Relazione di Adel Jabbar

NARRAZIONI MIGRANTI: DAL RIBALTAMENTO ALLA RIBALTA

Di Adel Jabbar (*)

Se vuoi sapere chi sono se vuoi che ti insegni ciò che so cessa momentaneamente di essere ciò che sei e dimentica ciò che sai

Bakar Salif (Mali)

Quanto siamo prigionieri nei nostri corpi e nelle nostre menti,
diamo sempre agli altri i nostri attributi, li guardiamo dallo stretto delle nostre opinioni e idee, pretendiamo per quanto possibile che siano noi, li vogliamo ficcare nella nostra pelle,
pretendiamo di dare i nostri occhi per vedere attraverso essi
vogliamo vestirli con il nostro passato e il nostro modo di affrontare la vita,
vogliamo costringerli in schemi delimitati dalla nostra presente concezione del tempo e dello spazio.

Ghassan Kanafani (Palestina)

 

Le migrazioni hanno caratterizzato e caratterizzano tuttora il cammino dell’umanità. Le ragioni, le attese di chi intraprende un percorso migratorio sono molteplici, ma in generale possiamo dire che gli individui si muovono verso le opportunità e che tutto gravita intorno ad un “desiderio di esplorare l’altrove” immaginato come il luogo mitico dove scoprire nuove possibilità.
L’altrove quindi diventa nell’immaginario del migrante uno spazio magico -molti lo hanno definito la terra promessa- un luogo dove si trova non solo il pane, cioè la sopravvivenza o il miglioramento delle condizioni materiali, ma anche la libertà dove la soggettività cerca di affermarsi, quindi un luogo carico di significati e di frutti da cogliere.Al momento dell’arrivo a molti dei migranti l’altrove si svela nella sua concretezza, complessità, dinamicità, in altre parole nella sua dimensione reale.

