La Caduta

Giulio Iovine
(Italia)

L A  C A D U T A
Ragion ritorna ove partissi Amore.
(La Ragione ritorna dove Amore se n’è andato)
Palazzi, La Verità  in cimento, I – 3, 1720

Rinfrescato dalla breve pioggia notturna, il mattino non pareva che attendere Adeline come suo dovuto coronamento. La luce era netta e invadente. Alle otto in punto il signor Farrinder era entrato nellòufficio che i due condividevano, al piano attico di un vecchio grattacielo di new York. Lo avevano comprato quasi quattro anni prima come sede principale per la loro piccola azienda di commercio. Adeline, che lòaveva fondata e la dirigeva, ripeteva sempre che non avrebbe sopportato nessun altro posto se non quello, per la sua vicinanza al Central Park, che si estendeva interminabile dallòaltra parte della 5th Avenue. Dal finestrone rettangolare dellòufficio, si vedevano le cime degli alberi ondeggiare al minimo filo di vento che veniva dallò Hudson. Dallòaltra parte di Manhattan lòEast River scavava il cemento. Era giugno inoltrato. Sul vetro scendeva via via un sussurro luminoso fino alle due scrivanie e si allargava sul tappeto che Robert aveva comprato a Teheran – còera andato a diciannove anni, lòestate prima di iscriversi ad economia a Yale. Il resto dellòufficio era più una casa che uno studio: si allungava per una decina di metri, e non aveva altro mobilio che una poltrona rossa; per il resto, alle pareti stazionavano scaffali, come binari in fuga prospettica, carichi di libri. Il resto del piano, di là  dalla porta, ospitava normali uffici dove lavoravano gli impiegati. Ma solo lì, negli anni e con i libri, Robert e Adeline avevano consolidato il loro dominio.

Come ogni primo lunedì del mese, il signor Farrinder aveva spolverato gli scaffali, messo a posto tutte le pratiche sulla scrivania, stampato altre pratiche molto urgenti, e buttato giù al computer le bozze di alcuni contratti. Il lavoro fatto da solo aveva il dono di assorbirlo del tutto dai suoi frequentissimi episodi di distrazione, che invece lo assalivano quando lavorava in equipe. Allora si metteva spesso a fissare nel vuoto un qualcosa che sapeva solo lui. Invece, lasciato a sé stesso e con lo sguardo minaccioso di Adeline che nuotava nella sua fantasia, gli bastò unòora a terminare quanto gli competeva in qualità  di Amministratore delegato e Segretario della sua società ; e lavorò bene. Il lunedì riscopriva sempre un qualche stimolo posticcio per il suo mestiere, dopo il weekend passato a fare tuttòaltro. E se andava bene, gli durava fino a martedì.

Adeline non arrivava. Ed erano ormai le nove. Robert si era messo calmo ad ascoltare. Di là  dalla porta non sentiva che il fitto ronzio dei computer, il fruscio dei fogli, i passi, le voci dei dipendenti. Non còera il battito soldatesco dei tacchi di Adeline, non i suoi squillanti e secchi ‘buongiorno, mister Priceò, ‘la vedo bene, Forestò, ‘oh, Warren! Ciao. è andata bene la vacanza?ò. Adeline aveva una cordialità  schietta e potente.

Robert incrociò le braccia, allontanò con la spinta delle gambe la poltrona mobile dalla scrivania, e sprofondò in essa sbuffando. Così proprio non andava. La noia cominciava a farsi insopportabile e lui non poteva piantare il lavoro dopo un paio dòore. Non per la terza volta in un mese.

Entrò Adeline. Soprappensiero per pochi istanti, Robert non aveva sentito il regolare calpestio dei tacchi di lei. La accompagnava miss Trump, la segretaria, che grazie alle zeppe guadagnava quei dieci centimetri che attutivano i suoi complessi per il fatto di essere bassa. Robert evitò di guardare le scarpe argentate a bande rosa, i jeans attillati, la magliettina sottile che si aggrappava al busto, il tatuaggio sulla spalla nuda, la tinta viola dei capelli neri. La signorina Trump non sapeva cosa fossero giacca e cravatta. Ma ad Adeline piaceva.

“…e questo per il trasporto di domani. E ricordati” le diceva “che quando arriva il rappresentante portoghese, devi parlarci tu, prima di mandarlo nel nostro ufficio.”

“Ma a che ti serve che ci parli io, Adeline? Non sono mica lòaddetta alle pubbliche relazioni.”

“Devi terrorizzarlo. Trattalo male, fai minacce generiche e apocalittiche, fingi di volerlo fare arrestare… e poi rivelagli che ti piacciono tanto i cinquantenni latini che si occupano di frutta e verdura.”

“Ma perché devo fare la scena madre con quel trippone?” sbuffò Jen, con i pollici nelle tasche, dondolandosi lentamente e con fastidio. “E dai, su, oggi faccio il turno ridotto. Non rovinarmi il pomeriggio.”

“Dove pensavi di andare?”

“Niente di che, un giretto ad Albany. Vado a trovare mia sorella. Còè un locale, dove lei lavora, inaugurato da poco; vi ci devo proprio portare.”

“Lascia perdere. Ho venticinque anni… fra un poò mi fanno entrare solo in geriatria.”

“Eh?” esclamò Jen, come se Adeline avesse detto chissà  quale eresia.

“Non è niente, Jen… Lòaltroieri aveva un poò di mal di schiena, si è suggestionata e ora dice tante scemenze per farsi compatire. Ha la vocazione del martire.” la silurò con affetto Robert.

“Ma sentilo!” sibilò Adeline, ridendo. “Va bene, Jen, vai pure. Fra due ore mi manderai il portoghese. Prima, ricordati di fare come ti ho detto.Comunque vada, io e Robert lo faremo a pezzi.”

Jen guardò Robert, stupita. Le segretarie che aveva conosciuto lui avevano una certa reverenza per lòAmministratore Delegato. Jen non ne aveva granché – simpatia, certo; ma reverenza, no.

“Ma chi, Robert?” esclamò.

“Si, e non sarebbe neanche il primo che abbatto.” disse Robert tentando di darsi un tono. Poi si alzò e andò verso la finestra. Da lì, senza vederla, sentì la porticina che si chiudeva. Ora in stanza còerano solo lui e Adeline. Non sentendo il cigolio della sedia sulla scrivania accanto alla sua, si voltò e notò che in effetti Adeline non si era seduta lì. Anzi, aveva fatto pochi passi oltre la porta e si era lasciata cadere con un ruggito di sfinimento sulla poltroncina rossa. Era rosso anche il suo tailleur leggero, con i bottoni di madreperla; e le asticciole con cui reggeva la crocchia dei suoi capelli nerissimi. E neri erano anche i suoi guanti, tenuti per puro gusto ornamentale, e i suoi stivali. Di poco acceso, in lei, còera solo la faccia, pallida e – ora che Jen era uscita – com nauseata. Teneva gli occhi serrati.

“Ogni anno che passa Jen diventa più matta, eh? Fra poco non mi darà  più retta.” disse, azzardando un tentativo di conversazione.

Adeline non rispose.

“Perché oggi hai tardato?” riprese.

Adeline non rispose.

“Sei strana… Bè, qui ci sono le pratiche Farrell. Per quel trasporto via mare dalla Cina. Se vuoi vederle….” e gliele porse.

Adeline non si mosse.

“…Vogliamo cominciare a lavorare? è uno splendido giorno!” gridò, con una smorfia sulle labbra.

Adeline aprì gli occhi e lo fissò delusa.

“Sembri un cretino.”

“Oh, insomma!” sbuffò Robert, cominciando a girare in tondo per la stanza.

“Insomma cosa? Dici cose senza senso.” soffiò Adeline, insofferente. E accavallò le gambe.

“Tu fai cose senza senso.”

“è solo un malumore senza motivo.”

“C’è un motivo per tutto. Specie per te, che non hai un minimo di introspezione.”

“L’introspezione è lòoppio degli impotenti! è per quelli come te, che non agiscono mai. Te la cedo volentieri. Piantala di seccarmi col tuo appiccicoso buonumore!”

E si alzò, viperina, sibilando. La mano destra tremò.

Robert chinò la testa e si rimise alla scrivania. Nello spostare una carpetta, fece cadere il portapenne. Si alzò per raccoglierlo, ma due braccia lo trattennero. Adeline lo raccolse per lui, e lo abbracciò stretto per qualche minuto, senza dire nulla. Poi si separò da lui, toccandosi la fronte. Camminò con spossatezza verso la scaletta di legno che stava accostata alla libreria: la afferrò; vi si appoggiò con un sospiro.

Robert accettò le scuse. E si rimise a sedere alla sua scrivania.

“Stanotte ho fatto un sogno terrificante.”

Robert alzò gli occhi.

“Davvero? E te lo ricordi bene?”

“…Si.” brontolò lei.

“E allora racconta. Sono curioso. Chissà  che non serva a farti sfogare.”

Adeline attese un poco, poi parlò.

“Eravamo io e te. Come se unòaltra soluzione non fosse possibile. Uno accanto allòaltra camminavamo sulla riva di un vasto oceano. Era, credo, mattina, ma fitta di nebbie grasse, e grosse nuvole liquide roteavano troppo in alto. Finchè non arrivammo ad una montagna. Qui io divenni inquieta, ma tu sembravi abbastanza sereno. Come se non aspettassi altro! Io volevo svicolare, ma tu mi hai preso per mano e mi hai portato alla base del monte, la cui cima forava il tetto delle nubi. In quel momento mi resi conto che eravamo giganteschi.”

“Grandi, cioè valorosi? In senso morale?”

“No, no: proprio giganteschi. Eravamo alti entrambi quindici metri, o forse anche di più. E cominciammo a salire il monte.”

“Perché?”

“Non lo sapevo. Tu sembravi saperlo, ma non me lo dicevi – io ti chiedevo con unòaria da ebete tragica: perché? perché? E tu mi zittivi col dito sulle labbra.”

“Ma dai. Per una volta sono io che do ordini a te.”

“Già . Nella vita di tutti i giorni non ti avrei mai permesso di zittirmi. Ma continuiamo. Dopo un poò le nebbie non còerano più, ma il sole si faceva di sangue via via che salivamo, e noi sempre più immensi, sempre più a strapiombo sulla stretta parete verticale. Qualcosa, sulla vetta accecante, còera qualcosa, che ci aspettava.”

“Qualcosa o qualcuno?”

“Vaò a sapere. Una strana presenza. Qualcosa e qualcuno. Non saprei dirti di più. E poi quel rombo di tuono, sempre più forte, e la roccia sempre più nevosa. Superammo le nubi schierate sopra di noi; non so dirti se còera più celeste o più rosso, se era più vasta la pianura del cielo, o la distesa delle nuvole, o la parete della montagna.”

“Hai potuto allora vedere la vetta?”

“Maledizione! No! Còera una luce incandescente. Tentavo di fissare quello che stava lassù in attesa, e gli occhi mi stillavano sangue e dolore. Ogni secondo a testa alta – io sto sempre a testa alta, Robert, lo sai! – mi costava un chiodo nelle palpebre. Non ho visto nulla.”

“Ed io che facevo?”

“Ma che ne so. Perso nei tuoi progetti, come al solito. Insolitamente determinato, fissavi la vetta del monte, tu che potevi, e i tuoi occhi erano chiari e sereni, anche nella preoccupazione.”

“Cosa mi preoccupava?”

“Qualcosa che vedevi, lassù. In realtà  penso che il dolore nel guardare fosse lo stesso del mio, ma eri così deciso a guardare che non distoglievi gli occhi. Non so poi quanto tu abbia capito di quello che hai scorto. Sta di fatto che ad un certo punto mi fai: attenta: ci ha visti e reagirà .”

Chi ci aveva visti?”

“Sempre quella presenza lassù in cima, ed io ebbi paura. Una paura demente, che da ogni parte mi venisse un attacco, un artiglio che da ogni angolo mi prendesse con sé.”

“Ma sòè poi mossa, questa cosa sulla vetta?”

“Eccome. Ha scoccato un fulmine.”

“Un fulmine!”

“Si, e non chiedermi come: però lò ha fatto, e quel fulmine mi sfiorò la spalla. Fu come ricevere una frustata rovente. Per il dolore misi un piede in fallo e scivolai. Non caddi, perché lo appoggiai ad unòaltra cima – eravamo alti chilometri e chilometri! Ma arrivò un altro fulmine e colpì te, in pieno torace. Per la rabbia mòinterposi tra te e la vetta, risalendo a forza, piantando le unghie nella roccia. Il terzo fulmine mi prese in testa. Sentii una scossa tremenda, ma questo non fece altro che aumentare la mia furia. E stavolta il fulmine lo scoccai io.”

“Addirittura! E come?”

“Uscì fuori dai miei occhi, lampeggiando. Era ardente – gli occhi lacrimarono qualcosa che sangue non era, come se finalmente li avessi usati dopo un lungo oblio. Allora al mio fianco sei comparso tu…E intanto che rispondevamo al fuoco, correggendo man mano il tiro, salivamo verso la vetta.”

“Ce l’abbiamo fatta?”

“No. Dalla vetta caddero due, tre, dieci massi giganteschi. E uno ti prese. Perdemmo lòequilibrio insieme, io scivolai per tentare di trattenerti e tu per non cadere ti spostasti e mancasti lòappoggio con la parete. Precipitammo giù per il cielo che rimbombava e tuonava dei massi e delle nostre grida, fino al mare.”

