La Lotteria (Lucrezia Fontanelli, Claudio Magliulo, Valentina Conti)

La tavola di legno contro il seghetto produceva un mormorio strozzato. Una cadenza monotona che sembrava essere l’unico suono sull’isola. La signora Lahboub mi guardava, mentre lavoravo, dall’altra parte del vialetto sterrato, immobile sulla sedia dove stava parcheggiata tutto il giorno.

Misi assieme agli altri l’ennesimo palo per lo steccato e capii che non sarei riuscito a finirlo entro sera. Allora mi pentii di aver sprecato la mattina a passeggiare sulla spiaggia e ad ascoltare il richiamo della risacca. Da quando ci avevano sbarcati sull’Isola, quella muta conversazione col mare era diventata un’abitudine, un vero e proprio rituale.

Ripresi a lavorare col seghetto arrugginito, sentendomi in colpa per la mia negligenza, perché il progetto dell’orto di quartiere era un’idea di Nadira. Avevamo passato una giornata intera a setacciare l’isola in cerca di legno vecchio e lei aveva speso tutto il suo entusiasmo nel tentativo di coinvolgere i vicini cosa che alla fine le era pure riuscita, perché quando Nadira si mette in testa qualcosa, non la fermi. Peccato che quello non era un quartiere, non era casa, ma il più grande luogo di confino del Mediterraneo.

Cinque anni prima non avrei mai pensato che potesse succedere anche a noi, così come non avrei mai immaginato che potesse mancarmi così tanto camminare per le strade della mia città. Considerata la mancanza degli spazi necessari ad attuare un corretto distanziamento sociale, il Governo ha deciso di espellere dai confini nazionali… Colpa dell’epidemia, avevano detto; i posti in ospedale erano limitati. O almeno questo volevano farci credere. Però hanno espulso solo noi. Solo noi che avevamo genitori venuti da lontano, immigrati; prima gli italiani, ovviamente, era stata la linea politica. Peccato che italiani lo eravamo anche noi; alcuni di noi c’erano addirittura nati, in Italia. Soluzione provvisoria, dicevano. Che ormai durava da cinque anni.

Il seghetto tagliò l’asse un po’ in diagonale e la lama passò vicino alla punta del pollice. Lasciai andare l’arnese e stetti per un po’ a guardare quel pezzo di legno storto. Lontano, sul mare oltre la macchia d’alberi, appena prima che i contorni sfumassero nell’orizzonte, si vedeva la linea delle navi, come un cappio discreto attorno al collo dell’isola. Erano solo puntini, così piccoli che a volte mi convincevo non esistessero, o che se avessi preso il coraggio di avvicinarmi a nuoto mi avrebbero pure fatto passare.

Alzai gli occhi al sole; il carico di cibo doveva essere sbarcato e la nave ripartita. Nadira sarebbe arrivata a momenti. Sentii i passi sulla strada principale e seppi che era lei. Poi sentii la voce di Soledad. Allora entrai e dalla finestra le vidi entrambe. Discutevano, ma non capii se nei loro gesti ci fosse esultanza o qualcos’altro. Uscii di nuovo sotto il sole per raggiungerle. Nadira mi corse incontro.

– Sam, oggi pomeriggio riaprono la Lotteria.

– Cosa? – Una marea di pensieri mi annebbiò la mente.

La sua voce, già carica di esaltazione, si era fatta più squillante.

– L’ho sentito dire al porto. Forse passeranno tra poco a fare un annuncio.

La Lotteria… dopo tre anni, finalmente! I vincitori sarebbero tornati in Italia. Noi saremmo tornati in Italia.

Ci guardammo in silenzio. Sentivo le mani formicolare per l’emozione, ma mi ostinavo a rimanere calmo, quasi mi rifiutassi di crederci davvero.

– Sei sicura? – chiesi di nuovo a Nadira.

– Sì. – E il modo in cui lo disse, la fermezza del suo volto mi fece pensare che quella sarebbe stata la volta buona, che questa volta saremmo davvero tornati in Italia, a casa.

 

Dell’atto di aspettare in coda, poi scrivere i nostri nomi nel modulo e consegnare i documenti ricordo ben poco. Tutto era avvolto in un’atmosfera irreale, e i due biglietti azzurri che ci consegnarono, mi parvero l’unica cosa reale rimasta al mondo, l’unica a cui attaccarsi. Samuel Haidan e Nadira Ouhssin. Guardai Nadira e mi sembrò che il primo sole di maggio le avesse arrossato le guance. Lei ricambiò il mio sguardo felice, soddisfatta.

