Un regalo è un regalo

Valentina Fulginiti (Italia)

U N  R E G A L O  E’  U N  R E G A L O

– Lucia, sono lusingato all’idea che i bambini come regalo abbiano chiesto di stare con me tutto il giorno, ma sai, avevo altri programmi per l’ante-vigilia.

Sarà  che sono il piccolo di casa, il primo che ha studiato, quello che fin da piccolo ha avuto il motorino (un ciao senza freni cedutomi da Saverio), l’unico che ha fatto le vacanze da solo a sedici anni (due settimane a Malta pagate dal Comune, mia sorella ancora non me le perdona), sta di fatto che per tutti quelli di casa sono ancora il ragazzino che ha sempre tempo, quello che non ha mai niente da fare, quello che gli chiedi di fare una cosa una volta e dice, non posso.

– Per una volta che ti chiedo una cosa…

Cosa vi avevo detto? è un orologio di precisione, mia sorella.

– Ma devo andare da Monica, gliel’ho promesso…

– Monica chi?

– Come, Monica chi? se è tre anni che ci sto assieme…

– Co’ sta Morena, Monica comesichiama, ti puoi vedere sempre. Con Luca e Lorenzo no!

Monica abita a Torino, forse non ve l’ho detto.

– Ma se abito a cento metri da casa vostra!

– è per questo che non ti fai mai vedere?

Ha una risposta a tutto, l’abominio di sorella. Ora mi chiedo, com’è possibile che quel mostro con la faccia pittata sia frutto degli stessi genitori miei e di Rosario?

Una che ha girato i trentasei negozi di calzature della città  per trovare quel paio di stivali, quello da novecento euro con le fibbie a sinistra – quello con le fibbie a destra costava solo otto e cinquanta, non era abbastanza in

Mi insegue sul mio stesso terreno, la sfacciata: – Un regalo così disinteressato, poi. Potevano chiederti una playstation, un motorino, un paio di scarpe da trecento euro, invece tutto quel che vogliono è passare un pomeriggio con il loro zio che non vedono MAI – e tu hai qualcosa di meglio da fare?

Effettivamente la Playstation 2 già  ce l’hanno, “Dragoon’s blood III” E “New Soccer IV” sono arrivo dalla cugina grande che sta a Milano (immagino il tenore della telefonata che l’ha costretta a sganciare i centeuro di rito), gli stivaletti glieli ha presi Mario, le mutande di Armani la nonna, i due giubbotti lo zio romano (stesso modello sennò litigano, nero per Lorenzo e arancione per Luca), e alla piastra da DJ per Luca, ci hanno pensato mamma e papà , suppongo come premio per il meraviglioso pagellino di metà  quadrimestre…

___

Tira vento, nel parcheggio della Multisala. Fino all’ultimo ho sperato che cambiassero idea, ho optato per la nove schermi proprio in virtù di un’ampia gamma delle scelte (ampia per modo di dire, tra due giorni è Natale).

– Zio, allora ci porti a vedere “Natale su Venere”?

– No, è un film troppo stupido.

– Ma zio, è il nostro regalo!

Li guardo. Troppo stupido, rispetto a chi?

– E va bene.

Un regalo è un regalo, dopotutto.

Alla modica cifra di ventuno euro per i tre biglietti – tre interi pagati di tasca, perché un regalo è un regalo – uno ne impara di cose. Di quelle che uno non si immagina proprio: le Venusiane hanno le tette. E grosse, pure. Le strusciano di continuo contro certi omarini nostrani, che rivoltano lo stomaco a guardarli, che se uno non lo sapesse penserebbe che gli extraterrestri sono loro, mica quegli altri. Le mogli dei due capufficio dirottati su Venere ovviamente sono un po’ in ansia, finché non vengono, diciamo così, dirottate a loro volta. Pure i maschi venusiani non sono niente male, a parte il colorito – non siamo razziste, neh?

(è una battuta del film, mica mia.)

I rivestimenti in carta stagnola fanno pensare a un’astronave. Scusate, a una disco-nave dove tutti ballano con le mani a mulinello (certo che la cattiva musica è proprio interplanetaria). Ma no, è una risto-nave: c’è Chicco de Mennis che sbraita come un buttero perché non gli hanno ancora portato il suo porceddu arrosto. Quando il comico Poldo Magara viene portato in sala in mutande e canottiera, adagiato su un immenso vassoio con una mela in bocca, il cinema rischia letteralmente di essere seppellito dalle risate.

Luci in sala.

C’è gente che addirittura applaude dopo la fine del primo tempo. Già  l’applauso al cinema mi pare una cosa di dubbia utilità , mica c’è l’autore, lì, che ti può sentire. Ma addirittura all’intervallo…

– Zio andiamo?

– Andate voi ragazzi, io aspetto qui.