“E ci siamo caduti dentro?”

“Tu si, inghiottito dalle onde. Il mare t’aveva chiuso sotto di sé, nelle acque limpide verdi bottiglia. La mattina era diventata tersa e luminosa ed io ti vedevo benissimo. Riuscii ad interrompere la caduta aggrappandomi ad un masso sporgente. E di nuovo guardai verso lòoceano. Tu eri sparito sotto la superficie: vedevo la tua forma, dall’alto, che nuotava verso le sponde opposte, che si perdevano allòorizzonte. Stavi fuggendo, Robert, perché io vidi mille ombre nere, mille occhi senza pupilla, mille figure troppo lucide, troppo rapide, che tri si addensavano dietro. Io ti gridavo, ma non mi sentivi.” e qui Adeline balzò in piedi stringendo le unghie nei pugni. “Capivo cosa volevi fare: volevi nuotare fino all’altra riva, fitta di foreste, che scorgevo appena di là  dallòoceano. E per darti man forte, mi sono buttata in acqua, nuotando verso i tuoi inseguitori.”

“E poi?”

Adeline sospirò.

“E poi niente. Mi sono svegliata. Erano le sei del mattino. Non ho avuto la forza di alzarmi dal letto prima che la luce entrasse del tutto nella stanza. Intorno al mio letto saltellavano strane creature buie, dagli enormi occhi.”

“Allora sognavi ancora.”

“Non del tutto, un poò ero sveglia: la mia vicina di casa, che abita nella villetta accanto alla mia, la sentivo che cantava sotto la doccia. Eppure loro erano là  e mi hanno anche parlato a lungo; ma convinti, eh! Io non capivo niente: e non riuscii a muovermi prima delle otto. Prepararsi per il lavoro è stato faticoso, e sono pure arrivata in ritardo di mezz’ora.”

Si sedette di nuovo sulla poltroncina. Durante il racconto, Robert era rimasto immobile.

“Cosa ne pensi?” sussurrò Adeline.

Robert stette zitto per un attimo.

“Non saprei proprio.” disse alla fine.

“Capisco. Non ti biasimo, mio caro: non è certo un sogno comune, per me. Ne ricordo altri, ma nessuno così lungo, così nitido e così incomprensibile.”

“Forse un buon analista?…”

“Mi vuoi spedire da Fordyce, ora? Sul Times lo definiscono un inetto.”

“Che còentra Fordyce ora? Io dico un qualunque analista. A New York sono migliaia.”

“Lo trovo francamente senza alcuno scopo. Non tollero che degli estranei pasticcino nel mio mondo interiore. Specialmente non tollero risposte generiche o speculazioni anali. Mi terrò il dubbio, o lo dividerò con te.”

“Il che, come garanzia, non dà  molte sicurezze” rise Robert.

Adeline abbozzò per la prima volta da giorni un sorriso sincero.

“Non abbatterti.” disse. “Tu riesci sempre a confortarmi. Vedrai che non farai eccezioni, questa volta.”

Robert fece un inchino per gioco.

“Però, per adesso, sono poco trattabile da chiunque.”

“Ho visto.”

Robert tacque per un attimo, come rimuginando. Adeline salì la scaletta della libreria dal suo lato, si fermò a qualche metro dal suolo, mentre la lunga mano appuntita, con lòindice proteso verso la schiera compatta di volumi, scorreva avanti e indietro sullo scaffale, tra Erodoto e Forster. Cercava un libro in particolare ma indugiava a trovarlo.

“Senti, Adeline: e se ce ne andassimo?”

Adeline si bloccò.

“Come, scusa?”

“Ma si, dai. Prendiamoci un giorno di ferie. Questo ufficio oggi mi sembra angusto fino allòinverosimile.”

“Vero che si?” esclamò Adeline, brandendo un volume. “Figurati che stamattina, entrando al piano terra con Jen, ho avuto una nausea fortissima.”

“Tanto non avremmo fatto niente, oggi: io sono pigro e lento e tu sei schizzata. Come minimo mi avresti tirato addosso il computer, se tòavessi costretta a lavorare.”

“Vieni, imbecille” rise Adeline “usciamo.” esclamò Adeline, con un buffetto sulla tempia di Robert.

Quando Phillips, della sezione Contabilità  & Crediti, sollevò la testa e dalla sua scrivania prese a fissare la porticina dellòufficio direttivo, ne vide uscire a passo di carica la sua Direttrice Esecutiva e il suo Segretario che le teneva dietro. Lasciò cadere la graffetta sul pacco di ordinazioni per settembre e si alzò in piedi.

“Eh, no: poche storie” protestò. “Non ve ne andate mica così facilmente. Ho una marea di cose da chiedere! Signor Segretario, dove pensa di dileguarsi?”

“Andiamo, Phillips, se ha dei problemi può mandarmi una e-mail. è la procedura standard.”

“Lo farei, signor Farrinder, se lei le leggesse! Il suo computer è uno sfacelo di virus e lei volutamente lo ignora!”

“Signorina Andrews!” gridò Peterson dellòAccettazione Clienti. “Lei non può andarsene ora, stiamo scherzando? Deve incontrare questo pomeriggio il signor Fonseca, o non vorrà  mai affidarci le sue merci. Non possiamo assolutamente perdere questo affare!”

Lòintera sala, vastissima, occupava tutto lòambiente dellòattico. Non còerano che scrivanie, almeno una quindicina, allineate: e alle scrivanie stavano quasi tutti coloro che per mangiare dipendevano da due dirigenti dòazienda nevrotici e depressi. Nel sentire il balbettio seccato di Adeline, nel percepire che persino lei si trovava a cedere – che non avrebbe aggredito lòinsolente Peterson calpestandolo a morte coi suoi tacchi, allora quindici teste si alzarono e si voltarono verso la sventurata coppia; come un gruppo di pesci, che danzano sospesi sul fondale per confondere gli occhi di noi che li guardiamo, e sembrano un solitario, terribile organismo; con questòunisono le teste si volsero verso di loro.

Aaaargh, pensò Adeline.

Fingersi morti?, meditò Robert.

“Ma dove andate?” gridò Jen.

“A fare due passi” rispose piano Robert.

“Ma poi tornate?” inquisì Fredericks.

“Può darsi” rispose Adeline.

“Si o no?” sbuffò Myers.

“E se si, entro quanto?” precisò Wallace.

“Sentite un poò!” gridò Adeline. “Io e il Segretario, per ragioni eminentemente personali, ci prendiamo un giorno di allegra nullafacenza – naturalmente sul registro scriverete: ferie. Lo scalerete dalle ferie previste per la dirigenza in agosto, secondo lo statuto aziendale. Buongiorno e buon lavoro, signori.”

Silenzio tremendo.

“Ma perché ve ne andate così?” chiese Taylor, impugnando una puntatrice.

E Adeline, in tutta tranquillità , gli rispose: “Non sono affari tuoi, Bernard.”

Erano ormai le undici e mezzo.

La 5th Avenue era, come sempre, un carnaio. Ma anche alle persone, nel loro più puro ingombro fisico e sudaticcio, si può diventare bellamente indifferenti. Circondati da un popolo di dinamici e profittevoli attivisti, Robert e Adeline era come se fossero soli.

E fu nella più secca solitudine che poterono parlare. Robert cominciò:

“Proprio non mi aspettavo una tale resistenza. Terribile, huh? A momenti ci rimanevamo dentro per sempre.”

Adeline rispose sbuffando.

“Forse è il caso che dòora in poi badiamo a chi assumiamo, eh?”

Adeline neanche si voltò. Fissava con occhi stanchi e slavati la strada davanti a sé. Il bar dove faceva colazione ogni tanto e sempre il pranzo… la fumetteria preferita di Robert… qualche depliant calpestato per una mostra al Metropolitan…

“Dove si va, ora?” domandò con aria stupida.

Robert considerò le opzioni per due minuti.

“Bè, io direi di andare da me. Pranziamo assieme. Ti va?”

“Preferisco a casa mia, Bob. Tanto stasera dovevi venire a cena da me. Così risparmiamo tempo. scusa, ma oggi ho bisogno della mia poltrona.”

“Nessun problema.”

Ed era vero, perché tanto abitavano a venti metri lòuno dallòaltro da ormai quattro anni – dallòarrivo a New York e dalla fondazione della Andrews & Farrinder Inc. erano vicini di casa esattamente come lo erano stati i loro genitori, che possedevano due villette a schiera nella stessa strada di una ridente cittadina del New England. Percorrendo i suoi primi sei metri con le sue proprie gambe, il piccolo Bob era inciampato nel girello di Adeline, che allòepoca si faceva già  molte camminate in lungo e in largo (le ragazze sono sempre le prime, diceva). Si erano conosciuti così: tredici mesi lui, undici lei. Bei tempi.

“Cosa vuoi per cena?” chiese Adeline.

“Ma non deve essere una sorpresa?”

“Si, scusa; volevo dire per pranzo. Non era previsto che tu venissi, posso anche cucinare su ordinazione.”

“Fa un poò tu. Non so che dirti.”

“Va bene. Non ho voglia di rimpinzarti. Ti accontenterai. Del resto mi tocca già  nutrirti stasera… e considerato quanto mangi, è fin troppa fatica.”

“Quando vieni tu a cena da me, cara Adeline, mi faccio ogni tipo di scrupolo per presentarti qualcosa di più che decente.”

“Perché sei una chioccia rompiballe, Robert! Lo sai che tutte quelle cosine tipo cucina, cucito e ballo di primavera non mi vanno a genio. Ti ci sei sempre trovato più a tuo agio tu. Fuori dagli obblighi lavorativi, mi impegno solo per chi ha stretti meriti personali, tipo te.”

“…sei solamente pigra fino al ridicolo, Adeline.”

“La pigrizia è una scienza esatta!” proclamò lei. “Ora che ci penso, come procede la telenovela con Fiona?”

“…si chiama Fanny.”

“Quello che è. Quell’insulsa creatura. Che fa, ti pianta in tronco o resta?”

“Se ne va. Ma tutto sommato non ne ho sofferto troppo. Non penso, alla fine, di amarla ancora. Voglio dire, ci sono state donne, nella mia vita, che hanno contato molto di più.”

“Ma lo so, Bob, lo so bene!” esclamò lei. “Conosco i miei polli. Le uniche ragazze che vanno bene per te sono quelle che ti presento io. Tu non sei buono di scegliertele. Vedi Fanny.”

“Scusa, Adeline, ma da quando mi hai presentato quella specie di vichinga di Britta ho dei seri dubbi sul tuo discernimento.”

“Che aveva che non andava?”

“Puzzava di pesce.”

“Tu adori il pesce!”

“Non addosso a una donna.”

“Certo che sei difficile.”

Passò una limousine. Un tale si sporse e li salutò a gran voce. Era un vecchio collega della facoltà  di Economia. Robert fece un cenno di saluto un poò tirato e scosse Adeline, che però non fece neppure finta di notarlo.

“Piuttosto, non mi faresti passare da casa per cambiarmi dòabito? Non mi va di venire da te in giacca e cravatta. Le detesto già  sul lavoro.”

“Io te lò ho detto e ridetto mille volte, ma da quellòorecchio proprio non ci senti. Per me potresti anche venire a cena in mutande. In genere mi preoccupo solo del mio abbigliamento. Ho tentato più volte di correggere il tuo, che è uno sfacelo: ma mi è bastato il primo esaurimento nervoso.”

“Io mi vesto come è decente vestirsi.”

“Appunto: male. è sciapo, come ti vesti. Non ci badi mai.”

“Dovrei starci unòora al giorno, come te?”

“Ma no. Per uno senza pretese come te basterebbero venti minuti.”

“Grazie, ma ho di meglio da fare.”

“Ne dubito. Sai quanto ti aiuterebbe? In società , dico. Tu hai sempre quei modi di fare molto ossequiosi e amichevoli con tutti; verrebbero esaltati da un abito come si deve.”

“Tanto, ogni volta che andiamo ad una festa o ad un convegno tu finisci per dire a tutti quello che pensi di loro e ci cacciano via a calci.”

“A me piace dirle in faccia, le cose.”

“Ma dare del porco a Rutherford, della Trumpet & Co.?…”

“Mi ha palpato il sedere. Ed è sposato e con figli. Ma in realtà  di questo me ne importa poco: fare quattro salti con un uomo tediato da quella moglie lì avrebbe anche il suo lato divertente. Però, vedi, non gli avevo dato il permesso di palparmi; né gli avevo fatto capire che in qualche misura io fossi attratta da lui. Dopo aver dissimulato per due volte con un sorriso, alla terza palpata gli ho detto in tutta tranquillità  che poteva piantarla di fare il porco con me, perché non avevo intenzione di cedergli quel terreno in Brasile per cui sbavava tanto.”

“Ah, ma allora era questo che vi premeva!”

“Ovvio. La gente, capisci, vede il mio corpo e pensa automaticamente che io sia unòaprigambe facilona.” In effetti Adeline era una bella donna, molto prosperosa, e – per calcolo – molto provocante. “O peggio ancora, che sia schiava dei miei sentimenti. Ma il mio cervello è quello di un uomo. E capisco meglio dei miei concorrenti dove loro stessi vogliono arrivare.”

“E la tua dignità  di donna?”

“Primo: di questa palpata nessuno saprà  niente, perché mrs Rutherford detesta gli adulteri e mr Rutherford non è un coglione. Secondo: la mia dignità  di donna può anche accontentarsi se preferisco prenderla sul ridere, piuttosto che fare un puttanaio per una toccatina sul sedere – tra lòaltro, dovuta ad una mera transazione dòaffari. Terzo, la dignità  è una roba più tua che mia.”

