La Rocca

Patricia V. Quezada
(Argentina)

L A  R O C C A

Ore piccole nella pianura padana. Nebbia fitta, mucchi di neve sporca, asfalto lucido di pioggia, il giallo ovattato dei lampioni a malapena disegnava la strada. Piadena si chiamava il piccolo borgo, appena una riga di case, un passaggio a livello, e una curvona subito dopo, che poteva prenderti a contropiede, se eri un po’ distratto, o stanco. Due fari girarono l’angolo velocemente, sbandando. Forse l’autista era maldestro, e un colpo di sonno lo aveva sorpreso, il fatto e che ad un tratto, il monotono fruscio dell’acquaneve fu interrotto dallo stridio acuto della frenata seguito dallo strepito confuso del rotolare del furgone sull’asfalto. Un lembo di lamiera si era staccata nell’impatto, e come una lingua metallica, sputava scintille lasciando un solco grigio sul manto asfaltico che si colmava subito d’acqua. Uno, due, tre giravolte e poi il silenzio. Gli sportelli posteriori del furgone si erano completamente spalancati e ancora fluttuavano. Un pneumatico girava su se stesso, nero e lucido come un vecchio disco di vinilo. I corpi di due ragazze penzolavano inerti, come bambole rotte, le braccia alzate, le mani unite come in preghiera, i polsi imprigionati da grossolane catene di ferro. Più in là , con un rantolo un’altra bambola stravolta e sanguinante sembrava prendere vita.

Mamma…Nonna Sofie… il sangue mi scende dal naso, non riesco a respirare, tossisco, ma mi accorgo che sono all’aperto, libera, fradicia e dolorante ma libera. Cosa…

I polsi mi bruciano, le catene sono spezzate.

-Alzati,Alzati, una vocina interna mi sprona.

-Non posso, non posso, sono a pezzi, sputo moccio e sangue singhiozzando, sono distesa in una pozzanghera di neve sporca e fango.

– Alzati, alzati, muoviti, dai dai veloce.

Ancora silenzio, guardo le altre infelici compagne di viaggio, sembrano morte.

-Non pensare muoviti, dai, bimba, dai.

Sgattaiolo, come un cane, con la lingua fuori sulle labbra tumefatte

– Ci sto provando, Nonna, ci provo.

Scivolo sulla neve e il fango, posso farcela. C’e un fossato e poi uno spazio aperto, sono in campagna, Nonna, come da noi.

Corro, Nonna, scappo, trascinando una gamba, soffocando le urla, scappo, saltello come una forsennata, impazzita de dolore, scappo.

-Fa che no m’inseguano, Nonna, fa che siano morti.

Non ho fiato… calma, dico a me stessa, cerca di mantenere la mente fredda, immagina che stai solo facendo jogging, un respiro profondo per il naso e tre espirazioni lente, come quando correvi nel parco degli alberi rossi lo scorso autunno, ti ricordi? Vedi, vedi, puoi farcela.

-Allontanati, allontanati.

Quanto tempo ancora, il cuore mi esplode, batte allòimpazzata, sbatto la faccia contro qualcosa, cado,le mie dite intirizzite accarezzano una superficie ruvida. Corteccia. Corteccia bagnata e gelida. Sono arrivata, Nonna?. Sono gli alberi rossi?. Un lampo lancinante mi sale dalla gamba, abbracciata al tronco, stremata, svengo.

Vicino allo stradone alcune luci iniziano a muoversi.

San Giovanni in Croce è un paese di una manciata d’abitanti, si trova a sei chilometri a volo dòuccello da Piadena, nel cuore della pianura padana, placidamente appollaiato sulle terre mollicce e fertili delle antiche paludi. Ha la particolarità  di essere uno di quei luoghi dove il tempo sembra trascorrere a singhiozzo, o addirittura, certe volte s’inceppa, e questo sì che diventa un problema. Il mese di novembre in questo paese è particolarmente noioso, il sole raramente si fa vedere, e la gente patisce questa mancanza di luce diventando più cupa.

Dentro il bar Sport, mezzòora prima della mezzanotte l’ambiente era soffocante, i tavoli tutti occupati, i soliti personaggi, partite di carte, facce gonfie e rosse, la tv blaterava in un angolo, Gabrielle, la figlia di Battista, continuava a servire con lo sguardo assente, magra e bionda, ogni tanto sembrava uscire dal suo mutismo ed era la volta che qualcuno doveva per forza andarsene a casa perché Gabrielle sapeva fin dove poteva spingersi ogni parrocchiano, ed era assolutamente certo che mai nessuno aveva osato opporsi alla sua volontà , quando lei decideva che era ora di sgombrare.

Ad un certo punto della serata, a mezzanotte circa, due strani personaggi fecero ingresso nel salone, avevano l’apparenza di due preti, tutti e due vestiti di nero, i cappotti lunghi e chiusi fino il collo, pallidissimi, uno era alto e magro, l’altro più basso ma con un viso che sembrava tagliato con unòascia tanto era angoloso, lo sguardo torvo e le facce chiuse indicavano poche intenzioni di dare confidenza, infatti, scelsero un tavolino ad un angolo piuttosto distaccato dal resto della gente, chiesero da bere due caffè, senza neanche guardare in faccia Gabrielle, parlavano un cattivo italiano con un forte accento dell’est. Rimasero bisbigliando tra loro per almeno quarantacinque minuti, guardando ogni tanto l’orologio, poi si alzarono lasciando i soldi sul tavolo e uscirono, silenziosi com’erano arrivati incuranti degli sguardi curiosi che gli inseguirono fino la porta.