Mi guardano come se avessi detto, Sarebbe mica male farci le vacanze, su Venere.

– Non ci sapete andar da soli, al bagno?

Tutt’intorno si stanno alzando, infilando in cappotti a prova dell’Alaska, arrotolando in sciarpe e guanti.

Ottimo. I popcorn, ho risparmiato tre euro di popcorn.

Le diciassette e quarantadue riaccendono in me una speranza. Se li riporto a casa di corsa, mi fiondo a casa, la valigia semifatta praticamente solo da chiudere, sono in stazione per le diciannove? Se corro, sì. Torino Porta Nuova, ore due e quarantuno. Niente cena romantica, ma sono dodici ore in più con Monica. Una notte in più, per due fidanzati a distanza vuol dire parecchio.

– Ziio, andiamo già  a casa?

– Sì, ragazzi, lo zio ha da fare.

Visto? gliel’ho detto in tono calmo e fermo, niente capricci.

Con aria stranamente angelica, Lorenzo mormora, Che peccato…

Giuseppe, fa’ finta di niente, mi dice il mio uomo interiore.

Luca:- Zio, è stato un pomeriggio davvero magnifico.

Giuse’, mi dice la voce della coscienza, se rispondi sei un uomo morto.

– Zio, mi sono accorto che mi scappa la pipì!

Fregato! Mo’ devi rispondere per forza.

– Tienila. Tra cinque minuti siamo a casa.

– Ma, zio, io non la riesco a tenere.

– E allora perché prima al cinema hai detto che non ti scappava?

– Ma zio, m’è venuta tutta in una volta!

Diciotto e zero uno. Ma perché non ho voluto prendere la macchina di mio cognato. Silenziosa che non sembra neanche di guidare. Grande. Con la musica che tiene stordite le bestie feroci. E veloce soprattutto, veloce…

Adesso: tornare indietro al cinema, è un sacco di strada – troppa per le pesti, e troppa anche per me. Tirare fino a casa con il frignatutto attivato, la Convenzione di Ginevra lo proibisce (espressamente).

Giro gli occhi. Siamo di fronte al centro commerciale. Rivelazione: è un piano premeditato dai mostri, per farmi perdere tempo prezioso – e per farmi spendere! Pesti consumiste, non mi avranno. Cedere ora sarebbe diseducativo.

– Tieni duro, Lorenzo, ci siamo quasi.

è Luca, con aria disinteressata, a fare la proposta: – E se entrassimo al centro, così lui fa la pipì?

Sono le diciotto e zero quattro. Marciando come i cosacchi attraversiamo il parcheggio del centro commerciale, sotto lo sguardo severo di una fila di babbi natale.

– Sia chiaro, entriamo, troviamo il bagno e ce ne andiamo!

Sono le diciotto e zero nove.

– E va bene, entriamo, però solo cinque minuti. E sia chiaro, non vi compro niente!

Alle diciotto e tredici, sto ancora contrattando.

– E va bene, sceglietene uno a testa – nel cestone di quelli economici, chiaro? E svelti, che poi andiamo a casa.

Alle diciotto e quattordici, sto cercando di ricordarmi se c’è ancora il servizio di pullman per Torino delle venti e qualcosa. Ma sarà  pienissimo, è l’ante-vigilia…

Alle diciotto e ventidue:

– Lorenzo, ti ho detto nel cestone delle offerte. Quattro e novanta, sai contare fino a quattro? No, questo costa tredici e novanta, quindi adesso torni e ne scegli uno che costi meno, grazie.

Lo sento che bofonchia: – Morto di fame.

Un regalo è un regalo, e prima o poi finisce.

Pago. Carta, ovviamente.

Nove euro e ottanta non preventivati.

La barriera antifurto suona. Si vede che ho la faccia da ladro – o da morto di fame, come dice mio nipote. Solita spiegazione alla guardia giurata:

– Guardi, dev’essere sensibile.

– Se è sensibile, lo lasci dire a me. Lei ripassi, per cortesia. Ha altri acquisti, per caso? – mi chiede, togliendomi di mano l’involto. Che modi.

– Si apra quel montgomery, cortesemente.

– Guardi, avrei una certa fretta, – dico io, e proprio in quella sento un tonfo alle mie spalle. Dal cappuccio è caduto il gioco da tredici e novanta. Dall’altra parte della barriera, le care pesti sorridono. Le cassiere, gli altri clienti e la guardia giurata: tutti mi guardano con riprovazione.

Sono le diciotto e quarantanove minuti. Un’altra sberla di freddo, mentre usciamo sotto lo sguardo dei lampioni.

– Scherzetto!

– Piaciuto, zio?

– No. Adesso andiamo a casa, è buio, sono quasi le sette. Filare!

Lorenzo non è ancora soddisfatto.

