Marisol alle due di pomeriggio

Piedad Jhoana Ostos Tavera
(Colombia)

M A R I S O L   A L L E  D U E   DI  P O M E R I G G I O

Due di pomeriggio, caldo, l’ansia e la stanchezza si facevano sentire mano a mano che avanzava la giornata, era questo il quadro del giorno in che ho visto per prima volta Marisol, nera come il carbone, alta, corporatura robusta com’è abituale per le donne della sua regione d’origine: l’Urabà  Antioqueno, a nord-est di Bogotà , capitale della Colombia. Camminava a passo lento, lo sguardo perso nell’infinito, davanti a lei c’erano i suoi due bambini, insieme facevano parte di una lunga lista di “desplazados”, persone che fuggono dalla campagna per la violenza e i combattimenti tra gruppi paramilitari o guerriglieri.

Quel venerdì avevo fatto il turno dall’alba a mezzogiorno alla radio dove lavoro come giornalista. Di solito mangio per strada ma ogni tanto faccio una buona zuppa di quelle della nonna per sentirmi vicino a casa, sono arrivata da Medellìn dopo la laurea, non ho molto tempo libero, ciò nonostante quel giorno sentivo il bisogno di mangiare per bene: ho messo nella pentola a pressione i fagioli lasciati a mollo in acqua la notte prima, delle verdure e molta cipolla, è un piatto tipico del mio paese. L’odorino profumava in cucina, pensavo alla mia infanzia con la nonna nella fattoria, il fornello a legna ed io che saltellavo e aspettavo il mio pranzo.

Suonano alla porta, apro ed è lei di fronte a me, i suoi vestiti bianchi mettono in risalto il colore della sua pelle e i suoi occhi profondi, lo sguardo duro rivela la crudezza dei fatti che le sono capitati, mostrano rabbia e frustrazione. Mi saluta e chiede se ho qualcosa da mangiare, hanno fatto un lungo viaggio, i bambini sono molto stanchi e camminando sotto il sole hanno perso le energie, ha due maschietti di nove e sette anni, loro sorridono timidamente, rifletto subito sul fatto che siamo contemporanee, il suo accento simile al mio mi fa capire che veniamo anche della stessa regione dalla Colombia, soltanto che la vita ci ha riservato una strada diversa, ci ha messo in situazione differenti, in posti vicini ma lei nata in campagna e io in città , noi due apparteniamo a una delle regioni più ostili: Antioquà­a, della quale Medellà­n è la capitale, conosciuta da tutti per il “cartello del narcotraffico”.

Vederla mi ha fatto un effetto strano, mi sono vergognata delle mie comodità  in contrasto alla sua situazione. Ho portato una tazza con dei fagioli a ognuno di loro, quando mangiavano si vedevano più tranquilli, soprattutto Fabiàn e Sebastiàn, i suoi bimbi, si sono un po’ ripresi dalle fatiche di fuggire due giorni prima dai paramilitari.

Il comando paramilitare è arrivato in paese due giorni fa, di sera, armati, con minacce hanno preso casa per casa gli uomini e i bambini maschi, li hanno portati negli uffici del sindaco, hanno iniziato a fare delle domande agli adulti e vedendo che non rispondevano sono passati a interrogare gli anziani e i bambini: domande sui guerriglieri, da quanto tempo erano passati da lì e chi erano i loro simpatizzanti in paese.

Dopo qualche minuto hanno sparato agli uomini del paese, sono morti dissanguati di fronte agli occhi dei più anziani che erano i loro padri o nonni. Il villaggio è rimasto senza uomini, anche gli anziani sono stati ammazzati a colpi di mitragliatrice, puntavano agli arti, lasciandoli morire lentamente dopo aver visto spegnersi i propri figli.

I bambini sono stati portati via per essere usati come esca per i combattimenti: li armano di fucile e li fanno andare per primi, se c’è qualche scontro con i guerriglieri quelli che cadono per prima sono i bambini, incapaci di difendersi. Tra i morti c’erano il compagno, il padre e il fratello di Marisol, si sono salvati i figli perché una vicina ha sentito l’arrivo dei camion con i paramilitari, l’ha avvisata e lei ce l’ha fatta a scappare di notte, con i bimbi, per il fiume cercando di non lasciare traccia, abbandonando quel poco che rimaneva della sua vita e dei suoi sogni.

Dopo aver camminato alcune ore sulla riva del fiume si sono fermati, stanchi e ormai senza forze. Il giorno è arrivato, il sogno è finito ed è iniziato l’incubo. I paesi vicini lei li conosceva già , da bambina con suo fratello e gli amici facevano lunghe passeggiate, cercavano specie strane di piante, era uno dei giochi che più le piaceva, amava la natura, così sapeva dov’era arrivata, con i bambini si è fatta portare con un camion vicino alla capitale, a viso un po’ coperto, perché forse la stavano cercando per essere sfuggita ai paramilitari. Verso sera sono arrivati a Bogotà , senza un soldo e soltanto con i vestiti che avevano addosso ed anche la tristezza di non sapere più che fare, in una enorme metropoli della quale aveva sentito soltanto parlare.