Il freddo era intenso, quando Sabine riprese coscienza aveva le braccia e le gambe come di legno, a mala pena riuscì a mettersi in piede, i vestiti che aveva addosso non erano i più adatti per affrontare una nottata allòaperto, si guardò intorno e decise di addentrarsi nel bosco che indovinava davanti a se. Li sembrò la migliore possibilità  di nascondersi. Dopo un poò di tempo di camminare scopri grazie alla pallida luce della luna, che si affacciava tra nuvola e nuvola, che poteva vedere più in la degli alberi una debole luminosità , si domandò se fosse una casa. Era possibile, si disse, sentiva ogni tanto il rumore di macchine che passavano non troppo lontano. Stringendo i denti si obbligò ad avvicinarsi alla luce. Attorno a lei riusciva a vedere dalle sagome mezze nascoste della boscaglia, di strane costruzioni, piccole, appena più grandi che quelle cappellette che si trovano ogni tanto ai lati della strada. Ad un certo punto uscendo in una radura vide davanti a sè una specie di minuto tempio, con i quattro angoli del tetto che puntavano verso l’alto, simile ad una pagoda cinese, come quella della stampa cinese che la Nonna Sofia aveva attaccato al muro in cucina. Nonostante la situazione, si fermò un attimo ad ammirare il suggestivo spettacolo della luna rotonda sopra quellòassurdo tempio cinese carico di neve.

Ma che posto era questo? Dovòera lei in quell’istante?.

Non aveva la più pallida idea, sapeva solo d’essere in territorio italiano. Da quando l’avevano presa, sei settimane fa, l’incubo si era succeduto giorno dopo giorno, soltanto la sua indole combattiva le aveva permesso di resistere senza perdere se stessa, persino nei momenti più umilianti quando giaceva a terra picchiata a sangue e violentata, non si era arresa. Non gli avrebbe mai dato quella soddisfazione. Aveva perfezionato una tecnica che li permetteva alienarsi di se stessa, semplicemente se ne andava, lì rimaneva soltanto il suo corpo, inerme e abbandonato, come un guscio vuoto. Lei fregava così quelle bestie, per che essi non potevano essere chiamati uomini. Intanto aspettava, prima o poi si sarebbe presentata unòopportunità  per fuggire, e allora sarebbe stata pronta. Aveva cercato di trovare qualche indizio per riuscire a capire dove lòavevano portata, ma era stato tutto inutile, spesso, per i trasferimenti lunghi, le drogavano e quando riprendevano coscienza erano già  allòinterno dei locali. Non era mai riuscita a vedere altro che strade deserte, allòalba, le volte che a spintoni le spostavano di qua e di là , insieme con altre sventurate ragazze. La fitta lancinante di dolore la riportò al presente, aveva una ferita sulla fronte, il sangue tiepido li scendeva sullòocchio sinistro.

Doveva trovare rifugio, i polsi gli si erano gonfiati e gli facevano male, la gamba aveva ricominciato a sanguinare. Si fece coraggio e continuò a camminare verso la finestra illuminata che si vedeva dell’altra parte del boschetto.

Proprio in quellòistante altri tre paia dòocchi, appostati dal lato nord del Castello della Rocca, osservavano la stessa finestra illuminata della torre est.

Nulla nei successi della giornata poteva preparare l’ex-monaco rumeno Petrus Reinovoff alla raffica dòavvenimenti che li sarebbero capitati quella strana notte di novembre. Immerso nei profondi pensieri si dava da fare mettendo in ordine la pila di vecchi manoscritti che aveva letto e studiato fino a tarda sera. Nella spoglia abitazione il freddo iniziava a farsi sentire, il debole fuoco accesso nell’enorme cammino a malapena emetteva un poò di calore. Petrus si avvicino al camino stiracchiando un poò le braccia e distrattamente attizzò le braci. Poi prendendo il vecchio giaccone uscì chiudendo la porta dietro di se, attraversò il corridoio ed entrò nella gelida e stretta abitazione che una volta era stata la cappella di famiglia, e che lui aveva trasformato nella sua cappella personale, apprestandosi a recitare le ultime preghiere prima d’andare a letto. La luce diffusa delle decine di candele, il centinaio d’immagine sacre attaccate alle pareti screpolate e lòinconfondibile profumo d’incenso che galleggiava nell’aria creavano un’atmosfera piuttosto lugubre. Petrus si messe in ginocchio davanti ad un antichissimo trittico dòargento da squisita lavorazione, raffigurava la Madonna, Gesù bambino e il Piccolo Giovanni Battista; ignaro di quanto stesse per succedere l’ex-monaco iniziò le sue preghiere, ringraziando dinanzi tutto al buon Dio la grazia di avere riavuto la serenità  di spirito, che aveva perso per tanti anni, un passato che era meglio dimenticare. Un passato nel quale lui era stato Dimitri. Adesso Dimitri non esisteva più. Da parecchio tempo rispondeva soltanto allòappellativo di Fratello Petrus. La sua vita era diventata un fluire sereno delle ore, certe volte la solitudine si faceva sentire, ed era il momento dove il duro lavoro veniva in suo soccorso, c’era sempre tanto da fare nel Castello, e si era proposto di riuscire a fare l’incredibile per evitare che quella Rocca centenaria cadesse a pezzi, lo aveva promesso al “Don”, che era stato più che generoso con lui, in certo modo gli aveva ridato la voglia di vivere.