– Zio, non ci chiedi nemmeno se ci è piaciuto il film?

Non li guardo nemmeno.

– Certo che è proprio un gran maleducato, nemmeno risponde.

– Sull’educazione, faremo una bella chiacchierata con vostra madre, a casa. Anzi, con vostro padre. –

Chissà  come mai, non sembrano affatto impensieriti. “Ragazzate,” dirà  la mamma, il padre sbufferà  e basta, tanto sono un fallito di ventinove anni che non farà  mai un quattrino nella vita, con la mia laurea, che lui con la sua terza media guadagna in un mese più di quel che io…

Si vede proprio che non valgo niente, penso. Se no, mica mi prendevano a noleggio così. La riduzione in schiavitù – cari colleghi – è l’ultimo stadio dello sfruttamento. Altro che accumulazione capitalistica…

Il colpo alla nuca mi fa sobbalzare. Una manciata di neve sfarinata e sporca mi penetra tra il collo e il cappuccio del montgomery. Ho il collo bagnato. Lorenzo e Luca ridono dietro al mucchio di neve a lato dello stradone. Stavolta un ceffone a testa non glielo leva nessuno.

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Il vigile, ce l’ho ancora dietro o no?

Sembra Zazie nel metro, e invece è la mia vita – quando il vigile si è avvicinato, le pesti hanno detto che le stavo rapinando e…

…e adesso, sto correndo. Me li sento tutti alle spalle, mica solo il vigile e le pesti. Monica arrabbiata per il ritardo, mia sorella col catalogo Postal Market, mio cognato in giacca blu che dice Morto di fame mi hai graffiato la macchina, i nipoti tamarri e il solo pensiero mette spavento, la guardia giurata del supermarket, il parroco che mi dice, Giuse’, ma non ci vieni più a catechismo?

No, io voglio andarmene in pace e senza debiti, non sono stato io Alberto, te l’avranno graffiata i tuoi figli la macchina, Monica non lasciarmi proprio adesso, Don Nicola, se vuole l’aiuto a dir messa, ma preghi per me in quest’ora terribile!

E intanto ho svoltato su via Martelli. Che, lo so da sempre, è una strada senza uscita, e allora perché diavolo mi ci sono infilato? Non ci sono cortili. Finestre chiuse. Se torno indietro, è la fine. Mi nascondo dietro una macchina parcheggiata? La porta con il vischio è l’ultima – una luce accesa dentro, forse ho speranza.

Tempesto la porta di pugni, come nei film (ma sono veramente io? non mi facevo così atletico).

Una signora mi fissa da dietro la finestra con aria flemmatica.

– è Natale, signora, la prego, siamo tutti più buoni, mi apra!

Il vetro è pesante, non può sentirmi, non mi aprirà . Mi volto, staranno per arrivare.

La serratura si apre.

– Beh? Si può sapere che le è successo?

Un tono asciutto, perentorio, per nulla scomposto. Se ha figli, è così che li rimprovera, sono sicuro. Avrei voglia di dire “Niente, mi scusi” e scappar via, ma intanto che penso, mi ha già  tirato dentro.

Sono senza fiato. Farfuglio qualcosa. I nipoti, il poliziotto, lo schiaffo… racconto tutto con un senso di allarme confuso.

– Le faccio una tazza di tè. Le cinque sono passate da un po’, ma lei ha bisogno di scaldarsi, e un ponce, non mi pare proprio il caso.

Con più calma, racconto dei nipoti, del regalo, del supermercato, del vigile, del treno che ho perso.

– L’ha perso sì, – fa lei. – Sono quasi le sette e venti.

Qualcuno gratta alla finestra. Un sasso colpisce un’imposta.

– Sono loro! Le consiglio di farmi uscire o quei mostri sono capaci di tirarle giù la casa, grazie di tutto, io vado.

– Non credo proprio che lo faranno. Rimanga, la prego.

– Ma i vetri…

– Sono antifurto, antiscasso, antiproiettile, antitutto. Un altro po’ di tè?

Non rispondo né di sì né di no. Me lo versa ugualmente, nel silenzio.

– Quanti anni hanno?

– Tredici il piccolo, il grande quattordici e mezzo.

– Allora dovreste smetterla di chiamarli bambini.

Qualunque cosa siano, mi pare si siano zittiti.

Comincia a piacermi il tepore della casa. La signora è una professoressa in pensione, mi sa. Ha libri sulle mensole tutto intorno, un plaid marrone addosso. Si sta bene, sembra di essere a casa dalla signora in giallo.

Rieccoli: – Zio? Sei ancora dentro? Non sei andato via?

– Io le consiglio di aspettare, ad uscire. Le va di farmi compagnia per un altro po’?