Il reale non coincide con il sogno, qui non si trovano gli alberi con i frutti pronti da raccogliere, ma un terreno poco o per niente conosciuto, da esplorare, per capire dove eventualmente individuare quegli interstizi in cui cominciare la semina. Qui il migrante capisce che la sua vita da ora in poi non è il luogo del raccolto ma il luogo dell’attesa: che la pianta cresca, che diventi un albero, che le stagioni siano favorevoli e che la frutta maturi…
L’immigrato inizia un percorso di aggiustamento identitario finalizzato a trovare quell’unità combinatoria in grado di mettere insieme gli elementi del passato e del presente che hanno costellato il suo percorso migratorio e a darsi un nuovo ordine di priorità. Questa nuova “agenda” deve tenere conto sia delle richieste che la nuova realtà impone sia delle competenze linguistiche e sociali del migrante. In queste negoziazioni sulle priorità si aprono infinite occasioni di imbarazzo come mostra il libro di Kossi Komla-Ebri(1) e come esemplifica questo episodio tratto dalla vita quotidiana: un migrante ha bisogno di uno shampoo medicinale, passa da un suo conoscente che studia medicina e gli chiede di scrivere un nome di uno shampoo; questi lo scrive e il migrante cerca di memorizzare il nome per poi ripeterlo in farmacia, ma una volta arrivato si rende conto di averlo dimenticato e dopo scambi di cortesia dice solo “shampoo”. “Quale?” chiede il farmacista e il migrante cerca invano il biglietto dove aveva scritto il nome. “Quale di questi?” chiede nuovamente il farmacista indicandogliene alcuni sullo scaffale. “Come si chiama?” domanda alla fine il farmacista per semplificare la comunicazione e il migrante in maniera educata risponde il suo nome e cognome. Il farmacista allora si scusa dicendo che non ha quello shampoo dal nome “esotico” e il migrante se ne va via sconsolato.
Questo episodio segnala gli imbarazzi che segnano l’attesa, caratterizzata anche da perdita di autostima, rabbia, marginalità, a volte anche da disperazione, spesso da nostalgia. Quest’ultima porta paradossalmente a trasformare il paese di partenza in “terra promessa”, cioè idealizza il passato cancellando le sue contraddizioni e insoddisfazioni. Il percorso migratorio è allora un viaggio tra miraggi: i migranti non trovano l’America, come recita la celebre frase di un emigrante italiano: “Venni in America perché avevo sentito dire che qui le strade erano pavimentate d’oro. Una volta arrivato, scoprii tre cose: primo, che le strade non erano pavimentate d’oro; secondo, che non erano pavimentate affatto; terzo, che mi chiesero di pavimentarle.”
Il migrante scopre di essere spesso nostalgico verso una terra in cui non vive e si accorge di vivere in una terra che non gli appartiene. Il sociologo franco-algerino A. Sayad intitola significativamente il suo libro che tratta i temi delle migrazioni: “La doppia assenza. Dalle illusioni dell’emigrato alle sofferenze dell’immigrato”(2).
La letteratura delle migrazioni diventa una fonte importante per leggere, analizzare e capire questo universo migrante che rappresenta un dato sociale di trasformazione totale e ha un impatto non solo sugli attori delle migrazioni ma anche sulle società interpellate a fare i conti con dei soggetti “capovolti” (come vengono rappresentati i migranti da C. Abate(3) : la testa e il cuore restano nei paesi di origine mentre il movimento, l’azione si svolge nei paesi di destinazione). Questo capovolgimento, questo ribaltamento, crea scissioni tra la sfera materiale e la sfera affettiva.
L’aggiustamento identitario di questi personaggi significa anche ripristinare un equilibrio, “raddrizzarsi” e ridurre la scissione tra queste due sfere.
Questo vissuto di estraneità ai due contesti porta così alla luce una condizione completamente diversa, che va oltre l’estranietà stessa, poichè supera sia l’immobilismo originario, l’attaccamento ostinato al vecchio mondo, sia l’assimilazione totale e acritica della nuova realtà, dando così origine ad un vissuto che è nello stesso tempo partecipe e distaccato. La distanza dai due mondi, “la lontananza”, è come una lente di ingrandimento che rende possibile una visione della realtà più nuda ma anche più sensibile. Paradossalmente, però, è proprio questa nuova contrapposizione la tappa più significativa del percorso, poiché sviluppa un sentimento di non-appartenenza, una sensazione che si genera sulla perdita del luogo di origine, nel non ritrovarsi nel luogo di arrivo, e comporta quasi necessariamente un nuovo protagonismo.
I personaggi che si possono rintracciare nei racconti dei migranti vengono via via ad identificarsi e a riconoscersi in una diversa dimensione che ha i caratteri dell’estraneità, che non rappresenta né il compimento di un destino o di un punto di arrivo né una fuga, bensì un percorso di ricerca che è principalmente interiore. A questo proposito è interessante il racconto “Salsiccie” di Igiaba Sciego, che parla di una donna che si sente somala e italiana allo stesso tempo e prova ad elencare gli elementi interiorizzati da un contesto e quelli che le provengono dall’altro. “Mi sento somala quando: 1) bevo il tè con il cardamomo, i chiodi di garofano e la cannella; 2) faccio le cinque preghiere quotidiane verso la Mecca; (…); 6) mangio la banana insieme al riso, nello stesso piatto, intendo; (…); 12) piango la mia terra straziata dalla guerra civile; (….). Mi sento italiana quando: 1) faccio una colazione dolce; 2) vado a visitare mostre, musei e monumenti; (…); 6) mi ricordo a memoria tutte le parole del 5 maggio di Alessandro Manzoni; (…); 9) inveisco come una iena per i motivi più disparati contro primo ministro, sindaco, assessore, presidente di turno; (…); 11) piango per i partigiani troppo spesso dimenticati”(4).
Altrettanto significativo, per altri versi, “Con il vento nei capelli” di Salwa Salem che racconta come il confronto con l’altro sia avvenuto già nella sua terra di origine, la Palestina, tramite personaggi della letteratura e della politica internazionali. “Ho letto tutti i classici americani, francesi, russi, ho letto Hemingway, Steinbeck, Somerset Maugham, Tolstoj, Gogol, Dostoewskij (….) amavo Kafka, Camus, mi piaceva Oscar Wilde. Gandhi e Nehru erano fra i maestri della nostra educazione politica e di partito. (…). Leggevo anche scrittori arabi come Taha Husséin, Bader Shaker as-Sayab (…)”(5).
Viviamo infatti in una società globale in cui i confini culturali sono sempre più incerti, dove gli individui sono erranti e abitano spazi fluidi: la letteratura delle migrazioni evidenzia questa fluidità.
Il critico-scrittore turco Yuksel Pazarkaya definisce questa letteratura “di sintesi e di simbiosi.”. Quindi si tratta di un filone con forti connotati innovativi poiché ha alla base il contatto e spesso la dialettica tra la lingua, la cultura, tra tradizioni narrative, magari anche con l’obiettivo implicito o esplicito di creare quelle condizioni per sviluppare l’antidoto contro i teorici dello “scontro tra civiltà”.
Questa letteratura afferma continuamente la sua appartenenza a soggettività che raccontano la propria storia più che a masse migranti anonime e trasforma il confine in linea che accomuna più che segnare una separazione.
In altre parole, questa letteratura riesce ad appropriarsi delle vibrazioni sismiche delle trasformazioni: il linguaggio, le immagini provengono da questi movimenti inquieti. La letteratura è quindi piena di riferimenti a personaggi che narrano la sorte della migrazione non tanto come un’imposizione quanto come una sfida, una volontà di appropriarsi da protagonisti di qualcosa che è capitato loro, di essere alla ribalta. In alcune di queste narrazioni il percorso migratorio non significa sradicamento come usualmente si dice ma comporta il moltiplicarsi delle radici e una coesistenza di autorappresentazioni.
La letteratura della migrazione oggi può certamente rappresentare un’occasione per i lettori per guardarsi e riflettere sulle trasformazioni in atto. Per trovare l’inconsueto nei luoghi abituali e per scoprire che il lontano è già vicino.

Dunque questa letteratura è un’opportunità per inventare nuovi linguaggi e una nuova cultura della cittadinanza.

 


*) sociologo dei processi migratori e interculturali, Università Ca’ Foscari di Venezia
1) K. Komla-Ebri, Imbarazzismi, Edizioni Dell’Arco, Milano, 2002.
2) A. Sayad, La doppia assenza. Dalle illusioni dell’emigrato alle sofferenze dell’immigrato, R. Cortina, Milano, 2002.
3) C. Abate, Il muro dei muri, Argo, Lecce, 1993
4) I. Sciego, “Salsicce” in AA.VV., Impronte. Scritture dal mondo, Besa, Nardò (Lecce), 2003.
5) S. Salem, Con il vento nei capelli, Giunti, Firenze, 2001.