Le sette e un quarto – Pasquale Isolato, Michelina Mastroianni, Chiara Palitti Pace, Stefano Zanella
Parlare del proprio passato è un grande conforto. Sapere poi che c’è qualcuno disposto ad ascoltare è una consolazione ancora più grande. Una cura.
Per me non è stato sempre così. Per anni ho pensato che l’azione e il movimento bastassero a rendere piena di senso la vita. Poi ho capito che serviva altro. Ma, se lei è d’accordo, vorrei riprendere da dove mi ero interrotto l’ultima volta.
Come le dicevo, l’Uomo delle Parole era alle prese con uno dei suoi discorsi sul progresso e la crescita economica.
– L’economia esiste autonomamente – sentenziava – e questo è un dato di fatto. Essa rappresenta le fondamenta di ogni vita sociale: e anche questo è un dato di fatto. Una società che vuole prosperare e diffondere lo sviluppo lo sa. Ed io sono venuto a mostrarvi la strada per ritornare nella modernità.
Noi seguivamo con gli occhi il movimento del suo braccio che indicava qualcosa oltre il buio, dietro le nostre spalle. Guardavamo inebetiti in quella direzione, ma non vedevamo nessuna strada, nessun cartello “Modernità”. Torcevamo il collo e stringevamo le pupille per penetrare le ombre che incombevano sul nostro cerchio di ascoltatori, ma nulla. Non appariva nessuna traccia della via di ritorno al mondo che avevamo lasciato per paura del contagio.
Ricordo che i ragazzi della tribù si voltarono di nuovo verso lo straniero mentre l’eco del discorso aleggiava ancora intorno alla sua figura. Videro il vecchio che si asciugava la saliva agli angoli della bocca con il dorso della mano prima di riprendere a parlare e risero tutti, di una risata unisona e sguaiata.
– È solo grazie al progresso tecnologico dell’industria mondiale, sostenuto dall’economia – continuò – che abbiamo mandato in orbita i satelliti per le telecomunicazioni, abbiamo creato organismi geneticamente modificati e faremo colonie su Marte, per vivere oltre i confini di questo pianeta Terra, così impoverito. E presto, sì, vi dico, molto presto, supereremo i limiti della legge biologica della vita.
Sempre più ammaliato da quelle parole, io consideravo i vantaggi dell’immortalità: avremmo potuto fare a meno di Dio, con le sue promesse di vita eterna, e non avremmo più dovuto temere le sue minacce di una condanna definitiva. Niente sensi di colpa, niente buone azioni; forse due compresse al giorno o un vaccino a cadenza annuale avrebbero risolto la faccenda. Ma poi cosa me ne sarei fatto di un tempo infinito da vivere con quel sorriso deforme che portavo sulla faccia?
Senza disprezzo, ma con crudeltà innocente, il giorno stesso in cui mi aveva accolto, la tribù degli Autisti mi aveva ribattezzato Labbroleporino. Fidandomi del loro giudizio, avevo ricomposto la mia identità intorno a quella anomalia, alla forma sghemba ed imperfetta del mio labbro superiore. Sospettavo che quel difetto stesse lì a denunciare un qualche peccato originale, ma la storia di ciascuno di noi si era perduta con la memoria del mondo prima del contagio. E il mio soprannome, del resto, nessuno lo pronunciava più da tempo, da quando, sillaba dopo sillaba, avevamo smesso di parlare.
Eravamo completamente rapiti dall’Uomo delle Parole. Perciò lo lasciammo continuare.
– Quando avete lasciato la città, avete cancellato persino il ricordo di ciò che ciascuno di voi aveva: famiglia, relazioni, lavoro, casa. Avete dimenticato la vita precedente al contagio. Vi è rimasta solo una memoria vaga di qualche abilità indispensabile alla sopravvivenza. Poi vi siete riuniti in questa forma primitiva di tribù nomade motorizzata, senza destinazione, ma con un capo. Singolare, a dire il vero, cupo ma carismatico. Anch‘io l’ho seguito d’istinto appena l’ho visto.
E mentre l’Uomo delle Parole rievocava come, qualche mese prima, era avvenuto il suo incontro con l’Autista, io continuavo a domandarmi perché proprio a me fosse toccato di portare sul volto la smorfia di una bestiolina selvatica e spaventata.