Ci avviammo verso casa, oltrepassando il centro del vecchio capoluogo, dove il governo aveva stabilito le sedi dei risicati servizi che erano stati garantiti agli abitanti dell’isola. Eravamo ormai lontani dalle strade più affollate e dal mare, quando sentimmo le voci e vedemmo il piccolo gruppo di fronte alla porta di un’abitazione. Tre poliziotti uscivano in quel momento dalla casa. Una donna inveiva contro il primo di loro, ma gli agenti facevano di tutto per ignorarla mentre rivolgevano alcune domande a un ragazzo alto, dalla muscolatura asciutta e i fianchi stretti, che si teneva con una spalla poggiata al muro, le braccia incrociate e un’espressione impassibile.

– Che succede? – chiese Nadira a un uomo che era lì prima di noi.

– Hanno appena perquisito la casa di Sanussi.

–Quello del Movimento?

– Già.

– Ma perché? Che ha fatto?

– Una protesta in piazza, contro la Lotteria. Dice che è una crudeltà, che stanno giocando sulla nostra pelle e invece dovrebbero riportarci tutti a casa, o lasciarci vivere in pace su quest’isola. – L’uomo ci rivolse un’occhiata alzando le folte sopracciglia che quasi si confondevano con la barba. – Ma non è durata molto; dopo cinque minuti è arrivata la polizia.

Fissai gli occhi su di lui, Sanussi. Era la prima volta che lo vedevo, nonostante sull’isola tutti conoscessero il suo nome. Se ne stava immobile contro il poliziotto che sbraitava e non rispondeva a una sola domanda. Con gli occhi però li sfidava. Per un attimo li spostò verso la signora che lo stava difendendo, svogliatamente; fu in quel momento che incrociarono i miei.

Mi girai verso Nadira e le toccai il braccio.

– Andiamo, dai.

Per un po’ camminammo in silenzio. C’era una ruga che conoscevo bene, a increspare la fronte di Nadira.

– A che pensi? – le chiesi.

– A quel ragazzo, Sanussi. Sai, durante le mie visite ai pazienti ho incontrato spesso gente del Movimento; aiutano tante persone, vanno al porto a ritirare il cibo per loro, aggiustano le cose in casa… Mi chiedo se non dovremmo fare qualcosa anche noi.

– Cosa? – le chiesi, forse più bruscamente di quanto avrei voluto.

– Sam, se ci pensi hanno ragione. La situazione è insostenibile, è giusto che qualcuno si ribelli.

– Qualcuno forse sì. Non noi. Noi torniamo a casa.

– Non lo so più dov’è casa…

Non sapevo bene cosa risponderle. Mi limitai a cercare i suoi occhi.

Con quello che mi parve uno sforzo di volontà, Nadira mi sorrise e mi prese la mano. La ruga sulla sua fronte si era distesa.

– Speriamo che questa sia la volta buona… – disse.

Eravamo quasi arrivati. All’ultima svolta Nadira si fermò e rimase a fissare, con gli occhi di nuovo incantati, qualcosa sul fianco della collina che saliva.

– Hai visto la ginestra? – disse. – È cresciuta davvero in fretta. Quest’isola doveva essere meravigliosa prima che ne facessero un luogo d’esilio.

Sulla scarpata, un’esplosione di giallo si stagliava nella macchia.

 

Nelle settimane successive un clima di attesa avvolse l’Isola come una nebbia leggera che sfumava i contorni delle cose e dava alle nostre parole un peso di àncore. Parlavamo del più e del meno per non farci portare via dentro quella nebbia, ma la nebbia ci si infilava lo stesso nel naso e nella bocca, ci prendeva il cuore e ne rallentava i battiti. Ci chiedevamo chi sarebbero stati i fortunati vincitori. Forse quella gentile signora che, per un’aggiustata agli infissi, mi aveva dato da mangiare per una settimana? L’avrei rivista emozionata sulla banchina del porto, tra ali di militari corazzati e nervosi, in attesa della nave che l’avrebbe riportata in Italia?

