Viandante – Terry Migliori

Viandante

Chiudo gli occhi, un respiro profondo; inalo il profumo d’incenso e mirra che sale dal piccolo braciere. La testa poggia su un cuscino di seta, liscia come la pesca di cui ha il colore. Poso le mani sul lino del divano; ne ricevo lo spessore della sabbia e il senso dell’estate. Il corpo nudo ricorda la frescura di antiche vacanze, di quelle ore dell’adolescenza in cui, nel primo pomeriggio, sdraiata sul letto della mia camera in penombra, leggevo le tragedie greche, gli Orlando, la Gerusalemme liberata, Shakespeare e ancora e ancora placando uno spirito avido di lontane origini e storie.

Dopo uscivo con le amiche e gli amici, e quei racconti si trasformavano in realtà.

 

Simonetta impazziva d’amore e io, come Astolfo, dovevo volare a riprendere il suo senno e riportarlo alla terra, più e più volte, perché le sue cotte cambiavano spesso d’oggetto. La banda di Fulvio non mi pareva diversa dai crociati, mandati a conquistare potere e ori nel nome del loro unico vero dio, e Beppe e i suoi dai mori infedeli. Non potevo non considerare Beppe un moro, con quei capelli bruni e gli occhi di carbone che continuamente attizzavano la mia fiamma, e, ancor di più, un infedele, perché lo era con me.

Lo amavo e accettavo che lo fosse. Non mi importava delle ore che dedicava ad altre. Non tanto da soffrirne, mi dicevo. Che mi toglievano? Noi eravamo noi, le altre non erano me. Il nostro stare insieme era inimitabile. Mi ripetevo spesso.

Quel giorno, avevamo diciannove anni e stavamo sedute al solito tavolino della baracchina dei gelati, corse di bimbi e abbaiare di cani intorno al nostro abituale silenzio del frappè, mentre io risucchiavo fresco sapore di latte e fragola, Simonetta, rigirando la cannuccia, distruggeva la cremosità della sua bevanda. La mia mano scattò a bloccare la sua. Mi guardò serafica « Mi sposo. » annunciò « Con Fulvio mi fermo ».

Il frappè divenne troppo dolce. Presi il bicchiere e lo portai al banco. « Scema! » le gridai da là. Mi inviò un bacio. Corsi da lei e l’abbracciai.

Due giorni dopo, all’uscita dal cinema, Beppe disse « Perché non ci sposiamo anche noi? »

« Vuoi, vuoi sposarmi? E le altre, tutte le altre? »

Fece spallucce « Quello è il gioco del prendere e mollare. Tu sei fissa. Sei mia. Dai Franca, possiamo farlo. Lavoro già con mio padre. E l’officina rende ».

Fu allora che il macigno mi cadde sulla testa. La mia voce suonò forte nel cervello, debole nello spazio fra noi, ma lo dissi « Non voglio » e scappai.

Scappai per giorni e giorni da lui e da me. Poi la fuga cambiò forma e divenne viaggio.

Nelle geometrie di Cambridge, dei suoi prati e edifici, trovai affidabilità per tutto il tempo degli studi. Per festeggiarne la fine, un’amica mi propose una lunga vacanza in India. I miei abiti beige, grigi, azzurrini e rosa pallido furono spruzzati, a larghe macchie,  da colori smaglianti, di vesti, polveri da tintura e per cibi, da odori penetranti spesso impregnati di masala, le misture di spezie, che a volte giungevano a nausearmi o stordirmi, come il dolore che sfregiava i visi, la fame, i sorrisi

generosi, un vivere senza casa, un dormire nelle strade avvolti in stracci, l’eleganza dei movimenti delle donne muratore,

che parevano regine, l’orrore dei ginocidi di giovani, giovanissime mogli uccise per un nuovo matrimonio e una nuova dote, i canti che riempivano le ore di sacralità. Quel mostrarsi del terribile e del sublime mi sconvolgeva e mi rendeva grata perché mi spingeva fuori da un’infida innocenza. Mi crebbe dentro una voglia irresistibile di scoperte. Andavo, nazione dopo nazione, dove trovavo un qualche lavoro che mi potesse far sostare. Non mi saziavo mai. Il mio corpo era magro, la mia anima ingrassava ingozzando vita altrui; le mie rubriche si riempivano di nomi indirizzi e numeri di telefono di persone amiche, ma mi sentivo malata. Più volte, inutilmente, mi chiedevo cosa davvero andassi cercando.