Forse dormiva ancora, ma presto si sarebbe svegliato il mostro che si era divertito col mio viso. E sarebbero arrivate la brutalità e la violenza, la menzogna e il gusto del raggiro. Attendevo con spavento il momento in cui i segni della malvagità si sarebbero manifestati e ne provavo ribrezzo. Sentivo strisciare anche nella più innocente delle mie azioni, nel più ingenuo dei miei pensieri, la crudeltà bavosa del nonno, l’imbroglione, l’approfittatore, il bugiardo. Lui, l’Autista, il nostro capo, con le sue menzogne travestite da silenzi, ci aveva trascinato di terra in terra e noi lo avevamo seguito.
Quella sera il discorso del vecchio, spinto dalla propria eloquenza, fece scivolare nel nostro cerchio di ascoltatori la proposta di una terapia psicologica per il recupero della parola.
– La vostra amnesia – ci allettò – è una risposta abbastanza comune al dolore. Sono noti già da tempo gli effetti sul linguaggio del disturbo da stress post-traumatico. Ed è stato clinicamente studiato anche il mutismo elettivo, per quanto il vostro abbia caratteristiche di assoluta novità, come il sistema di comunicazione che avete inventato, fatto di suoni e segni. Avete sofferto, come tutti gli altri, lo sappiamo bene. Adesso, però potete tornare in città. Ci siamo attrezzati e possiamo aiutarvi.
Le mie orecchie erano tese a raccogliere i dettagli della nostra anamnesi psicologica. Invece gli occhi restavano fissi sui ragazzi che ciondolavano intorno allo straniero: erano sporchi e arruffati. Ma che risate perfette su quelle labbra. L’Uomo delle Parole non ne sembrava infastidito e insistette come un imbonitore da fiera.
– Cosa significano questi versi, questo mugugnare? Volete forse che vi spieghi ancora una volta cosa troverete laggiù? Ma certo. Troverete il supporto di medici che vi aiuteranno a recuperare l’uso del linguaggio. Recupererete anche il senso dello spostamento e dello stare. E poi troverete cibo. Troverete calore quando avrete freddo e riparo quando la stagione si fa torrida e l’umidità insopportabile. Troverete asfalto sulle strade al posto di questa polvere che vi si è attaccata addosso come una seconda pelle. L’avete nel naso, nella bocca, vi fa lacrimare gli occhi e vi rende incerta la vista. La respirate, la mangiate. Siete polvere fin nelle ossa, ormai.
A quel punto, però, la sua foga da oratore prese un tono infastidito e rabbioso.
– E tu, smettila di giocare con quel bastone. Cristo l’ha già salvata l’adultera, con quel trucchetto; tu chi vuoi salvare? Salva te stesso. Ascoltami bene. E guardami almeno, se non puoi parlare. Metti giù quel pezzo di legno.
L’Uomo delle Parole diceva proprio a me. Smisi di disegnare nella polvere il profilo asciutto del nonno. Bastavano tre linee per far comparire il cappello largo dell’Autista, i tratti spigolosi del naso e del mento, la curva degli occhiali spessi. Forse quel ritratto che continuavo a tracciare con la punta del bastone, e cancellare con il palmo della mano, offendeva lo straniero come la vita nomade che avevamo scelto.
Noi, puro movimento, occhi attenti, orecchie aperte, bocca chiusa perlopiù, talvolta stretta in un ghigno, e poi all’improvviso spalancata in una risata beffarda.
Noi fischio di allerta o di richiamo.
Noi suono di vocali.
“AAAAAAA”, dolore rabbioso o soddisfazione.
“EEEEEEE”, domanda curiosa.
“IIIIIIIIIIIIII”, intuizione improvvisa.
“OOOOOOO”, sorpresa o attacco.
“UUUUUU”, paura o gioia inaspettata.
Eppure ce ne stavamo lì, in cerchio, inchiodati dalle parole del vecchio. Ci attirava quel miraggio di comodissima felicità, che secondo i suoi racconti avevamo posseduto e poi perduto.
Non c’era corazza che potesse difenderci. Io, di sicuro ero il più vulnerabile. Ero esposto, nudo. Specialmente quando si rivolgeva a me, come in quel momento. E l’Uomo delle Parole sapeva come farsi ascoltare.
– Ehi tu, vieni più vicino. Fidati. Tutto ciò che vi serve si trova oltre il confine della paura: energia elettrica, acqua potabile dal rubinetto, scale mobili, chirurgia estetica, musica dagli altoparlanti e tante, tantissime luci brillanti.
