Relazione di Fulvio Pezzarossa

FORME E TIPOLOGIE DELLE SCRITTURE MIGRANTI*

Di Fulvio Pezzarossa

Quando ho accolto l’invito di Roberta Sangiorgi non ho forse ben valutato che cosa significhi trattare in breve un tema di così elevata complessità come l’inquadramento tipologico e di genere delle scritture dei migranti. Subito dopo alcune pagine critiche, che avvicinavo con la speranza di poter finalmente cogliere le intenzione profonde del loro fare letterario espresse direttamente dagli autori, mi hanno messo di fronte alla incongrua progettualità dei miei propositi.

Ascoltiamo infatti l’ammonimento di un autorevole interprete critico di questa letteratura:
L’Occidente è “condannato” dal suo destino storico – vale a dire dal suo metodo – ad interpretare l’altro, dopo averlo “previsto” filosoficamente, per sottometterlo alla propria volontà di dominio. […] In Italia questi scrittori non interessano per nulla agli accademici, ma sempre più alle mezzecalzette intellettuali e agli affaristi “in piccolo” (molto “in piccolo”).

Le stesse parole possiamo rileggere in un parallelo volume, pieno di apprezzamenti per
Quei migranti che scrivono testimonianza della propria vicenda migratoria, qualche fiaba, qualche poesiola domenicale, come tutti gli aspiranti scrittori del mondo […];

accanto ai quali non mancherà qualcuno che riscuota più o meno successo commerciale […] questi signori scrivono (o vengono scritti) in italiano […].

Premesse scarsamente incoraggianti per un progetto che purtroppo rimane un sogno impossibile, percorrere cioè criticamente tutte le pagine del fenomeno immigrazione in Italia, e rappresentarle secondo i canoni critici correnti validi per tutti i testi che utilizzano la lingua italiana, senza chiedere loro né carte d’identità né impronte digitali. Sarebbe altresì di eccezionale conforto che gli stessi migranti completassero il loro progetto creativo (sembra sia l’intento della rivista telematica “El Ghibli”), sottraendosi ai condizionamenti insiti in ogni mediazione e rinunciando ad un atteggiamento di totale passività rispetto alla ricognizione critica delle loro produzioni, semmai invocando il diritto di esercitarla sui nostri testi, e rifiutando così una dualità fra creatività e interpretazione dietro la quale filtrano ruoli ripartiti non casualmente, a ripetere un meccanismo di dominanza insito nella logica dell’etnografia coloniale, con i primitivi a celebrare riti inconsapevoli che solo i bianchi possono significare culturalmente. Devo inoltre dichiarare di essere lieto di non avere ancora concluso questa indagine complessiva, se la continua dilazione dipende anche dalla difficoltà di reggere il ritmo delle uscite dei testi, e di procurarsene copia in un labirinto di case editrici spesso semi-clandestine, che s’affidano in parte ad un sistema di diffusione per l’Italia quasi sconosciuto, come quello dei colporteurs, di cui ad esempio si servono le Edizioni dell’Arco, aderendo alla perfezione al modello del venditore di inutili cianfrusaglie.

Spero di non violare rigidi ammonimenti se provo qui ad organizzare non tanto l’esperienza creativa altrui, ma le mie incerte esperienze di lettore, che tenta di orientarsi in una produzione ricchissima e dalla storia complessa, seppure distesa lungo uno scarso quindicennio, e la cui vivacità e forza dipende dagli stimoli sociali e culturali che ha saputo innescare, fra i quali è centrale l’operosità dell’Associazione Eks&Tra. Ciò nonostante per una prima esplorazione mi pare utile lasciare in disparte proprio gli straordinari volumi che hanno dato conto della ricchezza delle voci in cammino, alle pagine estratte da valigie trascinate oltre i confini, se vogliamo sgombrare il campo da ogni condizionamento che possa vincolare la libera scrittura dei nostri autori. Uso autori, termine generico, ma in grado di sfuggire alla diatriba sulla precedenza di sostantivo o aggettivo, e pertanto di assorbire sia l’operosità degli scrittori migranti, che quella dei migranti scrittori, dietro la quale inconsapevolmente mi pare si annidi la tentazione di determinare a priori un diverso statuto di qualità.

Se è vero che la dimensione antologica connota largamente l’offerta delle scritture della migrazione, certo per ragioni oggettive di concorsi e iniziative comunitarie che ne consentono lo svelamento, va tuttavia rimarcato che l’aggregazione deliberata di più voci tende a negare il concetto di individualità, personale e creativa, risultando più comodo, e conforme in chiave subliminale agli stereotipi di una comune estraneità indistinta, riunendo percorsi culturali e orizzonti espressivi radicalmente differenziati, che andrebbero non certo oscurati nella genericità ma piuttosto fatti brillare nella loro diversità.

Allontanandoci dagli spazi condizionati della creatività, costituiti dalle antologie d’occasione, avremo davanti a noi semplicemente autori di testi letterari. Quei testi li avranno pur stesi in ore o giorni interdetti (a proposito, gli islamici saranno scrittori della domenica o del venerdì?), ma essi sono deliberatamente entrati nei meccanismi del sistema editoriale così come oggi si presenta in Italia, accettandone in pieno le conseguenze, comprese quelle di finire sotto le mani distratte di qualche lettore. Evoco deliberatamente questa figura, perché sono convinto che finora il destinatario degli scritti sia stato a dir poco sottovalutato, e mi pare che ormai la produzione sia talmente diffusa e varia, che non può più generare un discorso ostinatamente fisso sui caratteri che determinano, forse spesso solo in superficie, la diversità “di pelle” degli emittenti; il ribadire questo loro statuto specialissimo, li destina (unitamente ai precari canali editoriali) a cadere preda soltanto di lettori professionali smaliziati, portati a trascurare di rivolgere ai libri osservazioni e domande mediocri, ma fondamentali per aiutare i lettori comuni ad orientarsi, col loro giudizio e la loro autonomia, in un territorio letterario che è una sfida intensa alle nostre categorie comuni. Troviamo infatti testi di una letteratura densa di connessioni con la realtà vitale, dove il taglio didattico non interviene su un livello preordinato di strategia retorica, ma intende “operare una ricostruzione dell’identità dispersa o frammentaria, comunque “debole” dell’immigrato, dando visibilità al narratore nel rispetto di un’unicità di una storia forse marginale ma sempre unica e irripetibile […] un elemento canonico dell’estetica occidentale quale quello dell’autonomia dell’arte viene a essere posto radicalmente in discussione diventando, per i più radicali, uno degli elementi su cui basare una rielaborazione generale di tutto il nostro sistema concettuale e valutativo”, tanto che il “lettore occidentale […] viene sollecitato a modificare il proprio universo culturale per accogliere nuove forme di espressione”, finendo così la narrazione per incidere sulla stessa dislocazione sociale del ricevente. Sin dalla prima comparsa, i testi dei migranti sono un interrogativo e una sfida aperta alla formazione culturale del lettore medio, portato ad ignorare, grazie anche agli assetti curriculari all’interno della scuola a stento aperti sulla realtà europea, la produzione culturale di intere nazioni e continenti. Mi sento io stesso di confessare una impreparazione radicale, specialmente a fronte della ricchezza difforme della produzione poetica, che più di altre tipologie letterarie scaturisce dallo specifico di una tradizione locale, al di là dell’illusoria universalità formale di testi scritti in poche righe, possibilmente brevi o carichi di aspetti sentimentali.

Specie avvicinando esperienze che hanno un retroterra antichissimo e raffinato di produzione in versi, come può esser la produzione mediorientale, i testi rischiano di galleggiare avulsi dall’esperienza straordinaria che li motiva, e ne costituisce la premessa indispensabile per la confezione e la lettura. Così come rivolgendosi alla tradizione largamente orale della testualità africana, non possono sfuggire le connessioni con un canto teso alla mitizzazione complessa di forme o personaggi, per i quali occorrono i corrispettivi locali di interpretazione; è quanto accade per il tema de Il segreto della capanna di Ndjock Ngana Yogo, che rischia di confinare l’utente italiano in posizioni di totale passività ricettiva, secondo quella stessa logica riduzionista che proprio il camerunense lamenta:
Conoscere una sola lingua/ un solo lavoro/ un solo costume/ una sola civiltà / conoscere una sola logica/ è prigione.

Prima necessità per il lettore è allora capire che cosa significhi poesia sotto le diverse latitudini, come si sia evoluta sino alle soglie della modernità attraverso il filtro del colonialismo, e come questa irruzione della cultura occidentale abbia interferito sulle forme native, tra stimolo e rifiuto, e cosa oggi significhi questo concetto semplicissimo, poesia appunto, nelle culture locali; interrogativo apparentemente banale, dietro al quale si pongono problematiche irrisolte relative alle strategie educative nel contesto scolastico, riducibili alla domanda: cosa far leggere ai nuovi scolari dalle identità ibride rispetto alla comoda scelta di un canone letterario nazionalistico, vecchio appena di un secolo e mezzo, ma già insufficiente a formare il nostro futuro. E di conseguenza una domanda, fondamentale per cominciare a capire, prima di interpretare: cosa leggono i migranti? Il che significa condurre esplorazioni mirate, a incrocio tra ammissioni dirette ed evidenza dell’intertestualità, senza accontentarsi delle interessanti conversazioni che disinvoltamente per due pagine evocano frequentazioni con Dostoevskij, Kafka, Proust, Bulgakov, Mc Grath, Kristof, Yourcenar, Roth, Dickinson, Sartre… Si tratterà di capire se siano stati letti in originale, o in contesto scolastico, o in servizio di una produzione intellettuale, e quali autori italiani abbiano veramente rinsaldato il tessuto della scrittura, soprattutto proponendosi di valutare testi che aspirano ad una decisa collocazione nell’ambito letterario, e non semplicemente testimoniale, dove pesano assai meno le forme del linguaggio a fronte dell’urgenza narrativa, e dove qualcuno si è illuso di incontrare inaspettate novità a ibridare la nostra lingua. Specialmente con l’ultima ondata, che vede alla ribalta figure di intellettuali, che spesso possono esibire pubblicazioni antecedenti e indipendenti dalla stagione della letteratura della migrazione (è il caso di accademici, giornalisti e scrittori già affermati in patria, quali Mohamed Ghonim, Alice Oxman, Yaunis Tawfik, Jacqueline Risset, Fleur Jaeggy, Julio Monteiro Martins, ecc.), gli innesti un poco selvaggi sulle nostre strutture linguistiche sono rapidamente scomparsi entro un processo di cui è certamente responsabile il sistema editoriale riferito a grandi case, nelle quali l’editor ha soppiantato l’antica funzione di collaboratori talora occasionali, che sempre hanno officiato i rituali dell’approccio al testo scritto in italiano, tanto più necessari in un contesto dove il colonialismo non ha saputo produrre una classe intellettuale indigena, alla quale solitamente viene affidato il compito di una prima mediazione anche letteraria. Oggi questa funzione è assolta anche in forma di autogestione da parte di scrittori migranti entro scuole di scrittura, così che i Racconti italiani di Monteiro Martins possono anche apparire un campionario di virtuosismo stilistico; e c’è chi trasmette in una prosa controllatissima l’esperienza professionale di traduttore in lingua italiana (V. Stanic), per giungere persino all’ipercorrettismo di un ingenuo e bello stile, che offre infilate di immagini ripulite e scolasticamente corrette. Il dato è rilevante, perché anche in chi è considerato scrittore a tutto tondo, sempre emerge l’ossessione dell’integrazione: la malaugurata smagliatura nel giro di frase mette in crisi il principio di autorità e di autorialità, agendo quale involontario segnale di disabilità linguistica, e perciò stigma di un’intera condizione di diversità. Credo insomma che siamo lontani dalle ostentate afasie registrati in alcuni brani di La lingua strappata, o che impiegavano Amanda Olinda Azzurra e le altre, straordinari personaggi di Christiana de Caldas Brito, essendo perduta quella disponibilità dolente ma totale a integrarsi in un linguaggio attraverso uno sconvolgimento radicale della propria esistenza, così che l’incontro delle culture potesse dimostrare che in primis è la corporeità che Traduce molte lingue, come dichiarano in modi diversi Rosana Crispim da Costa o Fernanda Farias de Albuquerque, la Princesa cantata da Fabrizio De Andrè.

