Relazione di Erminia dell’Oro

Il mio percorso di scrittrice è segnato soprattutto da libri cosidetti ‘di frontiera’, da storie di ambientazione coloniale e post coloniale.

La motivazione che mi ha spinto a realizzare un desiderio che avevo fin da bambina- diventare scrittrice – è legata a una realtà coloniale a lungo rimossa in Italia, assente fino a pochi anni fa dai libri di storia, ignorata non soltanto dai giovani. Ancora oggi molti italiani non sanno dove sia l’ Eritrea o la confondono con la Somalia e con l’Etiopia. Mio nonno paterno che emigrò nel 1896 ad Asmara, ha sempre sentito un senso di appartenenza più all’Eritrea che all’Italia sebbene si considerasse ‘un bianco, in terra d’ Africa’, come tutti i colonizzatori. Per me, nata e vissuta in Eritrea fino a vent’anni, non fu facile lasciare Asmara, la mia famiglia, gli amici, le abitudini, ma non avrei potuto realizzare le mie aspirazioni nella mia piccola città, che ai giovani offriva poco, se si intendeva intraprendere un percorso diverso da quello dei padri.

Nel mio libro Asmara addio, scritto molti anni dopo avere lasciato l’Eritrea e accolto favorevolmente per la novità dell’argomento, l’io narrante esprime le sue sensazioni nel momento dell’imbarco per l’Italia. Sensazioni che provano quasi tutti coloro che lasciano la loro terra d’origine.

Cito un passo di Asmara addio: C’era un’altra me stessa che mentre lasciava quei luoghi restava su isole di bianco corallo, su monti sospesi nell’aria. Era come una lacerazione, una ferita dolente separarmi da quell’io che non mi avrebbe seguito e che già mi mandava le immagini che mai sarebbero morte.

Asmara addio è l’identificazione dell’autrice con il luogo in cui è nata, ed è la storia di cento anni di Eritrea, attraverso le vicende dei suoi personaggi, italiani ed eritrei.

Ai personaggi eritrei l’io narrante dà un particolare rilievo; rappresentano un popolo dignitoso, orgoglioso, vissuto per molti anni nell’ombra, ed è da quell’ombra che la Milena del libro vuole toglierli.

Rigbè, Elias, l’ex ascaro Masciò, Abbai, e tanti altri hanno attraversato la vita di Milena bambina e Milena ragazza, lasciando ricordi, sensazioni indelebili ed affetti che il tempo conserva.

Asmara addio vuol essere una testimonianza dell’ arricchimento spirituale, culturale, che comporta il vivere a contatto con persone ‘altre’.

In Eritrea, oltre agli eritrei, convivevano indiani, arabi, greci, gente di razze e religioni diverse.

Purtroppo non c’era la coscienza di un arricchimento culturale, da parte degli italiani, perché i più arrivarono nella colonia nel periodo fascista, negli anni in cui vennero promulgate le leggi razziali che bollavano come inferiore anche la razza nera e vietavano i matrimoni misti.

Nell’ultima parte di Asmara addio, Milena, torna in Eritrea. Sono trascorsi molti anni, i genitori di Milena vivono in un’Asmara sconvolta dal terrore, provata dai soprusi della dittatura dei militari etiopici. Gli indipendenti indipendentisti eritrei, uomini, donne, ragazzini, combattono una lunga estenuante guerra di liberazione. Non sono mai stati liberi nei cento anni di storia narrata in Asmara addio.

Camminando per le strade di Asmara, Milena percepisce la profonda angoscia del presente, la sofferenza della ‘sua gente’.

Uno dei capitoli finali è dedicato al Cimitero di Asmara, sull’Amba rossa sempre illuminata dal sole. Una ‘piccola città’ in cui Milena ripercorre, attraverso le fotografie sulle lapidi, un secolo di storia. I suoi nonni, la sempre rimpianta sorella, gli zii, il primo amore, alcuni amici, rappresentano il tempo trascorso e gli anni dei primi pionieri. Un vecchio ex ascaro eritreo, ‘il custode dei morti’, che conosce Milena da quando era bambina, l’accompagna in silenzio lungo i viali fioriti.

In Asmara addio un capitolo è dedicato all’aggressione fascista all’Etiopia, alla battaglia in cui vennero lanciate sulla popolazione indifesa i gas velenosi, l’iprite. Una verità fino a pochi anni fa negata anche da autorevoli giornalisti, e venuta definitivamente alla luce da filmati e documenti custoditi negli archivi di stato.