Petrus sorrise tra sé e sé, dimentico ormai delle preghiere, ricordava il faccione sorridente del “Don, quando vide tutti i cambiamenti che era riuscito a fare in poche settimane. Muri intonacati, finestre riparate, addirittura luce elettrica, per adesso soltanto in un paio d’abitazioni ma presto, appena fossero arrivati i materiali, avrebbe fatto splendere quel nobile rudere come nei suoi migliori tempi, glielo doveva a Don Cesare.

Se ci fosse stato qualcuno ad osservare la scena, sarebbe rimasto sbalordito di scoprire con quanta facilità  l’ex-monaco sembrava confondersi con l’intorno arrivando perfino a sparire tra le statuette sacre, le stampe e i piccoli dipinti di colori sgargianti che riempivano la singolare stanza.

Andrea, Beppe e Ismet avevano ormai raggiunto la base della Torre nord della Rocca, ridevano e si spingevano a vicenda, nulla al mondo avrebbe potuto fare loro riconoscere che in realtà  avevano una fifa blu, quellòinfelice sfida che si erano lanciati al bar, poco prima, gli aveva intrappolati, e adesso, pensieri inconfessabili gli assillavano.”Chi se ne fregava della Notte di Halloween, nemmeno era riconosciuta come festa in Italia. Che mania stupida quella di copiare ogni cosa degli americani, ma qualcosa bisogna fare per divertirsi”, si dicevano, ” a sedici anni come si fa ad andare a letto quando sembra che tutti, in venerdì, si danno alla pazza gioia. In questo paese del cavolo non c’è nòanche una discoteca, solo un paio di bar strapieni di vecchi che sgranano il poco tempo che li resta giocando alla briscola e sbraitando contro lo stato. Che noia!”. Quindi, ” che migliore posto per andare a finire la notte delle streghe che il mitico Castello della Rocca? Chissà  se ancora si aggira il fantasma di qualche nobile? o di Leonardo che dipinge per l’eternità  la dama dellòErmellino tra quelle mura?”. Ismet, ragazzo introverso e poco avvezzo alle superficialità , era stato l’unico un poò restio allòavventura, e aveva le sue ragioni, ma ormai erano lì e nessuno aveva intenzioni di tirarsi indietro. Il prezzo da pagare sarebbe stato troppo caro: “Essere sfottuto per, al meno, tre settimane”. No, grazie.

“L’obiettivo era spaventare Petrus, lo strano personaggio che si era portato il “Don” di ritorno d’uno dei suoi soliti pellegrinaggi ai paesi dellòEst. Dicevano le vecchie che Don Cesare aveva trovato Petrus deambulando senza meta per le strade di Lubiana, ubriaco e lurido che faceva schifo. Così decise di portarlo qui, a San Giovanni, da noi, come esempio di carità . Boh! Comunque sia, il fatto è che adesso Petrus era lì, e loro tre avevano un obiettivo molto chiaro. Dovevano arrivare alla camera del Monaco, aprire la porta di colpo e urlare tutti allòunisono, per scappare dopo a gambe levate e ridendo come pazzi della buffissima faccia che sicuramente avrebbe fatto lòinfelice monaco. Forte, no?”. Questi pensieri passavano per la mente dei ragazzi, quando, ad un tratto, si accorsero di essere rimasti troppo silenziosi, quasi muti. Non avevano tenuto in conto, però, quanto poteva uno scenario che sapevano pieno di mistero durante il giorno, diventare così inquietante sotto la luce lunare. Ridacchiavano nervosamente quasi schiacciati uno sullòaltro, come per darsi coraggio, quando le campane delle tre gli fece sobbalzare, prima che dicessero questa bocca è mia, un urlo terribile e disperato echeggiò tra le mura, impietriti videro una donna bianchissima, con catene alle braccia tutta insanguinata che correva lungo il corridoio, urlando a squarciagola in una lingua sconosciuta, ad un tratto si fermò, in silenzio, lentamente girò la testa verso loro, gli aveva scoperto! tutti tre si guardarono in faccia con il cuore in gola, il fantasma orrendo adesso camminava verso loro, trascinando una gamba, piangeva e allungava le magre braccia per prendergli. Urlare, girare e scappare fu tutto uno non avevano mai presso un tale spavento.

La sedia era rovesciata tra il lavello e il frigo, legato alla stessa, come un salame, giaceva Don Cesare, più morto che vivo, aveva le sopraciglia spaccati e un rivolo di sangue scendeva dal viso al ruvido pavimento, i folti capelli grigi erano scompigliati e sebbene il suo naso schiacciato di pugile avesse resistito dignitosamente l’impatto dei colpi, ora faticava a respirare.

– Lascialo stare adesso, disse lòuomo di nero con voce seccata, non ci dirà  nulla, piuttosto si fa uccidere, ce lo avevano anticipato.

– Aspetta, aspetta, gli rispose ansimando quello della faccia angolosa, mentre cercava di rimettere la sedia in piedi, faccenda molto impegnativa dato che il corpo esanime del prete era tuttòaltro che leggero.

Sotto la pallida pelle dello straniero, si delineavano le vene del collo gonfie per lo sforzo.

– E aiutami! Urlò verso il compagno.

L’Allegro vivace della sinfonia N° 5 di Tchaikovsky, inondava la piccola cucina, suonata in forma sublime dalla Radio Simphony Orchestra di Ljubljana; nessuno fuori poteva sospettare cosa accadeva al povero Don Cesare, abituato comòera l’intero paese alle sue eccentriche abitudini, tali come ascoltare a volume piuttosto elevato, musica classica fino ad alte ore della notte.

