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Le voci africane nella letteratura della migrazione
Relazione di James Walker,anno 2004
L'obbiettivo del mio intervento, però, non è quello di dimostrare che i cosiddetti scrittori migranti arricchiscono la cultura italiana. Immagino che già questo lo apprezziamo tutti noi presenti. Il mio obbiettivo invece sarà di identificare alcune delle figure e delle tematiche usate da questi scrittori nel loro lavoro di ibridazione culturale. Vi parlerò di alcuni scrittori africani ora stabilitisi in Italia - molti dei quali sono venuti alla conoscenza pubblica tramite i lavori di Eks&Tra - e cercherò di tracciare (brevemente e in modo incompleto) alcune delle figure prominenti da loro utilizzate per arricchire ed abbellire i loro scritti - e di conseguenza la letteratura italiana. Alcune di queste figure e tematiche derivano proprio da fonti africane, dalle esperienze e dalle ricchissime culture d'origine di questi autori. Altre sono in comune con tanti altri artisti dell'epoca moderna (siano questi chiamati "italiani", "della migrazione", "postcoloniali", anglofoni, francofoni, e così via), e infatti in questi casi vediamo di nuovo come la letteratura della migrazione in Italia offra legami importanti ad una comunità letteraria (ed umana) più ampia - infatti, "globale".
La prima figura che noterei viene proprio dal mondo africano. E' quella del griot. In tante società dell'Africa occidentale, il personaggio del griot è quello che gira in continuazione, tra villaggio e villaggio, cantando le storie delle famiglie famose e la storia delle comunità. Nei tempi antichi, i griot furono i consiglieri dei re, gli inviati tra le famiglie nobili, i portavoce, ed i custodi della storia e dei costumi del loro popolo.
I griot erano, e sono, i custodi della parola; conoscono i misteri delle età, e li trasmettono tramite le loro storie, cantate in onore di personaggi famosi e in momenti di raduno comunale, tipo le feste, le nascite, i funerali, ed i riti di passaggio dei ragazzi nel mondo degli adulti. I griot erano, e sono, i maestri della lingua parlata e quelli che stanno al centro del circolo del raduno, tenendo vivi per la comunità i legami tra passato e presente.
All'inizio del romanzo La promessa di Hamadi, uscito nel '90 e scritto "a quattro mani" da Saidou Moussa Ba, del Senegal, e Alessandro Micheletti, leggiamo che i griot sono:
Dalle prime pagine di questo libro, gli autori presentano la figura del griot al pubblico italiano, sottolineando il suo ruolo fondamentale nel custodire le radici del popolo - un popolo disperso com'è tra le terre del mondo e tra le fasi dell'esistenza (i vivi, i morti, ed i non-ancora-nati). Questo testo, che ha indotto la letteratura della migrazione, ha anche introdotto la figura del griot come chiave di lettura per capire il significato del lavoro dei cantastorie africani trapiantati in terra italiana.
E' importante notare che alcune delle parole stesse usate in questo passaggio e altrove nel testo arrivano dalla distanza delle epoche, siccome sono tratte dall'antica epopea di Sundiata, Imperatore del Mali Antico. Queste parole dunque sono state trasmesse fino ad oggi tramite la memoria culturale e le parole cantate dei griot africani - in una catena ininterrotta lunga secoli. L'uso di queste parole allora crea un rapporto diretto tra il passato e il presente, e tra l'Africa e l'Italia. Ripetendo queste parole, l'autore senegalese diventa in effetti l'erede dei cantastorie antichi, che continua il loro lavoro nel presente.
E' anche importante notare la pluralità espressa nella figura. I griot conoscono "tutte le storie" e "tutte le lingue", dice il testo, e così dev'essere anche per i raccontastorie migranti di oggi. In questo testo, rappresentativo di tanti altri, Moussa Ba e Micheletti parlano con più di una lingua, mescolando elementi e tematiche da piu' di una cultura, a raccontare una storia di migrazione che rappresenta molto più di una. Gli scrittori africani in Italia parlano per forza con lingue multiple. Le loro storie si rivolgono a più di un pubblico, e vengono da più di una fonte culturale.
Da questa figura del griot, è facile passare ad una seconda figura particolare della letteratura afro-italiana d'oggi: quella dell'oralità. Qui cito lo scrittore Kossi Komla-Ebri, originariamente del Togo, vincitore più volte del premio Eks&Tra, che parla nei suoi scritti della "Forza e potere della Parola, del Nome, del Verbo"(2). Come sappiamo, la maggior parte delle società africane, prima dell'arrivo dei coloniali europei, erano società orali (un fatto che sottolinea di nuovo l'importanza cruciale del griot nel preservare il sapere). Nelle società tradizionali di questo genere il sapere viene trasmesso direttamente da persona a persona, nella forma di racconti, di proverbi, di tanti modi di insegnamento tutti codificati nelle usanze quotidiane del villaggio. Per di più, la parola diventa cosa sacra, cosa investita di tanto potere - potere fisico e reale.
