L’ospizio ovvero una morte sospetta – Giuseppe Armillotta, Fiorella Giuliani, Silvia Smyková, Stefania Vellani


17 luglio – La Gazzetta di Serravalle

SHOCK IN CITTÀ. INDAGANO I CARABINIERI

Alle prime luci dellalba, ai piedi della scalinata di accesso al giardino della casa di riposo Villa Serena, è stato rinvenuto il corpo ormai senza vita del nostro illustre concittadino, il professore Paolo Maria Mantovani. Il professore, molto conosciuto in città per aver insegnato per tutta la vita materie letterarie nel nostro liceo, profondo cultore di storia locale (sua l’imprescindibile Storia dei cognomi serravallini), è stato trovato cadavere dal personale della struttura dove si era ritirato da tempo. Un graffito sul muro di cinta della clinica, una bomboletta spray vuota e alcune lattine di birra, anchesse vuote, rinvenute dai Carabinieri in giardino, delineano un quadro che gli inquirenti intendono approfondire. Nelle settimane precedenti lo stesso istituto aveva segnalato un tentativo di irruzione nei bagni della palestra e altri piccoli atti vandalici.

Vogliamo sia fatta chiarezza in tempi brevi, ogni dubbio deve essere fugato. Cosa ci faceva il Professore, verosimilmente di notte, in giardino? Aveva sentito qualcosa?”. Così il sindaco Nacci, che ha portato il cordoglio suo e della Giunta alla sorella dell’esimio professore e ai tanti nipoti.

– Tutto bene, Salvi? – domanda Erica, passando al figlio la ciotola di latte. Salvatore la prende senza staccare gli occhi dal telefono. Ogni mattina fanno colazione insieme, lei beve il caffè, lui il latte; è l’unico momento che hanno per parlare.

– Amore? Molla quel telefono. Stai sempre lì incollato allo schermo. Raccontami qualcosa, piuttosto, o leggi almeno il giornale! E non alzare gli occhi al cielo, tesoro.

Salvatore sospira e prende il giornale. Alle sette di mattina, non gli va davvero di parlare. Sfoglia le pagine, a malapena legge i titoli. Poi, all’improvviso, si blocca.

– È morto!

– Chi è morto?

– Il Professor Mantovani.

– No! Mantovani? Cos’è successo?

– Te l’ho detto: è morto.

– Ma tu come fai a ricordartelo? Insegnava italiano a me.

Salvatore si alza, beve due sorsi, afferra lo zaino ed esce senza salutare.

Sua madre non capisce cosa gli prende ma l’unica cosa che le viene da dire è: – Salvi, il cappellino… Mettitelo, che oggi rischi un’insolazione!

Salvatore arriva al campo estivo in anticipo, col fiatone. Non c’è ancora nessuno. Per scaricare la tensione cammina fuori dal cancello, sussurrando qualche preghiera. È un’abitudine che ha preso da sua madre, per calmarsi quand’è in ansia; ma oggi non funzionano neanche le avemarie.

– Oi Sal! Com’è?– la voce di Kwame interrompe le sue orazioni.

– Non tanto bene, Kiwi.

– Che succede?

– Mantovani… il professore…

– Chi?

Dal fondo del viale, si sente Francesco sgommare sul motorino. Arriva, si toglie il casco, smonta e fa cenno agli altri due di seguirlo, spera di poter fumare prima dell’inizio della giornata. Dalla tasca dei pantaloni prende il pacchetto di sigarette e l’accendino. Il tempo di fare un tiro e butta il mozzicone oltre la siepe, la Tesla del papà di Matilde è quasi davanti al cancello. L’uomo, direttore di banca, era molto conosciuto a Serravalle e lo stesso valeva per la figlia: bionda, occhi azzurri, corpo esile. Bella e inarrivabile.

Francesco la abbraccia da dietro, lei lo rimprovera: – Mio padre non se n’è ancora andato.

– Eddai, Mati! Figurati se ti controlla anche nello specchietto…

Salvatore chiama gli amici a raccolta, ha il volto pallido.

– Mantovani è morto ieri sera.

– In che senso è morto? – Bisbiglia Francesco – Cosa cazzo vuol dire Mantovani è morto?

– Ieri sera è morto Mantovani. Hanno chiamato i Carabinieri, era scritto stamattina sul giornale.

Salvatore guarda gli altri e scuote la testa. Nessuno risponde. Francesco è incredulo, Kwame finalmente capisce chi è Mantovani e ripete: – Oh, cazzo!