Si moltiplicano insomma, a mio giudizio, in rapporto ad una progressiva estraneità rispetto ad uno stereotipo di straniero unicamente proiettato nell’umiltà del lavoro manuale, i segnali di una evoluzione creativa direzionata a configurare non più soltanto miracolose apparizioni, cioè l’uso pieno dell’italiano, addirittura con intenzioni di qualità espressiva, che è formula accattivante bruciata subito dopo l’apparizione dei primi testi, ma una condizione che sempre più coincide con la professionalità intellettuale, parallela al riaffacciarsi dell’interesse da parte di case editrici di ambito nazionale. Di questo anche il concorso mantovano dovrà tener conto, continuando però a valorizzare un approccio plurimo alle modalità di una scrittura che non deve essere avulsa dalle traiettorie di vita, almeno sin quando l’integrazione dei migranti all’interno della nostra società si pone in forme dubbie, se non ostili, rimarcando una valenza sociale che valorizza l’insieme dei testi comunque derivanti dalla condizione di estraneità nello spazio italiano, senza impedire agli autori poi di muoversi in orizzonti più larghi o di totale autonomia. Voglio dire che è da studiare in dettaglio il ruolo essenziale della iniziativa geniale di Roberta Sangiorgi e Alessandro Ramberti di proporre un concorso esclusivo e riservato, talmente denso di motivazioni strategiche rispetto all’obiettivo vero della piena integrazione dei soggetti partecipanti, che mai a nessuno è parso di doverlo considerare null’altro che un utilissimo passaggio per la letteratura nascente o emergente o postcoloniale o minore o periferica, facendo ricorso a quella serie di etichette che s’è voluto impiegare a designare un fenomeno altrimenti difficilmente inquadrabile in pochi tratti.

Eks&Tra è servita a rianimare un processo letterario che andava disperdendosi, e a dare un senso rinnovato ad una scrittura che emergeva finalmente dalla clandestinità, presentandosi come fenomeno di massa, con spunti di tale originalità da confluire nel discorso letterario tout-court. La fase che precede il concorso è, come tutti sappiamo, scandita ad apertura degli anni Novanta specialmente dalla volontà di inchiesta sociologica che sottende gli archetipi, recitati da intellettuali mascherati entro lo stereotipo del clandestino, di Salah Methnani e di Pap Khouma, abilmente immessa in un filone autobiografico che è emblematico anche sul piano delle esperienze di vita, alle quali il senso comune guarda come avventure oscure e difformi rispetto ai comportamenti degli autoctoni, che si scoprono improvvisamente circondati e invasi da figure nuove e inquietanti. Non interessa tanto l’esplorazione del sé come dimostrazione di identità piene ed autonome, raggiunte col riconoscimento di dignità culturale e sentimentale (e qui vale ad esempio il lavoro di Saidou Mousa Ba La promessa di Hamadi), bensì il tono svagato e picaresco del vu’ cumprà, che conferma nella fantasiosa risposta alle inaspettate disavventure che l’attendono l’idea di risorse “selvagge”, istintuali, corrispondenti a una condizione incerta che esorcizza invece l’angoscia dei lettori, costretti a creare nuovi spazi nei propri scaffali e nella vita reale. Il concorso inoltre coglie e rinsalda i riferimenti d’obbligo del genere autobiografico applicato alla vicenda del migrante, proponendoli addirittura come spunti creativi: valigie, fotografie, terra, amuleti, musica, nostalgia, solitudine, umiliazione, cibo, religione, nome, scrittura …, e con questo esaurisce l’immancabile fase iniziale che caratterizza le opere dei migrant writers. Il radicamento nel tessuto sociale di figure straniere, a conclusione di una fase tutta spontanea, comporta che anche l’immagine letteraria scarichi l’ansia del destino individuale su personaggi di mediazione o fantastici, in grado di meglio universalizzare vicende che pur tese alla dimostrazione dell’eccezionalità dei percorsi, si richiamano a luoghi e momenti topici che li rendono sovrapponibili. È una parabola evolutiva della scrittura che interviene indipendentemente dalla provenienza, dalle vicende intellettuali, dalle condizioni di radicamento degli scrittori, così che possiamo tracciare un parallelismo fra esperienze diversissime come quella di Helga Schneider, che sempre più oggettivizza l’intensa evocazione della vicenda nazista e del drammatico dopoguerra tedesco (da Il rogo di Berlino a Il piccolo Adolf non aveva le ciglia); e le due prove narrative di Moshen Melliti, che passano dall’epica coralità babelica della Pantanella, a una figurazione autobiografica mediata da una doppia figura infantile (I bambini delle rose), capaci di rappresentare un permanente sradicamento che la narrazione evidenzia nella destinazione didattica.

Questa narrativa per fanciulli, carica di messaggi multiculturali, attende ancora una specifica ricognizione, nonostante vi stiano applicando energie e programmi organismi e strutture editoriali di natura religiosa e laicale, da Africa ’70, a Sinnos, a EMI, a Edizioni dell’Arco, a Il Grappolo, a Kabiliana, a Vannini, alla stessa Fabbri. In questo settore i ritmi produttivi dovrebbero risultare meno esposti a oscillazioni, legati ad una strategia radicata nel mondo educativo in genere attento alla didattica interculturale, anche se programmi commerciali sembrano aver suggerito di adattare al discorso antirazzista materiali in traduzione assorbiti da altri contesti, senza troppo curarsi forse di cogliere una rispondenza diretta con etnie e culture ormai stanziali nel nostro paese, come quella rom. L’ultima uscita, Colpo di testa di Paul Bakolo Ngoi, sembra muoversi piuttosto entro riferimenti attinenti la globalizzazione offerta su un piano che può suonare irriverente, come il calcio; ma sarà bene ricordare che esso torna nelle pagine degli adulti come tema ricorrente, non tanto per essere criticato come strumento di imbonimento di masse depoliticizzate, o per lo sfruttamento che induce sulle giovani forze terzo mondo, spesso trattate in modi schiavistici appena ammodernati, o come strumento di cancellazione dei riti autoctoni a favore di un business planetario, ma come linguaggio universale sul quale far convergere confronti tra i popoli, perciò terreno di una battaglia simbolica meno cruenta di altre tragedie presenti, e anzi indispensabile momento di coagulo di un’identità nazionale o continentale tutta immaginata.

L’impressione che si trae dalla produzione per ragazzi, è che si tratti di una zona privilegiata, dove si attenuano tensioni e conflitti, talora mascherandoli o lasciandoli nell’ambiguità, com’è a proposito della divisione di genere, per cui si tende a dar spazio prevalentemente ad autori femminili, forse perché ritenute portatrici di un’innata vocazione a una elementare funzione didattica, coincidente con lo stesso concetto di maternità. Tuttavia questa atmosfera spesso forzosamente egualitaria e spontanea dovrà fare i conti con un testo di crinale com’è Sognando Palestina di Randa Ghazy. Adolescente di famiglia egiziana, cresciuta nel milanese, ha dominato la Fiera del Libro per Ragazzi di Bologna 2002 e il sistema mediatico connesso, ma ha posto a nudo la debolezza di un meccanismo di ghettizzazione del tema dell’altro che, pur supportato da ragioni di buon senso e di buona didattica, non si può tenere confinato in allegri girotondi tra innocenti. Il rifiuto dell’happy end, con la diaspora tragica e amara dei protagonisti, che incontrano la morte, l’esilio e la follia, nell’auspicio di un successo per l’intifada, appare proposta davvero singolare indirizzata ai nostri adolescenti. Di fatto in quelle pagine trova esaurimento una linea didattica segnata aprioristicamente dall’utopia e dal silenzio sul mondo reale, e di conseguenza pretende che un altrettanto coraggioso messaggio educativo sia rivolto agli adulti, invitati altresì ad una declinazione dell’autobiografia che non può più semplicemente manifestarsi in chiave diretta e puntuale, ma è obbligata a dar voce a condizioni culturali, religiose e politiche che si pretende di rendere indistinte nello stereotipo del terrorismo e del fanatismo. Il testo offre ancora forti novità nell’impianto formale, trasferendo il dato sostanzialmente cronachistico e di esplosiva attualità che dilacera la terra mediorientale, in un singolare andamento di prosa a membri franti, entro i cui brevi periodi si organizza, o forse meglio si fissa in forme intuitive proprie piuttosto della poesia, un complesso di tensioni emotive contraddittorie, attraverso le quali gli occhi dell’infanzia percepiscono porzioni ben significative della drammatica realtà. Non ultima vale una riflessione sul grande successo di ristampe e traduzioni, che dimostrano lo straordinario rilievo internazionale che può scaturire per la nostra editoria anche da questa nuova letteratura, diffusa anche in quelle nazioni dove è da tempo radicata una produzione culturale conseguente al fenomeno migratorio (Francia, Gran Bretagna e Germania), mentre suona interessantissima la traduzione del testo in Egitto, solo idealmente il territorio di riferimento nazionale della giovane scrittrice.

