuggire mentre la popolazione diventava sempre più minacciosa nei miei confronti. In piena notte, quando la cittadina era vuota come sotto un coprifuoco, sono uscita dall’albergo, sono corsa alla mia auto, e ho guidato a tutta velocità per allontanarmi il più presto possibile.

Ora tutto mi sembra più chiaro, in modo inquietante. Un contagio è in corso. Del morbo continuo a ignorare molti aspetti, come l’origine e le modalità di diffusione, e quanto ho compreso è ancora molto vago e pieno di aspetti oscuri. Alcuni punti, però, mi paiono indiscutibili. Chi ne soffre, innanzitutto, dal momento in cui contrae la malattia sembra rifiutare la realtà presente. Davanti ai miei occhi si sono manifestate le reazioni più diverse, ma il distacco dal presente accomuna tutti coloro che presentavano questi sintomi così bizzarri. Malgrado ciò, i malati sono in grado di condurre una vita autonoma. La seconda anomalia consiste nel fatto che quasi tutti i malati che ho incontrato sembrano vivere nel passato. In momenti diversi, ma comunque nel passato. Si direbbe che siano tutti malati di anacronismo.

Dopo essere stata accusata di farmi portavoce di un nuovo ordine illegittimo, ho voluto riflettere sulla mia vita, sul mio lavoro, giorno dopo giorno, fino alla missione che mi ha portato qui: per quale motivo l’ho accettata se non perché questo è ciò che ho sempre fatto?

Dunque anche io non ho mai davvero accettato il cambiamento. Anche io, da tempo, ho perso il contatto con il presente, rannicchiandomi nella mia forma di passato. Continuare a svolgere le mie mansioni, nient’altro mi è mai davvero interessato.

 N. depose la penna sul sedile a fianco a sé e ripiegò i fogli del rapporto.

Davanti a sé aveva nuova strada da percorrere; i chilometri da coprire non erano molti, in massimo due ore avrebbe raggiunto il prossimo villaggio.

Durante il viaggio, però, iniziò a rimuginare su quanto accaduto nei giorni precedenti.

E forse la paura di riviverlo da capo, forse la sensazione di essere per la prima volta così distante dal proprio compito, o chissà quale altra maledetta ragione, portò N. a cedere all’impulso di contravvenire all’incarico che le era stato assegnato.

Senza soffermarsi sulle eventuali conseguenze, schiacciò il freno ed effettuò un’inversione di marcia.

Ai capi avrebbe mentito, forse falsificato il rapporto. L’unico suo desiderio in quel momento era interrompere la missione.

Riprese la strada, in direzione della capitale.

Arrivò dopo due giorni di viaggio, con l’intento di portare a termine quanto non le era riuscito in precedenza: consegnare il rapporto. Ancor prima di dirigersi verso casa, puntò la sede centrale della Repubblica. In realtà, si trattava del solito edificio in cui venivano prese le decisioni dell’Impero; era passato troppo poco tempo dalla Caduta per trasferire l’amministrazione in un nuovo stabilimento.

N. percorse i corridoi come innumerevoli altre volte. Avrebbe anche potuto tenere gli occhi chiusi. A metà del solito tragitto si fermò di colpo, e invece di dirigersi verso l’ufficio del direttore scese nel sotterraneo dell’edificio, dov’era l’archivio generale. Non ci aveva mai messo piede, ma fu facile arrivare all’interno evitando i funzionari: fu sufficiente aspettare il momento del cambio di turno, quando dietro il bancone all’ingresso non c’era nessuno a chiederle di identificarsi e mostrare un permesso.

Arrivata al deposito, si trovò di fronte scaffali immensi, disposti l’uno di fronte all’altro, estesi per altezze e lunghezze non quantificabili. Nella cartella che portava con sé non erano presenti solo le descrizioni oggettive, ma anche le impressioni che aveva aggiunto al rapporto, contro la regola.

Si domandò se la direzione le avrebbe chiesto chiarimenti sul suo rapporto, sui fatti e sulle interpretazioni. Si domandò cosa la direzione avrebbe voluto sentirsi dire; si rispose che era quello che anche lei aveva sempre voluto dirsi, cioè che tutto era andato bene, che la missione era stata compiuta.

Ma girando lo sguardo per l’archivio sentì salirle la nausea. Cercò di resistere al senso di vanità che si impadroniva di lei. Ogni messaggio era importante, ogni rapporto era un argine contro il caos. Oppure no, e niente aveva senso, non l’immagine che si era fatta di sé, non la cornice dentro cui si era sentita sicura del suo posto nel mondo.

Capì che nessuno sarebbe mai andato a consultare tutti quei fogliacci accatastati come fossero carta straccia, e pertanto lasciò cadere, nei meandri dell’archivio, tutto il contenuto della cartella, senza tralasciare niente.

Una volta abbandonati i fogli, N. uscì dall’edificio e camminò per le strade della capitale, più cupe e in rovina di quanto avesse mai notato.

D’improvviso, il misterioso filo da cui si sentiva legata si ruppe.

Ebbe la sensazione di non essere parte né dell’epoca appena terminata, né di quella nascente.

Rientrò a casa e si prese del tempo per riposare.

Al direttore fece recapitare un biglietto: “Il messaggio è stato consegnato”.