Prospero e Penuria – Elena Coccoz, Sara De Marco, Ethel Gallo, Sofia Gamba

Grida esultanti provengono dalla sala della villa, l’ennesimo brindisi alla ritrovata libertà.

Ieri il governo ha sancito la fine di tutte le restrizioni introdotte dall’inizio del contagio. Oggi si festeggia.

Luci intermittenti segnano la pelle dei corpi avvinghiati con riflessi rosa e azzurrini. Tutto vibra.

Il nuovo male ha sconvolto le nostre vite per un anno: vietati gli assembramenti, i concerti, gli spettacoli e lo stare insieme. All’interno della città di Prospero era possibile vedersi, pochi alla volta, ma comunque sconsigliato farlo. “Per la salute di tutti”, recitavano i manifesti che i bambini appendevano ai cancelli. Così ognuno ha cercato nella solitudine la propria sicurezza. Scarafaggi nelle tane, ora cerchiamo l’aria.

Luce, buio, fumo, luce, fumo, buio. Bassi profondi, calici pieni di liquidi di ogni colore, un vapore dolciastro nell’aria. Fumo e luci, un altro champagne schiuma sulla folla.

Nella città gemella di Penuria, sull’altro lato del colle, le cose sono andate peggio. Lì ci sono fabbriche, case popolari, condomini affollati, e il contagio ha colpito più duro. Per non diffonderlo anche sulla nostra sponda, le autorità hanno stabilito dei check-point lungo quello che un tempo era il confine tra i due comuni.

Sento che qualcuno mi chiama ed esco dalla sala. Il ronzio della musica mi resta nelle orecchie finché non sento lo schiaffo dolce dell’acqua. Ancora vestita, riemergo a bordo piscina mentre tutto ruota in preda alla follia più prevedibile. Ridiamo.

Di tutte le restrizioni e le norme introdotte con la malattia, quei check-point sono l’unica che resterà. Chissà ancora per quanto. Ma per quelli di Prospero è un dettaglio di poco conto: a Penuria non ci mettono piede. E anch’io alla fine ho smesso di andarci.

Schizzo fuori dalla piscina e ancora grondante mi precipito in casa. Mi faccio largo all’interno, tra poltrone rovesciate e vuoti di bottiglia. La TV, sovrastata dai cori che riempiono la stanza, prosegue incurante le sue trasmissioni.

Nella velocità del notiziario colgo solo una cosa: un edificio che brucia sullo schermo da 75 pollici.

Osservo il murale intorno al portone in fiamme. La casa è quella di mio fratello. Un bagliore rosso, tra le urla piccole figure in fuga, lacerate e ustionate. Lo cerco nei volti che appaiono come lampi. Poi le lingue di fuoco lasciano spazio all’elegante presentatrice: è già tempo della prossima notizia.

La festa attorno a me continua come se nulla fosse. La musica, le luci, le urla. Qualcuno ha già cambiato canale.

Esco dalla sala, mi gira la testa, attraverso la folla senza rispondere ai sorrisi e alle domande degli amici che notano l’angoscia sul mio volto. Divoro il vialetto, arrivo in strada e mi dirigo al cancello che il sorvegliante apre dalla sua cabina, con indifferenza. La strada che porta verso Penuria la ricordo ancora molto bene, d’istinto imbocco le vie e supero gli incroci con la facilità di un tempo.

Del resto a Penuria ci sono nata e ci ho trascorso i primi otto anni della mia vita. Comunità “L’approdo”: una struttura abitativa ai margini della città dove si accoglievano bambini e ragazzi senza genitori. I più grandi, raggiunta la maggiore età venivano inseriti nel mondo del lavoro mentre per i più piccoli era facile trovare una famiglia. Lo stesso è toccato a mio fratello Allan e a me: lui a fare i turni in fabbrica appena compiuti i diciotto anni, io in una nuova famiglia, con cui iniziare una vita diversa, a Prospero.

I primi mesi, Allan veniva a trovarmi tutti i giorni. I sevizi sociali lo avevano informato subito della mia nuova residenza, ma non poteva varcare il cancello della nuova casa: il guardiano lo bloccava ogni volta. Regole inflessibili vietavano l’ingresso ai non residenti. I miei nuovi genitori non volevano che uscissi da sola, così ci sedevamo ai lati opposti dell’inferriata, cercando di tenere vivo un legame che sembrava sgretolarsi con il passare del tempo. 

