Relazione di Laila Wadia

Non si è mai ex – EKS&TRA

Eks&Tra, il nome dell’Associazione Culturale che ha organizzato questo V Forum Internazionale sulla Letteratura Migrante qui a Mantova è un bellissimo abbraccio di parole. “Indica la provenienza da altri paesi (eks) e l’arrivo tra noi. La congiunzione (&) assomma in sé le difficoltà e insieme la grande ricchezza dell’incontro.”(1)

Personalmente, faccio un’associazione che va oltre. Il nome mi chiama alla mente parole come “eccetera”, ossia un fiume di parole, e “extra”, inteso nel senso di “speciale”.
E per me è esattamente quello che è diventato l’immensa banca dati di racconti e poesie dell’Associazione Eks&Tra: parole speciali.

A differenza dei madrelingua che a volte scrivono per il puro piacere della scrittura, per perfezionare esercizi di stile, la scrittura migrante ha uno scopo sociologico, impartisce piccoli stratagemmi per vivere meglio nel nostro mondo moderno e multi-culturale.
Come scrive Wakkas nell’introduzione del suo libro intitolato Fogli Sbarrati (Edizioni Eks&Tra, 2002): “… Scrivere, vuol dire sognare, visitare luoghi lontani, fare compagnia a persone sconosciute, dialogare, abbattere i muri che ci dividono, superare gli ostacoli che ci impediscono di capirci l’un altro.” Questo è lo spirito che anima la maggior parte degli scrittori migranti.

Ho scelto di presentare alcune frasi tratte dai lavori di sei autori che sono stati premiati negli anni nel Concorso Letterario che l’Associazione Eks&Tra organizza annualmente. Dire che ci sono dei motivi per la scelta di questi scrittori significherebbe fare un grave torto agli altri che non ho nè lo spazio nè il tempo di presentarvi. La scelta è stata puramente casuale, con l’unico scopo di condividere con voi il piacere della lettura, di stuzzicarvi ad andare a leggere le numerose opere del data base dell’Associazione (www.eksetra.net) e di parlarvi dei messaggi che io ho tratto dagli scritti di questi autori. Sono persone che non conosco. Non so quanti anni o che volto abbiano. Mi piace tracciarne un identikit attraverso le loro parole. Forse non corrisponderà alla realtà ma mi permette di volare con l’immaginazione.

Il primo scrittore che ho scelto si chiama Miguel Angel Garcia, viene dall’Argentina, e come il più noto dei suoi connazionali, Diego Maradona, anche lui è un gran giocoliere. Fa spettacolo con le parole e segna gol dopo gol. Nel racconto che ho letto intitolato Il virus del colore (Il doppio sguardo, Adnkronos Libri, 2002) Garcia prende a prestito il lessico del mondo calcistico e sportivo in genere, ad esempio:
“…La faccia mi si gonfiò come un pallone.”
“Mi fece radere la testa come una palla da biliardo.”
Il racconto parla del povero leghista Gianpiero Bianchi che dopo una vacanza alle Seychelles viene colpito da un virus e diventa nero. Torna in Italia e nessuno, nemmeno la mamma, lo riconosce. Perde il lavoro, gli amici, la ragazza, e si trova a fare una trafila burocratica come un qualsiasi extracomunitario clandestino. Dribbla tra i mille ostacoli della burocrazia, ma poi lo scrittore conclude che sono i leghisti, che rifiutano di riconoscere il proprio compagno perché ormai è di colore diverso, a fare autogol, perché “Gli stranieri sono una risorsa, opporsi a loro è rifiutare la produttività e la ricchezza che fanno della Padania quel che è.”
Da questo racconto imparo due cose: l’importanza di mettersi sempre nei panni degli altri (e se succedesse a te una cosa simile?) e come si possa usare l’ironia come arma per lottare contro razzismi beceri.

Della seconda scrittrice leggiamo queste due frasi.
“No, no, no mamma … non faccio il bagno!”
“Io sono un maschietto e faccio il bagno solo con papà!”
Vengono pronunciate da un bambino piccolo che si chiama Ivan.
Perché non vuole lavarsi questo bambino?
Vi fornisco degli indizi. La storia si svolge in Croazia duranti gli anni della guerra. Il papà di Ivan è partito per combattere.
Ora emerge chiaro il perché del rifiuto del bambino. Ivan ha paura. Teme che il papà possa non tornare dal fronte. In questo delizioso racconto di Tamara Jarejcic, Il bambino che non si lavava (Pace in parole migranti, Besa Editrice) veniamo confrontati a un dramma, un incubo che forse abbiamo tutti vissuto da piccoli, la domanda: e se la mamma o il papà non ci fosse più?
La Jarejicic insegna che noi scrittori migranti veniamo spesso da terre martoriate, abbiamo vissuto storie terribili e abbiamo il dovere di parlarne. La Jarejicic lo fa con dolcezza, attraverso lo sguardo di un bambino e come si sa, uno non può che commuoversi davanti alle parole dette, ma ancor di più quelle non dette, di un bambino.