Marisol ha finito di raccontarmi la sua storia, le ho suggerito di andare in un ufficio dove aiutano i “desplazados”, lì si accertano che le storie siano vere e poi cercano nel breve di sistemarli e aiutarli a continuare una vita il più normale possibile. Non era molto lontano da casa mia, cosi loro sono andati, ed io sono rimasta con mille domande da farle, come donna mi identificavo un po’ con la sua storia.

Mio padre è morto a causa di una delle tante bombe esplose in un centro commerciale a Medellà­n, stavo per diplomarmi, in autobus ho sentito alla radio della esplosione di un ordigno di alta potenza vicino al tribunale dove mio padre lavorava, sono corsa a casa per sapere da mia mamma se lui aveva telefonato, ma niente, non sapeva nulla, lei gia sentiva la sua lontananza e la sua mancanza, soltanto piangeva, in silenzio, composta, ma senza più speranze. è stata una notte di telefonate e visite di zii e cugini cercando di rintracciare mio padre, io non capivo la reazione di mia mamma, lui ormai non sarebbe tornato, lo avrei rivisto solo nel mio pensiero, da adesso in poi solo il suo ricordo mi avrebbe fatto compagnia.

Una settimana dopo, sempre di venerdì pomeriggio, ho sentito bussare alla porta, non aspettavo visite cosi ho pensato a Marisol, sono corsa ad aprire ed era lei, con i bambini, mi ha raccontato dei tanti giri fatti di ufficio in ufficio e nessuna risposta chiara su come risolvere la sua situazione, per fortuna in uno di questi posti ha conosciuto delle ragazze nelle sue stesse condizioni solo che essendo arrivate qualche mese prima sapevano di dovere arrangiarsi da sole.

Una di loro, con la quale Marisol ha fatto subito conversazione e più avanti anche una amicizia era Emilce, vent’anni, vedova, due figli, sangue indigeno: bassa statura, carnagione marrone, occhi un po’ a mandorla, capelli lunghi e un bel sorriso. Una delle cose che più ha attirato l’attenzione di Marisol è stato il suo sorriso, aveva l’aspetto d’una ragazzina, infondeva serenità  e sembrava in pace con se stessa anche se aveva perso il suo compagno in situazioni piuttosto brutte.

Era arrivata dal Putumayo, alla frontiera col Brasile nel bel mezzo dell’Amazzonìa, appartenente a una delle tribù che ancora sopravvivono a sud della Colombia. Aveva abbandonato con i suoi bambini e altre due famiglie le terre dove vivevano da sempre, qualche anno fa i grandi proprietari della regione avevano iniziato a intimidire la sua tribù per ottenere le loro terre, in una dei tanti soprusi subiti da uomini incappucciati è stato colpito mortalmente il compagno di Emilce. Lei capì che ormai la situazione era diventata insostenibile, ha stretto i suoi due bambini, ha preso un piccolo amuleto che era appartenuto al suo compagno e se ne sono andati, era ormai da quattro mesi che si trovavano a Bogotà .

Inizialmente Marisol e i suoi bimbi hanno chiesto l’elemosina per strada e per alcune notti si sono riparati dal freddo sotto un ponte come fanno tanti altri senza tetto. Diversi giorni dopo, con un po’ di soldi in tasca sono andati verso la periferia, dove ci sono dei quartiere molto umili, hanno trovato una cameretta minuscola dove poter dormire senza temere che qualcuno potesse fare dal male a lei e soprattutto ai suoi bambini. Vivere così era demoralizzante, da un momento all’altro era passata da avere una casa e una famiglia al vuoto quasi totale, per fortuna i suoi bambini le davano la forza necessaria per tirare avanti.

Adesso non pensava più al passato, si aiutavano con Emilce la sua nuova amica e altre ragazze, cercavano di lavorare negli autobus o ai semafori vendendo frutta, biscotti o matite, così arrivavano a sera con qualche soldo in tasca, vivevano alla giornata.

Ho fatto entrare in casa Marisol e le ho dato un po’ di quello che avevo in cucina, lenticchie, riso e qualche biscotto per i suoi figli, non volevo offenderla, lei lo sapeva, lo ha preso con un sorriso, senza dire nulla, sapevo quanto le costava vivere in questo modo ma aveva il coraggio e la forza necessaria.