Intanto la tensione saliva ed era prossima al livello di guardia. Dopo la  protesta improvvisata di Sanussi, le ronde della polizia si erano moltiplicate. Le strade si facevano sempre più silenziose, ma dalle finestre aperte venivano mormorii che i militari avrebbero forse immaginato sediziosi – chissà che si pianificava in quelle vecchie case diroccate e abitate da fantasmi – e invece erano cauti discorsi di uomini spaventati nelle notti troppo lunghe dell’Isola. Bicchieri di caffè alla turca passavano di mano in mano su piattini sbreccati e nelle mille e una notte che erano passate dal giorno in cui eravamo andati a consegnare i nostri nomi – ovvero il nostro futuro – alla Lotteria, Nadira ed io non facevamo che fare l’amore e litigare, ma anche parlare fino a che il gallo della signora Lahboub, sopravvissuto a tanti rivolgimenti, non svegliava il quartiere precedendo il canto del muezzin.

Poi una mattina, mentre Nadira si vestiva davanti allo specchio del bagno e io preparavo il caffè, venne diramato l’annuncio che stavamo tutti aspettando: i risultati della Lotteria erano pervenuti.

Ci precipitammo al Centro a metterci in fila per ritirare le nostre buste, con il tacito accordo che le buste le avremmo aperte solo una volta tornati all’appartamento.

Più che le lunghe ore di attesa sotto il sole, furono quei pochi minuti a piedi con in mano i nostri destini a pesarci. Non ci guardammo negli occhi fino a che non ci fummo seduti, ormai in apnea, lei sulla vecchia poltrona che avevo aggiustato qualche mese fa, e io sulla sedia traballante, seduto a cavalcioni, le braccia tremanti appoggiate allo schienale.

– Coraggio. – disse Nadira, a mezza voce.

Sfilammo le lettere dalle buste e infine le leggemmo.

La mia diceva: Siamo lieti di informarLa che la sua domanda…

Alzai lo sguardo esultante su Nadira e il mio cuore ebbe un tuffo.

Mi servì meno di un battito per capire che la Lotteria, quella divinità violenta e capricciosa come il mare d’inverno o come la crudeltà degli uomini, aveva scelto me e non lei.

– Devi partire – disse subito.

– Non esiste. Non senza di te.

Nadira si asciugò una lacrima con la manica.

– Sam, non dire sciocchezze…

Tra di noi c’era lo schienale della sedia, ma si era anche aperto all’improvviso il mar Mediterraneo, quella cosa su cui un tempo, quando eravamo studenti insieme, progettavamo vacanze in tenda e autostop, quella cosa addomesticata che era adesso un fossato invalicabile.

Misi da parte la sedia e la abbracciai.

Sentii che si sforzava di trattenere i singhiozzi. Quando mi respinse, la lasciai fare.

Disse che aveva bisogno di aria, e di stare un po’ da sola.

Rimasi seduto, nell’improvviso fragore dell’Isola che a poco a poco si risvegliava dal suo torpore. Tra i pianti e le grida di gioia che mi investivano dalle finestre spalancate, appoggiai i gomiti sul tavolo. Lasciai che le ore scorressero lente mentre stringevo in mano il mio biglietto di sola andata per tornare a casa. E mi chiedevo cosa fosse, dopo tutto, a farmi ancora dire “Io sono italiano”.

Mi chiedevo se bastassero le cento sbucciature sulle ginocchia che mi ero fatto cadendo dalla mia bici Atala di terza mano, italiana come le Fiat parcheggiate sui marciapiedi.

Mi chiedevo se le elementari Salvemini, le medie De Amicis e il liceo Volta mi avessero lasciato addosso, oltre a vaghe nozioni di analisi logica ed educazione civica, anche una traccia evanescente ma riconoscibile di italianità.

Erano bastati quei lunghi mesi in cui io e Nadira sudavamo, io chino sui libri di Disegno Tecnico, lei su quelli di Anatomia, e la sera facevamo l’amore sfiniti per poi uscire a prendere il gelato di mezzanotte, a fare di me un italiano?

Bastavano tutte le partite della Nazionale in cui avevo cantato l’inno davanti alla televisione, con la maglietta di Inzaghi addosso e il cuore che mi batteva forte perché sentivo che quella era la volta buona, che avremmo vinto i mondiali?

Cinque anni fa sarei stato sicuro della risposta. Poi il mondo si era ribaltato e la mappa dello stivale mi era scivolata via da sotto i piedi. Così eccomi, esule da una patria che sembrava avermi sopportato a malapena, in cambio delle tasse e del lavoro di mio padre e poi mio. Da cinque anni l’Italia era quello che c’era dall’altra parte del mare.

Ormai era sera, e Nadira non era ancora tornata. Staccai il telefono dal caricabatterie e quello mi squillò tra le mani, come se volesse parlarmi. Era mia madre, che mi chiamava come ogni mese dall’America usando il computer di mio fratello.