Robert chiamò un taxi che si era fermato vicino al marciapiede. Salirono sul marciapiede4. il guidatore era arrivato da poco in città , ma parlava un inglese salvabile. Era forse i Rangoon. Robert gli disse lòindirizzo – un lontano sobborgo di new york, lungo lò Hudson. Il taxi ripartì. Dai finestrini chiusi la luce del sole colava insieme ai rumori attutiti del traffico.

“Ormai è quasi mezzogiorno. Senti che razza di caldo. Apri il finestrino, su.”

“Còè lòaria condizionata, Adeline!… stai calma!”

“Dòaccordo” e si sbottonò il tailleur per respirare meglio. Guardò dal finestrino la città  che sfilava, lentamente, come in una pellicola. Dal nulla emergevano le vetrate, i negozi, i palazzi, venivano verso Adeline lungo il finestrino, e tornavano con un guizzo nel nulla. Lòuniverso era comodamente rinchiuso in un nastro trasportatore, e Adeline lo consultava in silenzio, guardandolo e non vedendolo, ora in tralice ora pescando particolari.

“Stai pensando al sogno?” chiese.

“Si. Tu?”

“Anchòio. Ci ho pensato fino adesso.”

“Hai trovato qualcosa?”

“Dipende. Il fatto è che è troppo preciso per essere un sogno.”

“Non so cosa farci: io me lo ricordo così. Non lo sto arricchendo di nessun particolare.”

“Ti credo. Del resto nulla esclude che tu fossi solo nel dormiveglia. Lì i sogni sono vigili, molto facili da dirottare e da ricordare. Più che sogni sono visioni. Ci hai pensato? Potresti aver vissuto unòallucinazione prolungata, unòavventura, una tua fantasia.”

Adeline sgranò gli occhi.

“E perché no? Continua, non còè male.”

“Voglio dire, mettiamo da parte unòinterpretazione dei sogni tradizionale. Servirebbe a poco. Qui, più che tuoi lati nascosti che vengono a galla, vivi una tua fantasia di cui sei tranquillamente al corrente. Solo che ti permetti di accarezzarla nei momenti in cui il tuo cervello abbassa la guardai. La stanchezza e il sonno compromettono la lucidità .”

“Cosa intendi con tranquillamente al corrente? Io non ho la più pallida idea di cosa significhi questa mia avventura.”

“Ma dai! Ne abbiamo parlato molto tempo fa.”

“Di cosa?”

“Di cambiare vita.”

Un sobbalzo. La macchina aveva inchiodato davanti al rosso. Il tassista non batté ciglio.

“Mi pare un po’ banale. E poi quando ne avremmo parlato?”

“Prima di iscriverci allòuniversità , a Yale. Ti ricordi?”

“Robert, è stato sei anni fa. Quasi sette, ormai.”

“E con ciò?”

“Non puoi pretendere che mi torni alla mente così, per caso.”

“No, infatti: te lò ho dovuto ricordare io.”

“Va bene, va bene: e che còentra con la mia visione?”

“Riflettici. Sei anni fa avevamo la testa piena di cose letterarie, di musica e via dicendo. Ma ci eravamo detti che Economia era la soluzione giusta, perché ci avrebbe dato ciò che volevamo: la conoscenza di come effettivamente va il mondo.”

Adeline rimase assorta: e continuò, ripetendo quello che aveva già  detto:

“E la possibilità  di cambiarlo. Nel mondo il denaro è il primo valore pratico: inserendoci nei meccanismi che determina esso stesso, saremmo riusciti a trovare un posto attivo e rispettato in quel mondo nel quale ci sentivamo estranei.”

“Brava. Dopodiché ci iscriviamo, ci laureiamo a tempo di record e fondiamo la Andrews & Farrinder. E cominciamo a fare i soldi. Dopo tutto questo tempo, non si può dire che, pur essendo relativamente giovani, io e te non si sia visto parecchio mondo, nel fresco e nel marcio.”

“Apparentemente quello che volevamo lòabbiamo ottenuto.”

“Però qualcosa non va.”

“Perché?”

“Giudica tu. Io ormai trattengo a fatica gli sbadigli, quando sono al lavoro: e tu, dopo giornate in cui ti butti su unòattività  frenetica e cieca, fai delle pessime dormite. Non scarichi la tensione. Non sei soddisfatta.”

“Capirai. Tutti possono passare dei periodi di stress.”

“Ma ci sono sempre dei motivi.”

“A cosa stai pensando?”

“Penso al tuo sogno. Io e te che andiamo in giro sulla riva dellòoceano, in mezzo alla nebbia, come a dire in un ambiente che dà  poche sicurezze. Ad un certo punto ti attraggo verso qualcosòaltro.”

“Si vede che lòinsoddisfatto sei tu, non io.”

Robert arrossì ed esitò un attimo.

“Lò ho mai negato?”

Adeline tacque.

“Lo vedi? Io mi ero accorto di te e tu di me. Del fatto che non ci troviamo granché a nostro agio. Da mesi, presumo. Ma non ci siamo detti niente.”

“Siamo due paurosi, caro Robert. Si vede che temiamo lòinsoddisfazione.”

“Più che temere lei, temiamo di non poterne uscire.”

“Il discorso si fa fin troppo fumoso.”

“D’accordo. Atteniamoci al sogno, Adeline. Io ti conduco verso il monte e cominciamo a salire. E via via che saliamo cresciamo di statura.”

“Non dimenticare la vetta invisibile.”

“Brava. Qui sta il punto. Il monte è un percorso di apprendimento. E sulla cima sta la verità .”

“Il Vero? Con la maiuscola?”

“Niente di così drastico. Una banale presa di coscienza sulla nostra situazione interiore. Se ci fai caso, più saliamo e più diventiamo grandi e potenti. Questa verità  su di noi ci nobilita, siamo più vicini alla nostra perfezione. La cima del monte è il posto adatto a noi, previsto per noi.”

“Adesso esageri. Sia io che te abbiamo il perfetto controllo della nostra situazione interiore.”

“Si, ma se arrivasse qualcosa di nuovo dallòesterno, ce ne accorgeremmo?”

“Forse con qualche riluttanza, ma io penso di si.”

La macchina ora sfrecciava sullòautostrada. In lontano, lò Hudson e il loro quartiere. Il verde florido dei giardini spiccava fin da laggiù. Robert chiuse gli occhi, e rimase immobile. Adeline si rimise a guardare il finestrino.

“Ho detto una scemenza.” pensò, con uno strano torpore. Ebbe un fremito, e dal pozzo profondo della sua mente qualcosa tentò di emergere. Adeline provò a pensare ad altro. Guardò fuori alla ricerca disperata di un oggetto qualsiasi su cui scaricare un magone pesante come un macigno. Qualcuno con cui prendersela.

“Edward” cominciò a dire seccata “non mi contatta da settimane.”

Robert aprì gli occhi.

“E cosa còè che non va?”

“Ci deve prenotare i biglietti per lòopera!”

“Quale opera?”

Adeline digrignò i denti.

“LòOpera House di Sydney, imbecille!” gridò. “Dovevamo andare con lui, Sally e Page a sentire il Werther di Massenet. Te lo sei già  dimenticato?”

Robert corrugò la fronte, poi fece un tentativo di resistenza.

“Ma è questo dicembre, mica domani. Non abbiamo neanche prenotato lòalbergo, abbi pazienza… ma scusa, andiamo fino in Australia per una serata allòopera?”

“Due settimane per Natale, Bob! SVEGLIA!”

“Vabbè, non è poi vicinissimo come periodo. Non è il caso di scaldarsi tanto.”

“Mi sembra di parlare con un… Hai una vaga idea di cosòè quel teatro? La gente si prenota decenni prima. Edward vive là  e poteva tranquillamente prenotare un palco, muovendosi per tempo. Tre settimane fa mi ha detto che lòavrebbe fatto. Da allora non lò ho più sentito.”

“Capirai, chissà  quanto sarà  impegnato, poveretto. Questo mese al sua azienda mette sotto osservazione i bilanci e lui sarà  ridotto a trattenersi in ufficio fino alle due di notte.”

“E a bestemmiare in bagno nei pochi minuti liberi.” completò Adeline con un sorriso. Conoscevano Edward dai tempi dellòuniversità . Era del Queensland, uno poco abituato viaggiare o a stare allòestero, tantòè che dopo la laurea era ritornato precipitosamente a casa sua. Robert, Adeline e il loro gruppetto erano lòunico motivo che potesse spingerlo a passare dei brevi periodi da esule, come diceva lui, in uno dei loro strampalati viaggi culturali. Ma la sua scarsa tendenza a spostarsi non implicava per niente il fatto che non avesse prenotato i biglietti per il Werther. Poteva farlo comodamente da casa, al telefono o via internet.

“Ma si può sapere perché hai tirato fuori questo argomento?”

“Non lo so. Volevo darti fastidio!” rispose lei scoprendo i denti.

Il taxi si fermò con un colpo secco. A pochi metri còera la casa di Adeline. I due pagarono e scesero. Presero ad incamminarsi verso il cancelletto della casa. Sulla larga via asfaltata, la più grande del quartiere, si affacciavano due schiere parallele di villette. Dal meriggio scaturiva un liquame luminescente e torrido. Dalle case uscivano mille voci e mille odori. Probabilmente a quellòora erano tutti a pranzo. Poche macchine andavano avanti e indietro sulla strada: non si vedeva nessuno camminare sul marciapiede. Rumori di bambini in lontano vennero smorzati dalle grida di una donna.

Ogni villetta aveva un piccolo giardino davanti a sé, e un sentiero di ghiaia o di cemento che tagliava lòerba e conduceva alla breve scalinata e alla porta. La casa di Adeline era proprio davanti a quella di Robert, con uno scarto di pochi metri. I due giardini erano però diversi. In quello di Adeline còerano cespugli: more, lamponi, fragole, roseti bianchi o rossi. Quello di Robert vantava tre ippocastani e un acero, alti ormai più della sua finestra più alta. Ma i giardini veri – quelli più curati – erano dietro le case.

Proprio allòaltezza del cancelletto di casa Andrews venne loro incontro Sally Fairfax, una vecchia amica di liceo che abitava a pochi isolati da loro. Allargò le braccia nel salutarli. Aveva le guance color pesca, e una maglietta dello stesso colore, ma più vermiglia.

“Ciao, cari!” disse con quel buon umore inesauribile che non si capiva mai da dove venisse. “Stavo proprio per venirvi a trovare in ufficio. Come mai tornate a casa con tanto anticipo?”

I due puntarono gli occhi uno al cielo, lòaltra al suolo.

“Ci siamo presi una giornata di ferie.” disse poi Robert, come se non avesse importanza.

“Davvero? Oh, bravi, bel colpo – ma penso che ve lo possiate permettere, nella vostra posizione di vergognosi riccastri. Bah, buon per voi. Vi cercavo per dirvi che ho ricevuto una mail da Edward.”

“Ah, si?” esclamò Robert guardando Adeline con compassione.

“Si. Mi ha scritto dal computer di suo fratello. Il suo pare che sia esploso. Si ricordava a memoria solo il mio indirizzo. Si scusa per il ritardo. Ci ha prenotato biglietti e albergo. Page si porta dietro suo fratello, e vengono anche Jonathan e Fred. Io poi vorrei portare una mia collega melomane, che voi non conoscete, ma Fred si – le va dietro da un poò, senza grandi risultati. Dovremo vederci a cena tutti insieme una di queste sere, così ve la presento.”

“Ottima idea, cara Sally” rise Robert. “Così, alla fine, portiamo tra i canguri lòintera compagnia.”

“S’intende, Bob: neanche a farlo apposta, il nostro albergo è fuori città , proprio vicino ad una piccola riserva. E lì farà  un caldo bestia, questo Natale. Altro che New England! Non potremo far altro che lunghi escursioni nei boschi.”

“Due settimane di boscaglia? Ci vedo bene. Poveri cittadini!” sorrise Adeline. “Ma dal momento che non potremo star lì anche di notte, ecco per te, da spedire a Edward” e tirò fuori dalla borsetta un plico di fogli piegati e graffettati “un elenco di spettacoli, concerti e mostre da andare a vedere, in giro per l’Australia. Edward non deve far altro che prenotare.”

“Stasera stessa glieli mando.” disse Sally, e intascò il pacchetto. “lòaltra questione di cui vi volevo parlare è questa. Siete mai stati in Italia?”

“Purtroppo no. è un vecchio sogno. Dovevamo andarci lòestate scorsa, ma ci è toccato di stare un mese in Angola per alcuni problemi con i nostri affari là .”

“Tu pensa che volevano sequestrare il carico di merci che la nostra ditta si era incaricata di portare qui a New york, per un nostro cliente molto importante.” disse Adeline, seccata. “Avevamo già  sistemato tutto anche con chi esportava la merce, quando per non si sa quale impiccio legale ci hanno bloccato il carico nel porto di Luanda.”

“Bè, e allora? Affari del vostro cliente.”

“A parte il fatto che un cliente in genere non capisce mai che non tutti gli errori sono colpa nostra; e infatti, quella specie di carro armato di Bristow della Fleming Inc. non lo capì affatto; ma quei forsennati, oltre al carico, avevano sequestrato il contenitore. Cioè le navi incaricate del trasporto: e quelle appartengono a noi.”