Matilde resta in silenzio, immobile di fronte alla notizia: sta architettando qualcosa.

– Raga, che facciamo? È morto!

Matilde blocca Salvatore con un gesto, guarda l’asfalto e si morde il labbro.

– Linguaggio in codice, raga, per iniziare.

– Di che? – fa Francesco.

Lei si ricorda di un vecchio profumo di suo padre, con un fiore sopra, che si chiamava proprio Mantovani, e folgorata da un’idea geniale: – Il fiore è appassito, – dice sgranando gli occhi, – d’ora in poi parleremo di questa cosa così!

– Rega, ma che, veramente fate? Noi eravamo lì dentro, okay, e la mattina dopo lo trovano morto. Ma che cazzo c’entra? È morto per colpa nostra? L’abbiamo ucciso noi?

Kwame viene interrotto da Matilde: – Appassito, colto! Trovati dei termini floreali, Kiwi, ma non usare la parola morto. Vale per tutti.

Cala il silenzio dopo le parole di Matilde, è sempre così quando ordina qualcosa, finché non è lei a parlare di nuovo.

– Adesso lì non ci torniamo per un po’ e interrompiamo anche le nostre uscite serali…

– Questo è sicuro, – annuisce Francesco, – dobbiamo trovare un altro posto.

– Supermercato?

– No, Kiwi, come ci entri?

– Raga, dicevo basta con le uscite serali per un po’, – chiarisce Matilde. – Dai non è successo niente, facciamo finta di niente. È una bella giornata, vi voglio bene.

Si mettono a ridere e con un moto d’affetto si abbracciano in gruppo, perfino Salvatore appare più tranquillo. Nella mischia, Francesco cerca di toccare il culo a Matilde, mentre lei dà uno schiaffo sulla testa di Kwame, facendogli cadere il cappellino blu con la scritta del campo scuola, quello che portano tutti. Ridono e ora il gioco è far cadere i cappellini con un colpo sulla nuca.

– Vabbè, non vale, Sal non l’ha messo.

Salvatore sorride, dice che ce l’ha nello zaino, lo apre e controlla, niente. Fruga sotto la merenda, sposta la borraccia. Niente di niente.

– Beh?

– Raga, mi sa che l’ho lasciato là, – e indica la casa di cura oltre il muro.

Dopo un attimo di silenzio, Francesco gli dà una pacca sulla spalla.

– Eh, compa, sei un coglione, mo te lo vai a riprendere.

– Io… da solo?

– Hai fatto la cazzata, te la risolvi.

– Sei sicuro? – fa Kwame. – Ma dove l’hai dimenticato?

– Boh, vicino al bagno? Me lo sono tolto quando abbiamo preso le bombolette…

– Merda, compa, sei un disastro!

– Bro, per favore, ora che facciamo? – Kwame guarda Matilde come per chiederle aiuto, lei sbuffa, ed emette la sentenza.

– Può darsi che i Carabinieri lo abbiano già trovato, il cappellino. In questo caso, siamo nella merda, ma bisogna saperlo. Quindi Sal deve andare. Da solo!

– Eh sì, devo andarci da solo, – abbassa la testa lui.

– Ma che da solo e da solo? – protesta Kwame. – Raga, ci andiamo tutti e quattro.

– Forse tu manco li leggi, i giornali, fatteli leggere da tua madre, se lo sa fare, ma guarda che già sono in puzza per i murales che abbiamo fatto la scorsa settimana, tanto vale che andiamo direttamente in caserma a costituirci!

– Francesco! – quando Matilde chiama Francesco per esteso sta cercando di chetarlo.

– Scusa, Mati…

– Rega le cose sono semplici: di chi è il cappello? Di Salvatore. Va a recuperarlo chi l’ha perso. Sempre che ci sia ancora…

Salvatore è bianco in viso, Kwame guarda di sbieco Matilde e Francesco, li sta odiando.

– Andiamo insieme, Sal.

– Sei sicuro?

– Sono sicuro che non ti lascio andare da solo.

– A posto, – taglia corto Matilde. – E adesso entriamo prima che il Ciccio ci venga a rompere.

Salvatore sa molto bene che tornare nell’ospizio è un’idea pessima, ma sa che la colpa è solo sua. Ci scopriranno, pensa mentre vede Kwame al solito posto, dove si sono dati appuntamento e dove si incontrano dall’inizio dell’estate; una sera Matilde aveva proposto “il gioco delle irruzioni”, come lo chiamava lei, dentro la clinica lì accanto, e Francesco ci aveva aggiunto l’idea di bombolettare pure i muri. Ma mica pensavamo di ammazzare un innocente, si tormenta Salvatore.