Infreddolito, i denti che gli battevano e la schiena appoggiata al tronco di un grosso cipresso, l’omone osservava delle ombre muoversi dietro le tende della finestrina illuminata. Il naso li colava provocandone un fastidioso prurito che lo stava facendo andare giù di testa.

Era fradicio fino alle ossa, aveva appena finito di telefonare al suo complice albanese comunicandole che era riuscito a localizzare il posto dove si nascondeva la ragazza, quando delle agghiaccianti urla sono arrivati dallòinterno della Rocca, aveva fatto fatica a trattenersi d’intervenire, ma lòordine dal capo era stato chiaro, doveva aspettare. Il profondo silenzio che segui alle urla e allo strepito non fecero altro che renderlo ancora più nervoso. Aveva il naso rosso e il pizzicore gli provocava ogni tanto delle raffiche di starnuti, che facevano un gran chiasso, lo sforzo per smorzare il rumore lo lasciava stordito. Dopo un intervallo che gli sembrò interminabile due sagome iniziarono ad agitarsi dietro le tendine gialle, si muovevano allòunisono, in un’improbabile danza, l’inusitato spettacolo buttò giù ogni indugio e destreggiandosi come un gatto, malgrado fosse mezzo assiderato si avvicinò alla porta laterale, quellòadiacente alla finestra illuminata, con strema delicatezza fecce girare la maniglia della grossa porta di legno, unòimpercettibile spinta e la porta si aprì senza uno scricchiolio. Non poteva andare meglio. Pensò l’omone. Si trovò dentro un ampio corridoio, dellòabitazione a destra proveniva il fruscio di voci che discutevano appassionatamente ma quasi bisbigliando. Il pizzicore dentro il naso peggiorò.

-“Bene”, si disse Sergei, l’omone dell’est, mentre si avvicinava alla porta portando una mano alla pistola, “finita la corsa, bella”. In quello stesso momento un incontenibile starnuto lo prese alla sprovvista, la porta si aprì con violenza verso fuori e il malcapitato delinquente finì disteso per terra, alzò la testa mezzo intontito soltanto per vedere arrivare una grossa padella diritto verso la sua fronte, e questo fu tutto.

Sabine spinse la porta, c’era un assoluto silenzio. Sabine, non era una ragazza ingenua, anzi, si era sempre considerata caustica e realista, i successi vissuti appena adolescente quando vedeva suo padre, fuori di testa, suonare il pianoforte mentre cadevano bombe su Nis, l’avevano segnato. Le scene di violenza alle quali aveva assistito lòavevano obbligato a crescere senza illusioni, ma aveva commesso lòerrore di sopravalutare la propria esperienza e la propria capacità  nel conoscere le persone. Le conseguenze erano state imprevedibilmente cruente. Ora era lì e sentiva soltanto il rumore assordante del suo cuore che batteva in fretta della paura. Era atterrita. Si guardò intorno, era all’interno di un corridoio, largo e con bianche colonne, come un portico. A sinistra una stretta porta era semiaperta, individuò la presenza di candele, una luce tremolante proveniva dalla fessura, rabbrividendo di freddo e di paura aprì lentamente la porta, rimasse senza fiato, davanti ai suoi occhi c’era una perfetta, minuta copia di una chiesa ortodossa rumena, lòinespressivo sguardo di decine d’immagini sacre lòosservava. Sfiancata si accasciò sull’ultima panca e iniziò a riflettere. Non voleva che la angoscia si impadronisse di lei, doveva assolutamente mantenere la calma. Qualcuno sicuramente era già  dietro le sue orme. Improvvisamente, con un brusco scatto, come dal nulla si trovò davanti un individuo altissimo, capelli e barba lunga, naso appuntito e occhi stralunati. Stravolta fecce un salto indietro e usci senza riuscire a trattenere un urlo, ormai fuori di sè, snervata. Uno, due, tre i rintocchi delle campane, mentre correva in mezzo al corridoio alla cieca, il sangue gli colava dalla ferita sulla fronte. Sullòampia scala di marmo, davanti a se riuscì a vedere immobili tre sagome, si fermò. Tre ragazzini osservavano la scena, terrorizzati. Gli vide e corse verso di loro, li sembrarono l’unico aiuto possibile, invece loro, urlando scaparono disperati verso il piano di sopra, perdendosi nellòoscurità . Arresa si lasciò cadere sfinita per terra.

Fratello Petrus era riuscito a riprendersi, la presenza inusitata di quella strana ragazza lo aveva veramente sconvolto per un momento, aveva avuto bisogno di qualche minuto per ricuperare la sua solita flemma, camminando piano si avvicinò alla ragazza sanguinante e avendo riconosciuto la propria lingua, con voce suadente iniziò a tranquillizzarla. Poteva capirla perfettamente, anche lui si era sentito in trappola qualche volta nella sua vita, tra prede ci si riconosce. Lei capì.

Il monaco con infinita premura la portò nella propria abitazione per medicarla e farli togliere quei vestiti madidi e gelidi. Lei lo lasciò fare, c’era qualcosa nel frate che l’ispirava fiducia. Ormai non aveva più nulla da perdere, e l’aspetto umile e lindo del gran salone mezzo spoglio la rassicurò ancora di più, l’unico mobilio era un letto stretto, un grande tavolo, due sedie e troneggiando su tutto un’altissima biblioteca colma di libri e pergamene, in un angolo uno strano strumento a corde, tondo come una grossa damigiana tagliata in due.

Riprendendo il fiato dopo qualche sorso di brandy, riuscì a raccontare, sorvolando tanti dettagli, com’era finita lì.