“E tra queste la Fairview, il nostro cargo più grande e veloce. Insomma, addio Italia.” commentò Robert. “Dovemmo andare lì e alla fine la spuntammo, ma che tristezza.”

“Aspetta, Bob: è stato quando ti sei preso la malaria?”

“Non era la malaria, era una strana malattia tropicale con un nome impronunciabile, rarissima.”

“Glielo avevano detto, sai, Sally, di non avventurarsi nella giungla da solo: ma questo qui, se non fa di testa sua…”

“Mi ricordo! Ci prendemmo tutti uno spavento terrificante! Se Robert non avesse dato segni di miglioramento dopo tre giorni, ci saremmo tutti precipitati laggiù a soccorrervi.”

“Non vi siete persi granché. Non faceva altro che dormire e delirare.”

“Bè, sentite, stavolta ho qualcosa che vi ripagherà  ampiamente del tempo perduto. Saprete, immagino, che lòanno scorso, ad un nostro ricercatore di stanza in Egitto, è capitato sottomano un papiro praticamente integro, scritto in greco, redatto in età  imperiale, che conteneva 590 versi ripartiti in tre colonne. La notizia ha fatto però eco solo nel nostro ambiente.”

“Ne so qualcosa.” intervenne Robert. “Un ditirambo di età  tardo-arcaica… si vorrebbe che lòautore fosse Simonide, ma per saperlo possiamo solo aspettare che vengano schiarite le scritte a margine dei fogli, annerite dal tempo.”

“E questo come fai a saperlo, Bob?” lo rimbeccò Adeline, stupita.

Robert arrossì.

“Sally mi passa ogni tanto lòAmerican Journal of Classical Philology.”

“Questa poi. E che aspettavi a dirmelo?…”

“Vi risparmio i dettagli tecnici.” li interruppe Sally, prevedendo il battibecco. “Il papiro è stato affidato al dottor Fenton, che qui in America detta legge in questioni papirologiche e filologiche. E Fenton non ha voluto altri, per farsi aiutare, che la sua allieva più dotata e carina.” e qui Sally si indicò e rise, felice come una bambina.

“Complimenti, carissima: per la tua carriera è un bel balzo in avanti.”

“Lo spero. Ma lòimportante viene ora. I risultati preliminari delle nostre ricerche verranno presentati da me e da Fenton a Firenze, il prossimo maggio. Dovrò recarmi là  per tre settimane. E voi verrete con me.”

Adeline rimase a bocca aperta. Robert mandò un sorriso incredulo.

“Non dovete ringraziarmi, è un viaggio di lavoro anche per voi. Mi dovrete assistere. Io e il dottor Fenton leggiamo bene lòitaliano, ma lo parliamo da schifo. A me poi manca tutto il vocabolario. Voi due, invece, lòavete sempre studiato bene fin da piccoli. Mi ricordo che da ragazzi parlavate italiano per non farci capire un accidente di cosa vi dicevate, e funzionava.”

“Sally, questo viaggio è un regalo che davvero… non ci lascia parole per rispondere.” sussurrò Adeline appena si fu ripresa.

Volevano andare in Italia da tanti anni. In Italia e in India: la seconda per il fascino mitico, la prima per suggestione culturale. Avevano rotto le scatole ai loro rispettivi genitori per mesi, per farsi iscrivere ad un liceo privato dove poter studiare greco, latino, italiano e altre amenità . Finito il liceo, avevano proseguito quegli studi come un hobby, che ora erano ormai una malattia, un qualcosa dòinvisibile e inconfessabile, che li divorava dallòinterno.

“Con il vostro aiuto, potrò pronunciare un discorso comprensibile davanti a tutti quegli accademici.” disse Sally. “Il resto degli studiosi presenti parla inglese o tedesco, ma qui non còè problema perché il tedesco lo parliamo tutti e tre.”

E Sally continuava, ma loro erano già  altrove. Si salutarono con grande affetto, e Sally fece per allontanarsi, quando ad un tratto si voltò e disse:

“Ragazzi, ma la salute va bene?”

I due si bloccarono. Stavano attraversando il cancelletto.

“In che senso, scusa?” chiese Adeline.

“Bè, non per farmi i fatti vostri, ma Robert è pallido, ha le righe rosse negli occhi e due occhiaie così, e tu stai vistosamente dimagrendo, oltre ad avere due palline sparate fuori al posto degli occhi e gli zigomi sporgenti. Non siamo estranei, quindi ho pensato che…”

“Nessun problema.” disse Robert. ” E visto che siamo appunto amici, accetterai di buon grado quanto sto per dirti: non parliamone.”

“Agli ordini!”

Sally salutò e se ne andò saltellando e canterellando.

“Io non capisco perché sia sempre così dannatamente di buon umore” sibilò Adeline. “Non ha molto denaro, lavora come un mulo e ha una fama solo accademica.”

E Robert, invece di fare spallucce riderci sopra come suo solito, rispose amaro:

“Perché fa quello che le piace fare.”

I due tacquero e salirono fino alla porta di casa Andrews, che era di un rosso acceso, in forte contrasto con la gamma di verdi del giardino anteriore.

Entrarono nel soggiorno. Robert evitò la sua solita poltrona filiforme metallica (Adeline aveva la fissazione dei mobili dòarte) e si buttò sul divano bordeaux davanti alle finestre. Il soggiorno era molto ampio e spazioso: oltre al divano e alla poltroncina (sotto i quali si stiracchiava un immenso tappeto rosso) in un angolo stava il televisore, e al centro un tavolo. Alle pareti, riproduzioni di quadri celebri, ricordi di mostre, concerti, stagioni liriche o di prosa. Adeline non temeva i ricordi e spesso si crogiolava nel richiamare alla mente antichi attimi estatici, e piaceri indelebili.

“Allora, se ti va bene, io ti preparo qualcosina. Poca roba, perché non ho fatto la spesa e l ultime cose le ho tenute da parte per la cena di stasera, che – trattandosi di te – sarà  perfetta.”

Poi Adeline si fermò. E riprese, dopo una pausa:

“Anzi, visto che ho un gran mal di schiena e sono stressata e isterica, cucina pure tu. Tanto sai come si fa. Grazie per esserti offerto! In effetti ci contavo.”

Remare contro alla sfacciata indolenza di Adeline non era cosa da prendersi sottogamba; e poi Robert riusciva a pensare meglio se aveva da fare qualcosa di meccanico e ben conosciuto. Così non disse nulla: si alzò dal divano, imboccò il corridoio, entrò in cucina.

E si mise a cucinare, con in mente un piatto poco impegnativo e che piacesse ad Adeline. Tempo mezzòora ed era pronto. Intanto Adeline parlava, a raffica, senza fermarsi e senza pensare. Neppure lei ne sapeva il perché. Si era seduta al tavolo centrale del salotto. Parlava degli affari, della ditta, del primo decennale, del futuro, di come aumentare gli introiti, di aprire una succursale – e un porto – in America Latina, di cominciare ad occuparsi di trasporti ordinati sulle aste via internet e via dicendo.

“Vita attiva!” ripeteva “Lòunica speranza di sganciarsi da questo ristagno depressivo è la vita attiva.”

“Già . Se lavori anziché dormire, non avrai più sogni o visioni e non sarai costretta ad affrontarli.” la sferzò Robert mentre apparecchiava la tavola.

Adeline tremò. Robert non voleva cedere. O voleva? Stava solo scherzando sul lavoro futuro – cioè le prediceva altri sogni incomprensibili, ma senza darvi peso… o smascherava lòinganno di lei… e lòaccusava di aver ignorato quella visione? Una stretta meccanica le circondò la strozza. Gli domandò, con noncuranza:

“Sarebbe a dire?”

Doveva assolutamente sapere se lui aveva lasciato perdere le sue interpretazioni e le sue verità  sgradevoli, o se in realtà  non aveva pensato che a quello. Per alcuni minuti sentì il torace vibrare ritmicamente. Robert se ne era andato in cucina senza risponderle. Sentì un rumore di piatti: stava per servire in tavola. Ebbe per un istante il terrore che non lòavesse sentita. Ecco che tornava in salotto con la pentola. Adeline stritolò la forchetta, ficcandosela nel palmo. Doveva ripetere la domanda, doveva sapere se lui intendeva solo scherzare – ed era dòaccordo con lei sul futuro, sebbene lo vedesse un poò troppo frenetico – o se voleva vanificare tutto e sbatterle in faccia una menzogna che sarebbe stata duramente sconfitta. Ma se gli avesse chiesto di nuovo “sarebbe a dire” lui avrebbe pensato che la sua obiezione le interessava, che la colpiva in qualche modo – e che quindi non era tranquilla. Con un masso in gola da deglutire, attese che Robert si fosse seduto, e gli domandò:

“Senti, Bob, ma con la tua uscita di prima, cosa… cioè, dove volevi…”

“Adeline, basta. Ti dirò ciò che penso, comòè costume tra noi. Dobbiamo cambiare la vita che stiamo portando avanti adesso. E subito, prima di finire in manicomio.”

Adeline non rispose e cominciò a mangiare silenziosamente. Non era male, il sapore. Robert se la cavava ai fornelli. Non meglio di lei, ma…

“Insomma, guardami. Guardati. Come siamo ridotti? Quanto ci è arrivato a costare andare al lavoro tutte le mattine? Io e te leggevamo senza rimorsi e senza pudori, ti ricordi? Omero, Lucrezio, Sofocle! E volevamo altro, nella vita. Pensa a quando lavorammo per tre mesi, io come giardiniere, tu a lavare le macchine, solo per pagarci il biglietto di un concerto. Questo era il nostro mondo. Ti rendi conto che ogni settimana io prendo fuori una grammatica greca per “ripassare”? Ma ripassare per che cosa, dirai tu. A quale scopo? Io mica mi occupo di greco. E allora perché?… bella domanda!… sta di fatto che, se ho dei dubbi, mi basta telefonarti e tu mi declini senza un errore persino il futuro perfetto passivo dei verbi più improbabili, citandomi anche le occorrenze! Tu sei una dirigente dòazienda; si suppone che tu sia moderna, proiettata in avanti, una macchina per fare soldi. Perché ti tiri dietro sempre e comunque questa eredità ? Non còentra niente con il resto della tua vita, o con la mia.”

Adeline scattò in piedi in posizione dòattacco:

“Che ridicolo ometto sei, signor Farrinder!… disadattato ed isterico! Cosòè, non posso avere delle passioni, nella mia vita? Devo essere proiettata solo ed unicamente nel mio mestiere? Per poi cosa? Diventare una grigia donna dòaffari rampante ed incapace di una qualsiasi conversazione? Vuoi che mi spenga lentamente ed inesorabilmente senza riscatto, senza interessi? No, amico mio, io mantengo – come te – vivo il mio cervello con quei mezzi che ci sono consoni: la musica, la letteratura, lòarte. Bisogna pur alternare il lavoro con qualcosa di diverso, ogni tanto. Ma io mi sto giustificando: non dovrei affatto! Come hai potuto pensare che io sia una povera nevrotica incapace di vedere dentro di sé? In quale squallido trattato di psicanalisi hai trovato gli strumenti per rivolgere le mie parole contro di me? Io non sto cercando di ingannare nessuno, tanto meno me stessa. Ho il pieno controllo di me e delle mie decisioni.”

“è questo il problema: che ce lò hai. Mi sono spiegato male. Forse il mio sfogo è stato intempestivo. Sai anche troppo bene di cosa sto parlando. Ma ti resta il pieno potere di scegliere. E la tua scelta è sbagliata.”

“Come fai a dirlo?”

“Perché ti conosco. Tu hai capito benissimo che soffriamo dei forti disagi per le scelte che abbiamo fatto: non sei una stupida e non credi che vada tutto bene. Ma hai deciso di andare avanti così. Bene, non devi farlo. Anzi, non dobbiamo farlo.”

“E chi lo dice? Tu?” tuonò Adeline. E guardò Robert con un odio immenso, che gli fece morire in gola la pallida risposta a cui aveva pensato.

Adeline si sedette. Con molta flemma continuarono a mangiare, e finirono il pasto. Robert sparecchiò, pulì tutto e andò a sedersi sul divano. Adeline aveva preso un libro e sòera messa sulla poltrona metallica. Robert la vide trincerata, e accese il televisore a basso volume. Erano le due del pomeriggio.

Qualche ora dopo, Robert pensò che aveva esagerato. Questa era la sua opinione: rinuncio a chiedermi se così fosse effettivamente. Si alzò, contrito, e imboccò il nero corridoio – il sole declinava nellòagonia di un fosco pomeriggio – e ne ritornò reggendo un violoncello. Lo mostrò ad Adeline; lei depose il libro e si alzò, rasserenata. Sòera dimenticata di restituirgli quel violoncello, che era suo; sei giorni prima Robert glielòaveva portato per farsi sistemare una corda rotta. Il padre di Adeline era liutaio, e lei qualcosa lòaveva imparato. I due imboccarono il corridoio fino ad unòaltra stanza, inondata di luce scarlatta. La porta finestra dava sul giardino interno, sul retro della casa, che si addensava senza limite per quantòera profondo. Nella stanza Adeline teneva il suo clavicembalo. Suonarono per ore, improvvisando o su partitura.

Dopo un pezzo da camera di Scarlatti riuscito particolarmente bene, Adeline staccò la mano dalla tastiera e finalmente parlò.

