Eleo

Tiziano Coati
(ITALIA)

E L E O

PRIMA

Nei primi anni ottanta del XX secolo il Paese fu percosso da un tornado ad ampio raggio.

Inseguendo una moda non ancora esaurita nel Nuovo Mondo, il mercato editoriale ideò una vasta campagna di promozione culturale nel “faidatè-bricolage” che ebbe importanti risvolti sullo stile di vita e sull’economia complessiva delle famiglie.

Fascicoli settimanali, corredati da videocassette esplicative, inondarono le edicole della penisola finalizzate a trasformare tranquilli professionisti dei più disparati settori in elettricisti, idraulici, tappezzieri, pavimentisti, ecc.

Il fenomeno si propagò rapidamente a tutto il territorio nazionale (Canton Ticino incluso); le stime di allora dicono che gli aspiranti artigiani interessati furono attorno ai dieci milioni.

Considerando che due terzi non riuscirono a spingersi oltre il terzo fascicolo, un esercito di più di tre milioni di italiani, accreditati dal nuovo status di neo-artigiani, si abbatté con veemenza sulle abitazioni proprie, del vicinato e degli amici di allora nel corso di interminabili serate e fine settimane.

Le conseguenze furono duplici: alla prima vista del buon senso sicuramente tragiche, d’altronde si registrò un discreto balzo del PIL che il corpo degli economisti stentò a riconoscere.

Nonostante le didascalie dei fascicoli e i video spiegassero minuziosamente l’esecuzione dei più diversi interventi riparatori, l’apprendimento e la messa in pratica risultarono assai al di sotto delle aspettative didattiche degli editori, pur centrando in pieno l’obiettivo di un lauto incasso editoriale, come sostenuto dai maligni.

Per far pratica si è avuta menzione che dei provetti aggiustatori abbiano volontariamente sfilacciato nastri di tapparella o sabotato meccanismi interni di lavatrici approfittando della momentanea assenza dei familiari. Lo sconquasso avveniva dopo alcune ore, a famiglia riunita, durante il pranzo od in piena notte affinché il bricolagista potesse far valere la sua nuova conoscenza con un intervento tempestivo quanto maldestro.

Ricorrere ad un artigiano in ore poco convenzionali sarebbe stato assolutamente improponibile e ciò licitava pienamente il capofamiglia alla riparazione diretta, in economia.

Un’ondata di terrorismo domestico sconvolse l’Italia: caldaie che esplodevano, tubi idraulici trasformati in idranti, black-out condominiali, impianti termici con funzione frigorifera e frigoriferi con irradiamento termico, tapparelle a ghigliottina casuale, ecc.

Immancabilmente dopo il bricolage applicato sopraggiungeva l’intervento di un artigiano vero.

Davanti alla catastrofe l’idraulico del caso domandava:

-” Cos’è successo ? Non è che …qualcuno ci ha già  ravanato ?”

La tattica del bricolagista solitamente era improntata a negare qualsiasi evidenza o meglio ad eclissarsi durante il sopralluogo.

Talvolta però l’artigiano, quello vero, tra il caos più completo delle stanze, scorgeva (sul tappeto, vicino al divano, dietro la lavatrice, ecc.) un famigerato fascicolo aperto, fatalità  proprio su “la caldaia, questa sconosciuta” e rispettosamente si lasciava sfuggire un discreto “Aha”.

Poi il consulto continuava con:

-” è un bel guaio. Il danno c’è. Conviene sostituire in toto l’apparecchiatura”

oppure:

“Occorre sostituire l’intera parte elettrica/idraulica, ma le costerebbe di meno comprarlo nuovo”.

In sostanza sempre una spesa catastrofica per le famiglie.

A ciò si aggiungeva la sistematica rottura di amicizie, anche di lunga data, ritenute prima indissolubili.

Corre voce che tra gli artigiani, durante incontri notturni al bar o nei night club, si fosse diffusa la notizia di tale pernicioso hobby che determinava più danni a cose e persone che benefici e che, decisamente, non risolveva il guasto.