-Devi andare alla polizia, disse lui, mentre disinfettava la ferita della gamba.

-Non posso, se lo faccio loro se la prenderanno con la mia mamma o la mia nonna Sofie, che sono rimaste a casa.

– Mmmm… – mugugnava Petrus – Dobbiamo trovare la maniera di liberarti di quelli maledetti figli di buona madre, bastardi che non sono altro. Petrus non voleva pensare in quanti Ave Marìa avrebbe dovuto recitare per farsi perdonare tali bestemmie, ma era troppo infuriato per contenersi.

Lei era quasi sicura che la avessero inseguita, tutti due parlavano piano, lui intanto la faceva camminare avanti e indietro di fronte al cammino per attivare un poò la circolazione, giacché la gamba ferita era diventata viola e praticamente insensibile.

La fece bere ancora una goccia di brandy, e vide che le guance iniziavano ad avere un poò di colore. Proprio in quellòistante sentirono lo starnuto. Con i riflessi acquisiti in anni d’esperienza, Petrus spinse con forza la porta e sentì il tonfo, l’arma che trovò più alla mano fu la padella dove aveva fatto le caldarroste per cena, agì da istinto, ed ecco, lo sconosciuto era fuori gioco. Il Frate e la ragazza si guardarono ammutoliti, un cellulare iniziò a suonare.

Troppo tempo abbiamo perso, maledetta piccola stronza. Per colpa tua stiamo rischiando grosso. Questo pensava, mentre fumava nervosamente, Danut, Lenzu Danut. Parcheggiò la macchina frettolosamente nella piazza deserta del paese, guardò verso l’oscuro muro che si prolungava seguendo la linea della strada illuminata I lampioni emettevano una luce giallastra, la neve sui marciapiedi era sporca e acquosa.

– Era stata la sua prima operazione importante, e non poteva permettere che una stupida ragazzina rovinasse tutto. Avevano già  avuto la sfiga dellòincidente. Le altre due per fortuna non erano morte ed era riuscito a spostarle prima che arrivasse la pulla. Ma non poteva permettersi un altro errore.

Danut osservò lòinforme massa oscura oltre il recinto coperto d’edera. Dietro quel muro, dentro quel Castello c’era qualcosa che le apparteneva e per Dio! Lui se la sarebbe ripresa. Tirò su il colletto della giacca di pelle, accarezzo con le dita la superficie liscia della pistola in tasca e scuotendo le spalle a destra e a sinistra, con la sua istrionesca andatura, si avviò a passo deciso verso l’arrugginito cancello.

-“Ma perché quel deficiente di Sergei non rispondeva al cellulare?”

L’orologio del comune segnava le tre e trenta del mattino. Doveva sbrigarsi.

I ragazzi non avevano dubitato nel precipitarsi di corsa verso la casa parrocchiale, di fronte alla stazione, dove sapevano di trovare sveglio Don Cesare; a chi avrebbero raccontato cosa avevano visto e sentito, forse il povero Petrus era già  in mani di quella specie di vampiro, dovevano agire presto. Girarono l’angolo e lo scontro frontale fu inevitabile, Andrea e Beppe affondarono le facce in due sorte di rocce bagnate e nere che immutabili materializzarono due paia di braccia che riuscirono a trattenergli in piedi dopo l’impatto. Ismet era un poò discostato dagli altri, e per istinto rimase nell’ombra.

I due personaggi sinistri parlarono:

– State attenti! Siete per caso impazziti! Dove correte a quest’ora!

– Dobbiamo vedere Don Cesare, è urgente!

I due tizi si guardarono, uno disse:

– Non c’e’ Don Cesare, è partito da pochi minuti, verso Padova, affari di famiglia.

Non è possibile! E adesso che facciamo- si domando con disperazione Andrea.

Ismet, intanto si dileguava nellòombra.

– Forse noi vi possiamo essere utile disse quello con la faccia di scheletro emulando un sorriso che voleva essere affidabile.

– Anche noi siamo preti, disse l’altro.

– Ma siete per caso esorcisti?- Chiese Beppe, che aveva una fervida immaginazione ed era assolutamente incapace d’essere discreto.

-Ci vuole sicuramente un esorcista, abbiamo appena visto una specie di donna vampiro ululante e piena di sangue che a questo punto si è sicuramente fatto il poveraccio di Rumeno che abita alla Rocca.

I due tizi si guardarono di nuovo.

– Veniamo noi dissero al unisono, e si incamminarono a passo veloce verso la Rocca. I ragazzi trotterellavano dietro, incerti.

Ismet era già  arrivato alla casa del prete e forzando la finestra si era calato dentro. Quei brutti ceffi non li ispiravano nessuna fiducia, ed ecco la conferma, sotto il tavolo ancora apparecchiato, Don Cesare legato sconsideratamente con del nastro marrone, che si dibatteva come un pesce fuori dellòacqua. Almeno è vivo, pensò Ismet, prima che le occhiatacce del vecchio prete, che aveva ormai ricuperato i sensi, lo obbligassero a darsi una mossa.

Sembrava che quella sera tutti si fossero fissati appuntamento nel dimenticato castello. Inaspettatamente era diventato il fulcro di straordinari successi. Successi che avrebbero avuto insospettabili spettatori.

