La Famiglia

Ivan Fiorentino
(Italia)

L A   F A M I G L I A

La vita scorreva senza nessuna nube sul cielo della vita del contabile Meyer. Questo era quello che avevano sempre detto tutti quelli che lo avevano conosciuto!

Si, poteva dirsi davvero un uomo realizzato il signor Meyer. E allora perché, perché aveva deciso di impiccarsi?

Nessuno riusciva a darsi spiegazioni di sorta per il gesto estremo di quello che era sempre sembrato a tutti un tranquillo uomo di mezza età , sposato, padre di famiglia, con un lavoro tutto sommato ben retribuito.

La moglie osservava silenziosamente la salma del marito deposta nella bara. Era una signora sulla cinquantina piuttosto piccola, mingherlina. Vestiva a lutto e ogni tanto si portava il fazzoletto agli occhi per asciugare qualche sciocca lacrima versata in nome di quell’uomo che aveva smesso di amare da molto tempo ma che gli aveva pur sempre dato due bambini.

La folla dei parenti entrava silenziosamente nella stanza a dare l’ultimo saluto ad un uomo che tutti dicevano “troppo buono per poter continuare a vivere e lottare in un mondo come questo!”

C’era anche la madre del signor Meyer al suo capezzale. Una robusta contadina, che aveva versato sempre così tante lacrime per il proprio figlio da non averne più altre da spendere in occasione del suo funerale…

Si, lei soltanto sapeva ciò che la vita del signor Meyer nascondeva a tutti gli altri, che lo avevano conosciuto soltanto quando era ormai da tempo finita la sua giovinezza. Proprio questa fase della vita del nostro personaggio era stata gravida di conseguenze. Non ultima la decisione di suicidarsi…

Ma lasciamo, per ora, la stanza in cui il signor Meyer resta ancora al mondo per un po’, prima che l’arida terra sia gettata sulle sue ossa…

Il contabile Meyer aveva conosciuto la donna che aveva sposato in tarda età , quando era ormai sulla trentina. Aveva trascorso nell’amarezza e nel rimpianto gli ultimi anni della sua giovinezza…

Era un bell’uomo e aveva avuto parecchie occasioni per realizzare quell’ideale di vita pienamente vissuta, quei sogni di felicità  impossibile che hanno sempre costituito il cruccio dei poeti di tutti i tempi. Con lui il destino era stato davvero prodigo di occasioni… C’erano stati giorni in cui la sua anima si era riempita di sensazioni così celestiali che a lui pareva stesse toccando il cielo con un dito. Era stato amato, era stato amato… Lui, lui solo fra le schiere di quelle anime sempre pronte a spiccare il volo che sono i poeti, aveva avuto la fortuna di poter dire davvero cosa fosse “l’estasi”!

Pensava ad uno dei suoi poeti preferiti, Ernst Theodor Amadeus Hoffmann. Pensava a quanto il grande tedesco avesse sofferto nella sua vita. Pensava a quella Julia March, che il poeta era riuscito ad amare “solo da lontano”.

No, tu no signor Meyer… Tu avevi avuto davvero la possibilità  di afferrare quella chimera che gli uomini chiamano felicità .

Io vi conosco, signor Meyer, conosco alla perfezione ogni vostro più segreto pensiero, ogni vostra nascosta aspirazione, ogni vostro desiderio!

Non mi sarei deciso a raccontare la storia della vostra vita se non avessi potuto dirmi certo di conoscerla fin nel più piccolo dettaglio!

Erano stati gli anni universitari quelli più dolci e più prodighi di possibilità  per il nostro ormai ben noto signor Meyer.

Aveva vent’anni quando giunse nella città  in cui compì i suoi studi. Per quanto avesse combinato tali guai da non poter considerare “memorabili” quei suoi anni di giovinezza egli sentiva nel profondo dell’animo che soltanto in quel periodo della sua vita aveva provato qualcosa di paragonabile alla “più perfetta letizia”…

L’amore, l’amore più puro, più etereo, più celestiale si era insinuato come un demone nell’anima sognante del signor Meyer… Tutti, tutti i poeti hanno sempre sognato di poter vivere esperienze appena paragonabili a quelle che il nostro personaggio aveva avuto la fortuna di vivere da giovane.