Visto che comunque tali situazioni influivano sulla concorrenza, addirittura alimentando una componente importante per introiti più succosi, alcuni artigiani decisero di saccheggiare le edicole facendo incetta di tutte le pubblicazioni in argomento, per promuovere gratuitamente il fenomeno nelle cassette postali, soprattutto in quelle di stimati professionisti dei quartieri alti delle città .

Le case editoriali aumentarono tirature e vendite parallelamente all’incremento di crolli, esplosioni e allagamenti notturni nelle abitazioni.

Il ministero degli Interni non si è mai occupato ufficialmente della questione ma la Digos era sempre presente con i propri specialisti ad ogni scoppio o inondazione.

La Protezione Civile rifiutò categoricamente il proprio interesse sebbene molti operatori in suo seno fossero fanatici bricolagisti. Da un punto di vista etico le due figure non erano tra loro incompatibili; infatti per entrambi gli aspetti la molla psicologica era la stessa: prevenire e gestire le catastrofi. In fin dei conti un esercizio domestico misurato e circoscritto non poteva essere palestra migliore.

Nel 1984 un consorzio artigiano interprovinciale dell’interno marchigiano decise di organizzare uno speciale corso per non-artigiani, articolato in incontri bisettimanali e quattordici mesi di durata.

Purtroppo non si ottenne l’approvazione dei vari prefetti interessati, sembra a causa di forti pressioni contrarie esercitate dal sindacato delle casalinghe a sua volta pressato da associazioni di telefono azzurro.

A livello nazionale, come detto, il PIL ebbe tuttavia un sobbalzo.

Poteva compararsi ad una sorta di seconda ricostruzione post-bellica i cui valori però venivano confusi ed occultati tra i dati del boom economico post crisi petrolifera.

Il corpo degli economisti, come sempre diviso in opposte vedute, non fu in grado di elaborare strumenti efficaci per interpretare tale anomalia di crescita.

Nel 1989, a fenomeno ormai esaurito, uno sconosciuto economista bankitalia, Legacci C. azzardò un complesso algoritmo che interpretava la crescita con un’ottima approssimazione: una funzione esponenziale ove i coefficienti delle variabili di spesa erano correlati al differenziale delle quantità  vendute (periodo 1981-1984) di guarnizioni, nastro isolante, tubi idraulici, elmetti antinfortunistici, cerotti e cassette di primo soccorso.

Le elaborazioni davano dei risultati così precisi che riuscì stavolta a trovare univoco l’intero corpo economista nella condanna del modello, dichiarato “inconsistente nelle ipotesi di partenza”.

Legacci, accusato dai colleghi stessi di bricolagismo occulto, ritornò all’anonimato e nessun altro osò studiare la cosa. Tutto venne affossato nel dimenticatoio.

Fonti vicine alla banca centrale, purtroppo non rivelabili per questioni di privacy, affermano che qualche settimana prima del pensionamento il Legacci avesse abiurato il proprio studio, con dichiarazione scritta al Governatore e che avesse ultimato il suo servizio quarantennale al Dipartimento Controllo Manutenzioni e Cancelleria, comunque nell’invidiabile primo piano, angolo sud-est di Via Nazionale.

Tra questo esercito di nuove leve solo una dozzina riuscì realmente a governare una nuova professionalità . Ho il privilegio di conoscerne tre ma il solo che vive nella mia città  è Eleo D’Antrassi.

SECONDA

In gioventù il padre conduceva, con evidente soddisfazione economica, l’unica farmacia del paese che nonostante fosse abbarbicato alle pendici di un colle, baciato dal Tirreno per oltre tre lati, era popolato da individui privi di qualsiasi vocazione marinara. Traeva la sua origine da forzati penali provenienti dal Regno di Napoli e dello Stato della Chiesa, poi affamigliati e stanziatisi lì definitivamente.

Prima che le bonifiche sanassero paludi ed acquitrini il farmaco che tirava maggiormente era il chinino ed il prudente Guido D’Antrassi ne custodiva riserve considerevoli.

Guido soffriva la sua natura schiva ma sognava di avere dei figli estroversi e parlatori.

Per la funzione sociale esercitata riuscì a passare indenne il conflitto mondiale dispensato dalle armi.