Nessuno poteva immaginare che il Castello era abitato da un paio di nobili fantasmi. Uno dei quali era Cecilia Gallerani, o quel che rimaneva di lei. Il suo spirito diciamo, non poteva essere più adirato, tutto questo trambusto lòaveva infastidito molto. Non sono state sufficienti le umiliazioni subite mentre era in vita, a cominciare dòessere stata obbligata a rinunciare alla fastosità  della vita a Milano, a rinunciare allòappassionato amore di Ludovico, a cambio di cosa? Del finto amore di un altro Ludovico, chiamato “Il Bergamino”?, che non è stato mai allòaltezza delle sue aspirazioni, i cui discendenti, figuratevi, oggi vendono latte e uova! Crudele destino!

Era una vera ingiustizia che adesso le sue penurie sòincrementassero con la sconsiderata invasione di loschi individui.

Aveva avuto la giovane Cecilia unòesistenza insignificante in una dimora chiamata ingannevolmente, ai nostri giorni, Villa Medici del Vascello, un nome troppo altisonante per un rudere che cadeva a pezzi.

Un certo periodo di splendore, però,còera stato quando ancora lei credeva che il suo amore per lòarte e per la cultura la avrebbe elevato, facendole dimenticare la puzza di sterco che aleggiava sempre sulla pianura attorno alla Rocca, ma fu inutile. Lo spirito di Cecilia non riusciva a trovare la pace, gironzolava tra la sua sepoltura a San Zaavedro e il suo Castello. Impotente, durante i secoli trascorsi, era stata spettatrice della decadenza della sua stirpe. E non solo, per sua tragica sfortuna, era stata condannata a “fare a pugni”, per così dire, con un altro spirito vagante, quello del principe Giuseppe Vidoni-Soresina, geniale ideatore degli incredibili giardini che sorgevano attorno al castello nel ‘600, il laghetto, la pagoda, le grotte dei folletti erano tutte opere sue. Per un mistero della vita, o della morte, anche il Marchese era rimasto incagliato tra le mura del Castello, in questa sorte di non morte. Ma come aveva potuto si domandava, Cecilia, e si sarebbe domandato per lòeternità , come aveva potuto quel ” Marchese dellòOrdine del Teson” e delle mie scarpe aggiungeva lei, permettersi di mutare la studiata architettura del suo giardino, non glielo aveva mai perdonato. Nonostante la diversità  dei caratteri, la principessa e il marchese avevano imparato a convivere dentro le stesse mure, e si erano sentiti spogliati ogni volta che le preziose soffitte a cassetto, gli affreschi, le statue di marmo e persino le umile colonne delle ringhiere, venivano distrutte o rubate, Inermi e abbandonati a se stessi,come una nave fantasma in mezzo a un mare di nebbia, o di oblio, così si sentivano queste due povere anime in pena, poiché gli abitanti di quel paese, San Giovanni in Croce erano tutti afflitti della fatale malattia, causata della mancanza di luce solare, detta “melancholikos cronicus”, il cui sintomo principale è rifuggire costantemente dellòallegria, essere depressi e non avere voglia di fare nulla tranne piangersi addosso, quindi anche loro si erano rassegnato ad abitare un castello destinato a diventare un mucchio di sassi.

Fino a quella notte di novembre…

Si accorsero che qualcosa fuori del comune stava per succedere. Tutto quel trambusto, quelli individui avanti e indietro del Castello, tutte quelle emozioni profonde vissute allòunisono. Possibile che questi eventi fortuiti riescano a svegliare di quel sopore gli abitanti dello sventurato paese? Cecilia, che vide che di mezzo còera una bella ragazza, era ottimista, ma il marchese Giuseppe, scettico come al solito, non ci voleva credere, quindi decisero di fare una scommessa. Chi avrebbe vinto sarebbe stato libero dòinfluenzare, con tutti gli strumenti permessi a ogni fantasma che si rispette, nella volontà  dei mortali per ricostruire i giardini della Rocca secondo il proprio criterio. Il perdente invece, avrebbe dovuto restare zitto per lòeternità .

Pensierosi, i due spiriti si dispossero a osservare il susseguirsi degli eventi, decissi a intervenire soltanto se fosse assolutamente necessario.

Il via vai di forestieri non era passato inavvertito, malgrado l’ora, agli attenti sguardi del paese. Sotto il portico, in piazza davanti il bar Sport, ormai chiuso, imbacuccati e con i berretti fino alle orecchie una piccola folla di vecchietti insonne osservava il divenire della situazione. La neve aveva ricominciando a cadere.

Qualcuno aveva visto un tizio entrare furtivamente, dal cancello e avviarsi seguendo il vialetto verso la Rocca. Poi videro i tre ragazzi correre con le facce sconvolte come scappando da qualcosa. Che diamine stava succedendo?

Stavano decidendo il da farsi, se chiamare il vigile, il sindaco o Don Cesare quando videro passare quei due forestieri insieme a Beppe e Andrea che gli inseguivano con l’atteggiamento di due cani bastonati. Tutti e quattro verso il castello.

Non c’erano dubbi, qualcosa d’inconsueto stava succedendo davanti ai loro occhi, dovevano intervenire.

– Dio Cristo! Dice uno, è possibile che ogni volta che arrivano stranieri ci siano dei guai.

– Ostia! Dice un’altro, stiano a casa loro! Qui nessuno li vuole.

Erano a questo punto, quando videro arrivare Ismet che sosteneva un Don Cesare abbastanza malconcio.

– Ma che Cazz.. Cavolo sta succedendo, chi le ha fatto questo Padre? Disse il nonno Cecco, perfettamente lucido nonostante gli innumerabili grappini consumati quella sera.

Tutti parlavano allo stesso tempo, fino che un gesto secco del “Don” gli fece azzittire.