“Sbagli a voler cambiare tutto proprio ora, Robert. è troppo tardi. E in nome di cosa, poi? Sembri dimenticare i perché di tante scelte che abbiamo fatto in passato. è ridicolo. Tu un filologo classico, io una musicista? O una critica dòarte? Che razza di futuro potevamo sognare, così conciati? Per cominciare, cinque anni di università , con il master che nel nostro caso sarebbe dòobbligo, visti gli scrupoli che abbiamo a far e tutto al meglio. Anche ammettendo di fare più anni in uno, cosa che trovo poco probabile, adesso saremmo ancora inchiodati a studiare. Avremmo avuto dei lavoretti, va bene, ma niente di veramente remunerativo: per cavarci dei soldi avremmo dovuto dedicarci del tutto a quei lavoretti e trascurare gli studi. Con economia era unòaltra questione: che ce ne fregava, degli studi? In tre anni, poche lezioni, laurea extra breve, lavoretti in ditte affermate e via! Azienda nostra e soldi. Invece, da letterati, sai che disastro?”

“Sally ce lò ha fatta.”

“Sally ha incontrato Fenton, uomo di rara lungimiranza: è grazie a lui che ha ottenuto il posto di assistente ricercatore. Tolto questo, guadagna un ottavo di quanto guadagniamo noi, vive in un monolocale subaffittato, e prima di scalare la sua gerarchia avrà  perso irrimediabilmente la giovinezza e la voglia di innovare. Noi forse non abbiamo il talento di Sally; di sicuro non la sua fortuna. Mendicheremmo lavori umili su riviste scandalistiche o pornografiche; ci prenderebbero in case editrici, dove ci daranno da raccattare la carta buttata per terra: concorsi per cattedre, se ci parteciperemo, non li vinceremo mai.”

“E lòItalia, Adeline?”

“Si, per carità , tanti bei viaggi in Italia a perfezionarsi… ah, tu dici vivere lì? Ma il fatto che sia un luogo per più ragioni interessante non implica che sia aperto calorosamente ai giovani. Finiremmo a lavorare da MacDonald come inservienti. Consideriamo i fatti, Robert: ora come ora, grazie alle nostre scelte, siamo – oltre che privi di problemi economici – immersi nella vita, la vera vita del mondo.”

“Che osservazione cretina.”

“Lòunica possibile. Lavorare non ci ha mica distrutti. Abbiamo hobby culturali, il rispetto degli uomini che di volta in volta incontriamo, amici fedeli ed antichi, e se lo vogliamo, amore.”

“E trecentosessantamila dollari lòanno.”

“Precisamente. Che fai, sputi nel piatto dove mangi?”

“Al diavolo!” Robert si alzò e appoggiò il violoncello. “Sono stanco di fare scelte sensate.”

Ormai si avvicinava la sera. Adeline si alzò.

“è tardi per cambiare vita, caro il mio doppio. Ormai abbiamo imboccato il binario, e non devierà . Il tempo in cui tutto può essere imparato è finito, le possibilità  sono esaurite, le scelte compiute. Che vuoi fare, liquidare lòazienda? Ci è costata molta fatica, ci ha resi ricchi. E per fare cosa, poi? dove troveresti il lavoro che vuoi? Non sei laureato in quel campo e non puoi rimetterti a studiare.”

“Vorresti dirmi che sei soddisfatta? Non hai da chiedere altro nella vita?”

“Io almeno non sono una bomba ad orologeria come te. Le emozioni le so gestire. Anche se ammetto” e qui nascose la faccia nel palmo della mano “che questa giostra folle può avermi un poò stancato.”

“Potremmo fondare un’azienda a scopi culturali. Sovvenzionare lòarte e la critica. Saremmo molto più bravi di chiunque. Qui in America è tutto sponsorizzato da aziende come la nostra.”

“Si, aziende che normalmente fallirebbero se non si occupassero anche di cose più sane, come banche e industrie. Piantala, Robert. Ora preparò la cena. Ci vorrà  unòoretta. Tu mettiti comodo.”

Robert, con grande amarezza, suonò ancora, cercando di concentrarsi sulla musica. Allontanò i suoi ultimi pensieri, ministri di nuovi errori; allontanò lòirrequietezza e lòinsoddisfazione e suonò finchè Adeline, chiamandolo con voce allegra, non lo avvertì che era pronto in tavola.

Sembrava tutto più sereno. Adeline era pallida, ma sorrideva. La faccia di Robert era incerta su quale sentimento esprimere. Adeline ai fornelli aveva non poco talento e ancora maggiore lòaveva nell’abbinare cibi e vini: per buona parte della cena e delle chiacchiere che vennero dopo i due rimasero rigidi come pietre.

Dopo mangiato, Adeline fumò la pipa. Robert non fumava, ma si scombussolò la bocca con una delle sue luciferine liquirizie extra-forti. Parlarono a lungo del più e del meno, di quanto arebbe stato bello, per dimenticarsi di tutta quellòansia, fare un viaggio. LòItalia era a posto. Mancava l’India.

“Magari lòestate prossima. E vorrei stare in un posto sul Gange, per vedere la gente che vi si immerge.” sospirò Adeline. E così via. La loro vita si preparava a rimettersi in marcia sul solito sentiero, quando – dopo un colpo secco – un gran soffio di vento rovente, che veniva da chissà  dove, roteò per il salotto, rombando e mugghiando.

“Che succede?” gridò Adeline. “Da dove viene questo? è tutto chiuso!”

“La porta finestra!” rispose Robert, e corse nella stanza della musica. Aveva ragione: la porta finestra era spalancata: un vento terrificante scuoteva e rivoltava gli alberi del profondo giardino, rivelando le stelle accese nellòaltezza nerastra ed il luccichio agitato dello stagno oltre la muraglia di pioppi e lecci. Adeline afferrò la maniglia e cercò di far scorrere la porta, con Robert che la tirava dalla direzione opposta. Un fulmine, scioccato da qualche piega del cielo, piombò nel centro del giardino e in un delirio elettrico balenò per interminabili secondi. Le cose, nel buio, scheletrirono su un fondo bianco che durò un attimo. Poi il vento cessò dòun tratto, e la porta finestra si richiuse con un tonfo.

Passarono alcuni minuti. Robert guardava Adeline. Adeline guardava Robert.

“Che strano, eh? Tutto dòun colpo…”

“Meno male che non mi ha distrutto la casa”

“Chissà  i vicini come sono messi.”

“Che vuoi che gli sia capitato? Piuttosto, mi domando da dove sia saltato fuori questo vento.”

“Non chiederlo a me. Non sono un metereologo.”

“Non senti un puzzo come di bruciato?”

Robert annusò lòaria.

“Hai ragione. Viene dal giardino. Forse un incendio?…”

“Non credo. Non c’era nulla di secco…”

“Andiamo a vedere.”

“Giusto.”

E aprirono la porta finestra con molta cautela.

Nulla di strano; il vento, cessato; gli alberi silenziosi. Adeline fece cenno a Robert di seguirla, e si addentrò tra i tronchi fino al ruscello e al piccolo stagno che era stato scavato vicino al suo orto. Il resto del giardino era composto da altri orticelli, spiazzi erbosi e piccoli gruppi di alberi. Adeline curava il suo orto nei momenti liberi: quando non poteva, si faceva aiutare da Robert che più che un orto aveva un erbario. Adeline gli passava una cassetta di meloni allòanno e otteneva in cambio della lavanda, che usava ovunque, in casa e fuori. Il vigneto e lòerba medica dividevano la sua parte di giardino da quella dei vicini; l’orto rideva nelle notte buia. Se non che, proprio sul vigneto, si levava una fumarola sospetta. Robert accese la torcia e illuminò la zona. Un cerchio di terreno era completamente bruciato.

“Maledizione!” imprecò Adeline. “Ho perso un quarto del raccolto dei pomodori e il vino di questòanno verrà  malissimo!”

“Non abbatterti. Lòorto è salvo.”

“Si, dòaccordo, ma questa cosa mi fa proprio arrabbiare! Sarà  stato quel fulmine?”

“Per colpire ha colpito qui, ma non mi sembra che i fulmini lascino cerchi di terra bruciata. Non così larghi. Ci staremmo distesi in due.”

“Domattina ci penseremo. Torniamo dentro, mi sono dimenticata che còera un altro dolce da finire.”

Con un boato selvaggio, il terreno bruciato, sul quale entrambi posavano i piedi, crollò nel buio di un altrove profondo: e li ghermì con sé.

Si risvegliarono ai piedi di una massa di roccia franata, in un immenso salone muto nella penombra e percorso da colonne altissime: in fondo al colonnato, dall’alto, veniva una cascata di luce che lì dov’erano loro appariva molto fioca. Robert si svegliò e scosse Adeline, ancora intorpidita, che parlava nel sonno.

“Che è successo?” chiese, togliendosi la polvere dal vestito.

“Penso che stiamo sognando.” rispose Robert, assorto.

“Insieme? Ma è assurdo!”

“Lo è. Tuttavia siamo qui, e non ci siamo fatti nulla nonostante una lunga caduta.”

Adeline si guardò intorno. Robert già  si muoveva verso la luce.

“E saremmo sotto casa mia, ora?” chiese, incredula.

“Direi di no: il soffitto è di marmo!” le rispose lui. “Dai, vieni. Chissà  cosa còè là  in fondo.”

“Imprudente! Ti raggiungo.” esclamò lei, trottandogli dietro.

Un sogno creduto tale ammette molte stupidaggini: gioverà  sapere che, fosse quella realtà  o illusione, accoglieva in quel momento due caratteri più pronti che mai a farsi avviluppare dalle sue spire. Non era reale? Dunque prima di svegliarsi còera un ampio margine di tempo concesso al puro esplorare. Era reale? Non lo si poteva credere. Robert vide che in quellòampio colonnato ipogeo stava un immenso squarcio sul soffitto: da lì piombava una luce accecante. Era giorno fatto, la sopra. E che giorno! Il cielo, di un azzurro lancinante, galleggiava sgombro di nubi.

“Come saliamo?” domandò Adeline.

“Con la scala.”

“Quale scala?”

Robert fece vedere ad unòesterrefatta Adeline, sullo sfondo buio, una scala a chiocciola che si arrampicava su per una colonna e si aggrappava allòorlo di uno squarcio.

“Ma guarda. Non lòavevo notata.”

“Il fatto è che qui la logica non funziona. Tu ti aspettavi una scala, intagliata per giunta, sotto un buco del genere? Nemmeno io. Ed eccola.”

“Niente male” rise Adeline mentre, con Robert che la precedeva, saliva la stretta scala. Arrivarono in cima investiti da un caldo da fornace. Spirava un vento umido, che faceva ondeggiare lievemente la giungla tutta intorno a quel buco nel terreno, fitta ed impenetrabile, delirante di verde. Come se non bastasse, si estendeva a perdita dòocchio sullòultimo orizzonte. Il tutto cominciava ad assumere il contorno di una fantasy scadente. Robert pensò che al posto dellòarmadio, lui poteva contare sullòorticello di casa Andrews per il turismo tra mondi. Magro vantaggio, se per ogni varco Adeline perdeva i suoi pomodori. Ma tant’è.

La foresta, pareva che nessuno ci fossi mai stato prima. Né sentieri, né tratti disboscati, né tracce: gli alberi erano cresciuti a caso, un tappeto di felci grondava rugiada alla base dei tronchi, e le cupole verdi da anni vietavano al sole il passaggio. Rumori di animali se ne sentivano, ma lontani e strozzati. Per non avere altro da fare, Adeline teneva dietro a Robert, che avanzava estasiato tra la vegetazione piramidale con il naso per aria; la donna, che anche nei sogni voleva un poò dòazione, stava quasi cominciando ad annoiarsi quando notò la prima statua.

Se ne stava sullo spazio tra due tronchi con le radici in fuori, ed era alta non più di un metro. Era tozza, grossa e rudemente sbozzata in cima per rappresentare quella che a guardar bene doveva essere una faccia di donna, anchòessa grassa, e sorridente.

“Ma guarda. Una scultura.” esclamò Robert, che la notò dopo.

“Ma molto primitiva. Sta a vedere che in questa giungla ci sono degli indigeni.”

“Non saremo mica in Amazzonia?”

“Ma no, Robert, ti sembra che gli jivarò o chi per loro facciano delle statue così grosse? Tra lòaltro, sembra pure messa male.”

“Cioè?”

“Guarda dovòè! Chi potrebbe vederla, tra quei tronchi? Io lò ho incrociata per caso, e di sicuro non riuscirei ad avvicinarmi di più per osservarla meglio, visto il fittume che còè nel sottobosco. Lò hanno pure messa storta. Non è su terreno piano, poggia su una radice scoperta. Chi lò ha sbattuta laggiù non ha chiaro il concetto di comunicazione accattivante.

“Magari è solo un oggetto religioso.”

“La religione è una scusa per poter fare arte. Offre miriadi di soggetti e di motivazioni. Ma a parte questo… si terrebbe così male un oggetto votivo? è crepata e sbreccata.”

“Magari chi lò ha costruita e posizionata è defunto con la sua civiltà  secoli prima che arrivassimo noi! Va bene?”

“Va bene. è plausibile.”