Le sue visite si diradarono via via, finché non diventai abbastanza grande per andarmene in giro senza controlli. Non era più lui a venire da me, andavo io: mi sollevava dall’imbarazzo che provavo quando il guardiano lo allontanava e i vicini squadravano me e coloro che mi avevano accolto in casa. Mi infilavo tra le vie sporche e affollate di Penuria per recarmi dove abitava, con moglie e figli. 

Ormai però non avevamo più nulla da dirci; anche l’avessimo avuto parlavamo lingue diverse. Allan non ha mai capito i miei problemi: sapeva solo parlarmi del lavoro, delle bollette, dei figli. Ogni volta mi sembrava di soffocare un po’ di più e una sera, decisi che non sarei mai più tornata. Giusto gli auguri al telefono, per il compleanno e Natale.

Ora sono di nuovo qui. Al check-point, la guardia mi ha fatto passare senza nemmeno alzare gli occhi dal telefono: il flusso da controllare è quello in senso opposto. Conosco bene l’odore che pervade le strade, ma mi sembra più acre e infestante di un tempo. Mischiato al fumo dell’incendio mi brucia la gola tanto che devo coprirmi il naso e la bocca.

Ecco l’edificio. Il fuoco ancora divampa ma un pompiere rassicura gli astanti: – La situazione è sotto controllo, stiamo domando l’incendio.

Non mi conforta. Dov’è mio fratello? L’edificio annerito, fumante. Le ultime lingue di fuoco lambiscono i muri spogliati della vernice. Oltre una parete crollata si scorge l’interno. Cerco Allan. I miei occhi non riescono a penetrare le fiamme amalgamate a quel denso fumo nero che dalla casa sembra volersi espandere alla città. L’impotenza e l’afflizione mi fanno scoppiare in lacrime e una donna si avvicina.

– Conoscevi qualcuno che abitava qui?

Un nodo mi stringe la gola, non riesco a rispondere.

– Fortuna che le famiglie che abitavano qui sono state sfrattate qualche giorno fa, tutte costrette a trasferirsi in un capannone ai margini di Penuria, giù vicino alle acciaierie… “Fortuna”, si fa per dire.

Le vecchie acciaierie. L’asfalto corre sotto ai miei piedi, a testa bassa porto il filo del tacco lontano da buche e crepe che segnano l’asfalto come una scrittura segreta.  Una lunga fessura si allarga, attraversa il marciapiede da parte a parte. 

– Passa! Passa! – Un gruppo di bambini si contende una lattina vuota. – Attento! Di là!

Un campo da calcio che solo loro possono vedere, sul cemento di fronte alle vecchie fabbriche. Le stesse distese di cemento su cui correvamo mio fratello ed io. Ricordo come fosse il ricordo di un altro. Immobile resto a guardare me e Allan che ci allontaniamo circondati dai bambini della comunità; anche loro mi lasciano sola nella strada che è stata la mia strada. La strada da cui ora mi sento respinta, abitata solo da spettri e qualche ragazzino che corre qua e là: sembrano anche loro, come me, senza meta. Mi passano davanti, i nostri sguardi si incontrano, parlano tra loro. Il più piccolo si attarda a scrutarmi e sul suo volto si disegna un sorriso. È appena accennato ma mi basta a riconoscerlo. È lo stesso sorriso che aveva mio fratello, quello che mi trasmetteva la certezza che sarebbe andato tutto bene. E forse, alla fine dei conti, per me è stato davvero così. 

Ho davanti il suo viso. Il viso di mio fratello, ancora non bruciato dai fumi delle fabbriche, giovane e liscio come lo ricordavo nei rari momenti di felicità della nostra infanzia.

– Perché mi guardi? – domanda.

Ha un accento forte, marcato. È in piedi sui gradini di ingresso della casa alle sue spalle. La penombra non basta a nascondere la polvere dell’intonaco sparsa sul pianerottolo.

Sono sicura, è lui.

– Non ti ricordi di me? Tuo padre, lui… sono sua sorella, ecco.

Ci pensa su.

– Quindi sei mia zia.

Non è una domanda, neanche un’affermazione. Devo sembrargli un fantasma, rispuntato nel mondo dei vivi. 

– Sono stata a casa vostra, ho visto in televisione che stava bruciando e sono corsa da voi. Lì mi hanno detto che vi avrei trovato da queste parti. Vivete qui ora?

Non risponde e sembra confuso, è normale.

– Sai, – proseguo, – l’incendio alle case popolari. Ero molto preoccupata e volevo assicurarmi che steste bene. Vorrei vedere tuo padre. Sai dov’è?

– Oh sì, sì, lo so, – questa volta risponde pronto. – È appena uscito, andava laggiù, da un amico che abita in quella via.