Adesso vorrei presentarvi due scrittori dal Nord Africa. Cerchiamo di dare un volto al primo attraverso gli aggettivi e i sostantivi che usa.
– Una brusca essiccata stella di sangue macchiava uno scoglio.
– L’uomo emerse da un lungo svenimento come da un deserto viscoso.
– Avanzò barcollante calpestando confuse generazioni di plastica frammiste a sciabolate di luce sprizzate dalla sabbia. Queste poche righe prese dal racconto L’inverno (Il doppio sguardo, Adnkronos Libri 2002) mi fa pensare a Imed Mehadheb come affascinante e misterioso uomo blu del Sahara. Infatti lui viene dalla Tunisia. Mehadheb non scrive racconti, lui dipinge quadri davanti ai nostri occhi, ci rende serpenti inermi davanti al suono incantatore della sua penna. Insegna agli scrittori migranti di cercare nel proprio bagaglio culturale per arricchire l’italiano, di non dimenticare le parole del grande Ernest Hemingway che diceva: “scrivi di quello che sai.”

Il secondo è uno scrittore molto apprezzato sia dai lettori sia dalla critica. Nasce in Siria e si chiama Yousef Wakkas. Ho preso questa frase dal racconto Nutellaland inclusa nell’antologia Fogli Sbarrati (Edizioni Eks&Tra, 2002)
– “Dica 33,” m’ordinò la dottoressa, ravvivandosi i capelli biondissimi che, per dispetto, le tornavano sempre a coprire un lato del suo viso angelico.
– “In arabo o in italiano?” chiesi per evitare ogni malinteso.
In un’intervista che ho letto, Wakkas confessa di “pensare in arabo e scrivere in italiano.”
Questo invece di essere un handicap deve apparire chiaramente come un grande dono, una ricchezza. Conoscere due culture, poter sognare in due lingue, poter aiutare la gente a capirsi. E’ una sfida ma anche un dovere per chi scrive in una lingua diversa dalla propria madrelingua. Al contempo Wakkas insegna di non dimenticare le nostre origini, i nostri valori, le nostre tradizioni secolari in nome dell’integrazione.

L’America Latina ci regala un’altra fuoriclasse, una Ronaldo della parola. Nelle sue opere si sentono lontani echi di samba, la gioia e la tristezza del carnevale di Rio.
Ecco alcuni titoli dei racconti della sua ultima fatica di Cristiana de Caldas Brito, un’antologia intitolata Qui eLà (Cosmo Iannone Editore, 2004): Ia’ la vecchia, Eda Zarehs, Maroggia.
Chi è Ia’ la vecchia? Un’attenta lettura ve lo svelerà. Eda Zarehs, che legge e legge e legge per sconfiggere la morte ci insegna che la realtà a volte è il riflesso di quello che vediamo. Maroggia è una parola inventata: un vocabolo estivo, allegro, metà mare, metà spiaggia.
Cristiana de Caldas Brito ci insegna ad osare, a stravolgere, a rinnovare l’italiano, di dare sfogo alla grande inventiva che deriva dal fatto di vivere come ponti tra due culture, due idiomi.

Ecco alcune frasi di uno dei racconti dell’ultima scrittrice che vorrei presentarvi.

” … chiunque può entrare in un qualsiasi negozio di una qualsiasi strada dimenticata da Dio e dire:
“Ahò, me dai 5 chili de salsicce! Ehy! Ma le vojo de quelle bone, quelle che se sciojono en bocca come er miele.'” La provenienza del personaggio in questione è abbastanza scontata e allora vi stupirà leggere qualche riga più avanti nel racconto Salsicce (Impronte, Scritture dal mondo, Besa Editrice) l’io narrante si definisce tra le altre cose:
– Mussulmana Sunnita
– Che beve il tè al cardamomo, chiodi di garofano e cannella
– Si ricorda a memoria tutte le parole del Cinque Maggio di Manzoni e
– Canta Un anno d’amore di Mina sotto la doccia
Igiaba Scego, nata in Italia da genitori somali, appartiene alla seconda generazione di scrittori migranti: quelli che conoscono alla perfezione la lingua e la cultura italiana e per puro fatto di pelle o di origine o burocrazia si trovano ad essere ancora “stranieri” o meglio, come ammette la protagonista di questo meraviglioso racconto di incontro-scontro tra culture, di avere “un bel problema d’identità!”

Come si possono collocare questi scritti? Sono racconti di immigrati a cui per caso è venuta voglia di buttare giù qualche riga autobiografica? Sono opere da collocare nel nuovo contenitore della scrittura migrante o dell’intercultura? Sono semplicemente opere di scrittori che si esprimono in un’altra lingua? Solo il tempo risponderà a questi quesiti, dando a questi testi il loro giusto peso.

Vorrei concludere riprendendo una dichiarazione di Cristiana de Caldas Brito che sostiene che “uno che lascia il suo paese perde tre madri: la madre biologica, la madrepatria e la madrelingua.”
Noi scrittori stranieri siamo ovviamente degli “ex” – ex-brasiliani, ex-indiani, ex-tunisini, ma credo che questo non abbia molta importanza. Quello che invece è importante è che siamo “tra” amici – c’è un amicizia profonda e indelebile che lega scrittore e lettore – e perciò credo che tutti quelli che hanno avuto la fortuna di fare parte della grande famiglia di questa associazione culturale non potranno mai ritenersi ex-Eks&Tra


Note
1. Storia di Eks&Tra, Il Doppio Sguardo, Adnkronos Libri, 2002