Ma brillanti e luminose erano già le sue storie sul mondo scampato al contagio. Erano succose, dolcissime ed io le assaporavo. Le stavo ruminando, languido e intorpidito, quando fummo interrotti dal frastuono delle turbine del generatore. Come di consueto era arrivata l’ora di ricaricare le batterie degli autocarri.
Da quando l’Uomo delle Parole si era unito alla nostra tribù, mio nonno, che aveva una natura solitaria, era divenuto ancora più distante. La sua presenza invece si percepiva in maniera più accentuata, si faceva pesante, insolitamente rumorosa. Ogni suo pensiero pareva essere fragoroso come le chiavi inglesi che batteva sulle ghiere del motore del suo inseparabile vecchio autocarro. Quando ancora parlavamo, lo chiamavamo Autista per via di quei grossi occhiali da pilota che gli coprivano gran parte del volto, sfigurato dal tempo, e impedivano di intravedere gli occhi. Ma ormai la maggior parte del tempo lo passava in disparte con quel suo mezzo che trattava come se fosse vivo, controllando di sottecchi e da lontano i comizi del vecchio straniero. L’Autista non ascoltava quasi mai quei discorsi ed era evidente che non gli piaceva quel modo di parlare così eloquente e utopico.
Tuttavia, sebbene si mostrasse diffidente nei confronti dei nostri raduni serali, i suggerimenti su come ottimizzare l’elettrolisi delle batterie sortirono un certo stupore persino nella sua scorza impenetrabile. In effetti, l’approvvigionamento energetico era sempre stato il nostro problema più grande; la nostra mobilità era costante, quasi frenetica, ma i chilometri che facevamo avevano preso a diminuire giorno dopo giorno, dal momento in cui lo straniero era arrivato nella tribù.
Anni prima, dopo l’esplosione del contagio, avevamo incominciato a lavorare senza sosta per recuperare beni e provviste da consegnare nei pochi centri urbani ancora popolati. Le richieste erano continue e l’Autista non si risparmiava. Il nostro compito era quello di raccogliere gli ordini, smistarli e consegnare i prodotti nel minore tempo possibile. Non c’era spazio per il riposo, per le conversazioni, per le pause. Non ci fermavamo mai, se non per ricaricare le batterie e per riposarci.
Nel nostro girovagare ci capitava di incontrare quelli che chiamavamo “Sopravvissuti”. Erano ragazzi o bambini che, rimasti orfani, si raggruppavano in alcune strutture scampate alle barbarie del periodo post-pandemico. Cercavano di arrangiarsi come potevano, attingendo alle provviste stivate in sotterranei o in magazzini abbandonati.
Ogni incontro seguiva un copione pressoché identico. L’Autista irrompeva, caotico e frettoloso, nelle loro vite. Anticipato da nuvole di fumo denso arrivava a bordo dell’autocarro lasciando a bocca aperta i Sopravvissuti, incuriositi da quel suo mezzo sgangherato, senza traino, e per questo ancor più bizzarro. I suoi gesti, appesantiti da mani grosse e ruvide, erano accompagnati dal pulsare sincronico dei fanali. Dalla sua gola uscivano borbottii che non parevano parole e probabilmente non lo erano. Nonostante fosse rozzo, austero e burbero non aveva mai impedito a nessuno di mettersi al suo seguito. L’Autista rappresentava per noi non solo una guida nel mondo, ma anche una figura paterna, un punto di riferimento. La sua costante mobilità induceva uno stile di vita alienante, ma accettavamo mansueti tutto quello che ci veniva ordinato: noi eravamo la sua tribù di autisti. Per una sorta di emulazione seguirlo risultò ragionevole anche quando smettemmo di fare consegne.
Vivevamo così, tra un lavoro e un altro, ingegnandoci e impegnando le mani, finché al nostro campo non era comparso lo straniero. Era devastato sulla faccia, nel corpo, aveva piaghe e bruciature dappertutto. Era arrivato alla barriera di auto e furgoni, e aveva cominciato a battere i pugni sugli sportelli, gridando come un pazzo: – Vi ho trovato! Finalmente vi ho trovato!
Non avevamo mai assistito a niente del genere. Sembrava posseduto da qualche spirito.
Tutti si erano girati a guardare l’Autista: gli occhi che chiedevano consiglio su cosa fare, come comportarsi in quella situazione.
L’Autista mantenendo la calma, mi aveva guardato e, successivamente, aveva indicato la vasca che usavamo per i lavaggi dei nuovi arrivati. Avevo capito subito cosa aveva in mente. Io e alcuni compagni riempimmo il grosso recipiente, fatto di lamiere accartocciate, attingendo da delle taniche speciali che l’Autista custodiva gelosamente. Dopodiché invitammo lo straniero a immergersi. Probabilmente era da qualche mese che vagava solo.