Proprio in quegli anni Maddalena mise al mondo Eleo.

Apparve subito una creatura gracile, d’altronde i tempi non lasciavano sperare in pargoli pasciuti, e l’evento preoccupò particolarmente i genitori.

Il funzionario dell’anagrafe era affetto da una reale grafia avicola ed i primi di dicembre del ‘41, forse a causa dei bombardamenti alleati, la sua mano si dimostrò ancor più tentennante.

” Come lo chiamiamo ?”

Guido, appassionato dai trascorsi liceali, convinta l’avversa Maddalena, quasi sussurrando:

“Egeo !”

“Ma che razza di nome è? Qui si chiamano tutti Erasmo, Leandro, Franco, Ciccio. Chiamatelo ben così !”

“Egeo !” sempre sussurrando ma stavolta con più fermezza.

L’ufficiale trascrisse scuotendo la testa.

Nel ’42 i bombardamenti si intensificarono. Uno spezzone incendiario indirizzato al palazzo comunale fu dirottato dal vento sulla farmacia che prese rapidamente fuoco con tutto il magazzino.

Guido aveva perduto l’attività . Con Maddalena decise che fosse ora di cambiare aria e trasferirsi a Roma.

Giunti nella capitale, col carico piagnucoloso e ben poche altre cose, si stabilirono nel quartiere della Garbatella, ove le autorità  fasciste ritennero concedere loro un modesto alloggio.

Quando Guido ottemperò alla registrazione amministrativa scoprì, e solo allora, che il figlio risultava come “Eleo”.

Dapprima inveì scurrilmente contro tutti gli ufficiali di stato civile del Regno, poi, impotente e rassegnato, accettò quel nome non suo. Dopo tutto era comunque una locuzione greca che identificava un antico dialetto ellenico.

La famiglia sopravvisse con le lezioni di greco e latino che Guido impartiva ai pupilli di gerarchi in alcune famiglie, a metà  della Nomentana.

Finita la guerra, il fratello di Maddalena, tipografo comunista in Bologna, diede loro avviso sulla possibilità  di lavorare in una farmacia della città  i cui commessi erano stati passati per le armi dai fascisti (o dai tedeschi ?).

Il 7 marzo 1946 i D’Antrassi entravano a Bologna.

Il lavoro alla farmacia di Porta San Vitale attecchì discretamente e già  per quel Natale fu possibile ottenere una abitazione più ampia, poco fuori porta.

Egeo, anzi Eleo, sembrava ricalcare il carattere schivo e taciturno del padre.

Le aspettative di Guido parevano vanificate.

Nelle sue letture notturne Guido apprese l’esistenza in Irlanda di una roccia miracolosa che sembrava conferire il dono dell’eloquenza.

Guido non era né credente né credulone, pertanto qualsiasi ipotesi di ricorso a madonne o santuari fu subito scartata. Altresì la tradizione laica poteva adagiarsi placidamente sul piano della superstizione.

Quel chiodo dell’eloquenza li si era infilato in testa e, osservando preoccupato l’orso che stava crescendo dentro il figlio, non smetteva di pensarci.

Finché, in una visita casuale alla tipografia del cognato, incontrò un professore d’inglese che gli confermò la leggenda e la sua nota efficacia.

Da tempo Guido voleva avere un’idea di cosa si spandesse oltre Penisola e Mediterraneo, ed in tempi in cui nessuno stramalediceva più gli inglesi, ritenne saggio fare un viaggio a Londra con Eleo.

Avversato da Maddalena s’imbarcò in un interminabile viaggio (treno + nave) col figliolo, all’oscuro dei progetti paterni.

Attraversando la Valdadige iniziò a tastare la reale diversità  del paesaggio europeo.

Londra gli parve un gran casino. Lo stesso Eleo chiedeva ripetutamente cosa c’erano venuti a fare.

Passati pochi giorni a zonzo per una città  che si manifestava immensa, aggiustò alla bel e buona un trasferimento in Irlanda..

Giunti a Cork appresero che il Castello con la pietra miracolosa distava pochi chilometri. L’indomani armati di merenda e buona lena (enorme per Guido e scarsissima per Eleo), si incamminarono verso Blarney. La pioggia irlandese, ad ondate successive, non li risparmiò.

