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(La corda della mia vita)TC "(La corda della mia vita)"

 

Così mi raccontò Gnaban.

Nonna non andava d’accordo
con la mia seconda madre, che era la preferita di papà; io a quel tempo ero
ragazzina, ma mi ricordo ancora. Papà, allora, decise di allontanare mia madre,
noi figli e la nonna in una zona dove nonna aveva della terra e vi fece
costruire delle case in legno. All’epoca era una zona di poveri e quindi
succedeva di tutto, ma non c’erano donne di strada; i ladri rubavano vestiti,
soldi, scarpe, cose da mangiare. Per cucinare usavamo i popot.1

Persi pure un fratellino in
questa merda, penso che la causa sia stata la fine del matrimonio di mia madre.
Se papà oggi fosse vivo, lo ammazzerei con le mie mani: quando ci ripenso ho le
lacrime agli occhi. Non ricordo più bene, mi sembra che fossimo andati a finire
da uno zio materno, mentre papà aveva scaricato la nonna nel suo villaggio di
origine. Soffrivo di questa separazione e man mano mi abituavo all’idea di non
rivedere più la nonna. Passò il tempo e andammo ad abitare da un altro zio che
aveva la casa più grande; lì la mamma diede alla luce un bel bimbo. Non avevo
capito niente: quando mi accorsi che era incinta, l’indomani partorì. Mamma era
piatta e magra come una donna europea e quindi era difficile pensarla con il
pancione.

Questo zio materno – si
chiamava Dago – era tornato dalla Francia con un diploma di tecnico riparatore
di macchine per scrivere. In quattro e quattr’otto aveva fatto fortuna, si era
comprato una casa grande e bellissima dove abitavamo tutti, a Koumassi,2 due macchine, e aveva
assunto un insegnante tutto per noi, i suoi due ragazzi e me. I suoi figli
frequentavano una buona scuola che si chiamava La Ranne.

Buona condotta, pulita dalla
testa ai piedi, bel vestito e scarpe, le cose di scuola tutte a posto, lavori
in classe perfetti: non ero più la ragazzina che viveva nella merda a Marcori
“Potapoto”
3.
Scoppiavo di gioia di vivere, cantavo dalla mattina alla sera; i miei cugini
facevano la stessa cosa. Cantavamo finché arrivavamo alla mia scuola, che era
la prima, scendevo dalla macchina con un sorriso sulle labbra, tutta allegra e
pimpante, mentre loro continuavano per La Ranne; è qui che ho capito che i
bambini ben seguiti fanno cose importanti. A mezzogiorno in punto, ecco
l’autista parcheggiato proprio all’uscita della scuola: mi apriva la porta,
salivo e andavamo a prendere gli altri, poi tornavamo a casa. La tavola era
apparecchiata, mangiavamo i primi piatti e il cuoco cambiava i piatti ogni
volta. Questa è una vita normale! Il pupo di mia madre cresceva bene, anche mia
madre stava bene sia fisicamente che psicologicamente: l’armonia regnava a
casa. Zio Dago si innamorò di una nipote del padre del mio piccolo
fratellastro. Amoin era bellissima: in Africa alcuni neri sono chiari come i
siciliani però sempre con i capelli crespi e questa donna era così, ed era
anche istruita.

Dago era il primogenito del
marito della mia nonna materna, bello, chiaro, allegro, simpatico, pieno di
gioia di vivere, ma Amoin, la seconda moglie, non accettava la prima, c’era
sempre tensione fra di loro; lei non litigava mai con l’altra, ma se la
prendeva col marito. La prima, che era la madre dei suoi figli, uscì per sempre
dalla sua vita, così la seconda diventò la prima. Amoin era la preferita dello
zio, era fiero di lei: ci sapeva fare, era molto elegante quando si trattava di
uscire, se entrava in camera sua lo zio diventava un’altra persona, gli
brillavano gli occhi, era orgoglioso di quel sorriso che aveva aperto la porta
del suo cuore. I suoi denti meravigliosi sembravano due righe di neve, il corpo
disegnato, belle acconciature sempre diverse; sembravano quelle da matrimonio.