Nei giorni seguenti le sue piaghe erano guarite. Così, dopo essersi rimesso in sesto, aveva cominciato ad aiutarci anche nei lavori pesanti.
Avevamo quasi finito di girare tutte le stazioni di servizio a nord, dove ancora gli uomini non erano tornati. Poi un giorno avevamo fatto il colpaccio.
Eravamo quasi rassegnati a tornare indietro, finché non era spuntato un cartello semi-divelto sulla strada. Lo straniero era stato il primo a notarlo, e così avevamo imboccato l’entrata. Trovando parcheggiate una decina d’auto nel retro del vecchio distributore. Per prima cosa le avevamo scassinate per staccare le batterie. Poi avevamo smontato i motori e ci eravamo presi anche quelli. Ruote di scorta, coprisedili. C’era anche una zona ristoro e l’avevamo svuotata da cima a fondo.
Quella sera avevamo consumato una cena a base di carne e fagioli in scatola. Finito di nutrirci, eravamo rimasti lì in silenzio, seduti in cerchio, mentre il fuoco ardeva in mezzo alle lattine.
Allora, come se si fosse svegliato da un sogno, lo Straniero si era alzato in piedi e aveva cominciato a parlare.
Da quel giorno, non si era più fermato.
Ci inebriava di storie: descriveva il vecchio mondo usando parole sempre nuove, giocando con gli accenti e con i suoni per non farci distrarre. La sera ci facevamo trovare lì, attorno al fuoco, ad ascoltare storie e a lasciarci incantare dalle parole dello straniero. Tutti noi meno che l’Autista. Lui se ne stava in disparte nella sua cabina. A lui lo Straniero non piaceva. Ce lo aveva fatto capire.
Col passare del tempo l’Uomo delle Parole si era integrato sempre di più nella tribù ed era diventato il fulcro della nostra vita sociale. I racconti che inventava erano semplici, intuitivi. Spesso si ispiravano a quel che c’era tra di noi. Oggetti, materie grezze, colori, finché queste forme essenziali variavano, diventavano altro, si complicavano attraverso catene di “associazioni”, come le chiamava lui: in questo modo da una pietra poteva nascere una piramide, da una piramide un grattacielo, e così via.
– Tahiti, Hawaii.
Non capivamo cosa questi nomi volessero significare. Lui ci spiegava che racchiudevano delle idee, dei “confini”: una separazione netta tra un pezzo di terra e un altro.
– Donne, bikini. Donne bellissime vestite di fiori. Profumi, oceano, brezza. Conchiglie, sabbia, orizzonte. Amore. Tutto questo è esistito, – diceva, – ed esiste di nuovo: io l’ho visto, a pochi giorni di viaggio da qui, che penso siamo in Arizona, o forse Nuovo Messico.
– Nuovo Messico?
Era la prima domanda che qualcuno di noi una sera gli avesse mai fatto.
Così la parola era tornata nella tribù. E con la parola era tornato il contagio.
Cominciammo a intrometterci a turno nei discorsi, che fino ad allora erano stati a senso unico. Io volevo sapere, volevo capire, ed ero quello che più spesso interveniva.
Lo Straniero ci spiegava anche il modo migliore per curare quelle strane lacerazioni che da qualche giorno si stavano diffondendo sul corpo di alcuni di noi. Dapprima si formavano macchie scure sulla pelle che nel giro di qualche ora si aprivano andando a mostrare la carne e facendo intravedere un essudato purulento.
Le sue parole ci rassicuravano: diceva che si trattava di una banale infezione e che negli ospedali della città l’avremmo curata facilmente.
– Avete bisogno della Città e la Città ha bisogno di voi. Certo, penserete, in epoca di pandemia è facile riconoscere come essenziali i lavoratori della logistica e i rider, ma questa sera mi sento in vena di confidenze: io l’ho sempre saputo. Vi guardavo sfrecciare per la strada dalla finestra del mio ufficio e pensavo: questi sono i dipendenti di tutti. Vi seguivo con lo sguardo fino a quando giravate l’angolo, dopo che mi avevate portato la pizza, e tra i colleghi sussurravo: eroi. Vi ammiravo mentre mi superavate in tangenziale al doppio della velocità, per consegnare ad ogni persona il suo pacco, e scandivo tra me e me: “Dio, questi compratori sono così vicini a tutti gli oggetti comprati e comprabili, sembra che possano toccare con mano la loro essenza!”.