Mi giro e senza aggiungere altro mi dirigo nella direzione che ha indicato. Il cuore sussulta, un senso di soddisfazione lo colma ma allo stesso tempo sono assillata dai dubbi. È così tanto che non lo vedo. Sarà cambiato? Come reagirà? Come reagirò io? Svolto l’angolo della via e mi ritrovo in un vicolo cieco. Un brivido mi percorre la schiena, come un cattivo presentimento. Sento un rumore alle spalle e mi volto, ci sono i tre ragazzi che erano prima con mio nipote. Quello al centro mi intima di dargli cellulare e contanti.

– No, aspettate ragazzi, io… – mi si spezza il fiato quando compare mio nipote e si schiera con loro. 

– Dacci i soldi! – ripetono tirando fuori dalle tasche dei coltelli a serramanico. Vorrei gridare. Sfilo la borsetta e gliela lancio. Scappano senza voltarsi, non sento già più il rumore dei loro passi. 

Ho dato per scontato che quel ragazzino fosse il figlio di Allan, come ho potuto essere tanto stupida? Il mio pianto richiama sguardi insolenti dalle finestre, occhi protesi che mi si incollano addosso. Rasente al muro, cerco di confondermi tra le ombre dei capannoni abbandonati, aumento il passo. I fanali che sfrecciano reclamano il possesso di Penuria; si lasciano dietro solo vento gelido e buio, rombano lontano verso chissà quale casa. Vorrei che qualcuno si fermasse: “Hai bisogno?”. Vorrei mi accompagnasse attraverso queste strade protetta dall’involucro di un’auto. Ma in realtà tremo al pensiero che si fermi qualcuno, non sarebbe per aiutarmi. L’aria della notte mi attraversa i collant come fossero disegnati. Mi sforzo di abbassare il più possibile gli orli del vestito scelto per la festa: pensato per sedurre, mi mette in mostra. Mi aggrediscono violenti i fari, la rabbia urlata dei motori, il vento che gela la schiena. Come se non avessi nemmeno la pelle, tutto entra dentro, tutto può farmi male.

Ecco il check-point finalmente, sono stremata. Si è fatto tardi, il cancello è chiuso, non c’è più nessuno a guardia dell’entrata. Non ho con me il badge per rientrare, nella fretta di uscire l’ho dimenticato, ma chiamando la vigilanza qualcuno verrà ad aprire. Non passano molti minuti e un uomo spunta dietro il cancello. Gli spiego la situazione, ho lasciato il badge a casa e nessuno me l’ha chiesto entrando a Penuria, ma gli assicuro che vivo a Prospero.

– Mi mostri allora un documento di identità.

Allungo la mano e faccio per prenderlo, quando ricordo di non avere più la borsa.

– Sono stata derubata… – balbetto.

– Nome e data di nascita, – scandisce lui con freddezza, mentre estrae un dispositivo per consultare il database dei cittadini. Incredula, rispondo.

– Lei è nata a Penuria, – conclude il vigilante. – Senza il badge che attesta la sua residenza a Prospero fa fede ciò che compare su questo documento. Lei non può entrare.

Le mie proteste e lamentele non servono a nulla, non sembrano scalfirlo, è irremovibile. Sono bloccata qui fuori, almeno fino a quando non saranno completati i necessari accertamenti da parte dell’ufficio di vigilanza, che aprirà domattina.

Nonostante sappia di aver ragione, di avere tutti i requisiti per entrare, tuttavia mi sento nel torto. Come ho fatto a dimenticarmi il badge, la solita procedura? Non mi ero mai sentita così fino ad oggi.

– Bocciata all’esame del cancello?

Una voce canzonatoria risuona alle mie spalle, una voce che conosco.

Mi volto.

Allan.

Il primo istinto è di abbracciarlo. Altro che nuovo male, altro che anni e anni di distanza: è pur sempre mio fratello, no? Non ricambia l’abbraccio. Quando mi tiro indietro, imbarazzata dal suo silenzio, mi rendo conto di non avergli ancora risposto.

– Ho perso i documenti. 

Non mi crede neanche per un attimo. Incrocia le braccia sul petto e mi guarda, come se si aspettasse un’altra risposta. 

– Okay, okay. Sono stata derubata. Mi sono fidata di gente che non conoscevo… – Ridacchia, mio fratello: mi vergogno di raccontargli il resto. So bene cosa pensa di me, eppure mi mette ancora più in imbarazzo, quando dice:

– Ti sei fidata di gente che non conoscevi? A Penuria? Sul serio? So che non ci tornavi da tanto, ma insomma, anche un bambino sa di non accettare caramelle dagli sconosciuti.