In breve scavalcano, attraversano il prato per qualche metro e si ritrovano davanti alla porta sul retro, quella difettosa.

– Dividiamoci per cercare meglio… – suggerisce Kwame, – io inizio da questo lato, tu entri e ci incontriamo di nuovo qui tra un quarto d’ora, va bene?

Salvatore annuisce sospirando. E se qualcuno li vede? Se sua madre scopre che è uscito così tardi, lo mette in punizione per un mese. E con un omicidio di mezzo? Almeno per il resto della vita.

Salvatore riesce a malapena a muoversi, sente il proprio ansimare che lo precede nel buio come un tetro presagio. Riesce ad aprire la porta, va avanti: l’odore dell’ospizio di notte è pesante, sa di varichina. Si ricorda che i bagni sono al piano terra, dopo la sala da pranzo.

Vede una figura umana attraverso la finestra, bastano due secondi e l’adrenalina fa il resto. Chi è? L’ha sentito qualcuno? Gesù… aiutaci.

Nel frattempo, Kwame continua a cercare. È difficile, il cortile è enorme e la torcia del cellulare, all’1% di batteria, non illumina granché. Porca troia! È in una missione importantissima, doveva proprio dimenticarsi di caricare il cellulare?

Arriva davanti al muro, il loro muro tappezzato di scritte, chissà quando torneranno a far casino.

Salvatore intanto ha visto un lampeggiante blu, è come impazzito e cerca in tutti i modi di uscire dall’ospizio. È finita, ora li arrestano. Deve scappare, ma prima deve avvertire Kwame.

Le mani gli tremano, riesce ad afferrare il telefono e digitare il numero. Non squilla. Lo hanno già preso?

Guarda fuori e lo vede lì, con gli occhi a terra mentre ancora cerca quel maledetto capellino e si accorge dei Carabinieri solo quando gli puntano addosso la torcia e ormai non gli resta che seguirli.

Salvatore rimane da solo, nel buio e non riesce a trattenere le lacrime. Sente il rombo dell’auto che si allontana, esce nel giardino, cercando comunque riparo tra i cespugli, ché non si sa mai. Lui l’ha scampata, ma il suo amico?

Ritornando verso casa, mille domande e mille paure gli martellano il cervello. Senza fare rumore infila la chiave nella toppa, non vuole svegliare la mamma; sale in camera, si mette a letto, ma dorme poche ore, e appena apre gli occhi, lo assale il panico. Come starà passando la notte Kwame? Lo chiama, lo richiama, ma il cellulare è muto. L’avranno già portato in galera? No, non ci deve manco pensare. Magari lo ha perso, mentre cercava quel cazzo di cappello. Senza speranza conta i soldi nel salvadanaio: quanto ci vuole per pagare una cauzione?

Prova a sentire Matilde e Francesco, macché, sono le tre di notte. Quelli se ne sbattono e se la dormono tranquilli.

Cerca di pensare positivo, e finalmente arriva il mattino. Adesso deve solo sopravvivere alla colazione con sua mamma, senza allarmarla, e poi incontrerà Kwame al campo. Giusto?

Non è per niente facile. Anche se la madre fosse meno sensibile e molto ingenua, chiunque riuscirebbe a notare la faccia pallida e l’agitazione nei gesti di Salvatore.

Come da rituale tradizione, caffè per lei, latte per lui: la colazione è una di quelle cose sacre che si devono fare, come la messa la domenica, Salvatore ci va sempre, comunque.

Anche quando sei sospettato di un omicidio e il tuo migliore amico è in prigione, bisogna fare colazione. Quella mattina Salvatore ci pensa davvero se passare in chiesa, prima del campo scuola. Una preghiera lo aiuterebbe ad affrontare la giornata.

– Salvi, cosa succede? – puntuale, ecco mamma Erica. – Sei silenzioso. Mi dispiace se non parliamo, lo sai.

– Mà… non mi sento tanto bene oggi, – si affretta a dire lui. – Ho un po’ di mal di stomaco.

– Non sarebbe meglio se resti a casa oggi? Forse se…

Senza lasciarle il tempo di continuare, Salvatore esplode: – No, non è assolutamente possibile! È un giorno troppo importante al campo scuola. In realtà, sono già in ritardo, devo correre!

Così, senza finire il latte, si alza di scatto ed esce.