Due anni fa ho fatto un sogno.

Camminavo, lenta, per una strada quasi brulla. Arrivavo ad un albero rigoglioso vicino ad una larga pozza d’acqua in cui giocavano bambine e bambini nudi.  Provavo gioia per la loro libera allegria. Li lasciavo con dispiacere, ma sapevo che dovevo proseguire. Quasi subito, vedevo, lontana, avanzare una fila interminabile di persone dalle lunghe vesti. Avvicinandoci mi accorgevo che erano tutte donne: le prime erano suore, seguivano altre con il chador e altre ancora con il burqua. Quando mi giungevano quasi a fianco, si inginocchiavano e cominciavano a denudarsi. Le guardavo stupita e inquieta. Una voce femminile, proprio all’orecchio, benevola e risoluta, mi diceva « Aiutale a liberarsi dalle costrizioni che le avviluppano. È il tuo compito. »

« Come posso? Non posso. » rispondevo spaventata.

« Diventa una viandante. Non è un obbligo, scegli ».

Così mi aveva lasciato il sogno; e con un pianto di impotenza e solitudine che mutai in rabbia. Cazzo. Non ero già una viandante? E non lavoravo già, con organizzazioni internazionali, spesso in aiuto alle donne in situazioni difficili? Perché dovevo star male per uno stupido, incomprensibile sogno?  Basta. Dimenticarlo e basta.

Ho creduto di averlo cancellato, invece la memoria non l’ha fatto.

Venti giorni fa ho conosciuto un giovane iracheno. Dopo il suo nome, si è presentato dicendo « Sono nato millenni fa in una terra… ».

La conversazione è stata coinvolgente, ma quelle prime parole mi sono rimaste dentro come se mi avessero cercato.

Tre giorni più tardi, leggendo il libro Potere e politica non sono la stessa cosa,[1] mi sono imbattuta in questo significato di impersonale:

“ la capacità di sporgersi verso un luogo che non è del tutto io né del tutto l’altro o l’altra, ma siamo noi e la realtà vivente in cui si vive insieme. „

Come spesso faccio con le frasi che mi colpiscono particolarmente, ho preso il mio taccuino per ricopiarla.

È stato mentre scrivevo che, non so come, è scattato il collegamento con le parole del ragazzo iracheno.

Ho sentito che la trascendenza che porta la sua gioventù nel passato ha lo stesso significato di questo impersonale.

L’ho sillabato, più volte. Ho assaporato il gusto dell’amore. Un amore che sa connettersi con l’universo, con il passato, l’adesso e il futuro.

Un amore che, mi è sembrato, viene da quel non del tutto io. Io? Qual è il mio io? Ho riso senza allegria. Accidenti, non lo so. È questo che sto cercando? È il non trovarmi il mio male?

Il cuore si è messo a galoppare e il respiro si è stretto nella gola.

Via, fuori, tra la gente.

Sono stata rabbiosa sino ad oggi.

Questa mattina  mi sono svegliata serena. Contenta, sono andata a prepararmi la colazione. Mentre versavo il latte nella tazza, mi sono balzate nella mente le parole del mio vecchio sogno “ Aiutale. Diventa una viandante. È il tuo compito”. Ho posato il bricco. Ok, mi sono detta, prova a non scappare, a rilassarti, a capire.

Mi sono sdraiata sul divano e, chiusi gli occhi, ho cominciato a riguardare il sogno. Quando ho visto giungere la processione di donne, ho avuto paura. Vai avanti, coraggio. Mi sono forzata a proseguire.

 

È quasi tutto il giorno che me ne sto qui a rivedermi, a bere the, a godermi questo divano e questa stanza. Non ho più bisogno di correre, di tanto altrove.

In ognuna di quelle donne, finalmente, ho scorto me stessa  con un qualcosa che mi è stato messo addosso, o di cui ho voluto vestirmi, perché così dovevo, o volevo, apparire.

Non sono certa di quanto ho capito. So che proverò, un passo avanti all’altro, ad essere la viandante che va, per non percorsi sentieri, da me a me e da me al cerchio in cui si crea il noi.