Arrivati fradici, saliti sulla scivolosa sommità  della torre si presentò loro il gran sasso. Si trattava di una pietra squadrata a parallelepipedo che sporgeva oltre il bordo degli spalti. Gli dissero che tenendo il ragazzo per i piedi e per le gambe, ad evitare una fatale caduta, Eleo si doveva stendere orizzontalmente, abbracciare la pietra dal di sotto e baciarla. Eleo non dette prova di coraggio. Le insistenze e rassicurazioni del padre non riuscivano a convincerlo.

-“O fai quel che ti dico o, per Maddalena, di sotto ti butto io !”

Guido in veste d’energumeno ebbe la meglio.

Eleo lacrimante si stese, si sporse e baciò schifato il masso inerme.

Passarono due anni ma la cura sembrava non aver avuto effetto: Eleo si dimostrava ancor più orso del padre.

Al liceo però parve che la lingua gli si sciogliesse. Blarney stone aveva sortito le aspettative del padre.

Di qui alla laurea in legge con buoni voti e l’avvio di una discreta carriera togata.

Giunto così ai cinquanta, con moglie e due figli abbandonati e dispersi dalla sua dedita completa alla professione, Eleo decise di dargliela su.

Dell’esperienza forense conservava un buon ricordo e poteva vantare discreti successi, con lusinghevoli riscontri sulla stampa locale.

In particolare nel caso Cutoli contro Guerrazzi, nonostante le apparenti avverse “logicae iuris”, era riuscito a spuntare una brillante vittoria. . Eleo, difensore del Guerrazzi convinse la corte a rigettare tutte le richieste di addebito della strana, e in parte banale, vicenda.

In pieno centro cittadino afflitto da una pesante afa padana, il Guerrazzi, portava a spasso, un sabato pomeriggio, la secondogenita Carolina, di quattro mesi. Distratto forse dalle forme accattivanti delle commesse dei negozi, investiva maldestramente con la carrozzina tale Cutuli, ottantunenne, a passeggio guardinga con Evasio, barboncino fedele.

L’anziana ne era uscita sballottata, stordita ma perfettamente indenne; a suo dire, il cane, al vedersi la padrona franare al suolo, ne riportò uno shock tale da subire una mutazione di carattere, praticamente stile dobermann.

Il futuro dell’anziana proseguì in modo così precario (vivere con una bestia assassina non è certo agevole) che si vide costretta ad intentare causa contro il Guerrazzi, almeno per ottenere le necessarie spese di internamento a vita per Evasio.

Le accuse si dimostrarono subito pesanti: lesioni personali, conduzione incauta di mezzo, provocato shock canino, ecc..

Amico dobermann, Emiliana Cinofila e l’Associazione Canina del Molise (di cui era nativa la Tutoli) si costituirono parte civile.

Analoghe richieste di PsycoCan e Dog Top Model House (Imola) furono rigettate dalla corte con sollievo della difesa

Eleo patrocinò dopo il rifiuto di due colleghi. Con un esaltante arringa, che avrebbe fatto impazzire di gioia gli autori delle fiction americane, intervallate da sapienti allisciamenti della barba bianca, salvò il Guerrazzi: Evasiò finì al canile.

Il Carlino riportò la vicenda, corredato dagli immancabili pro e contro e se n’ebbe vasta eco sulla seconda pagina dei quotidiani nazionali a diffusione gratuita.

Un settimanale scandalistico gli sollecitò più volte un’intervista che però Eleo rifiutò categoricamente.

La sentenza entrò nelle raccolte legali e divenne giurisprudenza, accompagnata dai commenti ironici dei colleghi.

Eleo si tramutò in “Barbo-dobermann”.

Le due cause successive lo fluttuarono verso la sua boa professionale.

La difesa di un anziano inquilino moroso raggiunto da sfratto esecutivo ed un’annosa questione di frutti pendenti (per una fila di melograni confinante tra due diverse proprietà ) furono la completa debacle.

Qui le premesse giocavano chiaramente a suo favore ma la sua arringa finale suonò di lunga inferiore a quelle dei più giovani e meno scafati colleghi.

