Accoglienza

Berenice Sica Lamas
(Brasile)

A C C O G L I E N Z A

Mattina soleggiata vestita di azzurro. Agenzia per la ricerca di lavoro.

Le persone si ammucchiano nella saletta di attesa, non vedono dov’é il distributore per il numero del loro colloquio. Qualcuno dice che è dentro. Una persona apre la porta, ma c’è qualcuno in intervista. Alla fine, io e tre persone troviamo i nostri numeri.

Un ragazzo vestito di nero. Un orecchino nell’ orecchio brilla come zircònio. Piercing nel sopraccìglio. Barba da fare, inquieto, irritabile, la cinta stretta nella cintura denuncia già  un’ inizio di grassa. Scrivania di legno in disordine, carte, portalettere, matite, una gomma rovinata, calcolatrice, cassetto aperto, mancanza di pulizia.

Prende il curriculum, lo guarda distratto, non so se ha letto qualcosa. Dico che sono qui da quattro mesi, offro lavoro nell’ area di assistenza, badante, babysitter, assistenza ad anziani, disabili, che ho la citadinanza italiana, che sono una persona responsabile, flessibile, motivata per il lavoro e che ne ho molto bisogno.

Senza guardarmi va copiando dal curriculum i dati principali in due formulari, nome, cognome, data e luogo di nascita, indirizzo, da quando sono in Italia.

Dò una sbirciata: rasente al piano, un ragno inizia il tessere magico della sua tela. Nell’ angolo del muro con la scrivania. I fili delicati a intrecciare la tessitura.

Quando io penso che allora comincierebbe il colloquio… una domanda:

– Hai referenze?

Quasi rimango congelata.

– Referenze? Ho detto che sono in Italia da 4 mesi, non ho lavorato ancora.

– Non per me, per le famiglie. Chiedono sempre le referenze, domandano come la persona ha lavorato nell’ altro impiego. Mi dispiace.

– Posso dare referenze dal mio paese? Ho lavorato per 20 anni.

– No, mi dispiace. Dimostrava irritazione.

– Però non abbiamo parlato ancora delle mie esperienze profissionali, di competenze, interessi.

– Senza referenze non si va da nessuna parte. Mi dispiace.

 

Stava lì per aiutare gl’ immigrati e soltanto sapeva dire “mi dispiace”.

Aferra con forza il curriculum insieme al due fogli che aveva rieempito e dice ritorni quando abbia referenze, indicandomi un casseto pieno di tanti altri formulari, per farmi capire che lo custodirà  fino a quando io porti le preziose referenze.

Il ragno continua impegnato nella sua tela. Disegno simmetrico, molto bello. Lavora velocissimo, le zampettine come sottili aghi che intessano un filo oscuro ma quasi trasparente.

– Ma questo è uno circolo vizioso, dico io, disegnando circoli concentrici con le dita nella tavola, come se fosse un immenso filo di tela di ragno tutto mischiato e lui abbassa la testa per accompagnare i rischi. Devo ritornare quando avrò referenze, ma allora non avrò più bisogno di trovare lavoro.

Lui resta quieto.

– Come ottengo referenze se non ho l’ opportunità  di una prima esperienza?

Quasi come una fiàccola, l’ orditura di seta di cui nodi sembravano perle nere. La tela non era pronta ancora e già  un’ altro piccolissimo insetto si dibatteva nel labirinto dei fili – di natura e struttura fortissime.

E continuo:

– E ancora peggio, mi sembra paradossale.

Ascoltando questa parola, lui è restato impassibile. Per la prima volta mi guarda.

Silenzio profondo, quasi si ascoltava il filare del ragno nell’ aria.

Ed allora, la stoccata finale:

– Ritorno all’ Agenzia Maggiore e denuncio che in questa agenzia non accolgono persone per il primo impiego senza referenze. Perchè allora non mettete un cartellone affisso dicendo che senza referenze nessuno sarà  intervistato? Più rispetto per il tempo e le aspettative del migrante.

Lui resta più fermo ancora; bianco, paralizzato.

Mi alzo ed esco indicando il distributore dei numeri:

– Mettilo fuori della tua saletta, ragazzo. Che significato ha il distributore dei numeri dentro la saletta di intervista e non nella sala di attesa dell’ agenzia? Che nonsenso, che mancanza di logica: le persone vogliono fare la coda e non possono. Ti irriti con chi apre la porta spiando nella tua saletta ma stanno cercando il numero, loro sono nel giusto. Mi dispiace.

Alla fine lui apre la bocca, però non esce suono alcuno. Lìvido. La pallidezza totale. Il contrasto con i vestiti neri si fa inquietante. Il ragno completava il suo laborioso lavoro, misto di pazienzia e magia. L’ insetto già  mangiato. Il merletto inghirlandato brillava nelle goccioline della burocrazia. Una burocrazia inerte, viziosa, quasi perversa, nel suo lavoro preferito: creare ostacoli, imbrogliare la consecuzione degl’obbiettivi, non lasciare le cose succedere. Di quella tela no parlo niente, quel cervello assente. Il ragno era molto piu competente di lui, la tela era veramente meravigliosa, di natura perfetta.

La mattina tersa mi accoglie; sollievo, chissà  se il ragazzo aveva mai pensato a quel ragno? Forse io l’ ho disturbato… canticchiavo.

In bocca al lupo alle prossime immigrate.