Battista aveva riaperto il bar, le autorità  erano state convocate, il Sindaco e il maresciallo dei carabinieri, insieme con tutti i presenti aspettavano con ansia appena contenuta che il Don si decidesse a parlare.

E quando lo fece , disse:

-Due ignobili individui sono stati inviati da lontano a prendere il nostro caro Petrus, per portarlo via ad affrontare un crudele destino, non so esattamente chi gli ha inviato, ma so che sono molto pericolosi, quindi Petrus e i due ragazzi sono in grave pericolo.

Intanto, tra le mura del Castello le cose letteralmente precipitavano, Danut fece il giro cercando di arrivare alla parte posteriore, il suo compare non rispondeva al cellulare, la porta laterale era chiusa e tutto era completamente al buio. I rovi avevano creato una muraglia naturale, quindi Danut è costretto a penetrare per un poò nella boscaglia a fine di trovare un passaggio dove la vegetazione fosse meno fitta, invece si trovo rotolando sulla neve in una caduta che gli sembrò interminabile. Si fermò esattamente nel punto più profondo di quel che era stato l’antico laghetto, protagonista di memorabili regate, nel lontano anno del Signore 1817, ma questo lui non poteva saperlo, quindi sbuffando per togliersi la neve dal naso, iniziò la lenta risalita piuttosto disorientato. In quello stesso momento il suo complice rotolava giù di una scala mezzo stordito e sbatteva sgraziatamente la testa contro un water annerito dal tempo e la sporcizia, mezzo lì chissà  per quale insolita architettonica ragione, nel periodo del fascismo, in quellòepoca l’assurdo aveva un gran successo.

Chiusa la porta dello sgabuzzino, il frate si voltò verso Sabine, e gli disse: vedi, tutto si metterà  a posto, domani consegneremo questo verme ai carabinieri e poi loro ti proteggeranno, Don Cesare mi ha assicurato che in questo paese si rispettano i diritti delle persone, quindi devi avere fiducia.

Sabine, accennò un debole sorriso e assenti con la testa.

Il frate la guardò pensieroso, quella bella ragazza, sembrava quasi una bambina. Intuì il forte temperamento nascosto sotto lòapparente fragilità .

– Adesso andiamo a dormire un poò che tutti due ne abbiamo bisogno.

Non finì di dire queste parole quando una luce accecante le punto diritto agli occhi.

-Cosa fai, Dimitri?, gli disse una voce venuta del passato, una voce che non avrebbe mai più voluto ascoltare,

-Ti dedichi adesso alle ragazzine? Non è da te! Diceva la voce schernendolo con malignità .

– Che cosa volete?

-Lo sai che vogliamo, disse un’altra voce gelida, faci strada, andiamo a parlare in un posto più caldo, ho le chiappe congelate. E non fare nessuna sciocchezza.

Sabine restò ammutolita, e si strinse a Petrus, lui bisbigliò, calma.

I due ragazzi erano rimasti indietro, e quando videro spuntare le armi nelle mani dei due individui salirono di corsa le scale nascondendosi nel piano superiore, non capivano un tubo. Chi era Dimitri? E la ragazza, non era mica un fantasma, e sicuramente quei due non erano per nulla dei preti, Andrea e Beppe si guardarono angosciati. In quale pasticcio si erano cacciati? Aiuto!

Sentirono una voce che diceva : E dei ragazzi che ne facciamo?

L’altra risposi sprezzante: Lasciali perdere, sono dei cacasotto, e sanno che se parlano sono morti.

Danut era riuscito a risalire il terrapieno, ma si trovo di fronte ad uno strano edificio che aveva tutto l’aspetto di una voliera,la neve delineava chiaramente i contorni.

-Dov’era finito?, illuminò con la pila cercando un punto di riferimento, stava iniziando a innervosirsi.Iniziò a camminare, incerto. Lui non aveva idea che più avanti nella direzione che aveva preso e su quel sentiero si sarebbe trovato con una pagoda cinese, un tempio indiano, una bella capanna olandese con tanto di palle di molino, ma dove diavolo era finito il Castello! Stava bestemmiando tra sé e sé, quando si accese una fiocca luce a sinistra, si girò di scatto e provo a correre verso la luce, non fece che uno, due, tre passi e il nulla.

Quando aprì gli occhi si trovò testa in giù dentro di una specie di pozzo nascosto dalle erbacce coperte di neve, la pila fece una capriola di fronte ai suoi occhi e cadde girando su se stessa illuminando una fila d’appuntite lame conficcate tutte attorno ai muri circolari dellòantico pozzo. Il rumore sordo dell’impatto della pila con l’acqua segnalò la fine della corsa. Dopo qualche istante un secondo impatto. La pistola! Danut rimasse senza fiato, aveva una mano ferita, quella che lo aveva salvato, sentiva che le gambe scivolavano giù non trovando un appoggio stabile, no ci pensò due volte, era troppo arrabbiato, appoggiò l’altra mano su quello che sembrava una sporgenza e si spinse su, come immaginava la sporgenza si rivelò un’altra lama che gli tagliò la palma ma in forma molto più lieve. Si lasciò cadere al indietro, e poi, disteso sulla neve controllò i danni, due mani tagliate, forse qualche costola rotta, la pila e la pistola perse. Qualcuno mi vuole male, pensò.

-Maledizione, addirittura un pozzo con i coltelli!

Lui non era mai stato superstizioso, ma stava iniziando ad avere dei dubbi.