Sua madre ha appena il tempo di alzare lo sguardo che il figlio è già sparito. L’adolescenza, che periodo strano, pensa.

Salvatore prende la vecchia bici dal garage: stamattina deve arrivare al campo il prima possibile. Fingersi calmo gli ha fatto un effetto contrario, adesso si sente ancora più agitato. Chissà cosa sta succedendo al suo amico, mentre lui perde tempo a chiacchierare con sua mamma. Ha visto Prison break troppe volte per non sapere che la galera è un posto poco piacevole. Forse l’hanno già picchiato. Deve agire e deve farlo in fretta.

Appena arrivato al campo scuola, lancia la bici contro il muro, vorrebbe correre dentro, ma subito si blocca. Ferma di fronte al cancello, c’è una macchina nera e due carabinieri in uniforme che parlano con il Ciccio.

– Oh Gesù, – sussurra e sguscia in giardino senza farsi notare. Come in un incubo, vede Matilde e Francesco ridacchiare. Ma lo sanno cos’è successo?

– Rega, siamo nella merda fino al collo, – attacca quando li raggiunge. – Ieri sera hanno beccato Kiwi e adesso sono qua. I Carabinieri, sono qua… Guardate che sanno già tutto. Siamo proprio spacciati.

Matilde alza il sopracciglio destro, è nervosa.

– Ho provato a chiamarlo almeno venti volte stanotte, e niente! E pure a voi! Nessuno si è degnato di rispondermi. Lo hanno arrestato e adesso è in prigione, solo perché mi voleva aiutare! Abbiamo fatto una grande cazzata, rega!

– Sssssssh! – lo rimprovera Matilde. – Per adesso, nella merda c’è solo lui, e, se non dice niente, noi non ci finiamo, nella merda. Stiamo zitti e buoni.

– Ma che dici? Zitti? Oh, Kiwi è in carcere e noi zitti? Non ci posso credere. E tu, Fra?

Il volto dell’amico è imperscrutabile, si stringe nelle spalle senza guardarlo negli occhi.

– Scusami Salvatore, ma mio padre… lo sai com’è fatto, ha detto che non mi devo mettere nei casini, – cerca sostegno in Matilde, che abbassa la testa, – poi cosa possiamo fare? Meglio uno solo che tutti e quattro, no?

Salvatore sente le lacrime arrivare, non risponde, si gira e si allontana. Adesso ha bisogno di stare da solo. Sua mamma gli ha sempre detto che “uno deve essere pronto ad ascoltare, lento a parlare e ancora più lento ad arrabbiarsi”.

Tutta colpa di quei due e dei loro genitori… Ma poi… la colpa più grande non è la sua, che ha perso il cappellino? Ah, quel cappello di merda! Ha rovinato tutto. Era finalmente riuscito ad avere un gruppo, degli amici, a superare le sue paure e fare cose pericolose. E adesso, tutto finito: è da solo, impaurito, stanco e non sa dove andare. L’unica persona che vorrebbe vedere è Kwame. Ah, povero Kiwi. Forse lo stanno interrogando per l’ennesima volta. E se non dice niente (perché Kiwi non è uno che si canta gli amici, anima benedetta), forse cominciano con la tortura. Possono fare una cosa del genere, in Italia, nel ventunesimo secolo? E perché no? Succedono anche cose più assurde. Nemmeno sotto tortura, Kwame li metterebbe nei casini. E se lo sbattono in prigione per l’omicidio? Esce tra trent’anni, con la vita rovinata per sempre. I suoi non sono neanche italiani. Se si scopre che ha ucciso qualcuno, sicuramente li rimandano al loro paese. Cavolo, solo perché lui è stato così stupido da perdere il cappellino, va a finire che rovina la vita del suo miglior amico e di tutta la sua famiglia! Ma che può fare?

Gli viene in mente l’adesivo che la mamma ha attaccato al suo portapenne due anni fa, dopo uno dei raduni della parrocchia. L’adesivo è tutto rosso con la scritta “What would Jesus do?” Ha sempre pensato fosse una domanda stupida, ma ora, proprio ora, gli sembra la frase più importante del mondo. Cosa farebbe Gesù?

Arriva di corsa alla caserma dei Carabinieri, entra e con gli occhi spiritati cerca qualcuno che possa ascoltarlo, ma sembrano tutti troppo impegnati per accorgersi di un ragazzino, fermo in mezzo all’atrio. Finalmente un agente lo intercetta e cerca di rispedirlo a casa, senza neanche starlo a sentire. Ma c’è qualcosa nella determinazione di Salvatore che convince il giovane carabiniere a portarlo davanti alla porta del brigadiere capo e a lasciarlo lì in attesa, da solo, sulla panca.