– Ero davanti casa tua, – gli rispondo, sperando di giustificarmi almeno in parte, sperando di non fare ancora di più la figura della stupida. – O meglio, la casa dove vi siete appena trasferiti.

– Come ci sei arrivata?

– Me l’ha indicata una signora, – spiego. – Le ho chiesto informazioni quando ho raggiunto l’incendio alle case popolari, dove stavi prima.

Mi guarda dall’alto in basso: di nuovo, l’imbarazzo mi paralizza.

– E poi?

– Ho incontrato dei bambini che giocavano nel cortiletto. Ho chiesto a loro. Ce n’era uno, il più piccolo, che era identico a te: lo stesso viso che avevi da piccolo. Gli ho chiesto dove abitassi, mi ha detto di essere tuo figlio, ma poi lui e i suoi amici mi hanno derubato e… 

– Ti ha detto di essere mio figlio? – mi interrompe Allan. – Ti ha detto come si chiamava? Ti ha indicato un appartamento?

Ha ancora il fantasma di un sorriso sulle labbra, come se la mia ingenuità lo divertisse, mi bruciano le guance solo a guardarlo negli occhi. 

– No, veramente… gli ho detto di essere sua zia. Pensavo non mi ricordasse, l’ultima volta che l’ho visto era molto piccolo!

– Insomma, sei stata una stupida, – conclude lui, e quei ragazzi se ne sono approfittati. Cosa ti aspettavi? Tu non eri abbastanza grande da rubacchiare in giro, quando stavamo in comunità, ma dove pensavi prendessi le caramelle che ti portavo ogni tanto? Di sicuro non ce le offrivano a mensa.

Ancora mi guarda con quella cattiveria a cui non riesco a dare un nome. È disprezzo, probabilmente. E infatti rincara la dose.

– Cosa ti aspettavi? Ti presenti in un posto sconosciuto, già sai quanto è pericoloso, con quella collana e quel vestito. Sembri ricca, sorellina, anzi: lo sei. E gli hai anche reso il lavoro più facile, una preda perfetta. Un tempo, quando venivi a trovarci provavi almeno a far finta di non esserlo, ricca, ma devi esserti dimenticata come si fa.

Pensavo che mio fratello mi avrebbe consolata, speravo nel suo aiuto, non in una paternale. Non posso tornare a Prospero e non sono più adatta a vivere a Penuria: dove dovrei andare? Forse sono io stessa, le due città: territorio corporeo di una lotta senza quartiere. Le mie vene ed arterie, vie non comunicanti. I miei organi, stagni come le due città che, fianco nel fianco, non si sono mai viste. Un organismo dissezionato, osservato morto sul piano freddo del chirurgo.

Come mi hai trovata? – gli chiedo.

– Ti ho vista alle acciaierie, mentre ti derubavano. Mia moglie mi ha chiamato alla finestra, subito non ti avevamo nemmeno riconosciuta.

– E tu hai aspettato che me ne andassi? Non sei nemmeno sceso in strada mentre ero ancora lì?

– E tu? Da quanto tempo non scendi in strada per me?

L’ennesimo nodo alla gola. Gli spiego che oggi l’ho fatto, sono scesa in strada per lui, quando ho visto l’incendio. Gli spiego anche che per la preoccupazione e per la fretta ho dimenticato il badge per poter rientrare e l’unico documento registrato nei database della vigilanza attesta che sono nata a Penuria. Lo prego di aiutarmi, di ospitarmi per la notte.

– In casa mia non c’è spazio per noi, – ribatte lui senza fare una piega, – figurati per gli ospiti. E poi riusciresti ancora a dormire su un pavimento? Ne dubito.

– Puoi andartene, allora.

È tutto quello che riesco a dire. Non lo guardo negli occhi. Non ho il coraggio. 

– E cosa pensi di fare, se me ne vado?

– Mi arrangerò, – gli rispondo. – I posti appartati dove nascondersi me li ricordo ancora. Ne troverò uno buono per dormire.

Tento di sembrare sicura ma la mia mente vacilla: non so dove andare di qua e non posso rientrare di là. Mi sento incompleta, senza luogo, un territorio corporeo di una lotta senza quartiere. Le mie vene ed arterie, vie non comunicanti. I miei organi, stagni come le due città che, fianco nel fianco, non si sono mai viste. Un organismo dissezionato, osservato morto sul piano freddo del chirurgo.

Stiamo in silenzio così a lungo che quando rialzo la testa mi aspetto di non vederlo più. Invece è ancora lì, che guarda con interesse il lungo cancello, le sbarre che sembrano non finire mai. Ha ancora quel sorrisetto sul volto.