Eleo sembrava aver smarrito lo smalto mentre la voce usciva a fatica: le poche parole gli echeggiavano come se fossero quelle di un altro.

Il giudice dovette ripetutamente riprenderlo:

– “Avvocato ! Allora ?”

Forse era finita la panacea di Blarney o forse era scoccata la maledizione di Evasio.

ULTIMA

La ZTL era diventata da tempo un area impenetrabile a qualsiasi veicolo provvisto di targa. Una sorta di città  nella città , isolata da barriere invisibili, tele-riprese e protette dai più innovativi sistemi informatici.

Unici mezzi permeanti erano cicli, pedoni e mezzi pubblici.

Eleo, recuperatore e ciapinaro, aveva rispolverato un vetusto ciclofurgone dello zio materno e fregandosene altamente di qualsiasi divieto (palese od occulto) percorreva incessantemente il centro in ogni dove, a seconda delle proprie esigenze di lavoro.

Del vecchio deposito della tipografia, battuto all’asta ripetutamente, con basi di offerta che venivano di volta in volta ribassate (e tutte andate deserte) possedeva ancora un mazzo di chiavi.

Il giudice fallimentare, amico di lunga data, aveva infatti nominato Eleo custode, quale unico erede vivente della ex-agiata famiglia.

Il ricordo adolescenziale del vecchio furgone, prima del fallimento, gli era rimasto sempre vivo.

Più volte affascinato dal mezzo aveva ripensato quale uso avrebbe ormai potuto ricoprire il triciclo, nel tempo in cui rotative e linotype potevano solo costituire esposizioni museali od archeologia industriale.

Quel furgone, imbottito a pacchi di carta stampata, era vissuto per le consegne in tutto l’hinterland bolognese.

Eleo lo battezzò mezzo più adatto per aiutarlo nella sua nuova professione.

Noncurante dei divieti e dei sensi unici, pedalava quel cassone a recuperare bombole, boiler arrugginiti, assami di mobilia in legno vero buttati dagli stimati cittadini agli angoli delle strade; gli sarebbero tornati utili per sostituire pezzi e parti usurate di quanto gli si chiedeva riparare.

Con i fittoni anti-accesso aveva un conto in sospeso. Una volta, si era accodato ad un camioncino che aveva appena oltrepassato il varco ma, nel bel mezzo del passaggio il cilindro di destra gli aveva slabbrato e poi divelto tre raggi della ruota.

Imprecando contro sindaco, giunta e municipalità  tutta, aveva proseguito la sua corsa, certo della necessità  di escogitare qualche artificio più efficace.

Ad un mercatino delle cose vecchie, vicino al Po, si ricordò di aver comprato anni prima, spinto da una forza inconscia che a volte induce ad inutili acquisti, una serie di schede telefoniche magnetiche.

I codici, dopo tutto, non sono infiniti: valeva la pena tentare.

Un mercoledì all’ora in cui la notte non decide ancora di smammare, col suo bel pacchetto di tessere si piazzò alla console di un varco e lì a provarle tutte per capacitarsi se i fittoni rispondevano.

Scovò una telefonica polacca che lavorava come la tessera gialla della dipartimento mobilità  bolognese.

Era fatta ! mai più blocchi di fittoni impertinenti.

Agli esordi del suo nuovo status i clienti principali furono proprio gli ex colleghi togati e le loro mogli.

Sembravano soddisfatti e lusingati di poter contare su un aggiustatore di fiducia, affidabile e garantito da una laurea in legge.

Le riparazioni erano impeccabili e le parcelle leggermente al di sotto di quelle di mercato.

In un quarto d’ora una volta risolse un diluvio da tubi in casa di un giudice fallimentare evitando prontamente l’intervento dei vigili del fuoco.

Memorabile fu il ripristino notturno di un gruppo elettrogeno in un isolato campeggio appenninico sorto per ospitare un corso estivo dell’ordine per giuristi d’impresa, che stavolta riuscì a raggiungere tempestivamente in lambretta.