Salvatore ripassa per l’ennesima volta il suo discorso, quando la porta si apre tra le strette di mano riconosce il padre di Matilde e la madre di Francesco, che fingono di non averlo visto e scompaiono.

– E tu, che ci fai qui?

– Mi voglio costituire… Siamo stati noi… Anzi, no, è tutta colpa mia, ma non volevo… non credevo… era un vecchietto pure simpatico, il prof. Mantovani… Non pensavamo che gli prendesse un infarto per colpa nostra, era solo uno scherzo…

– Anche tu mi vuoi parlare del professore? – la voce del brigadiere non riesce a trattenere la rabbia. – Ma cosa avete tutti quanti, stamattina? Un’epidemia di senso civico?

L’uomo è un fiume in piena e a stento ascolta quel che dice il ragazzo.

– Cosa significa che il tuo amico Kwame non c’entra niente? Che dobbiamo liberarlo? Che non possiamo rimpatriare la sua famiglia? Ma se sta a casa sua, tranquillo tranquillo! Ma che male ho fatto io, a capitare in questo covo di vipere, tutti “lei non sa chi sono io! ”, tutti con i figli irreprensibili, traviati dalle cattive compagnie. Sì, perché le cattive compagnie siete proprio te e quel Kiwi, se ho capito bene come lo chiamate, e a stare a sentire quei due di prima… E per fortuna che il professore ha avuto il buon gusto di morire di morte naturale, il suo cuore lo ha lasciato lì, sulle scale, si è accasciato senza far rumore e quei coglioni della casa di riposo non si sono accorti di nulla. Il medico dice che era lì da prima di cena, quindi molte ore prima che arrivaste voi. Un po’ mi dispiace. Avevo per le mani due delinquenti da prima pagina: il figlio della ragazza madre e l’extracomunitario, sai i titoli della Gazzetta… Ad ogni modo, un po’ di lavori socialmente utili, alla banda dei Quattro non li toglie nessuno, e il Direttore di Banca muova chi vuole, gli altri lei non sa chi sono io… Va’, va’ a casa e statevene tranquilli, se proprio volete fare gli artisti e imbrattare la città con le vostre schifezze, chiedete a quelli del Comune, che un muro ve lo trovano senza far scoppiare un casino.

Salvatore esce distrutto dalla caserma, non sa se piangere o sentirsi sollevato. Arriva a casa e recupera il telefono, lo ha lasciato in camera, non voleva che i Carabinieri glielo sequestrassero. Sullo schermo, mille chiamate perse di Kiwi e un vocale.

– Oi Sal! Com’è? Mio padre ieri notte mi ha sequestrato il cell, quando mi hanno accompagnato a casa i Caramba… Alla fine, niente denuncia, solo una multa per le scritte e una gran menata, tipo che la mia famiglia mi deve controllare, robe così. In confronto, quello brutto è mio padre, incazzato nero, non mi fa uscire di casa. Adesso mi sono nascosto nella doccia. Ma tu, bro? Quante chiamate mi hai fatto? Che cazzo t’è successo? L’hai poi ritrovato, ’sto capellino di merda?

20 luglio – La Gazzetta di Serravalle

GIOVENTÙ BRUCIATA. GLI ADULTI SI INTERROGANO

Un piccolo gruppo di adolescenti, che frequentavano il campo estivo comunale, sono stati segnalati e avviati a un percorso di lavori socialmente utili. Negli ultimi mesi, infatti, i ragazzi, forse per dar seguito a una social challenge, una di quelle sfide molto diffuse sui social dove chi le compie invita spesso altri utenti (in particolare bambini e adolescenti) a fare lo stesso, hanno imbrattato ripetutamente i muri della nostra città, introducendosi anche, nottetempo, nel giardino di Villa Serena.

I ragazzi segnalati, tra cui un extracomunitario, dovranno svolgere le 120 ore previste proprio presso la struttura per anziani, recentemente salita agli onori della cronaca per la morte del nostro illustre concittadino, il professor Mantovani.

I genitori increduli minacciano ricorsi, mentre l’Assessore alla Scuola, l’architetto Ettore Mosca, promette che organizzerà, per il prossimo anno scolastico, un ciclo di incontri per sostenere la comunità: “Il disagio dei ragazzi va ascoltato. Ma tocca a noi adulti proporre modelli positivi rispetto a quelli che passano sui social”.