– E come stai, figlio mio?

Cominciava sempre così, come se ci fossimo salutati un minuto prima.

– Bene, mamma. Qui grazie a Dio tutto bene.

– Nadira sta bene?

– Sì, sì, anche lei sta bene. Fa i suoi giri di visite dalle vecchiette, mangia quello che le offrono, si arrabbia perché mancano le medicine… Si tiene impegnata.

Mia madre annuì.

– Proprio una brava ragazza. Meno male che siete insieme in quel posto orribile…

Gli occhi di mia madre si riempirono di lacrime come se fossero sempre state lì e solo io non me ne fossi accorto. Esitai, ma prima che potesse dirmi ancora una volta che delitto fosse il mio confinamento sull’Isola – un ingegnere, un cervello fino, così giudizioso e capace! –, le chiesi come stessero lei, mio fratello e la sua famiglia.

– Stiamo tutti bene. I nipoti crescono, tuo fratello ha avuto una promozione la settimana scorsa. Solo buone notizie, mio piccolo.

Aprii la bocca per dirle che anche io avevo buone notizie, ma la richiusi e mi limitai a sorriderle. Sentii un rumore e mi voltai. Era Nadira che rincasava. Ci guardammo, addolorati ma anche felici di essere ancora insieme.

– Salutami la tua bella fidanzata – disse mia madre. – Perché non me la fai vedere? Voglio controllare che non sia tutta sciupata…

Risi per quella che mi parve la prima volta da giorni e mi tolsi un attimo le cuffiette, mentre Nadira chiudeva le finestre.

– Mamma ha detto che…

Un boato coprì il resto delle mie parole. I vetri tremarono e per un attimo anche il palazzo stesso. Nadira e mia madre gridarono.

L’esplosione era stata vicina oppure incredibilmente forte, forse entrambe le cose. Un rumore sordo, come se duecento giganti avessero percosso il suolo con i loro martelli.

Mi affrettai a rimettere le cuffiette.

– Mamma, è tutto a posto, stiamo bene, ti richiamo dopo.

– Ma che cos’è? La guerra? Allah, aiutaci tu…

– Non lo so, mamma. Non credo. Ti richiamo, eh?

Interruppi la chiamata Skype e corsi alla finestra, dalla quale Nadira si stava sporgendo troppo nel tentativo di capire dove fosse avvenuta l’esplosione. Un pennacchio di fumo si alzava a poche centinaia di metri di distanza, sopra i tetti dei palazzi di fronte.

L’intero quartiere sembrava essere saltato in aria, la gente scendeva in strada con lo sguardo perso, donne e uomini si chiamavano da balcone a balcone, da finestra a finestra, in una babele di lingue. Poi le voci cominciarono ad accordarsi, come seguendo un invisibile spartito.

– Il Centro, hanno fatto saltare in aria il Centro…

– Non ci posso credere!

– Ma chi può essere stato…

– Quelli del Movimento, no?

Intanto le sirene della polizia iniziarono a urlare come animali feriti, e il rombo delle motociclette nei vicoli stretti coprì ogni altro suono e voce umana.

– E adesso? – chiese Nadira.

 

Quella notte in pochi dormirono sonni tranquilli. Gli incubi e la concitazione delle sirene, degli ordini gridati da strada a strada, ci tennero sul limitare della veglia, incapaci di lasciarci andare del tutto contro i vecchi materassi dentro la notte calda. Anche dopo che i rumori si furono spenti, restò l’inquietudine per l’indomani.

Alla luce dell’alba si scoprì che l’esplosione aveva sì colpito il Centro, che l’edificio era inagibile e in parte crollato, ma che non c’erano feriti. Il Movimento – se, come tutti credevano, erano stati davvero loro gli autori dell’attentato – aveva messo un dito esplosivo sulla piaga dell’Isola.

Attaccando il Centro avevano attaccato la Lotteria e tutto quello che vi ruotava attorno: la nostra speranza di tornare, il nostro risentimento per quel gioco crudele, la necessità di rispettarne le regole e di non infastidire i generosi benefattori che da anni ci tenevano sull’Isola contro la nostra volontà. La risposta delle autorità non si fece attendere.

Mentre ancora dalle finestre usciva l’odore del caffè e il suono di voci impastate al risveglio, le sirene ripresero possesso del quartiere. Scortati da un corteo di blindati e motociclette, militari incattiviti sfondavano porte, entravano a interrogare uomini e donne, li portavano via tra le urla. Nonostante la paura di essere i prossimi, eravamo tutti affacciati alle finestre e ai balconi, ci guardavamo e scuotevamo le teste, i vecchi e le donne lanciavano improperi.