Siamo inoltre di fronte ad un fenomeno che per l’Italia costituisce forte novità, quello dei figli dei migranti, portatori nella loro individualità di enormi tensioni e insolute contraddizioni che gli altri paesi hanno da tempo affrontato, e che potranno avere un riflesso imprevedibile anche sul piano della creatività letteraria. Scherzando potrei auspicare un concorso mantovano tutto riservato agli scrittori di seconda generazione, ma nel giro di un decennio avremo nella realtà italiana anche queste figure che probabilmente (se vale l’ipotesi critica di fondo, che legge un ripetersi dei comportamenti creativi dei migranti e dei loro discendenti, come evidenzia l’esperienza degli italiani in America e in Europa) daranno voce contraddittoriamente alla nostalgia per una patria mai conosciuta, al disagio per un inserimento faticoso, al senso amaro di distacco dal passato dei padri e delle madri, e al loro impossibile futuro senza identità certe. Forse proprio da queste voci verrà la ripresa decisa di modalità narrative che finora si sono affacciate con qualche incertezza ad animare il taglio dei racconti, a partire da quella esibita parodia del Romeo and Juliet di Jadeline Gangbo, che suona appunto bivalente atteggiamento di fascinazione e avversione rispetto ai cardini della letteratura di tradizione europea. In questo caso realmente ci troviamo di fronte ad una forza prepotente di rinnovamento linguistico, motivata non dall’incerto possesso dell’italiano, ma dai meccanismi socio-letterari che valgono appieno per il giovane e vulcanico scrittore congolese-bolognese:
[…] lo scrittore postcoloniale è conscio di dover “malmenare” il classico per appropriarsene, di non dovere, in altre parole, porsi in atteggiamento ossequioso nei confronti dei grandi del passato, ma di essere in grado di rivisitarli, riscriverli, attraverso la parodia, il pastiche, la rilettura ideologica.

Caratteristica comune a un vasto numero di romanzi postmoderni e postcoloniali è il confronto con il canone occidentale, sotto forma di riscritture, pastiche, speculazioni sui destini di personaggi minori di opere canoniche, divagazioni narrative a latere della trama principale ecc.

Si devono perciò accogliere con interesse i modi narrativi che si muovono tra parodia, satira e atteggiamenti ironici, tema del concorso 2000, sviluppati in direzione del surreale da parte di Kossi Komla-Ebri con Imbarazzismi, che rivela i meccanismi di una costruzione sociale la cui responsabilità totalmente sfugge a chi ne opera la lettura dal margine, e perciò coglie le allucinate contraddizioni che nutrono stereotipi frusti, vacillante rete di tenuta di un pensiero che sempre si pretende democratico. Assolutamente singolare poi il caso di Yousef Wakkas, dove l’acre lavorio di demistificazione ironica prende significato dagli spazi dove si ambientano le sue trame, corrispondenti alla condizione reale di scrittore detenuto. Ciò quello viene ritratto non è allora l’Italia, ma ne è la sua straordinaria concentrazione di assurdità distillate, di imbrogli burocratici, di adynaton praticati secondo regolamenti inapplicabili ed efficacissimi a distruggere ogni senso di realtà. In questa condensazione umoristica del peggio che la nostra civiltà offre a qualche ospite estraneo, l’intelligenza del narratore sta nel muoversi con disinvoltura rappresentativa, senza pretese di accuse e ribellioni, ma anzi insistendo sulla tecnica paradossale di un realismo nudo, non mediato dalla fantasia, e proprio per questo capace di ritrarre spazi, situazioni, personaggi assurdi e incredibili in quanto prosaicamente veri, che paiono deliberatamente rinviare ad una scaltra strategia di immaginazione proprio perché filtrata dalla ambientazione in un non-luogo, dal quale si legge l’assenza di una strutturazione salda e riconosciuta anche per l’intero corpo sociale. Si dovrà tuttavia attentamente cogliere quanto sotto l’umore personale scorra di tensioni globali, che portano a dispiegare l’ironia come strategia privilegiata (secondo la tesi di Trinh.T. Minh-ha) di resistenza nella cultura postcoloniale.

[…] the problem of reappropriation by speaking in an ironic key and especially by emphasizing the ironies sourrounding immigration legislation. His multiple ironies operate as social critique, and resist discourses of power by revealing their contradictions and absurdities.

In questa prospettiva si muovono anche limitati esperimenti in direzione della fantascienza, approdo formale consono ad accogliere il senso dell’alienazione di persone piovute in un mondo di totale estraneità; e sarebbe interessante studiare come questa modalità del fantastico, che sempre ha materializzato nell’immaginario collettivo il panico per figure nemiche che assediano la civiltà, possa trasferirsi nelle mani degli “alieni” appunto, concedendo loro il privilegio di determinare la capacità di definizione noi/loro, amici/nemici secondo una logica inversa rispetto a quella corrente.
In generale tuttavia si può dire che sul piano di un possibile rinnovamento delle macrostrutture, non molto è affiorato: lo standard narrativo europeo appare in grado di accogliere anche il discorso dello straniero, seppure per alcune personalità più reattive le scelte si configurano non automatiche, e sono significativi i tormenti dei personaggi stessi, alle prese con la scrittura o l’ideazione di un metaromanzo che invade la pagina del racconto stesso, quasi nello sforzo di raffigurare una ricerca tutta aperta, ma più distaccata tra esperienze di vita e terreno dell’elaborazione fantastica. Tuttavia il dato non appare puramente accessorio, se è riconoscibile come motivo strutturale dei classici della letteratura postcoloniale a partire da Les Boucs di Driss Chraïbi fin dal 1955, e lo possiamo ritrovare nei libri di Gangbo, in M di Ron Kubati, e la stessa funzione assolve la sceneggiatura cinematografica nella narrazione di Parvizyan. Non andrà dimenticato inoltre che proprio per i primi due autori citati ci troviamo di fronte ad una casistica particolare, che riguarda la seconda o terza prova romanzesca, aspetto di grandissimo interesse critico in ordine al gioco delle variazioni dei toni, dei tipi, delle modalità di racconto, ma sul quale non mi risulta siano state attivate riflessioni di sorta, nonostante altri migranti possano ormai esibire un’attività plurima e in sviluppo.

Rari finora i tagli narrativi che hanno tentato di rimanere fedeli ai ritmi discorsivi altri, come quelli della tradizione africana, a sovrapporre tempo reale e della memoria individuale che s’espande nel reticolo delle stratificazioni familiari e di stirpe (Lo spirito delle sabbie gialle di Mbacke Gadij), con intersezioni di piani che non provocano la frantumazione delle strutture narrative della letteratura europea, alla quale si adattano romanzi che scelgono frequentemente l’esibizione della doppia focalizzazione, cioè la narrazione a incrocio secondo l’ottica di personaggi plurimi (Tawfik, Kubati, ma anche Jarmila Ockayová) in termini che (talora con rigidità artificiosa) esprimono la condizione basilare di lacerazione e incertezza che affiora tematicamente nei racconti de Il doppio sguardo. La carenza di studi a proposito della collocazione sociale degli autori, ci rende invece estremamente difficile capire quanto, risultando la scrittura il secondo mestiere (per usare un termine montaliano) rispetto all’impegno degli autori indirizzato a risorse espressive che coinvolgono frequentemente l’immagine, dal teatro al cinema al disegno alle arti figurative (come risulta dalle testimonianze in Pagine Colorate, ma più in particolare nella multiforme esperienza artistica di Márcia Theóphilo, o nelle performances di Tahar Lamri o Yousif Jaralla), tali linguaggi abbiano saputo incidere sulla configurazione dei racconti o delle immagini poetiche.

È indubbio che sulle scelte strutturali incidono innanzitutto le singole traiettorie culturali, che non si possono ridurre a puri elenchi di letture, ma a forme mentali che modellano la percezione stessa del mondo e della sua rappresentazione letteraria. Non casualmente sono scrittori latino americani ad offrirci spunti tematici direi (con termine forse d’epoca) “impegnati”, nutriti di drammatiche situazioni politiche incardinate in una dialettica dittatura/libertà come ne La notte del Yacaré di Egidio Molinas Leiva, che risponde ad una immediatezza di percezione di vicende che hanno nutrito anche la nostra generazione europea di frustrazioni e slanci, e pertanto non hanno bisogno del dettaglio interpretativo, in rapporto anche alla grande fioritura della letteratura del continente sudamericano. C’è anche una più facile convergenza con un mondo arbitrariamente percepito esclusivamente come “bianco”, appendice degenere dell’Occidente, che non costringe allo sforzo di riferimento ai mille sconosciuti luoghi della terra, sui quali è passato e sta passando il nostro brutale colonialismo, senza che ci sia la stessa attenzione del filtro mediatico. In assenza di una loro adeguata elaborazione cognitiva, affiorano invariabilmente quegli stereotipi di estraneità per i vari sconosciuti “continenti neri”, che provocano perplessità e indifferenza rispetto ad un reticolo di vicende, personaggi, eroi e vittime, ritenute genericamente frutto degli odi tribali di civiltà primitive, come può apparire in un contatto superficiale con testi come I limoni di Oforula di Chidi Christian Uzoma, o Mille giorni in Angola di Álvaro Santos. E talora solo il comparire di grandi e antichissimi paesi nell’agenda estemporanea della cronaca massmediatica ricorda l’esistenza di problemi sedimentati da decenni, che invano figure sensibili e colte hanno cercato di rappresentare, com’è stato per la numerosa colonia di esuli iraniani, anche attraverso la raffigurazione letteraria.

Il grado di cognizione diffusa e competente non è meno drammatico quando dalle informazioni sulla vicenda coloniale riferita al terzo o quarto mondo, si sposti l’obiettivo alla dimensione orientale europea, fino a poco fa una sola steppa oltre cortina, e che ora pretende di inserirsi nella nostra quotidianità offrendoci un caos di tensioni nazionalistiche, etniche, religiose, culturali, per le quali non abbiamo sufficiente capacità di elaborazione e umiltà di apprendimento. Forse per questo gli scrittori emersi dall’Est europeo sono in prevalenza figure femminili, che hanno evitato di immergere le mani in un marasma di nefandezze abbondantemente alimentate dalla nostra ignavia, e possono da una posizione di sofferto distacco interno narrarci linee, episodi, frammenti della dissoluzione di un mondo dalle infinite sfaccettature, recuperandolo nella sua vitalità caotica e multiforme con lo sguardo diretto e dilatato delle bambine (Vera Slaven o Vesna Stanic), a conferma di una grande ripartizione di genere all’interno delle scritture migranti che vuole le donne autrici in prevalenza di narrazioni introverse sul dato mnemonico, dove spesso la vivezza del presente alimenta non l’ansia di un futuro da conquistare, ma piuttosto filtra la realtà della memoria lontana. Tonalità che forse accomuna altre scrittrici centro-europee quali Helena Janeczek, che uscendo dalla somma catastrofe del nazismo paiono trasferire sul piano di assolutezza esistenziale la problematica posta dall’altro, dallo straniero, dalla retorica dominante che schiaccia le voci annichilite delle vittime (mi riferisco al bel saggio recente di Roberto Escobar, Il silenzio di Sharazàd), col rischio però di non riuscire sempre a dare il giusto rilievo agli espliciti elementi di continuità che informano ogni gesto e ogni espressione di ostilità razzistica.