– Pensavate davvero di tagliarci fuori?

Si avvicina al cancello, mi fa segno di stargli dietro, di non parlare. Mentre camminiamo, lo vedo cambiare davanti ai miei occhi: si rassetta i capelli con le mani, si abbottona la camicia fino al collo. Dove è macchiata, sugli orli, la infila nei pantaloni. Si tira giù le maniche, copre i tatuaggi. Per ultimo, si sfila il cappotto: la luce fioca dell’alba la fa sembrare una giacca come tante altre. Solo quando me la mette sulle spalle, come se mi fossi lamentata di avere freddo, sento che la stoffa è logora, bucata in alcuni punti. 

– Gira la collana, – mi ordina. – Togli le scarpe, fai finta di zoppicare.

La guardia mi vede: non mi riconosce. La giacca, troppo grande per me, copre gran parte dell’abito, i pendenti della collana che mi scendono sulla schiena, ora. 

– Scusi, – gli dice mio fratello. Se non sapessi chi è, da dove viene, non lo riconoscerei. Non ha più nessun accento. In compenso, ha un’espressione spavalda sul viso, il tono di chi sa di star facendo qualcosa che non dovrebbe, ma sa anche che gliela faranno passare liscia. – Torniamo da una festa, sa, quelle che fanno sul confine. A volte organizzano delle belle serate anche a Penuria, c’è mai stato?

Solo allora, mi rendo conto che la guardia non è uno di noi: almeno, lo è quanto lo sono io. Non ha i modi impeccabili di un uomo nato e cresciuto a Prospero, anzi. Si rilassa alle parole di mio fratello: discutono di queste feste, di cui io non sapevo nulla.

– Comunque, come le dicevo, – prosegue Allan, – ci siamo divertiti un po’ troppo. La mia amica ha perso la borsa, era un po’ brilla. Purtroppo, aveva il badge lì dentro, ma io ho il mio nella tasca dei pantaloni. Pensa che potrebbe lasciarci entrare comunque? Solo per questa volta.

– Vediamo, – gli risponde l’altro, ma sorridendo. Mio fratello gli passa il documento, la guardia lo scansiona. La luce del dispositivo diventa verde. Non posso crederci.

– Va bene, è tutto a posto, entrate pure. E lei stia più attenta la prossima volta, d’accordo?

Non mi fido di quello che potrebbe uscire dalla mia bocca: muovo la testa in cenno di assenso. Attraversiamo le strade in silenzio. Continuo ad aspettarmi che mio fratello sparisca, come un fantasma, ma è ancora accanto a me quando varchiamo la soglia di casa. Le tracce della festa sono dappertutto: bicchieri per terra, sui mobili, festoni mezzi appesi sui muri e che nessuno ha pensato di tirare giù. 

Senza aspettare un mio invito, Allan si siede sul divano. Allora, solo allora, sembra ritrasformarsi: cancella qualsiasi traccia dell’uomo per bene che stava interpretando, e diventa di nuovo mio fratello. Non mi sono mai sentita così ingenua in vita mia.

Lo guardo mentre fissa le foto appese in soggiorno.

– Non ce n’è nemmeno una mia? – chiede mentre passa in rassegna i volti sulla parete.

– Non ho foto della mia vita prima di Prospero, se non quella, – indicandogli la foto che mi ritrae da sola in piedi nel cortile della comunità, i piedi scalzi e una maglietta lunga fino alle ginocchia. – Il resto è rimasto tutto all’Approdo – gli spiego.

– Ma non ci sei mai tornata?

– No, perché avrei dovuto? Poi con tutti i controlli e i check-point introdotti con la pandemia venire a Penuria è diventato ancora più difficile.

– È il contrario che è difficile. Le barriere non sono state messe per contenere il contagio dal male, quella è stata solo una scusa. I check-point non esistono da sempre, anche se probabilmente è così nella testa di alcuni di voi. Ti sei ambientata così bene nella comunità di Prospero che hai dimenticato chi eri e chi hai lasciato indietro e come gli altri ora ci ritieni solo dei miserabili da evitare. E quella fotografia sul muro? Perché la tieni lì, in bella vista, come se fosse un monito a ricordarti le tue umili origini? È inutile. Anzi, ti farò un favore – conclude alzandosi in fretta per staccare la piccola cornice dal muro.

–Questa la prendo io, che riesco ancora ad apprezzare il ricordo di quei giorni.

Esce chiudendo piano la porta alle sue spalle, lasciando sul muro l’orma evidente della cornice mancante. Non c’è più traccia del mio passato, solo il debole segno di un distacco.