Un giorno scappò di casa per
gelosia, qualche volta lo faceva, perché zio aveva passato la notte con l’altra
moglie, dato che era la sua settimana. Il giorno dopo Amoin, non era più in
casa, era andata dallo zio che viveva al nord, così Zio Dago si mise in
macchina. La mamma cercò di fermarlo:

– Non andartene adesso che
ti sei svegliato tutto stanco! Riposati e, nel pomeriggio, te ne andrai.

Zio Dago non la ascoltò:

– Non ti preoccupare Bla,
non sono stanco. L’ho sempre fatto e poi preferisco la mattina, così arriveremo
presto e torneremo oggi stesso; magari mi riposo un po’ per strada.

Mamma insisteva, ma lui non
volle sapere nulla, svegliò un suo cugino e si mise in viaggio. La mamma non
era tranquilla. L’indomani il bimbo piangeva e lei guardava nella direzione
sbagliata, tutta pensierosa. Le sue sorelle le chiesero di occuparsi del
bambino e anche cosa avesse oggi, che era così triste. La mamma rispose con uno
sbadiglio per dire che non aveva dormito tutta la notte.

– E perché?– fecero le
sorelle – Dago ha l’abitudine di fare questi viaggi, vedrai che tornerà.

– Sì – disse la mamma – lo
so, ma il mio istinto di donna non mi convince, è per questo che sono strana,
non vorrei insinuare qualche cosa, ma… oddio, è meglio che stia zitta.

Mamma aveva ragione di
preoccuparsi: Zio Dago ci aveva dato l’amore, l’affetto, i mezzi finanziari;
per la prima volta eravamo considerati, stavamo bene fisicamente e
psicologicamente e, soprattutto, la mamma andava d’accordo con lui. Mamma era
una persona molto timida, calma e vergognosa, ma con lui chiacchierava tutta la
giornata, bevevano e ridevano che sembravano due fidanzati. Vedevo mia madre fleurír
comme une rose
:4 lo
zio Dago le aveva dato la gioia di vivere. Le raccontava che d’estate la gente
in Europa era nuda, soprattutto le donne: lui intendeva minigonne, pantaloncini
e top e lei chiedeva:

– Ma perché? Noi qui qualche
volta siamo nudi perché siamo poveri, ma a sentirti parlare sembra che loro
abbiano tutto e poi si mettono un pezzo di stoffa addosso! Se fossi al loro
posto mi cambierei tre volte al giorno.

– Si baciano pure per la
strada.

– Ma che, sono pazzi? Fanno
come le scimmie!

– Esatto, è un modo di
provare al loro compagno il loro amore.

– Capisco, ma a che serve la
casa? È assurdo, le case sono lì per questo, no?

– Lo so,  ma loro sono più sciolti, più rilassati, e
poi se ne fregano: per loro è normale.

– È strana la gente, vai a
capirli! – diceva la mamma, e ridevano.

Un giorno che mamma aveva
molto caldo, lui le diceva:

– Mettiti dei pantaloncini
come una donna europea.

Mamma rispondeva:

– Ma sei impazzito?

Insomma, era la corda della
nostra vita e soprattutto della mia. Passarono due giorni e ricevemmo un
messaggio: zio Dago aveva avuto un incidente, i soccorsi erano arrivati tardi e
quindi aveva perso molto sangue; lo avevano trasferito insieme a suo cugino
all’ospedale di Bouaké e fra una settimana li avrebbero trasferiti all’ospedale
di Abidjan. La mamma scoppiò in pianti:

– Ecco perché non volevo che
facesse questo viaggio, qualche cosa mi disturbava molto, non avevo il cuore in
pace. Dago, non lasciarci su questa terra di sofferenze, o andiamo tutti
insieme!

Ciascuna zia raccontava la
sua versione. L’indomani noi bambini fummo separati. Io fui mandata dalla zia
Dumro, in un’altra zona, mentre la madre dei figli dello zio venne a prendere i
ragazzi e li portò casa sua. Il cugino dello zio rimaneva in coma all’ospedale.
Zio Dago fece chiudere la scuola e nel frattempo cercò un professore in gamba
come lui. Veniva gente in casa per augurargli buona guarigione.