A un tratto, si sentirono le voci e i rumori di pentole di un corteo. I manifestanti, ancora invisibili, gridavano gli slogan del Movimento.

– Mai – più – Lotteria!

– Li-ber-tà e Autonomia!

Sembrava che la Polizia non aspettasse altro.

Nel giro di minuti c’era già un muro compatto di scudi di plexiglass e decine di poliziotti in formazione che avanzavano verso il corteo. Vidi Sanussi che gridava a squarciagola lanciando il pugno destro verso il cielo e incitando il resto del corteo con l’altra mano.

– Questa è una manifestazione non autorizzata. Disperdetevi! – dissero gli altoparlanti della Polizia. All’ordine i manifestanti risposero triplicando il volume e picchiando ancora più forte sulle pentole e altri tamburi improvvisati. Dai portoni e dai vicoli un flusso costante di persone si univa al corteo.

Io e Nadira ci guardammo. Nei suoi occhi lessi il mio stesso spavento e la mia stessa rabbia.

– Scendiamo anche noi? – le chiesi.

– No, tu no. Tu devi tornare in Italia, non puoi permetterti di…

– Nadira, io in Italia non ci torno.

Lei stava per ribattere, quando si sentì il primo sparo e un candelotto di lacrimogeni atterrò proprio sotto casa nostra.

Mentre il fumo saliva e riempiva le case con le finestre rotte, quelli che non erano scesi in strada presero a lanciare vasi e altri oggetti sulle teste dei poliziotti in assetto anti-sommossa. Il corteo e la prima linea dei militari si scontrarono, volarono manganellate. I manifestanti si difendevano come potevano.

Il fumo era tanto e fitto che non si capiva più chi stesse urlando e cosa. L’intera strada era una mischia dalla quale uscivano voci in cento lingue diverse. Quando il fumo si diradò, vedemmo feriti e contusi, e i poliziotti che pestavano i manifestanti rimasti e li trascinavano verso le camionette.

Sentii i capelli rizzarsi sulla nuca. Nadira lanciò un gemito e si coprì la bocca. Senza una parola afferrò la borsa con gli attrezzi del mestiere e si precipitò in strada, mentre a sirene spiegate i mezzi militari tornavano alla base.

La seguii dentro il caos.

Con la lucidità del medico in una situazione d’emergenza, Nadira prese in mano la situazione e organizzò il trasferimento dei feriti all’ambulatorio. Qualcuno portava a braccia i più gravi, altri accompagnavano persone zoppicanti o che si tenevano stretto un braccio. Ci facemmo strada verso un capannello di persone, al centro del quale giaceva una donna immobile. Era la signora Lahboub.

– Toglietevi di mezzo, fatela respirare! – ordinò Nadira.

Si inginocchiò accanto alla donna, le appoggiò un orecchio al petto e le prese il polso.

– Non ha battito – disse, iniziando a praticarle un massaggio cardiaco.

Mi parve in quel momento che tutte le grida e i lamenti e il rumore lontano delle sirene fossero risucchiati via, lontano, lasciandoci soli nel mezzo di una bolla dentro la quale c’erano solo i respiri affannosi di Nadira e il rumore sordo, spaventoso dei suoi palmi che premevano sul corpo della donna a terra.

Dopo quelle che mi parvero ore, la signora Lahboub riaprì gli occhi e tossì. Nadira le tenne su il capo. Seduta a terra, scarmigliata e ancora in affanno, alzò gli occhi e mi disse solo:

– Che fai lì impalato, renditi utile.

 

Era di nuovo notte quando, sfiniti, decidemmo di riposare per qualche ora a casa. Non pronunciammo una parola durante il breve tragitto. Dopo ore di caos, non riuscivamo più nemmeno a pensare.

Entrammo nel giardino della casa, gli alberi di limoni lanciavano lunghe ombre sul passaggio tra il cancello sempre aperto e i pochi gradini che conducevano alla porta. Un’ombra più fitta si staccò dalle altre e si avvicinò.

Ci fermammo di fronte all’uomo di cui non potevamo vedere il volto. Quello alzò le mani e disse:

– Non urlate per favore. Non sapevo dove nascondermi. Il cancello era aperto.

Lentamente si avvicinò, entrando nel cono di luce della luna piena, e così potemmo vederlo.