Due esseri, due esseri che si fondono in uno solo. Un uomo e una donna tra cui non ci sia la minima ombra di disprezzo, di tedio reciproco, di incomunicabilità .

A voi signor Meyer sono davvero capitate tutte le fortune che un uomo di spirito elevato possa augurarsi di vivere.

E le avete sprecate miseramente…

A trent’anni la “vita spirituale” del nostro personaggio era ormai completamente esaurita. Era ben conscio il signor Meyer che non avrebbe potuto più “sentire” quelle stesse sensazioni che aveva avuto la fortuna di provare da giovane.
Giunto all’età  di trentadue anni aveva conosciuto la donna che avrebbe sposato per pura inerzia, per pura vigliaccheria…

Forse il nostro caro signor Meyer era troppo piccolo borghese per poter apprezzare davvero sensazioni destinate a riempire del tutto solo l’anima dei poeti.

Talmente elevate erano state quelle sensazioni di quei suoi anni di giovinezza, che il solo fatto di vedersele svanire davanti agli occhi lo aveva ormai quasi del tutto inaridito.

Ma non aveva saputo sopportare a lungo quella solitudine, quell’amarezza che era stata la naturale conseguenze dei suoi fallimenti giovanili…

Sentiva che si può amare veramente soltanto negli anni della giovinezza.

Pensava che, dopotutto a trentadue anni un uomo non ha ancora smesso del tutto di essere giovane… Le sue giornate scorrevano ormai in una maniera davvero deprimente. Provava troppo disgusto di sé stesso. Una sua vecchia amica, tempo prima, gli aveva fatto conoscere una ragazza non più tanto giovane. Il signor Meyer iniziò a provare una specie di simpatia, un certo qual interesse per quella donna ormai matura. Un’altra giornata di noiosissimo lavoro era trascorsa senza lasciare traccia sull’anima del nostro eroe. La sera se ne stava steso su quella sua misera branda. A un tratto gli vennero le lacrime agli occhi.

“Niente, anche oggi non è successo niente…” -pensava il misero impiegatuccio.

Aveva iniziato a piangere quasi per inerzia. Nell’incoscienza quelle lacrime che gli solcavano gli occhi servivano a ricordargli che nonostante tutto era ancora un uomo.

“Forse c’è una speranza” -si era detto- “forse potrò ancora cavarne qualcosa da questa vita squallida.”

Prese il suo quadernetto e iniziò a scrivere questa lettera:

Cara

Non riesco a trovare le parole… Scusami ma sono un po’ emozionato, non so neanch’io quello che sto facendo. Dopo tutto quello che mi è successo la vita mi ha costretto ad avere paura, paura di tutto… E non è giusto, non è giusto sprecare così la propria vita! Ma io davvero ho perso l’abitudine a troppe cose per poter capire davvero quello che mi succede. Non so mai se sia qualcosa di bello o di brutto. Ho preso di tali bastonate nella mia vita che sono stato sempre costretto ad aspettare che fossero prima gli altri a fare qualcosa…

E’ piuttosto conveniente così. Si soffre di meno!

E per uno come me forse sarebbe meglio così… Ma certe volte mi sento così squallido a non avere qualcuno che mi voglia bene.

Ho sbagliato, ho sbagliato molto nella mia vita…

Io saprei anche quello che ci sarebbe da fare, ma poi al “momento fatidico” sbaglio sempre tutto. E forse sto sbagliando ancora. Forse davvero corro il rischio di romperti le scatole.

Eppure io vorrei chiederti:

Ci si può impedire di esprimere i propri sentimenti?

Daniela io non voglio né importunarti né adularti. E non voglio neppure correre il rischio di perdere un’amicizia che mi sembra abbia un grande valore.

Per questo mi risulta così difficile provare a parlarti.

Io credo davvero che tu sia diversa rispetto alle altre persone che ho conosciuto.