Quando zia Dumro tornò da
Koumassi aveva due occhi rossi e gonfi nascosti sotto gli occhiali neri.

– Come va lo zio?

– Bene – rispose la zia, una
risposta persa senza guardarmi negli occhi o alzare la testa, e anche se gli
africani non sono abituati a fissare negli occhi, sapevo che qualcosa non
andava.

– Ha chiesto di me?

– Sì, chiede sempre di te,
però non farmi troppe domande, ti prego, sono stanca – con la testa che
traballava sul suo corpo grande, tutto le cadeva dalle mani.

– Domani verrò con te a
trovare lo zio, è da tanto tempo che non lo vedo, ho voglia di vederlo, portami
con te domani.

– Andrai a trovarlo quando
guarirà, e poi si sta preparando per andare a curarsi in Francia. Lo vedrai al
suo ritorno, va bene?

– No, domani verrò con te.

Le lasciai raccontare tutto
quello che voleva e mi ritirai vicino a un muro, fuori di casa, a piangere.

Il giorno dopo, subito dopo
pranzo, ero pronta; mi feci trovare in cortile e ce ne andammo insieme a
Koumassi. Ero tutta contenta, piena di gioia; prendemmo l’autobus, il numero
13, e mezz’ora dopo eccoci qua, correvo per superarla e lei mi afferrava la
mano.

– Senti, vuoi veramente
vedere tuo zio?

– Sì, perché?

– Mi chiedevo se fossi
pronta ad affrontare la situazione.

Feci silenzio per un momento
e dissi:

– Ma dobbiamo lottare per
entrare in casa?

– No, andiamo che perdiamo
tempo.

Mi teneva la mano stretta
stretta.

– E lasciami zia, voglio
fare una sorpresa allo zio!

Non mi rispose, comunque
arrivammo a casa. C’era un bel po’ di gente che era venuta a trovarlo, il
cortile e finalmente il salone. Vidi un mostro seduto sullo stesso divano dove
si metteva lo zio per chiacchierare con la mamma, gente intorno a lui mi
fermava sulla soglia, tutti zitti mi guardavano. Gettai un’occhiata a destra e
una a sinistra: non vedevo nessuno zio Dago, il mio zio, il bell’uomo elegante,
con il suo stile da attore, vedevo solo qualcuno a cui mancava il naso e si
vedeva nel cranio la pupilla dell’occhio che girava da sola nel suo buco, il
labbro inferiore, i denti di fuori, l’orecchio, i capelli qua e là; la casa
puzzava da morire, un’odore di sangue alterato, nero come il carbone, chiaro
come una persona del sud. La mamma si staccò da lui e venne verso di me, mi
prese la mano invitandomi a salutare quel tizio, ma lui disse:

– Lasciala Bla, si è
spaventata – con quel sorriso sulla bocca come aveva sempre avuto, solo che ora
non poteva smettere, sarebbe stato meglio se non avesse sorriso. Feci un passo
indietro e corsi fuori a piangere:

– No, non può essere lui,
quello non è il mio zio, dammi il mio zio Dago, mostrami il vero zio tutto
profumato!

Mi avvicinai alla sua donna
afferrandole i vestiti le dissi:

– Rendimi il mio zio!

La mamma mi diede una sberla
per farmi smettere, avevo fatto piangere tutti e loro pure, cretini, che
piangevano come se fosse morto, senza nascondersi.

Lo so che questa giornata lo
aveva buttato molto giù, ma lui era bravo, l’unica persona che non piangeva era
lui mentre io, se fossi stata al suo posto, mi sarei suicidata. Superai la
mamma e tutti, e andai a buttarmi nelle sue braccia; lui mi strinse contro di
sé con il resto delle sue forze e mi passò le mani tra i capelli per due
minuti, poi mi disse:

– Fammi vedere che sei
brava, tu sarai la mia attrice, me l’hai sempre detto, sarai avvocato,
giornalista, ballerina, artista, perché sei appassionata di tutte queste cose,
me lo devi promettere.