Dentro del Castello i due sinistri personaggi si davano da fare…

-Dimitri, tu hai fatto un grosso sbaglio, e sai benissimo che chi sbaglia deve pagare – diceva con voce perentoria quello più alto, mentre con molta parsimonia faceva sedere i due prigionieri uno di fronte all’altro e procedeva a legarli con l’immancabile nastro di scotch marrone – quindi se non vuoi che qualcosa di molto brutto gli capiti alla tua amichetta, devi fare esattamente ciò che noi gentilmente ti chiederemo. Comunque, continuò a blaterare il tizio più alto, devo riconoscere, che non è messa tanto bene. Dimitri, Dimitri- diceva canzonandolo- non hai ancora imparato a trattare le donne.

Intanto quello della faccia angolosa, dopo avere legato Sabine, aggiunse qualche legno al fuoco, presse l’aggeggio di ferro che serviva per attizzare le braci e quando vide che l’estremo era arroventato lo avvicinò pericolosamente alla faccia del monaco, con un sorrisetto che presagiva l’inizio di un macabro divertimento.

Danut era riuscito a penetrare nel cortile posteriore del Castello, tutto continuava ad essere sospettosamente silenzioso. Appiccicando la schiena al muro, si muoveva nel buio. Alla cieca, tastando con le mani indolenzite, intuì una porta, era chiusa, aveva la chiave infilata nel buco della serratura, girò la chiave e quando aprì cautamente sentì dei lamenti sommessi.

Chi c’é! Chiese con la voce più tremola di quanto avrebbe voluto.

-Danut! Sono io.

-Sergei! Come caz…! Un passo, il vuoto e unòaltra caduta rovinosa, addosso a qualcosa di molle e piagnucoloso.

I due individui, dopo non poche contorsioni riuscirono ad uscire allòesterno, paonazzi e carichi di rabbia.

-Dove é la ragazza? Disse Danut

-In quellòabitazione -risponde Sergei-, ma non so con chi sia.

Questa volta lòomone prendeva più precauzioni per avvicinarsi alla porta della abitazione, per fortuna aveva smesso di starnutire.

Non ho capito come sei finito lì, disse Danut seccato.

Neanchòio, rispose Sergei.

-Adesso basta! Disse Danut, furioso, andiamo a riprenderci la ragazza e filiamo via!

ok!

Con irruenza fecero irruzione nella spoglia abitazione del monaco, giusto in tempo per evitare a Petrus di essere chiamato in futuro, l’orbo. Il ferro rovente era ad un millimetro del suo occhio destro.

La coppia di pseudopreti rimasse impietrita un decimo di secondo.

-Chi sono questi?! Disse lòindividuo della faccia angolosa.

-Non lo so, disse lòaltro, e con malignità  continuò, ma ormai per loro é troppo tardi

-Sapevo che avevo ragione di odiare i preti – fece in tempo a dire Danut prima di buttarsi urlando, Adosso!

Dopo di che, lo scontro fu indescrivibile. Cattivi contro più cattivi. Il pandemonio che si scatenò a seguito, spari, pugni, calci, poté soltanto aumentare, quando facendo un gran trambusto, arrivarono le forze dell’ordine, con il maresciallo in testa, seguito di una decina di carabinieri, seguito di Don Cesare, seguito dall’Sindaco che sbandierava il suo doppio mento d’assicuratore di successo con soddisfazione, seguito dei tre ragazzi, e chi più ne ha più ne meta!

La schiera di vecchietti curiosi, invece, era stata obbligata per ragioni di sicurezza a rimanere fuori dei muri del castello e avevano dovuto accontentarsi sentire il fragore della battaglia che arrivava in sordina fino alla strada.

I tre ragazzi non si sarebbero mai sognati un tale spettacolo,una Notte di Halloween così non si era mai vista!

Loro non erano scappati, come aveva anticipato quel tizio. Certamente non erano degli eroi, avevano avuto paura, eppure approfittando della confusione avevano liberato il monaco e la povera Sabine, ed erano riusciti a metterli in salvo.

Tutti e tre erano fieri di se stessi e si congratulavano a vicenda.

-Ragazzi che avventura! Ma avete per caso, intravisto tra il maremagum di persone quella strana coppia vestita di bianco, lei ogni tanto batteva le mani divertita, era una bella ragazza bionda, lui invece un tizio col pizzo, tutto impettito. Chi sa chi erano…

Il sole faceva capolino in un cielo inusitatamente limpido, il furgone dei carabinieri s’allontanava per la via Giuseppina portandosi dentro i quattro delinquenti che ancora non capivano cosa era andato storto. Il Bar Sport era stipato di parrocchiani, l’ambiente era esaltato e festoso, ma l’arrossamento negli occhi di tutti rivelava la notte in bianco appena trascorsa. Le troppe emozioni vissute avevano sfibrato i protagonisti delle vicende. Sabine, seduta di fronte ad un delizioso cappuccino bollente e una brioche appena sfornata, guardava con un sorriso i suoi fortuiti compagni d’avventura, Fratello Petrus, i ragazzi, Don Cesare, seduti attorno a lei allo stesso tavolo, sorrideva immaginando lòespressione che avrebbero fatto la mamma e Nonna Sofie quando avrebbero ascoltato il suo racconto. Lòincubo era finito. Sapeva che non avrebbe mai dimenticato quella notte, quel posto e quelle persone. Fuori in piazza còera tutto il paese, parlavano dellòaccaduto e ridevano divertite.

Dell’altra parte della strada, oltre il giardino, la nobile facciata della Rocca sembrava quasi luccicare, qualcuno aveva appeso un antico arazzo alla ringhiera e la brezza mattiniera lo faceva ondeggiare come in altri tempi.