Adeline, contentissima di avere avuto la solita ultima parola, poté tacere finchè non vide unòaltra statua simile alla precedente, ma tenuta meglio, meno rozza e sistemata felicemente ai bordi di un sentiero comparso allòimprovviso nella boscaglia. Ed in effetti non fece in tempo a dimenticarsene che ne vide una terza, e poi una quarta, sempre migliori nella costruzione e nella posizione. Facce maschili o femminili molto pure e lineari, spesso per gioco grottesche, deformate, parodiche, altrimenti belle, espressive, tragiche, ridenti, stanche…. Acconciature elaborate, forme del corpo più morbide, posizioni più ardite; coppie di statue; trittici; scene teatrali raggelate nel marmo… e piedistalli via via più coperti di fregi, fittili o in marmo, e sempre più alti e complessi. Adeline stava ancora ammirando sbigottita un gruppo statuario di sei personaggi alati e volanti tra mille drappeggi, colorati tanto intensamente da far chiudere gli occhi nei primi minuti, quando si accorse – per il sole che le picchiava sul capo – che la foresta era finita.

O perlomeno, si ritirava per poi chiudersi dal lato opposto dòuna vasta radura. Al di là  delle cime degli alberi Adeline scorgeva il crinale dòuna montagna lontana. Ma non poteva fermarsi troppo a lungo a speculare: Robert si allontanava. Come incurante di lei, la conduceva a colpo sicuro, con ampi giri per evitare il sottobosco più insidioso: e ora che erano su terreno sgombro la sua camminata si faceva diritta e rapida. Incespicando per lòerba alta, Adeline lo seguiva affannosamente, sudata, ormai stanca. Quando Robert rallentò non fu a suo beneficio, ma perché al posto delle statue còerano dei monoliti. Tutta la radura era costellata di tavole verticali di pietra, alte decine di metri, simboli dòuna realtà  non più accessibile, pieni di silenzio e di morte. Ben guardare, verso il centro della radura i monoliti diventavano gruppi di due o tre grosse rocce, come i dolmen; e via via perfezionandosi verso il fulcro dòun cerchio immaginario, che era il centro della radura, còerano tempietti, edicole, arcate, templi, altari, sacrari e tombe recintate, ingressi ad ipogei e colonne istoriate, monumenti e bassorilievi funebri, e al centro esatto del cerchio un arco di trionfo con fregi istoriati su entrambe le colonne; questo dava su una passeggiata di marmo, contornata da colonne tortili che reggevano una volta a botte di vetro; il tutto terminava in un anfiteatro mezzo sommerso nel terreno. La gradinata dal livello del suolo portava alla cavea, in fondo: sulle gradinate più alte, una serie di colonne reggevano un immenso telone per coprire la pietra dal sole troppo forte.

Robert e Adeline passarono sotto lòarco di trionfo, che era enorme. Le colonne che lo sostenevano erano larghe, e il fornice spazioso. Ognuna delle colonne aveva sul lato interno una porticina. Dallòarco arrivarono alla passeggiata, in silenzio. Adeline disse:

“Tutto questo è meraviglioso, ma inutile. Nessuno può apprezzarlo.”

“Bè, ci siamo noi.”

“Noi, è vero; ma questa natura strana ci riserva lo stesso trattamento dato a queste opere dòarte: ci ignora completamente.”

“Che ne sa la natura di chi siamo noi o del valore di queste opere? Non è che pensa.”

“è il suo grande difetto. Questa radura è stata disboscata per far posto allòestro di una civiltà : morta lei, la foresta torna ad inghiottire tutto, indifferente e immemore.”

“Come siamo malinconici, Adeline. Vedila con ottimismo: per una breve frazione di tempo qui ha brillato la coscienza, è uscita dallo stato archetipico, ha informato di sé la materia.”

“E ora non c’è più. Morta. Addio.”

“Sei deprimente!”

“Sono poco incline a fantasticare, caro mio. è diverso.”

E poi sbuffò sonoramente.

“Però questo posto è noioso. Non sòè ancora visto un animale.”

“E ti lamenti? Pazienza…. Prima o poi lo vedremo, purtroppo. Potrebbe anche essere aggressivo.”

“Ma che ti importa? Stiamo sognando!”

“Che io sappia, si scappa terrorizzati anche nei sogni.”

“Hai finito di lamentarti a vuoto?”

“Io mi lamento quanto mi pare.”

“Sei ben allenato!”

“Cosa stai insinuando?”

“Guarda che ti conosco.”

“Un corno. Scommettiamo che al primo animale che incontriamo io rimarrò sereno e tranquillo?”

“Non strillerai?”

“No.

“Scommettiamo pure. Perderai.”

“Non esserne così sicura. Oh, eccoci arrivati allòanfiteatro. è scavato nel suolo. Chissà  cosa còè in fondo, nella cavea.”

“Chi vuoi che ci sia?” rise Adeline. “Ci sono gli attori che provano. Non li disturbare.”

Robert guardò in basso.

Lòanimale guardò verso lòalto.

Ci fu un interessante scambio di sguardi.

Robert arretrò.

Il rettile sporse la testa verso di lui.

“Che hai visto?” chiese Adeline preoccupata.

“…un…un qualcosa.” disse lui con voce atona, sforzandosi di non strillare.

“Spiegati meglio.”

Lòanimale supplì a Robert: salì con la testa, e li guardò.

S’era messo immobile sul fondo dellòanfiteatro per ripararsi dal sole del primo pomeriggio e digerire. Da un poò di tempo veniva spesso lì: lòaltro animale, che controllava la zona, pareva non accorgersi della sua presenza (doveva essere molto lontano). Riposava da qualche ora. Era lungo sui quindici metri – la coda, da sola, otto; e alto grossomodo due o tre metri , ma non si capiva bene, perché era un rettile e le zampe sporgevano lateralmente dal corpo, ed il ventre toccava il terreno. Nello sporgersi a guardare gli intrusi, posò con grazia al sole lòarto anteriore: i cinque artigli a falcetto luccicavano, anche se opachi di terra. La lunga testa ovale aveva due larghi occhi neri; la bocca era una lunga riga orizzontale che divideva il muso in due.

“Robert, ritiro la scommessa. Questo coso fa discretamente paura.”

Robert non rispose.

” Va bene. ” disse lei. “Calma e sangue freddo. Quando dico via, ci facciamo i cento metri in due secondi più intensi della nostra vita, dòaccordo? Forse le porticine dellòarco di trionfo si aprono…”

Robert tacque. Il grosso varano continuava a guardali pigramente.

“Magari non è un mangiauomini di professione. Potrebbe anche ignorarci. Magari non ha fame.”

“Come pensi di assicurartelo? Chiedendoglielo? Occhio che se non gli dai del voi potrebbe anche offendersi.”

“Imbecille. Sei pronto a correre?”

“Quello corre più veloce di noi.”

“Va bene, va bene. Ripensandoci, se corriamo è come dire: inseguici. Mentre se camminiamo con decisione verso la porticina…”

“Giusto.”

“Con calma, eh?”

“Con molta calma.”

“Ecco.”

“Andiamo?”

“Dai.”

E cominciarono a muoversi, cam,minando lateralmente tenendo d’occhio lòimmobile varano. A metà  strada la grossa testa si piegò leggermente verso destra. Robert ebbe un soffio al cuore e Adeline si voltò per vomitare – ma non ci riuscì. Poco dopo il varano mandò un suono che era una mezza via tra un sibilo, un soffio e uno starnuto. Stavolta Adeline tossì forte e a Robert si piegarono le gambe. A pochi metri dalla porticina la bocca del rettile si spalancò: e la fila di denti a rasoio mandò i suoi cupi bagliori su tutti i marmi del colonnato. Un secondo doppo il varano stava galoppando a gran velocità  verso di loro.

I due cacciarono un urlo generoso e se la diedero a gambe, aprirono ognuno la porticina dal suo lato dellòarco dio trionfo e se la chiusero dietro. Si prepararono allòimpatto… che non venne. Nel buio delle loro stanzette, risuonò uno schiocco terrificante e l’arco tremò.

“La coda!” pensò Adeline “Ci ha colpito con quella frusta che ha al posto della coda.”

I passi del varano risuonavano sul terreno erboso attorno all’arco. Di uscire neanche a parlarne. Dunque i due furono costretti a risalire una scaletta che a tentoni avevano trovato nei comparti dell’arco: la risalirono e arrivarono ad una botola, che aprirono. E si ritrovarono sul tetto dell’arco di trionfo, a venti metri d’altezza.

“Chiunque sia stato a costruire quest’arco” commentò Adeline “era un genio. Qui siamo al sicuro.”

“Davvero?” ansimò Robert.

“Ritengo di si. Guarda la superficie dellòarco: nonostante la frustata che ha ricevuto, non è stata né smossa né scalfita.”

Sotto di loro girava in tondo Il grande varano, pestando il suolo ad ogni passo, strappando le radici con i suoi unghioli, guardando fisso davanti a sé.

“Che idea simpatica! Fa la ronda.” sibilò Adeline inferocita.

“Come ce ne liberiamo?”

“Vaò a sapere. Finchè non ci svegliamo un mattino e scopriamo che se ne è andato, ci toccherà  stare appollaiati qui…”

Non aveva neanche finito la frase che allòorizzonte si levò un grande polverone, alto sopra le chiome degli alberi. Il varano, che era una femmina, si nascose e si immobilizzò sotto il fornice dell’arco, contratta e nervosa.

Chi stava correndo verso di lei era il maschio, che aveva il controllo di quelle aree; grande una volta e mezzo lei e poco incline a trattative. Non era la stagione in cui le sue intenzioni sarebbero state utili e gradite alla femmina. Correva tenendo staccato il ventre da terra, volteggiando sui quattro arti snodati come quelli di un burattino, ondeggiando lateralmente con la schiena.

“E questo che vuole?” chiese Adeline esasperata.

Lòaltro varano si fermò davanti a lei, sibilando e soffiando. La guardava dritta negli occhi. Non tollerava che lei invadesse neanche di un metro quadrato il suo territorio, neppure per riposare. Si accinse a scacciarla: le girò introno con gli cocchi fissi, voraci, senza confondersi. Lei, disperata, colse lòoccasione e gli saltò addosso tentando di staccare un grosso pezzo di carne con un morso al fianco, per dissanguarlo. Ma lui la rovesciò sul ventre e per un soffio non riuscì a sgozzarla.

Non stettero a vedere come finiva.

“Senti, Robert. Qui ci conviene scendere e poi tornare nella giungla, fintanto che questi qui sono occupati. Sono troppo grossi per farsi strada nellòintrico dei rami. Però dobbiamo fare in fretta.”

“Va bene, ci vediamo giù” rispose lui, e ridiscesero la scalinata nel buio assoluto. Cercarono a tentoni la porticina; la trovarono: lòaprirono. Ma nulla era più come prima: la radura non còera più.

Si trovavano in un ambiente cinto da tre pareti alte ciascuna pochi metri: il quarto lato era sgombro e dava su un lungo corridoio. Il soffitto era altissimo e ovunque oscillava una luce innaturale vermiglia.

“Il sogno procede, Adeline!”

“Bah. Io non mi sto ancora divertendo.”

“Che pretese…”

Avanzarono lungo il corridoio. E presto fu loro chiaro che si trattava di un labirinto. Mille porte si aprivano su strane vie e condotti, sempre illuminati da una strana luce. I due presero una via a caso e Adeline tracciò il percorso con lòevidenziatore per lucidi che aveva in borsa. Tempo un paio di minuti e sul muro accanto a loro comparve il punto dove avevano cominciato a segnare il percorso.

“Abbiamo girato in tondo.”

“è un classico!”

“Su, prendi unòaltra strada.”

E così fecero, Robert davanti e Adeline dietro. La cosa cominciava quasi a divertirli, se non che ad un certo punto cominciarono a sentirsi dei rumori lontani e strozzati. Erano poi quelli sentiti poco prima nella foresta, ma più vicini e più definiti. Ora sembrava più un brusio come di gente che parlava e non voleva farsi sentire.

“Senti? è come se si nascondessero a causa nostra.”

“O ci evitassero. Forse sono timidi.”

“E se fossero loro la chiave di tutto il sogno? Chissà  da quanto tempo ci prendono in giro.” esclamò Adeline.

“Non cominciamo con le teorie, Adeline, che poi non ci capiamo più niente.”

“Macché! Mi sono stancata di supposizioni: ora passiamo ai fatti!”

“Che vuoi dire?”

“Ora se la vedranno con me” ruggì Adeline, lo sguardo rapito in un pensiero oscuro, la pupilla contratta in un lago di sangue. Si mise sulle punte dei piedi, e fece segno a Robert di stare zitto, mentre tendeva le orecchie allòaria cercando i rumori. Quando pensò di averne trovato lòorigine, a gran falcate precedette nella direzione che le suggeriva lòudito – e Robert, poco fiducioso, le tenne dietro.

Più volte il labirinto impose loro di cambiare strada: ma dopo molti vicoli ciechi i due incrociavano una strada maestra e Adeline sentiva più vicino il brusio – e Robert avvertiva sempre più distintamente che la ricerca era fallita in partenza. Cercò di spiegare ad Adeline cosa significasse quel brusio, m lei non lo ascoltava. Poche volte nella sua vita lòaveva ignorato; e lòaveva sempre pagata più meno cara.

Gli antenati di Adeline dovevano essere stati quei grandi uccelli non volatori che avevano corso per il mondo e fatto un poò da padroni prima che il clima e i mammiferi incalzanti ne avessero spietatamente ragione. In quelle ere, gli antenati di Adeline erano alti tre metri, avevano la piume, becchi devastatori, zampe sottili e una camminata rapida ma oscillante. Gli antenati dei cavalli erano piccoli, lenti e goffi e4 venivano facilmente rincorsi, afferrati, scossi e lacerati da quei terrificanti signori del mondo, che scrutavano nellòintrico delle selve verdastre e le pianure disseccate – alta la fronte, il becco aperto – in angosciosa e solenne ricerca di una preda.