– Sì zio, però non
lasciarmi!

– Vado in Francia a curarmi:
al mio ritorno ricominceremo a vivere come prima, hai capito?

Risposi di sì e mi tenne
vicino a lui, poi pian piano mi allontai da loro, trovai un posto tranquillo e
mi misi a riflettere: “Gnaban, come sei jellata, sei talmente sfortunata che
quando qualcuno ti aiuta anche quel qualcuno diventa jellato, oh Dio, non mi
prendere lo zio più caro che ho al mondo! Ti imploro, risparmiamelo, perché è
unico!” Così pregavo finché mi addormentai e mi svegliai nella camera di zia
Galun. Uscii di corsa e mi diressi nella camera di zio Dago, superai tutti gli
zii. – Si sta riposando – mi disse una voce. Entrai lo stesso e effettivamente
si stava riposando con la moglie. Io guardavo e parlavo con Dio: – Perché
proprio lui, guarda come l’hai ridotto, sembra un protagonista dei film di
terrore. Uscii dalla camera terrorizzata al pensiero dei film, guardando questo
viso sconosciuto, e mi accomodai tra gli zii. La zia Dumro mi disse:

– Andiamo a casa, è tardi.

Io guardai la mamma con
occhi spalancati in modo da dire “io non mi muovo da qui”; la mamma parlò con
la zia a quattr’occhi e poi se ne andò. Non so se la mamma aveva fatto bene a
lasciarmi venire dallo zio, ma non dimenticherò mai i suoi due volti e
soprattutto il secondo che mi tormenterà per tutta la vita. La notte fu molto
difficile per me, mi aggrappai alla mamma. L’indomani lo zio partiva per la
Francia, c’era già la macchina che lo avrebbe trasportato all’aeroporto, la sua
roba era pronta, tutti fuori a salutarlo, pure i vicini che ci avevano tanto
sostenuto moralmente, la prima moglie e i suoi due figli. Lui, porello, si
avvicinava alla macchina mano nella mano con la “moglie fantasma”, come l’avevo
soprannominata, perché scappava sempre; il suo respiro arrivava prima di lui e
questa puzza ti respingeva lontano, ma quando una persona è cara le rimani
vicino malgrado il suo stato. Zio Dago se n’era andato in Francia, io ritornai
dalla zia Dumro, la vita continuava senza di lui, ma con molta difficoltà:
moralmente e fisicamente eravamo tutti giù, ansiosi e impauriti ma, nello
stesso tempo, contenti per il fatto che lo zio era in Francia, perché ci
fidavamo dei medici francesi: la medicina là è più sviluppata, più apparecchi,
più possibilità di guarire. Ciascuno pregava Dio dentro di sé.

Un paio di mesi dopo, una
mattina, ci svegliammo con l’acqua alle ginocchia: aveva piovuto tutta la notte
e continuò a piovere tutta la giornata. Porca miseria, come cadeva! Quel giorno
la città era inondata, non si potevano mettere i piedi fuori; non ricordo se
fosse una giornata di scuola, ma guardando fuori rimasi sotto le lenzuola, e
poi sapete tutti che in Africa fa caldo e quell’aria fresca che porta la
pioggia mi cullava. Poiché ho un sonno molto leggero, sentivo tutto quello che
succedeva intorno a me. La camera di zia Dumro era aperta e sentivo che diceva:

– Madonna mia come piove,
oggi Dio sta piangendo, è il creatore che piange, non è normale – e siccome
l’africano è superstizioso, controlla tutto, e ogni cosa ha un significato.

Mi alzai e spalancai occhi e
orecchie. Il marito della zia stava andando al lavoro e le diceva di non
pensare negativamente. Verso le 10 la zia Dumro se ne andò in cucina a fare da
mangiare; alle 11 venne a trovarci un parente che non era mai venuto da mia
zia, era bagnato fradicio, e chiedeva di lei.