Modok, la splendida isola di corallo sul Mar Rosso, apre e chiude il libro. ‘Quando Dio creò Modok, l’isola degli uccelli, era in uno stato di eccitazione.’

Metafora dell’estrema solitudine, ma anche della speranza. Modok attraversa nel silenzio, nello splendore immutato della sua natura, il tempo degli uomini, segnato dalle ingiustizie, dalle guerre, dalle prevaricazioni e dall’insopprimibile desiderio di libertà.

Il secondo libro, L’abbandono, Einaudi 1991 – attualmente in traduzione anche negli Stati Uniti, editore Knoff, narra la storia, realmente accaduta, di una giovane donna abbandonata da un militare italiano da cui aveva avuto due figli.

Nell’ intrecciarsi di culture e di razze, di vissuti e aspettative diversi, Sellass e i suoi bambini vivono un doppio sradicamento: il rifiuto degli italiani che non vogliono famiglie miste e quello degli eritrei, anch’essi con pregiudizi razziali.

Negli anni cinquanta erano circa diecimila i bambini abbandonati dai padri italiani che per vari motivi rientrarono in patria.

Bambini che per la maggior parte crebbero in condizioni di povertà, solitudine e discriminazioni anche negli istituti religiosi.

Le leggi razziali promulgate negli anni del fascismo avevano contribuito ad alleviare le coscienze dei tanti padri che abbandonavano per sempre compagne e figli.

Il concetto di ‘razza inferiore’ era, anche dopo la caduta del fascismo, ben radicato. Sellass, la protagonista del libro L’abbandono, chiusa nel dolore e nell’umiliazione, fa molti sacrifici per crescere i figli, senza mai cedere a compromessi, Rappresenta, Sellass, la dignità, l’orgoglio e la tenacia della donna eritrea, ed è anche metafora, nello splendore dei suoi giovani anni, dell’Africa prima del colonialismo, e, negli anni di un lungo e silenzioso rancore, dell’ Africa dopo le occupazioni delle potenze occidentali, l’Africa umiliata, sfruttata.

Nel breve romanzo La Gola del Diavolo, Feltrinelli, 1999, Lù, la ragazzina italiana che vive in un mondo privilegiato, avverte un confuso senso di colpa verso i coetanei eritrei confinati ‘in un mondo a parte’ .

‘Erano i bianchi a considerarsi i padroni, nel paese dove da sempre abitavano i neri’.

Lù e i suoi amici percorrono, guidati da Aptè, un ragazzino eritreo disabile, i sentieri accidentati che portano alla ‘Gola del Diavolo’, luogo mitico, luogo di storie e leggende, dove Lù spera di udire la voce della sorellina ‘smarrita’.

Lù, personaggio del libro, cerca nel baratro le persone smarrite, Lù, adulta, scrittrice, cerca nel buio le storie per riportarle ala luce, per conservare la memoria della terra e della gente a cui è profondamente legata.

Asmara addio si apre con l’immagine di un’isola luminosa, La Gola del Diavolo con l’immagine di un baratro, L’abbandono con l’immagine di un universo consapevole della sua solitudine.

Sono stati molti, nella mia opera, gli influssi della terra in cui sono nata e cresciuta, e della multietnicità presente in Eritrea. Una grande ricchezza di cui i più erano, allora, inconsapevoli.

Il libro Il fiore di Merara, Baldini & Castoldi 1994, narra una storia che si svolge fra l’Italia e l’Eritrea ai tempi delle leggi razziali.

Due ragazzi ebrei fuggono da Ferrara per rifugiarsi in Eritrea, colonia italiana in cui gli ebrei non vengono perseguitati. Un capitolo a parte, poco conosciuto, quello degli ebrei vissuti in Eritrea, conviventi pacifici di cattolici e musulmani.

Anche per i bambini ho scritto storie ambientate in Eritrea,

Non avrei iniziato il mio percorso di scrittrice se non scrivendo sull’Eritrea, terra in cui spesso torno con la sensazione di tornare a casa.

Vivere qua e là – contemporaneamente – è esperienza fondamentale della mia vita, per riflettere, per comprendere, per scrivere.

Per essere oggi con voi, a parlare, a scambiarci opinioni, a raccontarci altri luoghi, nel comune percorso di precari viandanti, vicini l’uno all’altro, in una terra senza frontiere.