Si capisce facilmente perché risulti così imbarazzante e scomoda questa incursione delle voci straniere all’interno del nostro mondo culturale, quando automaticamente fungono da spunto che relativizza un mondo compiaciuto delle sue verità standardizzate, e le presenta rovesciate e capovolte. Si pensi all’immagine stereotipa di un’Italia mediterranea e solare, frutto dei rapporti culturali e letterari con le altre potenze europee dalle quali si dipartiva il grand tour dei secoli moderni, percorsa oggi invece secondo traiettorie anomale, specialmente risalita a partire dalle sponde delle isole mediterranee da figure che si smarriscono nella pioggia, nel freddo, nel buio e nella nebbia del Nord, ma sempre all’interno di un orizzonte cittadino, perché è quasi assente l’ambientazione rurale, che costituisce uno degli elementi fondanti della nostra civiltà, anche sotto il versante della provenienza e dello sbocco delle correnti migratorie, mentre nei nostri testi è la “visione della città come luogo elettivo del postcoloniale, sia che lo spazio urbano rappresenti lo spazio della nazione, sia che venga vissuto a livello individuale come luogo in cui negoziare la propria identità”. Personalità mobili e indefinite, in cui permane al fondo la condizione ambigua del viaggiatore, che infatti anche nel territorio urbano finisce per attraversare di continuo ambiti proibiti, con movimenti a piccola scala nelle zone del perturbante, in quei non luoghi della asocialità che rappresentano gli spazi nascosti e invisibili della metropoli. Ma si pensi anche, in chiave di novità comparatistica, alla stupefacente “espropriazione” di una delle concezioni costitutive del costume italico, nutrito di un mito materno radicato e pensato come unico, che trova invece pervasiva realizzazione in tutto l’orizzonte della civiltà africana. Non c’è pagina che dimentichi di alzare un peana ad una figura di senso ben più largo com’è la madre africana, che evidentemente corrisponde alla mitizzazione in figura femminile dell’intero continente.

Mi pare che sia ancora da affrontare una riflessione sui personaggi femminili, pur sovrabbondanti in ogni scrittura, e l’argomento dovrà risultare dalla ricomposizione di sfaccettature riferite alla distinzione fra autore maschile e femminile, fra donna occidentale ed esterna, ritratta nel contesto d’origine o nel luogo d’approdo, collocata in una rete di tradizione o abbandonata all’oscura solitudine corruttrice, distinta per livelli sociali o culturali. Le pagine più dense a raffigurare l’universo femminile dilaniato da un selvaggio incontro tra la realtà occidentale e quella extracomunitaria, l’ho però trovate nel lavoro della scrittrice albanese (fortunosamente approdata in Svizzera) Elvira Dones, Sole bruciato, tradotto in italiano, senza che questo tolga nulla credo alla grandiosa capacità di raffigurare una tragedia corale, densa di ritratti profondi che rappresentano la consunzione feroce dei corpi, dimensione di una disperata materialità alla quale è ridotta l’esistenza femminile nell’Occidente che pretende di esportare libertà e diritti semplicemente sopprimendo bourqua e veli. A fronte di buie pagine che grondano dolore ad ogni riga, con ondate narrative che scavano in profondo la sensibilità del lettore, risultano stridenti riconoscimenti e premi raccolti da un libro apparso sul mercato italiano, che pare giocare abilmente con un intarsio di stereotipi, a partire dalla figura de La straniera proclamata nel titolo, destinata a un percorso di luoghi comuni attraverso un prevedibile degrado, che la conduce dritta entro le situazioni canoniche della tenace tradizione del nostro melodramma, piuttosto che a interpretare l’universo molteplice, anche nella sua nuova disperazione, della donna migrante. Al di là del caso specifico, siamo di fronte ad un punto rilevante per tutte le nuove scritture, risultando quasi obbligata la necessità di scegliere strumenti estranei per raffigurare i tratti essenziali dei mondi di origine, difficili da delineare in un’atmosfera soffusa di nostalgia che talora dilata tratti e figure ed alimenta il tema ricorrente del ritorno, reso di fatto impossibile per un personaggio mutato che non si riconosce in un ambiente solo apparentemente rimasto immobile, in un gioco lacerante di percezioni deformate attraverso le quali si manifesta ciò che è stata definita La doppia assenza. Se in talune situazioni l’autore pervaso dalla nostalgia si immerge nella cascata di allusioni che espropriano di una funzione reale il lettore occidentale, o lo costringono al confronto con la secchezza simbolica di una tradizione riletta sulla traccia folklorica e di colore, maggiori sollecitazioni paiono arrivare da proposte che approfittano della situazione di distanza per leggere con spirito aperto le grandi trasformazioni che anche le culture autoctone subiscono. Esse fungono allora da spia di un’invidiata immersione del passato arcaico direttamente nella stagione del postmoderno, perché rifiuta la sequenza logica dei tempi che imporrebbe il transito attraverso la modernità proprio entro la stagione più alta dell’imperialismo coloniale. Orizzonte ricco di sincretismi culturali è senza dubbio quello della sensibilità religiosa (singolare la convergenza sul sentimento cristiano di voci distinte per origini ed esperienze, come quelle di Tomás Scusceria Muffatti, Elisa Kidanè o Álvaro Santo, Helenio Oliveira); ma non manca chi insiste sui grandi mutamenti dei ritmi e dei tempi del vivere quotidiano investito da una modernizzazione appena abbozzata, ma tale da mutare la considerazione dell’essere umano subordinandolo alle sole capacità produttive, o stritolandolo nella loro attesa nell’assurdo burocratico (la piaga della disoccupazione che marginalizza l’intera nazione algerina in Le cimici e il pirata di Amara Lakhous). C’è chi rimarca i forzati condizionamenti impressi su ogni aspetto dell’identità quando ci si immerge nell’universo occidentale, che sempre condanna ad una beffarda subalternità, obbligando alla scelta di una dimensione di religiosità radicalizzata, dalla quale può solo derivare una brutale cancellazione fisica, che inghiotte lo straniero nelle oscure vicende della politica e del malaffare italiano (Fiamme in Paradiso di Smari Abdel Malek); o chi raffigura persino la perdita della piena compostezza psichica, sentimentale, di comportamenti quotidiani, come appare nella lucida rappresentazione di Il sole d’inverno di Muin Madih Masri, attraverso un’ironia scintillante che ritrae la disperazione vieppiù densa del mondo palestinese, recuperato nella memoria con tratti di debolezza e sconfitta all’aprirsi dell’impari confronto con la tecnologia occidentale, che si insinua a sconvolgere le tradizioni ataviche a partire da un sobbalzante televisore in bianco e nero.

Ho finito per stendere piuttosto un’agenda dei tanti argomenti che ancora attendono un maturo sforzo analitico, più che un bilancio sulle certezze che possono guidare un’immersione critica all’interno di uno spazio letterario che, sebbene in continua espansione, è forse necessario strappare dalla sola dimensione nazionale; pesano eccessivamente sulle nostre modalità d’approccio le istanze politiche ossessive, volte a inchiodare sul bagnasciuga le orde ostili dei nuovi barbari che assediano la fortezza peninsulare, e sfugge come il fenomeno migrazione riguardi realtà locali a diversificato radicamento sul piano della socialità e della capacità culturali, che si dovrebbe meglio sollecitare a esibire nella loro composita ricchezza, come s’è fatto con Parole e confini a Brescia, e Pagine colorate per il contesto ferrarese. Parallelamente rimane da costruite un orizzonte critico (appena avviato con Voci migranti edito dalla romana Lunaria) che sfrutti l’esperienza di vari contesti europei, più ricchi e reattivi non solo nelle situazioni da decenni sedimentate in grazia delle vicende successive alla stagione storica del colonialismo di Francia e Gran Bretagna, ma come stanno manifestandosi nelle realtà spagnola, olandese o svizzera, per non dire della straordinaria ricchezza di fenomeni che s’incrociano sul territorio tedesco, con spostamenti fra i due antichi stati, dall’esterno dell’area europea, e con un’immigrazione interna ai paesi comunitari ancora ben viva, dove l’Italia può misurare anche gli ultimi riflessi letterari (penso a Carmine Abate) di un secolare movimento migratorio troppo disinvoltamente considerato elemento distintivo della identità post-unitaria. E in questo si svela la memoria atrofica di un nazionalismo semplificatorio, costruito a spese non tanto di inesistenti tradizioni padane ma al prezzo della reale cancellazione di culture vecchie di secoli, e tenacemente perseguitate oggi come allora, ancor più labili perché affidate in prevalenza alle condizioni effimere della mobilità e della oralità.

L’unica speranza è che, memori dell’avvertimento in avvio, questa riflessione abbia evitato di tracciare mappe e confini rigidi, un rischio tuttavia che varrebbe la pena di correre di fronte a una perdurante indifferenza critica del sistema letterario ufficiale per il fenomeno della migrazione, che è una tematica che non a caso timidamente s’affaccia anche all’interno della letteratura prodotta dagli italiani, a sancire l’ennesimo ritardo dei nostri intellettuali, se è vero che nella fase attuale compito urgente della letteratura è anche quello di portare alla luce il non detto della storia ufficiale, le zone dell’esperienza umana trascurate dagli storici; destabilizzare le certezze, le ortodossie, le visioni precostituite del mondo; esplorare l’altra faccia, il negativo dell’immagine che le nostre società danno di se stesse.

Vorrei avere offerto almeno segnali reattivi, che qualcuno meglio preparato possa rendere completi secondo quella logica di reciproco scambio, oltre l’unidirezionalità di vecchie abitudini coloniali, che ci insegnano le modalità rizomatiche delle strutture di rete, popolate di connessioni e links dove primariamente vale il peso della parola scambiata nella sua bidirezionalità, senza l’intromissione dei vecchi condizionamenti di status, di genere, di accento, di pelle giusta.