– È in cucina – dissi e,
guardandolo, vidi una lacrima che gli scorreva sulla guancia. Allora capii
subito: mi alzai, corsi verso la cucina, che era staccata dal resto della casa,
e mi bagnai completamente. Lui mi seguiva.

– Zia! Zia! – gridai.

– Che sta succedendo? –
rispose la zia, ma appena lo vide capì e lanciò un urlo:

– Non me lo dire che mio
fratello è morto! – e scoppiò in urli e pianti insieme alle vicine che lo
conoscevano. Io mi allontanai da loro, mi fermai in mezzo al cortile allagato
con le mani sulla testa e piansi disperatamente, spaventata per tutto quello
che stava succedendo: chi avrebbe mai pensato a una tragedia del genere?

– Mio Dio, perché? Lui era
tutta la mia vita, la mia speranza, ma tu esisti davvero? Tu che sai tutto, che
vedi tutto, sapevi che è la persona più cara e importante per una ragazzina che
ha sofferto tanto!

La zia stava per conto suo
con le vicine, intonando una canzone speciale per i funerali. La prima era
indirizzata a me:

– Non piangere, io piangerò
per te con le parole pietose.

E continuava:

– Dago ha dormito con il
papero e il papero l’ha lasciato nel sonno.

La terza era indirizzata
allo zio:

– Bevevamo, mangiavamo insieme
e te ne sei andato.

Quando tornò il marito della
zia, ci trovò in condizioni critiche: eravamo sfinite. Nella stessa giornata di
pioggia andammo dallo zio Dago. La casa era già piena di gente, mi prese una
paura incontrollabile: forse non avevo realizzato la situazione fino a quel
momento, tutta quella gente mi fece capire che non era un sogno. Mi sforzavo di
non crederci finché non vidi la salma dello zio. Tremavo di freddo. In quel
caos sentii i pianti di un bimbo: mi avvicinai alla camera dello zio Dago e…
Ragazzi! Un bel pupo cicciottello, rosso come un pomodoro! Andai a chiamare zia
Galun.

– Di chi è il bimbo? –
domandai.

– Di tuo zio Dago – disse.

– Piccolo mio non conoscerai
mai tuo padre – continuò piangendo – il tuo nome sarà Rabé, che vuol dire “nato
dopo la morte di suo padre”.

– Dove l’hai trovato? –
insistei.

– I bambini non si trovano,
si fanno; capirai quando sarai più grande. Amoin ha partorito ieri, lo stesso
giorno della morte di Dago.

Io non ci stavo capendo
niente, avrei voluto farle tante domande, ma con quella confusione non c’era
niente da fare. Io avevo visto una piccola cosa davanti ad Amoin, ma pensavo
che fosse piena di cibo, una pancia da quarto mese. Zia Galun chiamò la mamma
del bimbo:

– Amoin, vieni a dare la sisa
al pupo.

Amoin era distrutta, la
sorreggevano i suoi parenti. Fra di loro c’era la mamma. Forse temevano che si
facesse del male e poi aveva appena partorito; la chiamavo “moglie fantasma”,
ma vedendola in quelle condizioni non riuscii a trattenere le lacrime: singhiozzava
come una bacinella stracolma di acqua, si pentiva del suo comportamento,
insomma delirava. Pianti su pianti, pioggia su pioggia, visite dei vicini, dei
conoscenti, degli studenti: la giornata passò così.

Zia Dumro tornò a casa sua e
io rimasi con la mamma, anch’essa distrutta.

Amoin, povera donna, era
odiata da tutti, accusata della morte del marito, quindi si voleva ammazzare e
bisognava sorvegliarla passo dopo passo. Il tendone era già montato nel cortile
per i parenti che venivano dal villaggio e la sera si sistemarono con delle
stuoie e delle coperte per terra e dormirono pure bene perché la notte l’aria
si rinfresca.

Un paio di giorni dopo, la
salma di zio Dago arrivò in Costa d’Avorio. Pianti, grida, disperazione,
pentimenti. La bara era bellissima, c’era un vetro dalle spalle in su in modo
da vederlo e l’avevano velato come Gesù, bendato fino alla fronte, gli avevano
messo una pasta per ricostruire il viso, si vedevano le sopracciglia, gli
occhi, il naso, le labbra e il mento: finalmente riconoscevo mio zio.