Quest’ultima frase mi limito a riferirgliela, dottore, ma ancora oggi non ne capisco il senso. Ci chiamava “senso-su-ruota” e chissà cosa intendeva. Diceva di ammirarci perché eravamo disposti a “giocarci tutto per il gusto”. E poi ci diceva che nelle città svuotate dalle consegne si sentiva la nostra mancanza. Ci rassicurava.
– Vogliamo fornirvi di furgoni più veloci e sicuri, corsie preferenziali, bici col paraurti. Vogliamo pagarvi gli straordinari, sissignore, convertendoli direttamente in buoni da spendere dallo psicologo. Perché potete prendervi tutto il tempo che volete per tornare a parlare con noi, ma dovete subito riprendere ad ascoltare, e non dovete stare perennemente in giro, anche quando non c’è merce in pronta consegna. Ce la faremo, ma per evitare il contagio, mentre noi dibatteremo nei talk show sulle cause e sulla gestione dell’emergenza, vi suggerisco fin da ora di non affollarvi in qualche afosa riunione sindacale.
Una sera, poi, mentre lo Straniero parlava, l’Autista uscì dalla sua cabina, mi fece segno di avvicinarmi e mi portò in mezzo alle auto. Voleva svegliarmi una volta per tutte. Il morbo aveva ricominciato a diffondersi tra noi e colpiva soprattutto i più anziani e lui non poteva farci niente. Fu in quel momento che mi fece vedere le sue piaghe. Erano come quelle dello straniero quando era appena arrivato, ma più profonde, più scure e preoccupanti.
A quel punto l’Autista agitò le mani, aprendole e chiudendole a mimare una bocca che parlava; poi se le sfregò e se le passò sul petto. I segni del morbo lo stavano rodendo dall’interno. Quella visione mi colpì al cuore.
Poi l’Autista indicò giù verso il fuoco: lo straniero parlava; i ragazzi erano totalmente ipnotizzati.
L’Uomo delle Parole aveva lavorato tutto il giorno a una grande tavola di legno, con al centro una luce alimentata da un generatore, mentre due fili enormi e uno spinotto sparivano proprio nelle viscere del camion di nonno.
Senza pensarci raggiunsi il gruppo. L’Uomo delle Parole ci chiese di disporci intorno al tavolo, mentre lui si metteva al centro di un lato corto.
Chiese di spegnere il fuoco e una luce elettrica tremolante illuminò la scena. Ogni tanto saltava per qualche frazione di secondo, ma lo Straniero sembrava non accorgersene, immaginandosi già le pareti della ideale sala da riunioni intorno in cui ci aveva convocato.
– Il nome di Autisti non è adatto ad un gruppo di persone come voi, servirebbe qualcosa di più accattivante, un nome inglese. Qualcosa che si possa legare a un’app, che si intrufoli sugli schermi degli smartphone intasati in tempo di pandemia.
Incominciai allora a intuire le sue intenzioni. Voleva cambiarci il nome. Voleva fossimo i suoi autisti. Senza accorgermene mi ritrovai in piedi sulla tavola, in fondo a destra. Camminavo lentamente verso di lui, scivolando sul silenzio calato tra i commensali e attraverso le scintille che sputava il camion di nonno. Ero già al centro, di fronte allo Straniero, e inarcavo le labbra, appoggiandoci sopra il dito: – Shhhhhhhh.
A quel suono lo Straniero sorrise, e dopo pochi secondi di sospensione riprese a parlare.
La sera successiva una concentrazione magnetica manteneva in tensione la circonferenza di gambe: al centro il Narratore. Sono sicuro che, almeno per me, quell’immobilità nervosa fosse una risultante zero di forze diverse, tante quante gli sguardi che gettavo ovunque nel buio attorno a noi, in cerca del nonno. Si era allontanato e non sapevo in quale direzione.
Rassegnato alla sua assenza, mi protesi in avanti, sperando che l’Uomo delle Parole ci spiegasse finalmente perché avevamo cominciato ad ammalarci.
All’improvviso un fascio di luce, come un faro di scena, lo colpì in pieno volto. Interruppe il racconto, e io mi resi conto che quella luce erano fari di un camion. Quello dell’Autista. Ma perché stava lampeggiando a tutta la tribù? Voleva richiamarci all’ordine per caricare le batterie? Voleva accecare l’Uomo delle Parole? Stava male e aveva bisogno di aiuto?