Pian piano decise di trasferirsi nella ex-tipografia che si presentava come un accatastamento di macchinari recuperati, molti smontati nei minimi termini ed ordinati minuziosamente da Eleo.

Nelle cassettiere dove vent’anni prima si custodivano i caratteri di piombo usati dai compositori ora traboccava un coacervo di viti, vitine, chiusure, guarnizioni, rubinetteria varia, ecc.

Il box dello zio , tre paretine di plexiglas addossate al muro, accolse una branda per spendere quei brandelli di ore notturne dedicate al sonno. Eleo faceva spola casa-tipografia, fino a quando il nuovo letto, ubbidiente, riuscì a modellarsi sulla sua magrezza. Da allora la tipografia divenne base di lancio per ogni volo extraterrestre dell’anima ed Eleo non tornò più alla casa..

Nove mesi dopo l’abbandono delle udienze venne chiamato da un assistente del canile municipale.

Il meccanismo di uno dei cancelli automatici si era bloccato lasciando la chiusura a mezza via ed ogni sforzo muscolare per richiuderlo o i tentativi di far ripartire il controllo remoto non avevano spostato la paratia di un centimetro.

Si trattava della porta del recinto in cui venivano circoscritti sette dei centosessantotto ospiti; quelli che, per carattere, necessitavano di una vigilanza “speciale”.

La voce concitata dell’assistente era apparsa ad Eleo preoccupata in modo eccessivo. “Per un cancello che non si chiude non muore mai nessuno” si disse tra sé Eleo mentre intensificava la pedalata con la sua officina mobile.

In prossimità  del canile si spandeva un abbaiare ululante lamentoso. Ad Eleo gli si rizzarono tutti i peli del corpo, barba bianca compresa.

Era una sirena organica che annunciava una catastrofe imminente, un terremoto che solo le premonizioni animali riuscivano a percepire.

Giunto sul posto, gli si proiettò una visione tipo rivolta carceraria, condita da un abbaiare Dolby-stereo.

Sette assistenti, ciascuno armato di duplice bastone, avevano il loro bel da fare a mantenere un drappello di cani inferociti entro il recinto.

Era un fronte contrapposto cane contro uomo, una sorta di aggressiva guardia e ladri nella fase di “fido” in attesa del segnale per riprendere il gioco.

La formazione canina era composta da elementi di taglia media ad eccezione di una sorta di barboncino nero che si dimostrava il portavoce.

L’aggressività  media apparente del gruppo trovava il picco più elevato proprio in quel capetto che esibiva una vocalità  troppo stretta per quel corpo minuto.

Lanciata la panoramica Eleo eseguì un rapido zoom su cani, guardiani e cancello.

Estratti gli utensili del caso intervenne sul controllo remoto e il cancello lentamente funzionò.

Gli assistenti si sentirono sollevati ed anche i cani, evaporata la via di fuga, diminuirono lentamente le rimostranze.

Solo quel barboncino pareva non rassegnarsi.

“Che cos’ha quel cane ?”

chiese Eleo. Gli delinearono un trascorso burrascoso, con alle spalle due tentativi di adozione ma la scontrosità  verso gli aspiranti padroni obbligò un rapido ritorno al canile.

“Sinceramente non sappiamo come fare con lui, è qui già  da più di un anno.”

Confessò un assistente.

Eleo non aveva mai visto Evasio, forse era proprio lui ?

Eleo si avvicino, fino al limite del recinto, anzi fu un avvicinamento reciproco: uno da dentro e uno da fuori.

Seguì uno sguardo lungo, intenso, rappacificatore. Erano gli occhi di unl’arringa verso una giuria sconcertata.

Chiesero il costo dell’intervento.

“Niente. Prendo lui.” disse Eleo.

Un guardiano avanzò:

-“Non sa a cosa va incontro.”

Si aprì lentamente il cancello e lo strano barboncino sgusciò fuori.

Spaesato dal mondo di fuori si fece avanti guardingo sotto gli occhi di Eleo e con un balzo atterrò nel cassone.

Si accovacciò tra le chiavi inglesi e i cacciaviti unti.

“Andiamo Blarney” disse sorridendo Eleo, mentre il piede sospingeva il ciclofurgone alla tipografia.