Relazione di Yousef Wakkas

In quel giorno lontano dell’aprile 1995, fui chiamato dal passeggio per firmare il registro e ricevere la posta. L’agente, prima di aprire la lettera, mi chiese se conoscessi il mittente, mostrandomi il retro della busta. Leggendo il nome, la mia risposta fu affermativa. La domanda, in apparenza innocua, comportava in realtà una responsabilità legale, di rilevante gravità. Perché, se dava il caso che avesse trovato sotto il francobollo o nascosta con maestria all’interno della busta qualche minuscola dose di sostanza stupefacente, cosa non rara, avrei pagato la conseguenza con un procedimento penale. Tuttavia, né io né l’agente, potevamo immaginare che il contenuto di quella lettera avrebbe cambiato radicalmente il percorso della mia vita, e che da detenuto anonimo, successivamente sarei diventato uno scrittore. In seguito, nonostante l’ambiente carcerario disciplinato da regole e norme ristrettive, ho dedicato, nel limite del possibile, una buona parte del tempo disponibile a questa nuova ed inaspettata prospettiva.

Così è iniziato il mio rapporto con l’associazione Eks & Tra che oggi festeggia il suo decimo compleanno. Durante questi anni, l’associazione Eks & Tra di cui avevo appreso l’esistenza per caso da un programma televisivo, ha ridato voce a tanti scrittori migranti, quasi tutti, consacrando la via alla nascita di una letteratura che a sua volta, ha messo in risalto i tanti aspetti del fenomeno migratorio che continua ad influire sui paesi industrializzati con ritmi incessanti. Aspetti economici, politici e sociali, ma soprattutto umani, perché d’uomo si tratta in fin dei conti, sia esso nero, bianco o giallo, senza distinzione alcuna. A scandire questo laboratorio di alchimia linguistica, era la grande varietà di tradizioni e provenienze, cosicché, già dal primo momento, abbiamo visto antologie che racchiudono racconti e poesie di scrittori che appartengono ad etnie e culture diverse, accomunati soltanto da una lingua appresa per la circostanza, tramite la quale, ognuno, a suo modo, ha interpretato temi e tempi di una difficile esperienza collettiva in cui più generazioni e classi sociali sono coinvolte.

Si può descriverla anche come un itinerario costellato di tante insidie, la scrittura, il viaggio mai compiuto di un mondo dove la realtà è amalgamata con la fantasia, e la fantasia che profila una realtà meno assurda e un po’ accettabile.

In apparenza, tutto ciò avvenne per caso, ed effettivamente, lo era stato, giacché il mio primo tentativo, era quasi impulsivo, una fuga stentata verso il futuro, ma c’erano anche degli elementi ben precisi che hanno determinato lo sviluppo e l’iterazione dell’intero percorso. In tale percorso, per la verità, non v’era certezza alcuna di un’altra estensione che andava oltre qualche indistinta prospettiva. Tuttavia, anche se tale punto resta misterioso, non si può certamente negare il ruolo decisivo che ha giocato l’Associazione Eks & Tra nel renderlo visibile, e come ho detto prima, ciò che avvenne casualmente, grazie proprio a quest’Associazione, presto si trasformò in un rapporto solido tra noi che, in seguito, aveva dato la via libera all’apparizione dello “sconosciuto”, intendo dire io e tanti altri come me: tipologia della testimonianza che, con le parole, si selezionava i contenuti privati di una coscienza collettiva. Ogni testo prendeva forma attraverso una doppia stesura: risalendo dal fondo del baratro, e nel contempo, misurandomi con una lingua appresa tra le pareti del carcere. Le difficoltà che affioravano, non solo sotto il profilo espressivo, ma soprattutto su quello morale, spesso erano rivelatrici di problemi che rendevano il testo complesso, con dinamismi strutturali che immancabilmente toccavano il tasto della stratigrafia psichica. Così, nella stesura di ogni racconto, quasi inconsciamente, mi trovavo sempre faccia a faccia con il dilemma tra il peso del passato e l’ardua riconciliazione con il presente. Raccontavo le cose che mi staccavano dalla mia realtà, ed evitavo consapevolmente quelle che mi obbligavano a confrontarmi con l’esistenza precedente. Un confronto che aveva il suo punto di riferimento, vale a dire creare dalla differenza qualcosa di creativo, ma soprattutto scombinare la linearità dei luoghi comuni, raggiungere i punti delle contraddizioni, i paradossi che hanno a che fare in particolare modo con tale differenza. Ma all’epoca, la qualità predominante del reale era impossibile, un passo che esigeva complicità dell’io errante e la condivisione del rischio a cui andavo incontro, dal momento che, la mia scrittura era rivolta in primo luogo al futuro, a figure che sono ancora sui panchine della scuola. E mentre la diagnosi ufficiale nei miei confronti, rimaneva immutata, o quasi, a contrasto con l’evidenza, io continuavo a consolarmi con il foglio e la penna. L’interpretazione di uno stato d’animo irrequieto, incerto, con tratti, durante i quali, come diceva Kant, cercavo di essere guidato dal pessimismo della ragione e dall’ottimismo della volontà, sognando addirittura tempi esteticamente felici. Uno specchio magico e insieme frantumato, dentro il quale, m’appariva l’utopia di un possibile stare al mondo, dove la scrittura costituiva l’ultima frontiera. Uno strumento assai formidabile della “Liberazione anticipata”, non quei novanta giorni all’anno previsti dalla legge e condizionati dalla buona condotta, ma qualcosa di più. Poi, la trasformazione di quelle pagine scritte in luoghi improbabili in libri, avendo paura che perdessero l’essenziale, cioè l’inesorabile fantasia sottomessa a uniformanti criteri tipografici ed editoriali, incombeva su di me un senso di sconfitta quasi assoluto. Una redenzione che si limitasse ad apparenze superficiali, che non mettesse in discussione gli errori del passato e l’incertezza del futuro, finirebbe per risultare del tutto vana, giacché proprio su quel punto che continuava l’esercizio del dominio sociale. Il margine di resistenza, di conseguenza, si riduceva nuovamente all’unico atto possibile: ritirarsi nella propria solitudine coatta, tingere la penna nella magma ardente del dolore, scrivere la propria veggenza sulle pareti annerite!

Parlare dell’Associazione Eks & Tra, significa inevitabilmente anche parlare della mia scrittura. Le storie personali non sono mai dipendenti dagli eventi che ci scorrono attorno. Prerogativa comune di questi scrittori che uniscono mondi lontani, abolendo, almeno sul foglio, lo spazio che per finta necessità o per argomentazioni malcelate, è costantemente seminato di insidie e barriere insormontabili. Visione poetica, ma i luoghi comuni forse non nascono dalla necessità della nostra struttura mentale e psichica, assettata di semplificazione, di netti confini tra il bene e il male. Poi, il bisogno quasi maniacale di avere ragione, la propensione per punti di vista capaci di cogliere le interferenze reciproche, e quindi il pensiero che si sdoppia, prende coscienza critica di sé e, finalmente, si vola dopo anni e anni e peregrinazione.

Vi saluto immensamente e spero di incontrarci spesso, almeno tramite le parole!

Yousef Wakkas