Potrà sembrare assurdo, ma a un certo punto mi sembrò di leggere, in quel lampeggiare, il discorso più lungo che mio nonno avesse mai articolato:
– Anni
chiuso nella solitudine meccanica dell’abitacolo
del mio camion, che poi è pure la peggiore delle compagnie,
tutti costretti verso una direzione, chissà perché, ognuno lanciato
sulla strada a una velocità innaturale, chiacchiere monotòno di clacson,
ammiccamenti ai led di fanale, e poi un giorno la gente esce dalla propria auto e inizia a morire, e chi non muore mi segue, io che non ho più nemmeno il rimorchio, morto di sete in qualche piazzola di servizio…
ma chi vi costringe a farlo?
Ho sempre solo saputo andare avanti… la solitudine del bosco, la vita
l’ombra delle fronde, e appare questo con gli occhi invadenti,
che mi indica con il suo dito a forma di penna da scrivere, ossuto, affusolato…
sembra quello dei morti, e saremo noi
i morti se continuerete ad ascoltarlo e tornerete in città.
le sue chiacchiere non cureranno le nostre piaghe. Perché mi tradite?
Chi vi vuole!
La batteria aveva troppa poca carica, ormai funzionava solo uno dei due fanali. Non capivo più l’Autista. Troppi segni confusi, non aveva sentito l’Uomo delle Parole? Bisognava renderli discreti, bisognava scandire. Mi ricordo che io stesso iniziai mentalmente a cantilenare: abaco – abate – abatino – abatjour… forse gli tremava la mano sulla leva dei fari perché voleva mettere in moto e non riusciva? Abbacinare – abbagliamento – abbagliante. Voleva investirci tutti perché non lo seguivamo più! Abbagliare – abbaglio – abbaiare!
Un rumore di vetri che esplodono. Il secondo faro reso ceco da un sasso. Ero stato io? Tutti mi guardavano, il mio braccio era ancora teso. Ero stato io. Il silenzio.
Mi piegai sulle ginocchia e persi la concezione del tempo, come se mi si fosse alzata la febbre tutta d’un colpo…
Già le sette e un quarto? Non l’avrei mai detto… Sente anche lei la voce metallica dagli altoparlanti? Ormai la so a memoria.
“Si informano i gentili visitatori, i parenti e i pazienti che il cimitero chiuderà tra 15 minuti. Siete invitati a concludere rapidamente le vostre sedute terapeutiche, di meditazione o preghiera e di avvicinarvi ai cancelli di uscita”.
Il tempo passa sempre così in fretta quando le parlo, dottore. Perdo quasi il contatto con la realtà. In breve: la nostra sete di conoscenza ci divise. L’Autista si allontanò dalla tribù trascinandosi con lui la propria ostinazione. Allora credevo, e lo credo tutt’ora, che stabilirsi in città e parlarci fosse una cosa necessaria. Solo sposando la causa dell’Uomo delle Parole potevamo guarire. Il morbo stava contagiando la maggior parte di noi. Taniche, polvere, lamiere, ruggine ormai erano il passato. La città poteva salvarci.
A distanza di anni dalla nostra decisione di rientrare, non capisco cosa sia andato storto. Dove crede che abbiamo sbagliato? Lei che dice, dottore? Avevo dato troppa fiducia a quello Straniero, ma anche lui aveva sbagliato. Anche lui non aveva capito l’essenza di quel male che credeva di poter debellare. Non riusciva a capire che i suoi metodi non potevano funzionare. Glielo ripetevo ogni sera. Ma le mie parole sono state inutili. Fu lui il primo a morire. Il resto della tribù dopo poco, uno dietro l’altro.
Anche lei, dottore, non capisce ciò che intendevo
dirle. È tutto così logico! Anche voi dottori siete rimasti indietro, avvinghiati alle vostre teorie obsolete! E ora?
I fiori di fianco alla sua foto sono secchi.
Domani le porterò un mazzo fresco di Nontiscordardime. Mi sembra una paga onesta.
Fiori selvatici non ne mancano nella città semi-deserta.
E devo assolutamente raccontarle dell’Autista. Da tempo ho preso l’abitudine di ordinare oggetti di ogni tipo nella speranza che sia lui a consegnarli. A volte, da dietro la finestra, mi è sembrato di vederlo, sul suo autocarro senza rimorchio. Non ho ancora avuto l’opportunità di parlargli. Ma forse oggi riuscirò. Anche lui deve sapere.






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