Così Adeline cacciava, impaziente di trovare una preda, uno sfogo, un perchè dei tanti suoi malumori piccoli e grandi. Ormai correva verso la sorgente del brusio e gridava, ma senza voce, per non farsi sentire. Non sentiva lei stessa Robert che ormai non le correva più dietro, stanco e rassegnato. Tanto rassegnato che quando dai vari passaggi nelle pareti del labirinto uscirono persone e corsero loro incontro, non fece nulla per resistere. Aveva già  capito che non era il caso.

“E questi chi sono?” ruggì Adeline, costretta a fermarsi per non tranciarli.

Erano una decina tra uomini e donne, in giacca e cravatta o con tailleur eleganti, gioielli e trucco pesante. Nessun volto noto, nessun segno di distinzione nel volto o nel fisico.

“Fermi” dissero in coro, mentre in silenzio li circondavano.

“Chi siete? Che cosa volete?” gridò Adeline.

“Non ti risponderanno: sono qui solo per parlarci. Non sarà  molto divertente.” sospirò Robert.

Il coro si mise a roteare intorno ai due, a passo di danza. E dicevano:

“Perché corri? \ Perché passi a setaccio, sorda, \ Perché turbi gli angoli remoti? \ Perché cercare la paura delle tue prede \ Ed ignorare la tua? \ Oh tu in marcia perenne \ Tu che vivi il battito frenetico \ Dòun muscolo infranto \ Fèrmati.”

Una donna, che apparentemente guidava il coro, della stessa età  e forma di Adeline, disse allora:

“Dovòè, misera il sonno \ Del giusto e del sereno \ Che tu non dormi mai? \ Perché muoversi alla bacchetta \ Dòuna paura capovolta in coraggio? \ Rassegnata tu sei \ Meccanica ti muovi \ E sei di pietra.

Il coro ripeté la prima strofa. La donna ne cominciò unòaltra; ma a metà  di questòultima Adeline, rossa di rabbia, si levò le scarpe, e dopo aver mirato bene le lanciò addosso alla capocoro e ad un corista.

“Basta!” gridò “Questi discorsi hanno reso fin troppo! Le mie scelte sono mie, e non verranno messe in discussione da qualche cretino con preteste di analista!”

Ma la corifea, colpita alla testa, continuò con voce piena:

“Vita e pensiero devono mutare \ E tu devi prendere il volo. \ Quello che hai scelto muore \ La vita che hai meditato \ Ti trascina con sé, sterile. \ Ma quello che volevi un tempo \ Non muore.”

“Andate al diavolo! Credete che non sia capace di controllarmi? Di fare quello che voglio?” e sfondò il muro dei coristi con il suo corpo, dopo aver preso la rincorsa. Robert tentò di seguirla ma i coristi si richiusero davanti a lui. E intonarono seccamente:

“Povera preda! \ Restare immobile \ Ti servirà ? \ Vorrai dissolverti \ Nellòineguale \ Colore del mondo? \ Pensi di eludere \ Chi ti rincorre? \ Ti troverà !”

E la corifea, implacabile:

“Rinasci: non imitare \ Successi ed apparenze. \ Da prima che aprissi gli occhi \ La malattia è con te \ Da molti anni. \ E ricorda le scelte \ Calcate su scelte di altri \ Perché tu detesti un rimprovero \ un fallimento \ Più di una vita \ Finta, finita.”

E di nuovo il coro, terrificante, a intonare il refrain. Robert trattenne un umido che gli saliva agli occhi cacciandosi i denti nel palmo della mano. Adeline, vedendo che era rimasto indietro, si fece largo tra i coreuti, lo afferrò per un braccio e lo strattonò portandolo via con sé. I due corsero a perdifiato nel labirinto, verso il brusio che si faceva sempre più forte, sempre più vicino: la luce si abbassava, le tenebre coprivano il soffitto, e le ombre sempre più lunghe gorgogliavano lambendo le luci agonizzanti. I due correvano, correvano. Non parlavano. Ad un certo punto sbucarono in una saletta dalla quale sicuramente veniva il brusio…e loro erano lì. O meglio, stavano uscendo. Chi? Tre o quattro signori (o signore?) alti due metri, con lunghi mantelli rosso cupo. Di costoro non altro che i mantelli si videro, perché quando Adeline e Robert entrarono nella saletta, loro già  stavano uscendo. E continuavano a mormorare sempre più forte, ma non si capiva nulla; come Adeline era convinta di starci capendo qualcosa, aguzzava lòorecchio e tutto le sfuggiva; e di un discorso che intuiva tremendo e fatale non udiva che poche parole comprese a metà  che galleggiavano, desolatamente insufficienti. Il significato tornava ad essere strano, occultato, penetrante ma remoto, come a tentare di ricordarsi un sogno nei particolari: ne resta solo lòimpressione, lòemozione: i nostri avvertivano unòangoscia stritola – petto terrificante, sentivano che dovevano sapere di che si trattasse: ma non erano capaci di interpretare il discorso: era troppo avanzato, troppo diverso. Seguirono i mantelli, che come ali fluivano insieme ai loro portatori per i corridoi, senza esitare minimamente; mentre loro via via sentivano le gambe pesanti come macigni, il respiro mozzo, una stanchezza mortale. E continuavano a seguirli, a tentare di capire… ad un certo punto i mormoranti svoltarono bruscamente a sinistra: e sparirono. Robert e Adeline si buttarono in quella saletta urlando, in ginocchio, sfiniti. E lì non còera che il pavimento, e il pavimento che era fatto di nulla, la tenebra infinita, dovòeravamo prima di nascere e dove un giorno torneremo per sempre.

I quattro mormoranti stavano accanto ad un enorme trono dorato avvolto da un grande manto scarlatto a baldacchino. Ugualmente scarlatto, e verde, e celeste, e giallastro e una marea di altri colori era il mantello di chi sedeva sul trono. Se ne intravedevano le lunghe dita stringere i braccioli; dita magre- le falangi separate da legamenti nodosi e grossi – che terminavano con cinque lunghi artigli. Il torace, nudo, era carnoso, dai lineamenti netti: le carni erano giallastre, palpitanti di vermiglio. Le lunghe gambe stavano in tensione. La grossa testa – col naso aguzzo, la bocca stretta, le labbra sottili e tumide, i denti lisci e acuminati, gli enormi occhi neri e lucidi, la fronte alta – stava piegata leggermente verso destra. Sopra di essa divampava una corona di fiamme verdastre che orlavano le due possenti corna. Satana, nellòinsieme, era alto tre metri e mezzo e largo, nel torace, poco meno di un metro. Sorrideva, le fauci contratte in una smorfia, e le ciglia a forma di piccole lame che serravano in una morsa di tenebra le pupille.

Fece un gesto: la pesante mano, rivolta ai quattro gerarchi, li incitò a procedere. I quattro si spogliarono del mantello rosso e lo estesero fino a formare una cappa, con cui coprirono i bei visi chiari di ragazzini, i capelli folti, gli occhi a fessura e la nobiltà  delle uniformi. E così coperti si avvicinarono a Robert e Adeline, sdraiati inerti in una piccola stanza arredata poveramente (oltre al trono non còera niente, solo il tappeto rosso sangue e le pareti bianco neve), dopo aver sperimentato per un attimo soltanto – conceder loro più tempo li avrebbe distrutti – anzi: dopo aver sopportato per un attimo di guardare in faccia il nulla.

Al loro risveglio, erano circondati da quattro persone – quelle stesse che avevano inseguito. Tentarono di alzarsi e di guardarli in faccia… ma un malessere terrificante li inchiodò al suolo. Si rialzarono: stavano bene in piedi: ma allòatto di guardare in faccia i quattro, ripiombarono giù.

“Adeline!” gridò Robert afferrandola per le spalle. “Non còè più verso di far nulla. Ora verremo interrogati e giudicati.”

“Chi còè su quel trono, Robert?” chiese Adeline come soffocando. “Mi sembra che non ci sia, in realtà  – mi pare che sia nulla, che sia fatto di morte. Lò ho visto prima nella caduta, ma non me lo ricordo, mi sento troppo male. Ed è lì, adesso.”

“Non mi riesce neanche di guardarne un angolo. è troppo diverso.”

“Quanto ridicole sono le vostre sensazioni!” tuonò Satana, e la corona di fiamme avvampò. Migliaia di voci strane e diverse parlavano nella sua, e ognuna diceva una cosa impercettibilmente differente. Ascoltarlo era come sentire lòuniverso che parlasse per ogni suo atomo.

“Come siete pronti” continuò “a fantasticare di morte. Tanto accanimento, se non è abbastanza sciocco da divertirmi, è però suscettibile di offendermi. Vi sembro morto, io? Vi sembro il nulla?”

E nessuno dei due riuscì soltanto a pensare di tentare di rispondere.

“è che voi dite fin troppe scemenze. Siete fin troppo emotivi. Tutto questo caotico ammassarsi di frasi, di sensazioni, di deduzioni… Tanto, da soli non ci arrivate. Abbiate lòumiltà  di chiedere. Sapete perché il vostro istinto vi suggerisce che sono fatto di morte? è perchè non sono vivo come voi lo intendete. La mia dimensione è quella che voi chiamereste Essere; ma che non potete percepire, nella bigotta sonnolenza dei vostri sensi, se non come qualcosa che non esiste – e quindi il nulla. Questa dimensione del conoscere non vi è accessibile. Non vedete che non riuscite a guardare in faccia non dico me, ma neppure uno dei miei consanguinei? E questi quattro non sono niente se paragonati a me.”

Fece, con pesantezza incredibile, un altro gesto con la mano artigliata. Subito i quattro parvero animarsi. Si levarono le cappe. Lucifugo gridò:

“Adeline Andrews! Come vi siete permessa di arrivare fin qui? Come avete osato pensare di poterne essere, prima ancora che capace, degna? Avete preteso fin troppo dalla vostra smania di agire! Prevedo per il vostro comportamento infantile una lenta rovina.”

Adeline tentò di guardarlo in faccia. Ebbe una vaga sensazione di un volto di ragazzo, ma maturo ad un tempo, acuminato e sensibile. Il Primo Ministro di Satana aveva terminato. Belial gridò:

“Adeline Andrews! Insomma, venite qui e pretendete pure di cacciare? Di farci vedere – a noi – quanto vi sentiate a vostro agio come predatore? Fate ridere, non siete veramente una persona attiva e senza scrupoli. E adesso vi tocca stare col sedere per terra, testarda che non siete altro. Se potessi vi sbranerei!”

Questo sembrava ancora più vecchio del precedente e la sensazione parve sopraffare quel frammento di volto di ragazzo. Un vecchio amaro e crudele, ardente. Il Capitano delle Guardie di Satana aveva terminato. Adramelech gridò:

“Robert Farrinder! Che spreco è mai questo? Io che un giorno ho pensato addirittura di ammirarvi! Dirigete unòazienda, avete gusto, dòaccordo, ma mi fate un poò pena. Una volta sprofondato in questa illusione di mondo, vi ho visto sereno: ma avete voluto dare retta alla donna e siete finito qui. Avete avuto paura di contraddirla!”

Robert trattenne un lamento che avrebbe fracassato la sua bocca erompendone fuori. Sentiva odori e colori di grande finezza e pregio in quel volto di fanciullo inaccessibile, meticoloso ed esperto. Il Sarto di Satana aveva terminato. Leviatano gridò:

“Robert Farrinder! Avete, se non erro, lòabitudine di dar retta agli altri: guardiamo i trascorsi. A voi piacevano le lettere, agli altri i soldi: e vi siete iscritto ad economia. A voi piace ammettere i vostri errori e cambiare, agli altri piace far finta di essere perfetti e infallibili: e voi fingete. Ma questi “altri”, povero voi, non esistono: è tutto nella vostra impacciata e ridicola testa.”

LòAmmiraglio di Satana, dalla grande voce vorticosa e liquida, gli occhi come interni di grotte, avvertì che Robert non intendeva lamentarsi, ma replicare. E se ne compiacque. Robert contrattaccò:

“E va bene, abbiamo sbagliato, lòabbiamo capito. Ma ora basta offenderci gratuitamente! Se siamo tanto cretini, comòè che siamo finiti qui sotto a ricevere consigli da voi?”

I quattro guardarono Satana. Lei aveva ceduto, lui si era offeso. Metà  dellòopera era fatta. Satana guardò i suoi principi e fece cenno che uscissero chinando con gravità  l’enorme testa. La corona di fiamme sòera smorzata in un riflesso ceruleo, scintillando di giallo incandescente. Il cranio nudo si allagava di verde foglia, bruciato dal fuoco. I quattro uscirono.

“Bene.” disse Satana, e la voce, non più irata, sòera ridotta a un suono terreo e caldo. “Ora vi dirò come stanno le cose.”

Tacque, e si alzò dal trono. Ne scese: una volta lasciato lòultimo gradino cambiò aspetto, non più vincolato ad essere di fuori tale e quale era dentro, ma libero di mutare forma come suo solito. LòInferno altro non era che quel trono – e forse qualche appartamento nei dintorni della saletta – dove la forma doveva corrispondere al contenuto. Fuori, la molteplicità  del reale colpiva a sangue. Il nuovo aspetto era quello di un giovanotto magro, capelli rossi, giacca e cravatta, unghie lunghe e curate, occhi appuntiti e azzurri. Anche i denti parevano rasoi.