– Sanussi – dissi, e se fossi stato meno stanco lo avrei forse detto con un tono di sorpresa e magari di irritazione. Invece mi limitai a prendere atto della situazione.

– Incosciente! – disse Nadira, piano. – È un miracolo che non sia morto nessuno.

– Non è colpa nostra se la Polizia… – cominciò ad argomentare Sanussi, ma lei lo zittì opponendogli il palmo della mano aperta.

Avevo ancora in testa l’immagine di Nadira china sul corpo della signora Lahboub. Malgrado lo stordimento e la stanchezza, sentii la rabbia traboccare.

– Ma… una bomba? Una cazzo di bomba! Non avrei mai creduto che il Movimento sarebbe arrivato a tanto. Pensavo si trattasse di dare una mano in giro, organizzare qualche protesta, cose del genere.

Sanussi si voltò a guardarmi torvo.

– Non smetteremo mai di aiutare la comunità dell’Isola – disse, serio. – Ma la Lotteria andava fermata, capisci? Prima ci tolgono tutto e ci lasciano qui a marcire per anni, poi ci insultano e ci fanno credere che tutto quello a cui possiamo aspirare è la grande fortuna di essere tra i pochi prescelti in un gioco truccato. Io dico che ne abbiamo abbastanza!

Per sottolineare le sue parole, Sanussi sputò a terra, come se solo parlare della Lotteria gli avesse fatto venire l’amaro in bocca.

– E poi avete visto cos’è successo stamattina. – continuò. – Ci trattano come bestie da portare al macello. Non è vita, questa.

In quel momento pensai che forse Sanussi aveva ragione, che ci eravamo rassegnati tanto a lungo all’assenza di diritti e di prospettive da dimenticarci di averne mai avuti. Io stesso avevo pensato per anni solo a tornare a casa, senza rendermi conto che nel frattempo un’altra casa mi era cresciuta attorno. Una casa fatta di persone, di speranze, di dolori.

– Quando finirà tutto questo? Quando vi fermerete? – tagliò corto Nadira, che guardava Sanussi a braccia conserte.

– Quando quest’Isola e il suo futuro apparterranno alla nostra gente. – disse.

Nadira lo fissò a lungo, mordendosi le labbra come faceva sempre quando pensava intensamente a qualcosa. Io alzai lo sguardo dalla pozza di luce nella quale eravamo immersi e lo rivolsi alle case attorno, alle luci che si erano accese, e al silenzio rotto da brevi pianti e borbottii di anziani che potevano essere preghiere o maledizioni.

Dopo quello che era successo non si poteva tornare più indietro. Lo seppi finalmente con la chiarezza che dieci anni prima mi aveva indicato che Nadira era quella giusta, la stessa chiarezza con cui avevo deciso, ancora prima, che io non sarei mai stato tra quelli che distruggono le cose, ma sempre e solo tra quelli che le ricostruiscono. C’era molto lavoro da fare.

Sanussi spostava lo sguardo tra me e Nadira, e per la prima volta lo vidi per quello che era: un uomo stanco, esasperato, animato da un sacro furore di giustizia. Un uomo che gli eventi avevano cambiato. Un uomo che in altri tempi e luoghi sarebbe stato un falegname o un insegnante di scienze naturali, e un appassionato di pallavolo, e che invece si era alzato un giorno e aveva fatto quello che andava fatto, aveva marciato dove bisognava marciare, aveva alzato la voce perché qualcuno doveva alzare la voce a nome di tutti quelli a cui la voce era stata tolta o negata.

I palazzi attorno si illuminarono del blu dei lampeggianti della polizia che perlustrava il quartiere, con tutta probabilità in cerca di Sanussi. Non potevano vederci dietro i muri e l’edera fitta del giardino, ma ci spostammo lo stesso sul retro.

Nadira mi guardò. Tutta la stanchezza della notte insonne e della lunga terribile giornata le era calata addosso come un velo di polvere. Eppure gli occhi le brillavano, e mi stavano rivolgendo una domanda. La stessa domanda che mi ronzava dentro da giorni, forse da mesi e anni. “Che cosa hai intenzione di fare, tu?” Allora, scegliendo con cura le parole, dissi:

– Siamo tutti e tre stanchi… Del Movimento e di quel che c’è da fare parleremo domani. Adesso ci serve un piatto caldo.

Nadira annuì. Sanussi chinò la testa e mormorò un ringraziamento. E per la prima volta, mentre salivo le scale senza pensare ad altro che alla notte piena di voci e di vita dell’Isola, capii che ero esattamente dove volevo stare.