Fin dal primo giorno che ci siamo visti tu sei riuscita a capire alcune cose di me che forse neanchòio conoscevo.

Anche se posso rischiare di rovinare un’amicizia non posso impedire a me stesso di parlare!

Io mi sono un poò affezionato a te…

Ti prego di non giudicare queste righe troppo fredde.

Ho combinato di tali guai che forse sto sbagliando anche a scriverti…

Credo di averti chiesto scusa troppe volte, Daniela.

Io spero, spero fino all’ultimo che tutta la mia vita non sia finita, che ci possa essere qualcosa di bello, che Dio possa aver perdonato i miei peccati, e che possa concedermi almeno qualche periodo di grazia.

Ti voglio bene, Alfredo Meyer.

Mentre il nostro personaggio aveva scritto queste parole era stato in preda a una vera emozione, come non gli capitava di viverne più da molto tempo.

Quando la signora Daniela Abati aveva finito di leggere questa lettera non aveva saputo come reagire al contenuto della missiva. Non era più molto giovane. Non era una brutta donna. Ma i segni della bellezza e della giovinezza sembrava che stessero per abbandonare per sempre il volto di quella donna molto minuta…

“E se questa fosse l’ultima occasione per vivere almeno gli ultimi scampoli di gioventù?” -Pensò.

Passarono settimane senza che i due si vedessero.

Ma quando finalmente si trovarono l’uno di fronte all’altra i due si sciolsero in un tenero bacio. Mentre si baciavano, Dio aveva visto scorrere qualche lacrima dai loro occhi, una volta tanto felici…

Come tutto nella vita, anche quel loro amore non era destinato a durare a lungo… Neppure la nascita di due bambini aveva potuto rinsaldare un legame che era nato morto dapprincipio.

Non era stato un sincero e appassionato sentimento ad aver unito quelle due creature, ma solo la paura dell’inesorabile scorrere del tempo. Sarebbe arrivata la vecchiaia… E li avrebbe sorpresi ancora da soli ad aspettare, magari in un altro mondo, un gesto d’affetto, una tenerezza, un po’ di calore umano…

A tutto questo avevano pensato quando si erano decisi a sposarsi.

Alfredo Meyer e Daniela Abati avevano unito i loro due fallimenti.

Non sarebbe potuto nascerne niente di buono! Ma, tant’è, la vita ha le sue pretese e i suoi riti, il suo carico d’angosce, di paure meschine, di timore che “ormai tutto è finito”…

E oltretutto il signor Meyer sapeva di essere un tipo eccessivamente cerebrale. E proprio questo suo carattere gli aveva impedito di cogliere quelle felicità  celestiali per cui persino Flaubert avrebbe volentieri dato in cambio la vita!

Aveva rinunciato per meschinità , vigliaccheria e pusillanimità  agli “amori eroici” e si era dovuto accontentare della “parvenza di un sentimento”.

Ormai indietro non poteva più tornare…

Dieci anni erano trascorsi, dieci anni di misera e meschina vita coniugale.

Il signor Meyer era diventato così vigliacco da non avere più nemmeno il coraggio di alzare qualche volta la voce e litigare con sua moglie, come avrebbe avuto tutti i motivi per farlo.

Tra i due non era rimasta più che “qualche svogliata carezza” e “neppure un po’ di tenerezza”…

“Che squallido che sono!” -Si ripeteva in continuazione Meyer.

Una sera si svegliò di soprassalto. Voltandosi aveva visto la moglie nel suo letto. Per un attimo aveva provato a immaginare al suo posto il suo “grande amore di gioventù”…

Davanti ai suoi occhi si era materializzata l’immagine dell’unica donna che avesse realmente amato, all’infuori di sua madre…

La cosa strana era che lui riusciva a vederla com’era nel momento in cui si erano conosciuti e amati, a ventiquattro anni. Vedeva il volto sorridente di quella donna, una di quelle fanciulle create apposta da Dio perché facciano impazzire un poeta.

La mente del signor Meyer andò a quel “sogno di gioventù”. L'”amore vero”, l'”amore vero”… A lui era toccato in sorte quello per cui intere generazioni di poeti hanno pregato e sospirato.