 


* Un vivo ringraziamento ad autori, editori e amici, che mi hanno con cortese liberalità procurato testi fuori mercato o spesso introvabili nei normali luoghi di ricognizione bibliografica.
1) D. BREGOLA, Il gioco dell’incontro. Dialogo intertestuale con Armando Gnisci, in Da qui verso casa, Roma, Edizioni Interculturali, 2002, pp. 145, 155, le citt. a pp.152-153, 154. Un primo inquadramento pertiene a A. Gnisci, La letteratura italiana della migrazione, Roma, Lilith, 1998.
2) A. GNISCI, Lettere migranti e diaspore europee, in A. GNISCI-N. MOLL, Diaspore europee & Lettere migranti. Primo Festival europeo degli scrittori migranti, Roma, giugno 2002, Roma, Edizioni Interculturali, 2002, pp. 193-198, le citt. a pp. 194 e 195.
3) Vedi il primo numero in http://www.el-ghibli.provincia.bologna.it
4) Inutile dire che sarebbero inconcepibili nel nostro contesto proposte critiche di totale rovesciamento, come quella di E. SAID, Cultura e imperialismo. Letteratura e consenso nel progetto coloniale dell’Occidente, Roma, Gamberetti, 1998 e Nazione e narrazione, a cura di K.H. Bhabha, Roma, Meltemi, 1997, che costituiscono la base per l’avvio di ogni riflessione critica sulla categoria del Postcoloniale. Utili S. ALBERTAZZI, Lo sguardo dell’altro. Letterature postcoloniali, Roma, Carocci, 2000; Abbecedario postcoloniale. Dieci voci per un lessico della postcolonialità, a cura di S. Albertazzi e R. Vecchi, Macerata, Quodlibet, 2000; Scrivere=Incontrare. Migrazione, multiculturalità, scrittura, a cura di M. Baraldi e M.C. Gnocchi, Macerata, Quodlibet, 2001.
5) Un archivio delle referenze bibliografiche, in sigla BASILI, http://www.disp.let.uniroma1.it, sotanzialmente riversato in Appendice a A. GNISCI-N. MOLL, Diaspore europee cit., pp. 199-218.
6) Senza dimenticare che al loro interno maturano per diverse figure esperienze che li fanno convinti in ordine ad un’identità non più di semplici portatori di testimonianza, ma di veri e propri scrittori, e pertanto andrebbero valutati anche significati e orientamenti di brevi narrazioni in raffronto con prove autonome e di maggiore dimensione.
Sono a cura di A. Ramberti e R. Sangiorgi i primi voll. usciti presso l’editore Fara di Santarcangelo: Le voci dell’arcobaleno, 1995; Mosaici d’inchiostro, Fara, 1996; Memorie in valigia, 1997; Destini sospesi di volti in cammino, 1998; Parole oltre i confini, 1999; successivamente escono presso Adnkronos Libri di Roma, Anime in viaggio. La nuova mappa dei popoli, 2001; Il doppio sguardo. Culture allo specchio, 2002; da ultimo Impronte. Scritture dal mondo, Nardò (Lecce), Besa, 2003, sempre per l’operosa cura di R. Sangiorgi.
7) Sulla dialettica, non oziosa, tuttavia non dirimente, tra scrittori che si muovono e una condizione di mobilità che genera la scrittura anche occasionale, cfr. F. D’ALESSIO, Scrittore che migra, immigrato che scrive, in Costruzione di nuove identità nella letteratura di migranti in Italia, tesi di laurea presso la Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università degli Studi di Bologna, rel. F. Pezzarossa, a.a. 2002, pp. 19-24. Per posizioni variegate ma stimolanti, fuori da rigidità ideologiche e tassonomiche, con ricchezza di spunti critici che abbracciano il valore testimoniale e letterario della scrittura dei migranti, si veda il dibattito in rete tra autori stranieri (Kubati, Romero, Lamri, Masala e critici italiani (Bregola, Voltolini, Pallavicini) in http://digilander.libero.it/vocidalsilenzio/forumdibattito.htm Sul concetto dinamico di autore/scrittore/narratore, e su quello più
oltre richiamato di lettore, cfr. almeno le ampie prospettive di A. COMPAGNON, Il demone della teoria. Letteratura e senso comune, Torino, Einaudi, 2000, pp. 44-99, 149-178.
8) Oltre alle raccolte più oltre utilizzate, ricche presenze testuali nei numeri della rivista “Caffè. Per una letteratura multiculturale”, usciti a partire dal 1994, e di “NarraSud. Scritti e percorsi migratori” dal 2000; “Studi di Italianistica nell’Africa Australe/Italian Studies in Southern Africa”, VIII, 2, 1995: Italophone Voices, a cura di G. Parati; Parole e confini, Brescia, Movimondo Libri, 1997; Alì e altre storie. Letteratura e immigrazione, a cura di R. Genovese, P. Giovannelli, F. Liperi, A. Leonardi, M.C. Martinetti, Roma, RAI-ERI, 1998; F. Bettini, Quel dio che non avemmo. 20 poeti dall’Europa e dal mondo in difesa della pace, della solidarietà e di tutte le minoranze etniche, con la collaborazione di C. Muto, Roma, Fermenti Editrice, 1999; Un passo più in là. Storie di rifugiati, Roma, Associazione Centro Astalli, 2000; Finestre. Storie di rifugiati/2, Roma, Associazione Centro Astalli, 2000; Sconfiniamoci. Storie digiovani migranti, a cura di P. Gabbrielli, Roma, Nuove Edizioni Romane, 2000; A. GNISCI-N. MOLL, Diaspore europee cit., la sez. Testi, pp. 13-107.
9) N. VALGIMIGLI, Nel ventre della balena, “Afriche e Orienti”, II, 2000, 3-4, pp. 153-162, la cit. a p. 155. Della stessa studiosa si veda La letteratura dell’immigrazione, “Africa e Mediterraneo”, VI, 1997, 1, pp. 24-31.
“[…] l’impatto sulla dimensione culturale del lettore occidentale appare minimo, in assenza di una riflessione più approfondita sulle caratteristiche anche simboliche di questi racconti”, VALGIMIGLI, Nel ventre della balena cit., p. 156.
10) P. VALENTI, L’identità di carta. La poesia dell’immigrazione, in Poesia, tradizioni, identità, dialetto nell’Italia postbellica, a cura di M. Branca e P. Clemente, Atti del Convegno di Monsummano Terme, 16-17 maggio 1997, Firenze, Le Lettere, 2000, pp. 261-270. Un’appassionata lettura del maggiore fra i poeti immigrati in Italia in S. WRIGHT, Esperienza dell’esilio nella poesia di Gëzim Hajdari, “Annali di Italianistica”, XX, 2002, Exile Literature, ed. by D.S. Cervigni, pp. 385-402.
11) Sono finora usciti nella collana “Cittadini della poesia” presso l’editore fiorentino Loggia de’Lanzi: Quaderno balcanico. I, Albania, Bosnia, Firenze, Loggia de’Lanzi, 1998; Quaderno mediorientale. I, Iraq, prefaz. di P. Blsone, introd. di T. Di Francesco, 2000;12) Quaderno africano. I, Nigeria, Camerun, Eritrea, 1999; Quaderno balcanico. II, Albania, Bosnia, Croazia, prefaz. di P. Matvejevic, introd. di M. Bettarini, 2000; Quaderno mediorientale. II, Iran, prefaz. di B. Zarmandili, introd. di R. Carifi, 2000. Sul progetto M. LECOMTE, Percorsi antologici, in A. GNISCI-N. MOLL, Diaspore europee cit., pp. 138-144. Ottimo in chiave introduttiva il vol. di I. CAMERA D’AFFLITTO, Letteratura araba contemporanea. Dalla nahdah a oggi, Roma, Carocci, 2002.
13) Si tratta anche della nota di fondo che organizza l’antologia Parole di sabbia, a cura di F. Argento, A. Melandri, P. Trabucco, Mercato S. Severino (Salerno), Il Grappolo, 2002; e si veda la riflessione critica di A. MUMIN AHAD, Dall’oralità alla scrittura. Prospettive nuove per la letteratura somala: gli scrittori della diaspora, in A. GNISCI-N. MOLL, Diaspore europee cit., pp. 109-124. Molto acute le osservazioni di K. KOMLA-EBRI, Oralità: dalla tradizione orale alla scrittura, negli Atti del Convegno Culture della migrazione e scrittori migranti, Ferrara, 19-20 aprile 2002, a cura di M. Calabrese, C. Peverati, P. Trabucco (nel sito: http://digilander.libero.it/vocidalsilenzio/primoconvegnonazionale.htm); specialmente dove si indica che “l’oralità implica il pubblico, il collettivo, il gruppo, la comunità, mentre la scrittura riguarda l’individuo. Sappiamo tutti che le culture occidentali ruotano attorno all’individuo. La cultura africana avvolge tutti, generando una percezione di identità di gruppo nel confronto di un’identità individuale. La cultura orale inoltre è olistica nella misura che coinvolge l’uomo in tutte le sue dimensioni anche quella corporea”. In chiave generale cfr. Poetiche africane, a cura di A. Gnisci, Roma, Meltemi, 2002.
14) Leggo il testo di Prigione in: http://www.comuneroma.it/cultura/biblioteche/multiculturale/cittainvisibile/africa.htm; vedi anche N. Yogo Ngana, Foglie vive, Roma, UCSEI, 1989; Nhindo/Nero, Roma, Anterem, 1994; Il segreto della capanna/Djimb Li Lapga, Roma, Lilith, 1998.
15) J. OCKAYOVÁ. L’impegno di vivere, in D. BREGOLA, Da qui verso casa cit., pp. 58-82, in part. pp. 69-70.
16) Sulla novità di “questa lingua della migrazione, provvidenzialmente e naturalmente rivoluzionaria” insiste M. LECOMTE, Percorsi antologici cit., p. 142, pur confessando appena dopo “un delicato lavoro di editing” (p.143) operato nelle cit. antologie poetiche. In generale L. MENNA, Il tallone di Achille, la leva di Archimede: la questione della lingua nei testi letterari della migrazione, in La questione della lingua per gli immigrati stranieri. Insegnare, valutare e certificare l’italiano L2, a cura di M. Barni e A. Villarini, Milano, F. Angeli, 2001, pp. 209-231.
17) Esemplare del rilievo assunto dalla categoria della scrittura migrante, è il recupero postumo delle poesie italiane stese nel soggiorno fiorentino da un poliedrico intellettuale brasiliano come H. OLIVEIRA, Se fosse vera la notte, a cura di A. Cecchi e A. Sirotti, Roma, Zone Editrice, 2003.