Si era confermato il mio
dubbio, povera sfortunata che sono, e mi misi vicino alla bara per dirgli
addio:

 

Adieu tonton cheri, je t’ai
apporté le malheur, je suis désolée et je le serais toute mon existance. Car tu
étais tout pour moi, tu étais le don le plus important que Dieu m’avait fait et
representais un père pour moi, je l’ai, mais il n’existe point. C’étais un
défit que j’avais lancé à papa et j’en étais fière, mais Dieu m’a vite coupé la
corde, il n’a pas voulu que je traverse la rive, peut être que c’est mon destin
et je dois l’accepter, papa a gagné. Je ne peut pas t’embrasser puisque tu es
tout couvert, mais le coeur y est, adieu tonton.
5

 

Alcuni cantavano le canzoni
funebri, ciascuno portava il contributo per aiutare la famiglia e quei soldi
furono usati per affittare i pullman con cui andare al villaggio per la
sepoltura, la macchina mortuaria, del cibo per il villaggio e il resto per i
figli. Alcuni portarono i vestiti più belli, adingra e chittà. I
cadaveri cristiani a casa mia sono ricchi, tutto viene messo nella bara tranne
i soldi e il cibo, qualche volta anche l’oro, il cadavere è soffocato dai
panni.

L’indomani fu tutto pronto e
partimmo per il villaggio; lì tutto era a posto: il tendone già tirato, le
sedie, la tomba, cibi e bevande da consumare, però, dopo la sepoltura. I
funerali terminarono e tornammo ad Abidjan. I tre visi di zio Dago mi erano
rimasti appiccicati sugli occhi, soprattutto quello dell’incidente. Provavo
paura, coraggio e voglia di rivederlo. Zio non m’aveva mai fatto paura, perché
mi voleva un sacco bene; forse ero io che non accettavo quel viso che mi
spaventava. Via via pensavo che mi volesse dire qualcosa perché non era
possibile sognarlo così, avevo pure delle allucinazioni quando dormivo in camera
sua con il pupo: vedevo prima il viso e poi i piedi, si sedeva sul letto e mi
accarezzava una guancia, pian piano la testa mi diventava grossa, il mio corpo
diventava pesante e non ce la facevo più a muovermi, il corpo si addormentava e
rimaneva con noi un paio d’ore e dopo spariva nel nulla e io riprendevo i miei
sensi, ed è stato così per tanti anni. Mi confidavo con la mamma:

– Lo zio sta qui con noi,
non se n’è andato, io lo vedo sempre.

Loro credono a queste cose,
ma nessuno voleva credermi perché ero piccola. Amoin sentendomi dire queste
cose prese paura e non volle più dormire nella camera matrimoniale, anzi se ne
andò dalla sua famiglia.

Sì – mi disse Gnaban –
significava molto per me lo zio Dago, era la corda della mia vita, e quella
corda si era strappata per sempre. Se fosse vissuto sarei laureata, non
immigrata perché emigrare vuol dire star male a casa propria.

Così finiva Gnaban.

 

Note:

 

1 In lingua baulé, sorta di couscussiera in cui si
metteva il carbone.

2 Quartiere di Abidjan.

3 “Fango”, soprannome dato al quartiere da Gnaban.

4 “Rifiorire come una rosa”.

5 Addio zietto caro, ti ho portato sfortuna, mi
dispiace e lo sarò per tutta la mia esistenza. Perché tu eri tutto per me, tu
eri il dono più importante che Dio mi aveva fatto e rappresentavi un padre per
me, anche se ce l’ho, ma è come se non esistesse. Era una sfida che avevo
lanciato a papà e di cui ero fiera, ma Dio mi ha tagliato presto la corda, non
ha voluto che raggiungessi la riva, forse perché è il mio destino e devo
accettarlo, papà ha vinto. Non posso baciarti perché sei tutto coperto, ma il
mio cuore è con te, addio caro zio.

 

 


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