Ed era stato talmente idiota da perderlo!

Non era riuscito ancora a farsene una ragione il signor Meyer. Non era ancora riuscito ad accettare quella “sconfitta d’amore”… Per il semplice fatto che una voce nella sua coscienza gli aveva sempre ripetuto in continuazione che non sarebbe dovuta andare così.

Era stato torturato da questo pensiero per tre interi anni della sua vita. Anni buttati al vento! Il vento dei rimpianti…

E non era bastato quel po’ di felicità  domestica che gli aveva garantito la signorina Abati… Quel po’ di calore, neppure due figli avevano potuto convincerlo che la sua vita avrebbe dovuto avere un corso del tutto diverso!

Quella sera davanti al volto addormentato della moglie aveva rivisto al ralenti tutti gli anni migliori della sua vita… Era come se Dio lo avesse voluto convincere della sua esistenza… Si, pensava a questo il signor Meyer! Era convinto che molti episodi della sua vita fossero stati organizzati così per lui direttamente da Dio. Egli voleva fargli sentire la Sua vicinanza, la Sua presenza.

“Vedi caro, io ti ho prescelto, io ho voluto che tu vedessi cose che agli altri umani fossero precluse. Affidati a Me e non morirai in eterno!”

C’era stato un periodo nella vita del signor Meyer in cui davvero era riuscito a provare a sé stesso l’esistenza di Dio.

Era arrivato al punto di dirsi:

“Si, Dio c’è!”

Ed era stato questo pensiero a torturarlo per anni interi!

Sentiva di avere in qualche modo “disubbidito a Dio”.

La coscienza di questa colpa lo aveva divorato a poco a poco…

Non lasciando altro spazio dentro il suo io che per queste semplici parole:

“Tu hai contraddetto con la tua vita quello che Io ho cercato sempre di farti capire!”

Il signor Meyer per anni interi era stato estromesso dal “consorzio umano”.

E la decisione stessa di sposarsi era stata presa per sentirsi in un certo senso “reinserito” tra gli “esseri umani”.

Ma sentiva che, inesorabile, svaniva ogni tipo di sentimento per quella persona a cui pure era legato da un senso di gratitudine.

Non la aveva mai ringraziata abbastanza sua moglie, per tutto quello che lei aveva fatto per lui. Eppure aveva capito ormai che non avrebbe potuto più amarla.

Davanti alla sua mente erano trascorsi dieci della sua vita accanto a quella donna. Dei due bambini che avevano avuto una era una down. Forse anche questo aveva contribuito a renderlo sfiduciato nei confronti di qualunque cosa avesse mai potuto riservargli il futuro. Non c’erano stati che pochi momenti di tenerezza tra due esseri che alla fine avevano continuato a rimanere estranei l’uno all’altra…

Troppo diversi, troppo delusi e falliti erano entrambi perché avesse potuto continuare ad andare avanti a lungo quella menzogna.

Accarezzò dolcemente il volto della moglie, che continuava a dormire ignara degli sconvolgimenti che si verificavano nell’animo del marito.

Questi intanto aveva iniziato ad andare in giro nervosamente per la stanza. Sudava, sudava freddo! Non riusciva a prendere una decisione definitiva. Non era stato mai in grado di farlo nel corso della sua vita…

Alla fine riuscì a mettersi a sedere alla sua scrivania. Prese un foglio di carta su cui riuscì a scrivere a malapena queste semplici parole:

“Mi dispiace.”

Si avvicinò in lacrime alla moglie, la baciò teneramente sulla fronte e se ne andò in un’altra stanza…

Quella stessa in cui la vedova Daniela Meyer lo aveva trovato impiccato al lampadario!

Di fronte a questa scena la povera donna riuscì soltanto ad emettere un grido vuoto, senza alcun suono, tanto era l’orrore che stava provando.

Durante la celebrazione del funerale qualcuno dei presenti aveva sentito la vedova Meyer ripetersi in silenzio queste poche parole:

“Non mi ha mai amata, non mi ha mai amata.”