18) Interessante il percorso dell’egiziano M. GHONIM, dai testi prodotti dal centro Les Cultures di Lecco: Il segreto di Barhume, 1994; Quando cade la maschera, 1995, ad un piccolo editore specializzato, che ripropone il primo vol. (Santarcangelo, Fara, 1997) e la novità La foglia di fico e altri racconti, Santarcangelo, Fara, 1998; successiva la scelta di gestire la propria presenza e creatività sul sito: http://www.ghonim.com, secondo una logica di comunicazione alternativa ai canali dell’editoria tradizionale la cui economicità ed efficacia rimane da valutare.
19) Cfr. A. OXMAN, Trovare la voce che narra, in D. BREGOLA, Da qui verso casa cit., pp. 21-27, con la bibliografia bilingue della giornalista e scrittrice. In italiano si trovano racconti e i romanzi: L’amore e le armi, Milano, Mondadori, 1987; Prima Donna, Venezia, Marsilio, 1990; Una donna in più, Milano, Bompiani, 2000.
20) Cfr. G. MONTESANO, La vita perduta: appunti su Fleur Jaeggy, “La Rivista dei Libri”, XIII, 2003, 3, pp. 10-12.
21) Lo statuto critico ancora incerto del materiale in esame, fa sì che non esista un canone di riferimento condiviso, e che siano pertanto decisamente sfocate le radici geografiche e sociali di un fenomeno probabilmente di duplice natura, che vede percorsi separati per le presenze di intellettuali calati da tempo a vario titolo nella professionalità accademica o creativa (da Giorgio Pressburger a Edith Bruck a Fleur Jaeggy, ma ancora Jacqueline Risset, il cui Amor di lontano, testo originale francese, versione italiana dell’autrice, Torino, Einaudi, 1993, non è mai stato contemplato tra i testi di migranti alla pari della Oxman, forse in ragione dello stereotipo per cui francesi e statunitensi non possono essere extracomunitari e “diversi”), e un movimento più largo e indistinto di personalità, che corrispondono alla massa di scrittori di non ancora definita professionalità, e specialmente di estrazione geografica e culturale non occidentale. Rimane un obiettivo interessante lo studio di classificazioni e categorie di pronunciata mobilità poste all’incrocio di ragioni letterarie e di professionalità quotidiane, per le quali è meno straniero l’accademico iracheno, di quanto non lo sia il poeta albanese costretto al lavoro manuale. Mentre poi la italo-cinese che torna avventurosamente in patria, e approda al mondo dell’alta moda, stampando precocemente e con successo il racconto di una singolare esperienza, nemmeno figura nel repertorio corrente: B. HIRST, Inchiostro di China, Palermo, Arci Donna-La Luna, 1986 (poi Milano, La Tartaruga, 1987, e Milano, Mondadori, 1992).
22) Interessanti riflessioni in A. GNISCI, Testi degli immigrati extraeuropei in Italia in italiano, in Gli spazi della diversità, Atti del Convegno Internazionale Rinnovamento del codice narrativo in Italia dal 1945 al 1992, Leuven-Louvain-la-Neuve-Namur-Bruxelles, 3-8 maggio 1993, a cura di S. Vanvolsem, F. Musarra, B. Van den Bossche, Roma-Leuven, Bulzoni-Leuven University Press, 1995, II, pp. 499-415. 23) J. MONTEIRO MARTINS, Racconti italiani, Nardò (Lecce), Besa, 2000; sarà da vedere anche la ricca produzione telematica affidata all rivista on line “Sagarana”, che raccoglie informazioni e prodotti anche dell’omonima scuola di scrittura lucchese, http://www.sagarana.net Cfr. J. MONTEIRO MARTINS, Il brusio generale del mondo, in D. BREGOLA, Da qui verso casa cit., pp. 104-127. 24) Alla slovacca J. OCKAYOVÁ spettano traduzioni di favole del proprio paese (e si veda anche il suo Appuntamento nel bosco, Trieste, EL, 1998), e i voll. usciti con buon successo presso un rilevante editore come Baldini & Castoldi di Milano, Verrà la vita e avrà i tuoi occhi, 1995; L’essenziale è invisibile agli occhi, 1997; Requiem per tre padri, 1998. La collocazione tra gli scrittori migranti è stata solo successivamente sottolineata dall’autrice in numerose iniziative pubbliche. Cfr. J. OCKAYOVÁ, L’impegno di vivere cit. 25) La lingua strappata, a cura di A. Ibba e R. Taddeo, Milano, Leoncavallo Libri, 1999.
26) C. DE CALDAS BRITO, Amanda Olinda Azzurra e le altre, Roma, Lilith, 1998; cfr. C. DE CALDAS BRITO, Giocare con le parole, in D. BREGOLA, Da qui verso casa cit., pp. 96-103. Appare nei suoi lavori totalmente negato il taglio autiobiografico e lo spessore “selvaggio” della scrittura, forse in corrispondenza con una traiettoria di migrazione fuori dallo standard, che si sedimenta in forti esperienze di scrittura teatrale, e pertanto di oggettivazione in scene e personaggi del discorso narrativo. 27) R. CRISPIM DA COSTA, Il mio corpo traduce molte lingue, Santarcangelo, Fara, 1998.
28) F. FARIAS DE ALBUQUERQUE-M. JANNELLI, Princesa, Roma, Sensibili alle Foglie, 1994, poi Milano, Tropea, 1997. Per stimolanti osservazioni su questo testo, singolare sotto diversi aspetti, a partire dalla natura mutante del personaggio “travestito”, che elabora in carcere con la collaborazione di un compagno di cella sardo una narrazione stesa poi dal brigatista Jannelli, dando vita perciò a uno di quei mitizzati testi di ibridazione, anche linguistica oltre che identitaria e di culture, A. PORTELLI, Le origini della letteratura afroitaliana e l’esempio afroamericano, “L’Ospite Ingrato”, n. 3, 2001: Globalizzazione e identità, pp. 69-87.
29) Oltre alle Pre- e Postfazioni ai voll. antologici citati, si veda almeno Letteratura e immigrazione, in Migrazioni, interazioni e conflitti nella costruzione di una democrazia europea, Atti del Convegno di Bologna, 16-19 dicembre 1997, a cura di D. Melossi, Milano, Giuffré, 2003, pp. 709-718.
30) G.P. BIASIN, Le periferie della letteratura, “Intersezioni”, XV, 1995, pp. 439-449; G. DELEUZE-F. GUATTARI, Che cos’è una letteratura minore?, in Kafka. Per una letteratura minore, Macerata, Quodlibet, 1996, pp. 29-49; L.E. RUBERTO, Immigrants Speak: Italian Literature from the Border, “Forum Italicum”, XXXI, 1997, pp. 127-144; R. TADDEO, Narrativa nascente, in La lingua strappata cit., pp. 19-28; A. CICCARELLI, La letteratura dell’emigrazione oggi in Italia: definizioni e correnti, “Intersezioni”, XIX, 1999, pp. 105-124.
31) M. FORTUNATO-S. METHNANI, Immigrato, Roma-Napoli, Theoria, 1990 (poi 1997); P. KHOUMA, Io, venditore di elefanti. Una vita per forza fra Dakar, Parigi e Milano, a cura di O. Pivetta, Milano, Garzanti, 1990. Si veda la prontareattività critica di R. CACCIATORI, Il libro in nero. Storie di Immigrati, in Tirature ’91, a cura di V. Spinazzola, Torino, Einaudi, 1991, pp. 161-170.
32) Cfr. F. SINOPOLI, Poetiche della migrazione nella letteratura italiana contemporanea: il discorso autobiografico, “Studi (e testi) italiani”, VII, 2001, Miscellanea comparatistica, a cura di A. Gnisci, pp. 189-205.
33) P.A. MICHELETTI-S. MOUSSA BA, La promessa di Hamadi, Novara, De Agostini, 1991; si veda anche degli stessi, con taglio eminentemente didattico, La memoria di A, Novara, De Agostini, 1995 (Torino, Edizioni Gruppo Abele, 1995) e 1997. È di quella fase anche H. RADY, Sognando, Catania, Ediz. Arci Sicilia, 1995.
34) In questo senso significativo M. BOUCHANE, Chiamatemi Alì, a cura di C. De Girolamo e D. Miccione, Milano, Leonardo, 1991.
35) Per questa definizione, e le problematiche culturali connesse, Writing Across Worlds. Literature and Migration, ed. by R. King, J. Connell and P. White, London and New York, Routledge, 1997.
36) L’attività in lingua italiana di H. SCHNEIDER comprende La bambola decapitata, Bologna, Perndragon, 1993; Il rogo di Berlino, Milano, Adelphi, 1995; Il piccolo Adolf non aveva le ciglia, Milano, Rizzoli, 1998; Porta di Brandeburgo. Storie berlinesi ( 1945-1947), Milano, Rizzoli, 1997; Lasciami andare, madre, Milano, Adelphi, 2001; cfr. H. SCHNEIDER, Il coraggio di tagliare le lungaggini, in D. BREGOLA, Da qui verso casa cit., pp. 46-57.
37) M. MELLITI, Pantanella. Canto lungo la strada, Roma, Edizioni del Lavoro, 1992 e1993; I bambini delle rose, Roma, Edizioni del Lavoro, 1995 e 2000.
38) Una nostra ricognizione non sistematica, e che pertanto non pretende la distinzione fra testi a più scoperta destinazione didattico-scolastica e quelli più strettamente narrativi, con finalità di testimonianza folklorico-memoriale, contempla: J. C. MANDATVILLE MUGABO UWIHANGANYE, L’uovo della nonna, Milano, Africa ’70, 1992; A. DIOUF, L’Uomo-uccello, Bologna, EMI, 1993; La storia di Birane, Milano, Africa ’70, 1993; B. AMUSHIE, Il canto della regina nera, Roma, UCSEI, 1994 e La tartaruga re degli animali, e altra favole igbo della Nigeria, Bologna, EMI,1995; H. WALDEMARIAM, La terra di Punt. Miti, leggende e racconti dell’Eritrea, Bologna, EMI, 1996; M. GADJI, Numbalan. Il regno degli animali, Milano, Edizioni dell’Arco, 1996 (anche 1998, 1999); A. BEKKAR, I muri di Casablanca, Roma, Sinnos, 1998; G. LUKA, Favole albanesi, Milano, Editrice Nuovi Autori, 1999, e ora La sposa delle acque/Nusja eujërave, Brescia, Vannini, 2003; J. VAHOCHA, Si è fatto giorno. Storia di un ragazzo del Mozambico che partì per l’Italia, Bologna, EMI, 2000.