Non ho tutta questa voglia di tornare al freddo, non nell’immediato futuro. La proposta della signora, dopotutto, è parecchio educativa.

– Maestra, non professoressa. C’è differenza, non ho la laurea ma solo un diploma.

– Per quei tempi era parecchio comunque. –

Le ho dato della vecchia. Bravo cretino.

– Scusi, lo dico senza offesa…- cerco di rimediare.

– E perché dovrei offendermi?

Ridiamo. Non tutti sono ossessionati dalle rughe, a questo mondo.

– E lei, che studi ha fatto?

– Sono laureato. Economia.

– Ma che bravo! Lavora?

Fuori, pianti disperati. – Zio, scusaci, scusaci di tutto! Non lo facciamo più? Zio, sei ancora là  dentro? Facci entrare, ti prego!

La vecchina mi tocca il braccio con fermezza.

– Stava dicendo?

Stranamente rilassato, continuo a parlarle: del mio nuovo lavoro e del vecchio, di Monica, del fatto che ci piacerebbe riuscire a vivere nella stessa città , magari in una casa comune, ma di qui a cambiare lavoro, coi tempi che corrono…

– Lei è veramente una persona per bene, – è il commento della nonna – chiunque altro costringerebbe la fidanzata a trasferirsi, lo sa?

Un trasferimento di Monica? Non e’ una brutta idea, a pensarci. Ma la conversazione segue altri binari.

– Non posso chiederle di rinunciare al suo lavoro, non dopo tutti i sacrifici e gli anni di studio…

– Questo le fa onore.

– No, è pura furbizia. Se le chiedessi di scegliere tra me e il suo lavoro, chi mi dice che sceglierebbe me?

Ride, la nonna… l’ho proprio conquistata.

– La sua fidanzata dev’essere una ragazza intelligente. Ho passato una vita a dirlo, alle mie bimbe, l’indipendenza è la prima cosa per una donna – si fa presto a dire “ci pensa mio marito”, ma, per esempio, si può restare sole, com’è successo a me…

Le si spezza la voce.

– Scusi sa, noi vecchi siamo un po’ rimbambiti.

– Non si preoccupi.

– Invece mia figlia piccola, niente. Scuola non ne ha voluta, nemmeno quella dove l’ho mandata dopo la bocciatura, un professionale per diventare assistente sociale, facile facile. Oltretutto, un lavoro ideale per una donna. Neanche tre anni, ha mollato. Dopo ha lavorato po’, un salone di bellezza. Niente anche lì, il lavoro non le piaceva. –

Mi apro la giacca, in questa casa fa un caldo terribile.

Da fuori, ancora lacrime e pigolii: zio, zio, zio….

– C’è da dire che non aveva tutti i torti, povera creatura. La pagava pochissimo, la trattava come un cane, e quando si è scottata con la ceretta è venuto fuori che non le aveva mai pagato l’assicurazione. Ma anche te ti devi far valere, le dicevo io. Vai al sindacato e vediamo, chi ha ragione. Non puoi dargliela vinta, sciocchina. Macchè. Ha smesso di lavorare e basta. Si è sposata giovane, e tanti saluti… Adesso, a quarant’anni, se anche volesse, non troverebbe più niente. è così, questa generazione, fanno tanto i grossi, vanno a ballare – c’è ancora no, la discoteca, tra voi giovani? Anche la mia Carla, usciva di casa che sembrava un’attrice di Dallas… Però poi di fronte alle difficoltà , si danno per vinti.-

Mi batte una mano sul ginocchio, con violenza.

– Ah, mica tutti, eh? Ce n’è dei giovani in gamba…

Saranno passate due ore, il caldo è sempre più terribile. Se non do un segnale, a Capodanno saremo ancora qui. Sbircio l’orologio, con finta discrezione.

– La sto seccando, vero?

– No, tutt’altro, è solo che temo sia un po’ tardi…- Mi schiarisco la voce. – Senta. Quei bambini sono due mostri, oggettivamente, ma ho davvero paura che congelino là  fuori. Non sarebbe il caso di farli entrare, scaldare un attimo e poi, naturalmente, me li porto via prima che possano smontarle la casa?

– Mi ascolti bene. Ho tirato su tre figlie e cinque nipoti. Più i miei trent’anni di insegnamento, duecento bambini li avrò visti… Non ne ho mai ammazzato nessuno, che io ricordi. Mi dia retta, altri dieci minuti di freddo non faranno loro male. Tonifica, il freddo.

Non rispondo, non dico di si’ ne’ di no. Tanto sadismo merita rispetto, dopotutto.

– Su, le andrebbe di tenermi altri dieci minuti di compagnia? A una vecchina tutta sola? Lei è così tanto un bravo giovane… la prego rimanga. Tra due giorni e’ Natale, cosa le costa farmi un piccolo regalo?