“Il vostro caso” cominciò “non è poi così strano. Può succedere che nel processo di maturazione uno imbocchi una strada non vera… anzi, non adatta a lui. Guai a impelagarsi in verità  e non verità ! Cosa stavo dicendo? Si. Se poi la stessa strada la imbocca un amico che è più di un fratello e ha lo stesso problema, allora figuriamoci. Ma ora siete in un vicolo cieco. I soldi e la vita pratica da predatori vi hanno stomacato. Si rende quindi necessario cambiare vita.” Qui la bocca prese un ghigno feroce. “A dirlo poi è facile. Gli ostacoli sono fin troppo grandi.”

“Li conosciamo anche troppo bene!” ribatté Adeline, seccamente. “ormai andiamo per i trenta. Gli studi sono finiti, la vita ha preso il suo corso, è finita lòetà  in cui tutto poteva essere intrapreso. A trentòanni e passa, ricominciare da capo? Finiremmo depressi e frustrati.”

Satana, come se la di lei obiezione non meritasse neppure di essere confutata, rispose solo:

“Còè sempre tempo di cambiare. E voi siete giovani. Non dico che potreste ottenere tutto: bisognerà  che paghiate sulla vostra pelle la vostra dabbenaggine. Arriverete ad un compromesso con ciò che volete. La testa vi è stata concessa sana: se non trovate un modo, lo inventerete. Adesso però è necessario rimuovere lòostacolo che ancora trattiene voi tapinelli da una vita più sana.”

“E quale sarebbe?” ringhiò Adeline.

“Un grande senso di colpa.”

Satana allargò le braccia. Si ritrovarono tutti e tre in una brulla savana aperta, frustata dal sole di mezzogiorno. Le acacie ardevano in lontano, e l’orizzonte tremolava come annacquato, trascinando i contorni delle cose in un oblio confuso.

Un uomo, che indossava un camice bianco, reggeva, solo sulla terra disseccata e sassosa, il corpicino di un ragazzo ossuto e insanguinato, crollato dopo un lungo inseguimento. Tentava di rassicurarlo, di prestargli soccorso: ma la fame e le percosse glielo portarono via dopo pochi minuti. Al medico non rimase che un corpo. Gridò, scavò con le unghie la terra rossa, scosse il suo fallimento per riportarlo in vita: infine sedette su una pietra, con la testa tra le mani, arso vivo dal sudore e dal sole.

Satana si compiacque della tristezza della scena. Ci aveva messo parecchio tempo, volando sopra l’Africa, per individuare la più penosa e patetica prova dellòimpotenza umana: ma di tempo ne aveva anche troppo; e lòeffetto era garantito dallo scrupolo.

Infine parlò.

“Lo vedete? In certe cose vi somiglia. Non aveva alcuna speranza di salvare il ragazzo: ben altro era intervenuto, prima, più a lungo e meglio di lui. Ma non può fare a meno di sentirsi in colpa. Carica sé stesso di un peso non necessario, e si tormenta. Ora, voi questo non lo avete mai capito. Credevate – e credete tuttora – che questo medico sia un fortunato, e vorreste essere come lui. Pensate che il suo aiutare gli altri sia una garanzia di serenità  e di innocenza, mentre voi vi siete sempre sentiti degli orribili egoisti parassiti. Provate a ricordare, dementi!… eravate ragazzini, e a quanto allora ho visto, orientati per natura e per scelte ad una grande carriera intellettuale. Quando penso a cosa avreste potuto fare!… saggi, narrativa, musica… i talenti c’erano e la maturità  pure. M’avreste visto ad ogni concerto, ad ogni conferenza! E vi avrei pure applaudito! Ad un certo punto tutto va in vacca. Vi scatta il senso di colpa, pensate con invidia a questo medico e vi sentite degli irresponsabili egocentrici. Nel vostro ambiente sociale fare cultura vuol dire non fare niente o fare del fumo; un poò vi capisco; il condizionamento sociale è potente. Ma la vigliaccheria non ha scuse presso il demonio. Sobillati dagli esempi di superficiale praticità  e di ricchezza che vi vedevate intorno, vi siete buttati nel mondo della finanza. Poteva funzionare? No, perché non solo avete rinunciato ad una vocazione che poteva dare dei frutti; ma avete imboccato, di tutte le strade – diciamo così – utili, proprio quella più individualista. Non avete alleviato la sofferenza di nessuno, cari miei: il vostro sogno di utilità  e filantropia è andato in frantumi. Neanche nella repressione siete stati coerenti! E lo sapete: tantòè che vi sentite ancora in colpa. Povere piccole creature! è il fango che si stima fin troppo!…”

Adeline e Robert, allegri quanto è plausibile esserlo dopo una simile stroncatura, si guardarono tra di loro. Con un gesto, Satana li riportò nella stanzetta.

“E tu cosa proponi?” chiese Adeline dopo un poò.

“Bè” disse Satana “che voi intraprendiate una vera ed onesta carriera intellettuale.”

“E come?!” protestò Robert.

“Ah, questo è affare vostro. Via, sono sicuro che ci riuscirete. Anche perché un altro fallimento vi porterà  alla pazzia e alla morte. E lì davvero mi divertirei, ma non tanto quanto vedervi un po’ meno noiosi del solito. Insomma, ragazzi miei: sarete veramente utili al mondo – non importa quanto – quando darete retta ai vostri desideri e perseguirete i vostri obiettivi con onestà  e duro lavoro, senza mai fare del male a nessuno. E qui la smetto. Ho detto fin troppe banalità . Ma con voi non si può fare altrimenti: non riuscite neppure guardarmi, figuriamoci a capirmi.”

“Poveretto, che sforzo ingrato.” rise Adeline.

“Siamo stati dei privilegiati, Adeline! Non ridere, che questo si offende.” la rimproverò scherzosamente Robert.

Satana fece un po’ l’offeso, per darsi un tono. “Visto che avete capito tanto bene quello che ho detto – e sono parole di Satana! – perché non lo mettete in pratica?”

Un grande incendio si appiccò ai vestiti di Robert e Adeline li arse vivi.

“Tornerò a vedere come ve la cavate!” disse Satana, e con un gesto li proiettò verso l’alto, tra le tenebre del soffitto, che era senza fondo…

…Era mattina quando, nell’orto bruciato dai fulmini notturni, Adeline e Robert riaprirono gli occhi, sdraiati al suolo. Storditi, con la bocca impastata da un lungo sonno, i denti doloranti, si alzarono, si scrollarono la terra di dosso, e barcollando rientrarono in casa attraverso la porta finestra rimasta socchiusa. La casa era sempre uguale. Sulla tavola stavano ancora gli avanzi della sera prima: Adeline non aveva sparecchiato. Meccanicamente cominciò a farlo. Robert si levò le scarpe imbrattate di fango e terra bruciata e si sedette sulla sedia accostata al tavolo. La testa tra le mani, si chinò su sé stesso. Adeline, in cucina, presa in quellòistante da un dolore martellante alla testa, dovette appoggiare il piatto nel lavabo e stringersi le tempie con i polsi. Ingoiò una compressa e tornò in sala da pranzo – Robert, malinconico, guardava nel vuoto.

Adeline si sedette e sbattè la mano aperta sul tavolo. Robert ebbe un sobbalzo e la guardò non capendo.

“Bene, mio caro: mi sembra che abbiamo sognato la stessa cosa.”

Robert inghiottì.

“Sembra proprio di si, Adeline.”

“Cosa ne hai ricavato?” e qui si alzò e prese a girare in tondo per la stanza, gesticolando, con un tono di voce un poò troppo alto.

“In realtà  non ci capisco niente. Non si sogna in due la stessa cosa.”

“Sogno non era!” esclamò Adeline “E fin qui mi pare chiaro.”

“E che cos’era?”

“E chi lo sa? Forse della stessa natura del sogno di stamattina. Non spontaneo, ma pilotato.”

“Da chi?… E come? E perché?”

“Non offenderti, ma queste domande, ora come ora, non servono a niente.”

“Eh?” Robert sgranò gli occhi.

“Hai capito benissimo. Io propongo di non indagare affatto sugli avvenimenti di oggi.”

Il sole, ormai sorto, incendiava il profilo di Adeline, che sorrideva, stagliato contro la finestra; e velava di unòombra fitta tutto il suo corpo snello.

“Qui ci si vuole dare un messaggio, caro Robert. Tutte le visioni, prima allusive, poi dirette… un percorso a nostro beneficio. Ora ho cambiato idea, Robert. Sono d’accordo con te: qui bisogna al più presto cambiare la nostra vita.”

“Addirittura! Non speravo in un tale consenso. Ma hai pensato a come potremmo fare?”

“Veramente la liberazione dalla colpa non ha generato idee nuove in me. Non saprei davvero.”

“Io t’avevo pur proposto qualcosa, ricordi?”

“Un’azienda… culturale?”

“Perché no? Ma questa è solo una delle cose che potremmo fare.”

“Che intendi dire?”

“Adeline, a parte il fatto che siamo in due – e anche di più, se vogliamo, perché i nostri amici non ci abbandoneranno – comunque non siamo soli. Dopodiché possiamo tentare più cose. Oltre all’azienda, potremmo tentare concorsi, cattedre, pubblicare qui e là . I soldi guadagnati finora non andranno persi: se affidiamo l’azienda ad un nostro dipendente, otterremo uguali profitti senza però dovercene occupare.”

“Complimenti per lo spirito di sacrificio. Se abbiamo le spalle coperte non vale, Bob! Dobbiamo intraprendere le cose rischiando sul serio!”

“Io cercavo solo di essere prudente: e sei tu che mi hai detto che non dobbiamo sputare nel piatto dove mangiamo. Consideriamo comunque i soldi che abbiamo finora guadagnato con l’azienda. Ce li siamo sudati noi di persona: e se li mettiamo da parte o li facciamo fruttare, potremmo ricavarne una piccola rendita annua che ci permetterebbe di tirare avanti nei momenti più neri, dopo che ci saremo liberati dell’azienda. Almeno questo me lo concederai? è pur sempre vivere coi frutti del nostro passato lavoro.”

“Come sei diventato pratico!”

“è da anni che non mi interessa così tanto il mondo, Adeline: è normale che mi sforzi di superarmi. Se non vorrai essere così altezzosa da rinunciare anche al denaro che ci spetta di diritto, potremo rischiare almeno con una certa sicurezza.”

“Va bene. E una volta parato il didietro dalla sfortuna, che si fa?”

“Vendiamo l’azienda, oppure ne cambiamo completamente le funzioni. Gestiremo eventi culturali di ogni genere: musica, letture, arte, qualsiasi cosa… mostre, riviste. Pubblicheremo le ricerche universitarie, le sosterremo, organizzeremo seminari, finanzieremo scavi archeologici… produrremo CD, libri, saggistica, finanzieremo nuovi autori ed esecutori.”

“Bisogna guadagnare, per fare tute queste cose.”

“Ma se otteniamo il monopolio – o almeno una posizione di preminenza nell’industria culturale in america, avremo abbastanza affari da poterci mantenere. Non dovremo chiedere fondi allo stato, che ci vorrà  bene.”

“Il monopolio? Stai delirando? Come pensi di avere tanto successo?”

“Sveglia, Adeline! Io e te ci sappiamo fare, con gli affari e con la gente. Renderemo i nostri eventi e le nostre pubblicazioni così accattivanti da richiamare il gusto per l’arte di tutta la nazione!”

“Calma! Stai diventando velleitario e ti ci vorrà  poco per diventare inconcludente. Tutto questo non è che un bel sogno.”

“Senti, hai delle idee migliori? Anzi: hai delle idee? è comodo darmi del sognatore, ma se neppure tu, nella tua praticità , puoi fornire un’alternativa…”

“Il fatto è che dovremmo pensarci. Io dovrei rilassarmi e tu calmarti e riflettere. Servirebbe un periodo di pausa.”

“Anche tu vorresti partire?”

“Quest’atmosfera mi avvelena. è satura di tutti i nostri errori da bambini. Dobbiamo partire… è il primo passo per cambiare.”

Robert tacque per un attimo.

“Ti prego, Adeline” disse “andiamo in India.”

Adeline tacque a sua volta.

“Così, alla brutta?”

“Ma è tanto che vogliamo andarci. Su, cogliamo l’occasione. L’Italia è a posto grazie a Sally. Ora pensiamo all’India. Ci aiuterà  a riflettere.”

Adeline sorrise.

“E va bene. Chi se ne importa dei rimproveri, dei colleghi, dell’azienda. Partiremo al più presto.”

Il sole era alto sull’orizzonte e la diagonale assorta dei suoi raggi carezzava il giardino, la strada, le case. Qualche refolo di vento smosse gli uccelli e d i loro richiami ripresero ad echeggiare.

Adeline uscì di casa e Robert le camminava al fianco. Si divisero sul vialetto dòingresso. Robert andò verso casa sua a fare i bagagli: Adeline doveva pensare a prenotare i posti e ad organizzare i viaggi secondo un progetto che perfezionavano da anni e che sapevano a memoria. Si salutarono brevemente e fu tutto. Le due figurette, snelle e leggere, presero direzioni opposte,. Visti dallòalto, non rendevano ugualmente bene il passo di carica e lòumore quasi ringiovanito. Ma lòocchio dellòalto li osservava volando vedeva ben più in profondità . E quand’ebbe constatato ciò che doveva, si allontanò, salendo verso le nuvole dense e remote, che come lente chiatte fluviali, si estendevano scivolando vicino al sole.