39) Interessante l’impostazione di E.T. SARONNE-L. DI LUCCA, Le fiabe nel mondo della migrazione contemporanea. Saggio sull’analisi di alcune fiabe delle tradizioni arabo e slavo-balcanica, Bologna, CLUEB, 2001; per un quadro generale V. ONGINI, La biblioteca multietnica. Libri, percorsi, proposte per un incontro tra culture diverse, Milano, Mondadori, Bibliografica, 1991, e successivamente Lo scaffale multiculturale, Milano, Mondadori, 2001; D. RIGALLO-D. SASSO, Parole di Babele. Percorsi didattici nelle letterature dell’immigrazione, Torino, Loescher, 2002.
40) A. NIEMEN, Oker kun le penijà. La casa con le ruote, Roma, Sinnos, 1995.
41) P. BAKOLO N’GOI, Colpo di testa, Milano, Fabbri, 2003; ma già era uscito Un tiro in porta per lo stregone, Milano, Africa ’70, 1994 42) Il caso più eclatante di lettura riduzionista a livello di letteratura per l’infanzia, è a proposito di R. SIBHATU, Aulò. Canto poesia dall’Eritrea, Roma, Sinnos, 1993 (poi 1998), denso invece di problematiche connesse alla colonizzazione italiana del Corno d’Africa. Fra le voci femminili si possono ricordare N. OLIVERIRA, Il colore della brace, Roma, Sinnos, 1995; M. DE LOURDES JESUS, Racordai. Vengo da un’isola di Capo Verde. Sou de uma ilha de Cabo Verde, Roma, Sinnos, 1996; C. DE CALDAS BRITO, La storia di Adelaide e Marco, Roma, Il Grappolo, 2000, V.A. MMAKA, Il mondo a colori della famiglia BwanaVal, Lerici (La Spezia), Kabiliana, 2003, e Jalemi: il mistero della città sommersa, Bologna, EMI, 2003.
Si ricordi che scrittrici di fama in questo settore, come Erminia Dell’Oro e Helga Schneider (Stelle di cannella, Milano, Salani, 2002), hanno prodotto anche testi per ragazzi:.
43) R. GHAZY, Sognando Palestina, Milano, Fabbri, 2002; cfr. l’intervista del 7-7-2003 di K. Metref in http://www.migranews. net 44) Manca un’adeguata valutazione degli elementi critici offerti da G. DELEUZE-F. GUATTARI, Che cos’è una letteratura minore? cit.: “tutto assume un valore collettivo. Infatti, proprio per la carenza, in essa, di talenti, non si danno le condizioni di una enunciazione individuata […] separata dall’enunciazione collettiva. […] ciò che lo scrittore, da solo, dice, costituisce già un’azione comune ciò che dice o fa è necessariamente politico, anche se gli altri non sono d’accordo. Il campo politico ha contaminato ogni enunciato”, p. 31. Di fatto ignorata l’autobiografia di un vero “terrorista” palestinese, in carcere a Rebibbia dopo un azione all’aeroporto di Fiumicino, H. ITAB, La tana della iena, a cura di R. Curcio, Roma, Sensibili alle Foglie, 1991.
45) W. BOELHOWER, Immigrant Autobiography in the United States: Four Versions of the Italian American Self, Verona, Essedue Edizioni, 1982; F.L. GARDAPHÉ, Italian Signs, American Streets: the Evolution of Italian American Narrative, Durham and London, Duke University Press, 1996. Per un orientamento sull’aspetto linguistico R. COCCHI, L’invenzione della letteratura italiana e italoamericana, in “Altreitalia”, III, 1991, Emigrazione e letteratura, a cura di R. Cocchi e E. Franzina, pp. 7-13; C. BETTONI, La terza generazione italiana all’estero, “Italiano e Oltre”, XV, 2000, pp. 50-54. Per l’esperienza degli italiani in Belgio, acute osservazioni di S. VANVOLSEM, Il codice linguistico della letteratura dell’emigrazione, in Gli spazi della diversità cit., pp. 557-572; ma specialmente, con valore complessivo, J.-J. MARCHAND, Un trentennio di narrativa dell’emigrazione italiana in Svizzera: verso nuovi codici, ivi, pp. 517-529.
46) J. MBIALA GANGBO, Rometta e Giulieo, Milano, Feltrinelli, 2001; ma di grande interesse anche in questa prospettiva Verso la notte bakonga, Milano-L’Aquila, Lupetti & Fabiani, 1999. Cfr. J. MBIALA GANGBO, Una biblioteca fatta di parole, in D. BREGOLA, Da qui verso casa cit., pp. 36-45.
47) S. ALBERTAZZI, Canone, in Abbecedario postcoloniale cit., pp. 21-31, la cit. a p. 25; EAD., Postcoloniale/Postmoderno, ivi, pp. 115-123, la cit. a p. 120.
48) K. KOMLA-EBRI, Imbarazzismi. Quotidiani imbarazzi in bianco e nero, Edizioni dell’Arco-Marna, 2002. Fra le tante preziose interviste, cfr. quella raccolta da P.N. PEDRONI, in ItaliAfrica. Bridging Continents and Cultures, ed. by S. Matteo, Stony Brook (New York), Forum Italicum Publishing, 2001, pp. 392-410.
49) Y. WAKKAS, Fogli sbarrati. Viaggio surreale e reale tra carcerati e migranti, Eks&Tra Associazione Interculturale-Provincia di Mantova, 2002. La medesima condizione vive Imed Mehadheb, più volte presente nelle antologie del concorso Eks&Tra. 50) N. VALGIMIGLI, il cap. Il rispetto delle regole, in Nel ventre della balena cit., pp. 157-160.
51) M. ORTON, The Economy of the Otherness. Modifying and Commodifying Identity, in ItaliAfrica cit., pp. 377-392, la cit. a p. 383. trattando di P. Kouma.
52) Per J.M. GANGBO specialmente SD, in Parole oltre i confini cit., pp. 132-148; A. DEKHIS, Un’esistenza ignorata, in Voci Migranti in Italia, in Francia, in Spagna, a cura di G. Naletta, Roma, Lunaria, 2000, pp. 51-62.
53) M.C. GNOCCHI, Driss Chraïbi: un bacio lungo mezzo secolo, in Scrivere=incontrare cit., pp. 89-106, seguito da un intervento dell’Autore.
54) Sempre fortemente nutrito di tensioni letterarie, che a uno sguardo sommario paiono inviare a un repertorio anche tondelliano e giovanilistico, il mondo dei personaggi bolognesi di J. Mbiala Gangbo; di R. KUBATI sono apparsi Va e non torna ed M, entrambi Nardò (Lecce), Besa, 2000 e 2002; cfr, R. KUBATI, Lo sguardo privilegiato, in D. BREGOLA, Da qui verso casa cit., pp. 28-35. 55) P R. PARVIZYAN, La luce dell’ultimo giorno, Bologna, Gallo & Calzati Editori, 2003.
56) Cfr. E. JULIEN, Il romanzo africano: un genere “estroverso”, in Il romanzo, a cura di F. Moretti, IV, Temi, luoghi, eroi, Torino, Einaudi, 2003, pp. 155-179.
57) M. Gadji, Lo spirito delle sabbie gialle, Milano, Edizioni dell’Arco, 1999; aperto invece alle tonalità del realismo documentario, tipico delle difficili esperienze di approdo in Europa, Pap, Ngagne, Yatte e gli altri, Milano, Edizioni dell’Arco, 2000; abbiamo ricordato l’autore anche tra gli autori di favole.
58) Il doppio sguardo. Culture allo specchio cit.
59) Pagine colorate. Storie, racconti, poesie di immigrate e immigrati, a cura di F. Argento e A. Melandri, Ferrara, M. Tosi, 2001. Su questi aspetti si insiste nella scelta degli autori raccolti, tutti impegnati in forme espressive multidisciplinari, in Parole di sabbia cit.; altresì emblematica la rappresentazione dell’ambiente cinematografico, in cui opera l’autore, da parte di Parvizyan, La luce dell’ultimo giorno cit. Unica finora appare la trasposizione cinematografica de La promessa di Hamadi, di Moussa Ba, in Waalo Fendo. Là où la terre gèle, diretto da M. Soudani, cfr. N. VALGIMIGLI, Nel ventre della balena cit., p. 153; più in generale N. MOLL, Le narrazioni letterarie e cinematografiche della migrazione: una ricerca sul Mediterraneo, in A. GNISCI-N. MOLL, Diaspore europee cit., pp. 161-174. 60) Ci si limita a ricordare M. THEÓPHILO, I bambini giaguaro/Os meninos Jaguar, Roma, Edizioni De Luca, 1995; per la sua ricchissima produzione bilingue si veda il sito http://www.theophilo-amazonia-e-poesia.net
61) E. MOLINAS LEIVA, La notte del Yacaré, S. Marino, AIEP, 1998. Sarebbe assai interessante rintracciare la componente politica diretta nelle situazioni narrative, che appare fortemente condizionata da un meccanismo di autocensura che non consente la rappresentazione immediata, e la sua sanzione, delle varie forme di razzismo e colonialismo che ancora dominano parecchi aspetti della nostra cultura e dei rapporti sociali. Isolati perciò i casi di H. BICHRI, I soldi della miseria, Bologna, Extra Edizioni, 1995; degli anonimi, Io accuso. Requisitoria di un immigrato ex clandestino contro l’occidente, a cura di R. Giuffrida, Sesto S. Giovanni (Milano), Il Papiro, 1996 e Non seppellitemi in questa terra di schiavi, Roma, Operazione sviluppo, 1997. Del tutto singolare la posizione ribellistica di E TANO ZAGBLA, Il grido dell’AlterNativo. L’esperienza di un immigrato ivoriano, Milano, Edizioni dell’Arco, 1997 (1998,1999), che muove da disavventure nel mondo accademico, e condiziona la struttura ibrida del libro, tra autobiografia e documento legale. Analogo il taglio e l’ambientazione accademica per il racconto, a incrocio fra ricerca antropologica e dimensione autobiografica, di G. MAKAPING, Traiettorie di sguardi. E se gli “altri” foste voi?, Soveria Mannelli (Catanzaro), Rubbettino, 2001; J. MAHJOUB con “L’Articolo”, s.n.t. [Novellara (Reggio Emilia), “Il Portico”, 2002], inaugura un genere, la raccolta di articoli giornalistici in chiave non professionale (“Un anno sconvolgente, visto da un immigrato marocchino di Reggio Emilia” recita la copertina), ancora tutto da indagare come spazio dell’attività intellettuale e della scrittura migrante.
62) C. CH. UZOMA, I limoni di Oforula/Lemons of Oforula, Roma, Quaderni di lavoro ed./La città e le stelle, 1996; Le stagioni di oforula, Roma, Fermenti, 2000. Attenti ai motivi politici globali i testi poetici di E. NYUMBAYIRE, Sviluppo e pace, Pasian di Prato (Udine), Campanotto, 1995.