Il mio lavoro nella radio consiste in dare le notizie mattutine, il pomeriggio devo girare la città  alla ricerca delle notizie del giorno dopo, fatti di politica e conflitti armati, potevo pertanto andare all’ufficio dove aiutano i desplazados e chiedere notizie di Marisol, era da qualche settimana che non la vedevo e mi hanno dato il suo indirizzo, pensavo di andare la domenica pomeriggio a cercarla.

Erano le cinque di pomeriggio, i bambini giocavano a calcio per strada e lei con altre ragazze chiacchieravano guardando i bambini dal portone di casa, mi ha visto e si è avvicinata subito, era molto sorpresa di vedermi lì, per prima volta ci vedevamo in un posto diverso da casa mia, le ho chiesto di venire con me a prendere qualcosa nella caffetteria in fondo alla strada e allora ha lasciato i bambini con le altre ragazze e siamo andate a far due chiacchiere.

Abbiamo iniziato a parlare dei bimbi, secondo lei si stavano abituando alla loro nuova vita, poi all’improvviso le lacrime hanno iniziato a scendere sul suo viso, parlava e piangeva senza fare nessun gesto, era piuttosto triste guardarla cosi, volevo darle un abbraccio ma non l’ho fatto, temevo di ferirla nel suo orgoglio, semplicemente aveva bisogno di sfogarsi ed essendo sempre in compagnia dei suoi figli doveva trattenersi, era stanca. Gli aiuti per i desplazados tardavano molto e lei con quel poco che prendeva al giorno non sapeva per quanto tempo avrebbe potuto farcela. Mi ha raccontato che la sua amica Emilce aveva conosciuto un ragazzo che voleva offrire a tutte due un lavoro, dovevano portare delle cose all’estero, fare un viaggio e nel giro di una settimana sarebbero state di ritorno, non c’erano dei rischi: dovevano solo non dirlo in giro, le davano subito la metà  dei soldi e al ritorno a casa avrebbero avuto la parte rimanente.

Ho capito subito cosa le stavano offrendo, portare della droga in una valigia oppure in bustine piccole che avrebbero dovuto ingerire, ogni settimana si sente di qualcuno preso dai poliziotti in aeroporto nel tentativo di portare negli Stati Uniti o in Europa della droga, altri addirittura muoiono per la rottura di queste bustine nello stomaco.

Le due ragazze erano sicure di volerlo fare, avevano perso tutto nel peggiore dei modi ed erano giovane mamme con il desiderio di vivere come tanti nella capitale, se tutto andava bene avevano l’intenzione di affittare insieme un appartamento modesto, fare andare i bimbi a scuola e trovare un lavoro diverso, pensavano di poter così scappare dalla povertà . Quanta disperazione si leggeva nei suoi occhi, finito di parlare si è asciugata le lacrime con un fazzoletto, ha sospirato profondamente, mi ha sorriso e mi ha detto di non preoccuparmi più per lei, che adesso le cose dovevano cambiare così al suo ritorno mi avrebbe invitato a pranzo in un posticino carino che aveva visto in centro a Bogotà . Pensa, avrei la fortuna di poterti ricambiare – mi ha detto – io non dimenticherò mai quei fagioli che ci hai dato il giorno che ci siamo conosciute, mi hai fatto sentire un po’ a casa, finalmente ho capito che non poteva essere tutto brutto, che c’era qualche possibilità  anche per noi, farò questo viaggio così Fabià¡n e Sebastià¡n non cresceranno per strada, potranno andare a scuola finalmente, noi avremo adesso un futuro, io me lo sento.

Le ho spiegato di quante ragazze giovane e disperate come lei finiscono morte o in prigione, ma lei non mi ha dato ascolto, mi ha detto di finirla altrimenti se ne sarebbe andata, allora ho taciuto, volevo urlare, piangere, farla capire, ma cosa potevo dirle dopo di tutto quello che aveva vissuto? Ormai lei non voleva più tornare indietro e neanche pensare a cose negative, voleva soltanto credere che ce l’avrebbe fatta. Ci siamo salutate con un abbraccio, era la terza volta che ci vedevamo ed io sentivo una gran stima nei suoi confronti, sapevo che per lei era lo stesso. Sono uscita dalla caffetteria, ho dato uno sguardo ai bimbi che ancora giocavano con la palla e mi sono girata, ho iniziato a piangere per lei e per me, che non avevo trovato argomenti per dissuaderla, era difficile credere a una buona fine ma non potevo toglierle quella speranza.

Qualche settimana dopo, quando ormai speravo che ce l’avesse fatta, mentre cucinavo ho sentito il suo nome al telegiornale, si raccontava di una ragazza morta in un aereo mentre cercava di portare negli Stati Uniti delle bustine di droga nella pancia, una delle tante ragazze che cercano in quel modo di sfuggire alla povertà .