Kossi Komla-Ebri, come Moussa Ba ed altri scrittori africani, ci dimostra tutti questi aspetti della parola e dell'oralità attraverso i suoi scritti. Lui dice di cercare di effettuare, nei suoi scritti, un tono "orale", che insinua una presenza dalla parte del parlante, dell'autore stesso, e che quindi cerca volutamente di rompere la barriera creata dalla pagina scritta e cancellare l'assenza dell'autore e la distanza tra autore e lettore. Anche questo è un modo per portare insieme le persone. Nelle società tradizionali africane, i raduni si tengono all'aperto, sotto l'albero "a palabre", l'albero della conversazione, ed è qui che le storie, i saluti, e il sapere vengono scambiati tra persone, faccia a faccia.
Komla-Ebri apprezza bene che "i proverbi sono l'olio della palma con cui si mangiano le parole" - e cioè, che i proverbi sono il sale che dà gusto alle parole. L'uso (dalla parte di Komla-Ebri) di tanti proverbi tradizionali dentro i suoi scritti ci dà questo gusto. Rendono questo senso di presenza, e di oralità. Ma di più, attraverso l'uso di proverbi africani ed altre strutture linguistiche e letterarie Komla-Ebri rende la lingua italiana in forme nuove. Lui mette in azione un modello famosamente progettato per la lingua inglese da Chinua Achebe, il cosiddetto 'padre della letteratura africana anglofona' (scrittore de Il crollo e tanti altri). Achebe, scrittore postcoloniale della Nigeria, ha espresso negli anni '60 che la lingua dei colonizzatori, la lingua inglese, non era più sotto il dominio esclusivo degli inglesi. Una lingua "mondiale", ha detto Achebe, deve pagare il prezzo della sottomissione alle manipolazioni varie di quelli che la parlano(3). Achebe ormai ha una fama globale per la sua abilità straordinaria di modellare la lingua inglese per creare nuove forme, per creare un nuovo inglese che è, come dice lui, "ancora in piena comunione con la sua terra ancestrale", ma che allo stesso momento "può sopportare il peso della [sua] esperienza africana."
Quello che vediamo attraverso gli scritti italofoni di Kossi Komla-Ebri (ed altri), è l'emergere di nuove forme linguistiche dentro un nuovo italiano, reso "lingua mondiale". Ma vediamo anche nelle strutture delle sue storie il tema del ritorno all'oralità, e agli aspetti curativi della lingua viva. Nel suo racconto "Quando attraverserò il fiume" incontriamo la storia di un ragazzo africano, emigrato in Europa, che torna alla vita del suo villaggio natale e alla vita comune della lingua parlata. Vediamo in questa storia che il sapere e le lingue occidentali che questo individuo ha ottenuto all'estero - pure essendo utilissimi e di valore - lo hanno anche cambiato, e infatti lo hanno reso un essere diverso da quello che era, con modi di pensare e di parlare che lo rendono estraneo alla sua cultura d'origine. Il suo ritorno ai codici orali della lingua materna della sua comunità viene presentata in questa storia come il re-imparare di un'arte, antica e integrale, che ha il potere di guarire il suo carattere dimezzato - e anche quello del villaggio.
Ed ecco una terza figura prominenti negli scritti italofoni - e certo non solamente in quelli di autori africani. L'anima dimezzata, o spezzata, è ormai un tema universale nella letteratura. Per gli scrittori migranti questo è un tema ben troppo familiare. Gli scritti di Komla-Ebri presentano spesso quest'idea di un personaggio multiplo, un singolo individuo abitante di piu' terre. Igiaba Scego, scrittrice italo-somala, vince il premio Eks&Tra due anni fa con il suo racconto commuovente e satirico di una studentessa subito "frazionata" da una domanda.
Per concludere, ritorno alla figura del griot (come simbolo dello scrittore della migrazione in Italia). Secondo Nadia Valgimigli, la parola "griot" è legata etimologicamente all'idea di formare un circolo intorno a qualcuno(5). Il griot allora è quello che chiama la gente insieme intorno a lui (o lei); è quello al centro del circolo che tiene la comunità insieme attraverso le sue storie, i suoi canti, i suoi messaggi. Ma dall'altro canto, il/la griot è anche quello che accerchia la comunità. I suoi canti, i suoi messaggi formano un cerchio intorno agli ascoltatori, che li lega l'uno all'altro, e ciascuno alle radici comuni. Questo, dico, è uno dei progetti fondamentali degli scrittori africani in Italia, come abbiamo visto in questi anni.