63) Á. SANTO, Mille giorni in Angola. Sulle orme della guerra l’esperienza di un immigrato, revisione di G. Devecchi, Milano, Edizioni dell’Arco, 2000.
64) Sulla distinzione fra produzione letteraria degli esuli e dei migranti insiste J.-J. MARCHAND nell’Introduzione del vol. a sua cura La letteratura dell’emigrazione. Gli scrittori di lingua italiana nel mondo, Torino, Fondazione G. Agnelli, 1991.
65) Oltre ai già cit. Quaderni mediorientali che accolgono voci dall’Iran e dall’Iraq, cfr. H. ATIYA AL NASSAR, Letteratura dell’esilio: il caso iracheno. Milano, CUSI, 1986; e si ricordi il romanzo dello sfortunato T. LAITEF, Lontano da Baghdad, introd. Di P. Blasone, Roma, Sensibili alle Foglie, 1994. La complessa situazione iraniana costringe Parvizyan all’utilizzo dello pseudonimo.
66) Ma si veda l’operosa produzione di B. STANIŠIC, Buchi neri di Sarajevo e altri racconti, a cura di L. Avirovic Rupeni, Trieste, Mg Press, 1993; Primavera a Zugliano; Non-Poesie; Metamorfosi di finestre, raccolte poetiche uscite a Zugliano (Udine), Centro di Accoglienza “E. Balducci”, 1998, che ha di recente stampato anche Tre racconti, 2002 (l’autore si muove nella dimensione bilingue, e i testi risultano per la gran parte tradotti). Vedi anche V.S. STEVANOVICH, Le confessioni, Venezia, Opera, 2001.
67) V. SLAVEN, Cercasi Dedalus disperatamente, Pescara, Tracce, 1997.
68) V. STANIC, L’isola di pietra, S. Marino, AIEP, 2000.
69) H. JANECZEK, Lezioni di tenebra, Milano, Mondadori, 1997; Cibo, Milano, Mondadori, 2002; cfr. H. JANECZEK, Riuscire a trasmettere il gelo, in D. BREGOLA, Di qui verso casa cit., pp. 128-135.
70) R. ESCOBAR, Il silenzio dei persecutori ovvero il Coraggio di Shahrazàd, Bologna, il Mulino, 2001.
71) Sulla dimensione della spazialità mediterranea, predominante sulle categorie temporali, insiste W. BOEHLHOWER, Immigrant Autobiographies in Italian Literature: the Birth of a new Text-Type, “Forum Italicum”, XXXV, 2001, pp. 110-128.
È tuttavia da notare la scarsa produttività culturale derivante da rapporti mai interrotti, e particolarmente vivi pochi decenni addietro in situazioni altamente drammatiche, con la vicina e “gemella” Grecia, così che solo si può annotare la voce recente di H. PARASKEVA, Il tragediometro e altri racconti, Sant’Arcangelo di Romagna, Fara, 2002.
72) M.P. DE ANGELIS, Città/Campagna, in Abbecedario postcoloniale cit., pp. 33-44, la cit. a p.41.
73) Si veda anche il testo poetico all’interno del romanzo di K. KOMLA-EBRI, Neyla. Un incontro due mondi, Milano, Edizioni dell’Arco-Marna, 2002, pp. 27-28; o quello presente nel vol., a forte valenza politica, di CH.T. GAYE, Il giuramento, Genova, Liberodiscrivere Ed., 2001 (e 2002), pp. 67-69; nonché i testi poetici di À. SANTO, As asa da esperança/Le ali della speranza, Lodi, Il Pomerio, 1997.
74) In assenza di studi diretti, qui si annota soltanto la numerosa e non spiegata presenza di autrici fra i migranti, a partire da tempi precoci, come nel caso della ininterrotta produzione poetica della peruviana G. BASAGOITIA DAZZA, Curve angolazioni triangoli: L’infinito amore, Città di Castello, s.e., 1986; Donna eros, Perugia, Associazione culturale “Quaderni contro l’inverno”, 1992; Il sorriso del fiume. Racconti di infanzia e del Perù, Perugia, Centro Pari Opportunità-Regione Umbria, 1995; Selva invisibile, Perugia, Effe Fabrizio Fabbri Editore, 1997. I testi femminili risultano spesso d’eccellente qualità, per il romanzo autobiografico, come nel caso di N. CHOHRA, Volevo diventare bianca, a cura di A. Atti di Sarro, Roma, Edizioni e/o, 1993 (si veda la stimolante lettura di G.P. BIASIN, Gelato e peperoncino, “Forum Italicum”, XIX, 1995, pp. 103-113), per la poesia: R. DE SÁ, Indagini in stato di quiete, Santarcangelo, Fara, 1998; E. BOCHORISHVILI, Pioggia sottile, Roma, Voland, 2002; o con intense ricostruzioni storiche oltre l’orizzonte individuale, come per S. SALEM, Con il vento nei capelli. Vita di una donna palestinese, a cura di L. Maritano, Firenze, Giunti, 1993 (1994 e 2001) e S. RAMZANALI FAZEL, Lontano da Mogadiscio, Roma, Datanews, 1994 (1999).
Sulla scrittura delle donne migranti, oltre a quadri complessivi come quello di Appartenenze: le scritture delle donne di colore nelle letterature di espressione inglese, a cura di S. Albertazzi, Bologna, Pàtron, 1998, saranno da vedere gli interventi sempre stimolanti di G. PARATI, Looking throgh Non-Western Eyes: Immigrant Women’s Autobiographical Narratives in Italian, in Writing New Identities: Gender, Nation, and Immigration in Contemporary Europe, ed. by G. Brinker-Gabler and S. Smith, Minneapolis and London, Minnesota University Press, 1997, pp. 118-142; Strangers in Paradise: Foreigners and Shadows in Italian Literature, in Revisioning Italy. National Identity and Global Culture, ed. by B. Allen and M. Russo, Minneapolis and London, Minnesota University Press, 1997, pp. 169-190; Living in Translation, Thinking with an Accent, “Romance Lenguage Annual”, VIII, 1997, pp. 280-286; nonché il vol. da lei curato Mediterranean Crossroads. Migration Literature in Italy, Madison-London, Fairleigh Dickinson University Press-Assoiciated University Press, 1999.
75) E. DONES, Sole bruciato, Milano, Feltrinelli, 2001, tra i suoi testi in albanese, è stato tradotto anche ol primo. Al solito di taglio autobiografico, Senza bagagli, Nardò (Lecce), Besa, 1998.
76) Y. TAWFIK, La straniera, Milano, Bompiani, 1999; era già disponibile L’apparizione della Dama Babilonese, Torino, L’Angolo Manzoni, 1994 (2001); mentre più di recente La città di Iram, Milano, Bompiani, 2002. Cfr. Y. TAWFIK, Il “machamat” tra i Murazzi, in D. BREGOLA, Da qui verso casa cit. pp. 10-20.
77) Per una diversa valutazione cfr. il cap. Sherazade e la balena in N. VALGIMIGLI, Nel ventre della balena cit., pp. 160-161.
78) Tema dominante ad esempio in K. KOMLA-EBRI, Neyla cit.
79) A. SAYAD, La doppia assenza. Dalle illusioni dell’emigrato alle sofferenze dell’immigrato, Milano, R. Cortina, 2002.
80) Della progettata trilogia di K. TEAGBEU SIMPLICE, sono usciti Il condottiero e La danza fuori dal cerchio, Bologna, EMI, 1996 e 2002; H. BAROLE ABDU, Akhria. Io sradicato poeta per fame, Reggio Emilia, Libreria del Teatro, 1996, e Sogni e incubi di un clandestino, Reggio Emilia, AIET, 2001; S. PAPE KANOUTÉ, Mandé parole del Griot, Roma, Lilith, 2000. Cfr anche J.B. BOYA ITOULÉ, Lo specchio di un popolo, Torino, L’Harmattan Italia, 1998; A. AKINTUNDE KILA, Òwe. 100 proverbi yoruba, Assisi, Edizioni Corsare, 2000.
81) B. MAJ, Modernità/Modernismo/Modernizzazione, in Abbecedario postcoloniale cit., pp. 71-87.
82) E. KIDANÉ, Ho visto la speranza danzare, e Fotocopia a colori, Verona, Suore Missionarie Comboniane, 1995 e 1999; T. SCUSCERIA MUFFATTI, Corpi redenti, Doria di Cassano Jonio (Cosenza), La Mongolfiera, 2000, e La pelle degli specchi, Roma-Buenos Aires, Editori dei due Mondi, 2001; Á. SANTO, Mille giorni in Angola cit.; fondamentale l’esperienza tra i Focolarini per H. OLIVEIRA, Se fosse vera la notte cit.
83) A. LAKHOUS, Le cimici e il pirata, Roma, Arlem, 1999. Piacevole la struttura bifronte del vol., che riporta il testo in italiano e arabo, da cui risulta tradotto.
84) S. ABDEL MALEK, Fiamme in Paradiso, Milano, Il Saggiatore, 2000. Cfr. S. ABDEL MALEK, La deflagrazione morale del romanzo, in D. BREGOLA, Da qui verso casa cit., pp. 136-144.
85) M. MADIH MASRI, Il sole d’inverno, Milano-L’Aquila, Lupetti & Fabiani, 1999.
86) Parole e confini, Premio letterario degli immigrati, Brescia, 1997, Brescia, Movimondo Libri, 1998.
87) Linee generali su autori residenti in Emilia-Romagna ho dato in Le scritture dei migranti. Un itinerario di lettura, “IBC”, VIII, 2000, n. 4, pp. 46-49.
88) Voci Migranti in Italia, in Francia, in Spagna, a cura di G. Naletta, e Voci Migranti. Materiali, Roma, Lunaria, 2000.
89) T. CHEESMAN-D. GÖKTÜRK, Titoli tedeschi, nomi turchi: una volontà cosmopolita, “Afriche e Orienti”, II, 2000, n.3/4 pp. 170-172.
90) C. Abate, Il ballo tondo, Genova, Marietti, 1991 (Roma , Fazi, 2000); Il muro dei muri, Lecce, Argo, 1993; Terre di andata, Lecce, Argo, 1996; La moto di Scanderbeg, Roma, Fazi, 1999; Tra due mari, Milano, Mondadori, 2002.
91) C.G. CHIELLINO, La comunità italiana in Germania come laboratorio di identità europea, in A. GNISCI-N. MOLL, Diaspore europee cit., pp. 125-134.
92) Di una produzione letteraria zingara non ci sono praticamente tracce, sino alla personalità ragguardevole di SANTINO SPINELLI, per il quale cfr. l’intervento Io rom, docente universitario e musicista, ambasciatore di un’antica cultura, in A. GNISCI-N. MOLL, Diaspore europee cit., pp. 186-192. Tra i suoi testi da ultimo Boro Romano Drom, Roma, Meltemi, 2003 (ma vedi il sito: ) ; cfr. D. HALILOVICH, Tema sulla mia vita. Il diario di un ragazzo rom, Roma, DeriveApprodi, 1999; D. MUSTAFA, Poesie e racconti, Roma, Centro d’Informazione e Stampa Universitaria, 2002.
93) G. SCARPETTA, La letteratura specchio della storia, “Le Monde Diplomatique/il manifesto”, marzo 2003, p. 22. 94) P. TABET, La pelle giusta, Torino, Einaudi, 1997.