Destinazione sconosciuta

 

 

 

Mi sorride con la bocca sdentata di un
bambino neonato. Il sorriso è contagioso e semplice come possono avere
solamente i bambini molto piccoli. Siamo seduti sul suo letto pieghevole da
ospedale che è diventato la sua casa; qui lei dorme, mangia e fa i suoi
bisogni.

Tengo nelle mie mani la mani di mia madre,
ha la pelle morbida di sempre anche se le braccia assomigliano a due secchi
rametti. Abbiamo appena fatto la nostra passeggiata, è contenta e pronta a
coricarsi sul lato sinistro, quello che le fa meno male.

Le passeggiate, quando lei si sente di
farle, le facciamo sulla sedia a rotelle lungo il corridoio fino alla sala da
pranzo. Le passeggiate sono sempre una grande festa, sono rare e le gode fino
in fondo: dalla grande finestra del balcone della sala da pranzo c’è una bella
vista sul parco verde di una antica villa di fronte. La faccia di mia madre si
illumina quando vede i grandi alberi del parco spiccare nel cielo che da una
volta all’altra è sempre diverso, come dice lei.

Lì può guardare a lungo. Chi sa quali
ricordi le passano per la mente, sembra che beva con gli occhi il paesaggio
fino a quando la sua schiena comincia ad inclinarsi e chiede di essere portata
“a casa”, come dice lei, cioè a letto.

La portai qui due anni fa dopo aver saputo
al telefono la diagnosi nefasta che spiegava i suoi ultimi forti dolori alla
schiena: tumore delle ossa in stato avanzato.

Il mondo crollò ed io insieme ad esso. La
disperazione era talmente acuta che non riuscivo a distinguere chi aveva il
tumore: mia madre o io.

Ogni cognizione del tempo era persa,
pensavo solamente di far in tempo a vederla ancora. Dall’altro lato, molto
stranamente, qualche filo cosciente mi legava alla realtà ed ero pienamente
decisa di portarla in Italia: costi quello che costi.

Volai a Mosca in uno stato febbrile
sopraffatta dal dolore.

La mia amica e suo marito vennero a
prendermi all’aeroporto di Sheremetievo. Era la fine d’ottobre, gli ultimi
giorni di un autunno nordico insolitamente soleggiato. Azzurro ed alto il cielo
di Sheremetievo sembrava festeggiare una gesta a me sconosciuta e alla quale mi
sentivo completamente estranea.

Con la piccola automobile della mia amica
attraversammo tutta Mosca. L’incontro con gli amici e la conversazione in
macchina erano tranquilli e pacati. Loro rispettavano il mio sgomento interiore
ed io ero grata a loro per questa apparente serenità.

– Siamo passati anche noi attraverso
questo strazio – disse la mia amica riferendosi alla morte della suocera.

– Non sprecare forza, denaro ed energia
inutilmente, non peregrinare dai medici ed ospedali, stai con lei fino alla
fine e basta – disse il marito della mia amica.

Compresi ancora più profondamente che non
c’era alcuna speranza.

Arrivammo a casa di mia madre. Il viale
era il solito, solo i pioppi erano diventati più alti e più larghi, la stessa
entrata un po’ buia, lo stesso ascensore, forse più malandato di prima. Tutto
era lo stesso al di fuori di mia madre. Le era successo qualcosa di grande, un
cambiamento tremendo, radicale: stava per morire. Si dice che si muore ogni
giorno, cominciando dalla nascita. E l’unico modo di scapparci dalla morte è di
non pensare, tanto non cambia niente.

E adesso la morte si era avvicinata
all’improvviso, si era messa al centro della nostra vita. Al dolore e
disperazione che provavo per mia madre, si aggiungeva una immensa pietà che
lacerava il cuore. Sembrava che il mondo attorno a noi non fosse cambiato
neanche di una virgola, anzi era diventato più robusto come quegli alberi.

“A che serve ingrassare se mia madre sta
morendo e io con lei?” mi domandavo senza avere una risposta.

Suonammo alla porta dell’appartamento. Il
piccolo locale dell’entrata era semibuio e la luce filtrava dalla porta della
sala da pranzo, e ad un tratto la vidi: stava lì appoggiata al muro per darci
il benvenuto.

Non la vedevo da un anno, da tempo mi ero
preparata mentalmente a questo incontro, e ugualmente, non ero pronta
abbastanza.

Mi sforzai di riconoscere in questa
vecchia donna quasi sconosciuta, con il volto grigio e rigato e dai lineamenti
stranamente familiari e cari, la mia mamma di sempre, una donna bella e
robusta, con il sorriso pronto e spontaneo. Il cambiamento era radicale,
irreversibile.

Non feci nessun gesto strano, non espressi
nessuna meraviglia. La abbracciai forte, a lungo, e lei con il suo bastone
grosso e nero andò subito a sdraiarsi sul suo divano: soffriva per i dolori.

Gli amici ci salutarono e rimanemmo sole.
Io seduta vicino il suo divano e lei coricata sul fianco sinistro, una figura
minuscola sotto la solita trapunta che conoscevo da sempre. Era dimagrita di
venti chili; provai verso di lei un autentico sentimento materno: era la mia
bambina da accudire e da amare. Mi raccontò come era stata all’ospedale, che
cure le avevano fatto e come era uscita con la diagnosi di osteoporosi; come le
aveva scritto il suo medico curante, amica di una mia cugina.

Il mattino seguente passai dall’ospedale.

– La porto con me in Italia – dissi alla
dottoressa.

– Fai bene, non sarà facile, di solito
sono malati difficili per la sofferenza che provano e che trasmettono,
specialmente ai famigliari – mi prese le mani: – È la tua croce, e devi
portarla con dignità.

L’abbracciai: – Grazie di tutto, così
evito di fare indagini cliniche in Italia.

Lei mi guardò con pacata tristezza: –
Saranno delle spese non indifferenti, ma è tua madre.

– Certamente – risposi e uscii dallo
studio.

– Fra una settimana andiamo in Italia –
dissi a mia madre, preparando il caffelatte con pane fresco e burro come le
piaceva.

Mi guardò un po’ sorpresa, una debole luce
di contentezza balenò nei suoi occhi.

– Fa bene cambiare il clima – mi disse.

Prima della nostra partenza per due giorni
consecutivi avevamo avuto una processione di gente che veniva a salutarla:
parenti, amiche, vicine.

Alla vista del cambiamento avvenuto in lei
molti zittivano. Cominciavano a rendersi conto che la vedevano per l’ultima
volta: a tanti si inumidivano gli occhi, i volti degli altri diventavano più
severi, riconoscevano la imminenza del destino comune. Lei augurava a tutti
salute e successo e i suoi arrivederci assomigliavano più ad un addio e fui
contenta quando le visite e telefonate finalmente finirono.

Il giorno della partenza ci alzammo molto
presto. Prima di partire le feci una doppia dose di un’iniezione
antidolorifica. Speravo che sarebbe bastata per tutto il viaggio. La mamma si
vestì da sola con mia grande sorpresa. “Allora davvero vuole venire con me”,
pensai con sollievo.

La mia solita amica con il marito
arrivarono in tempo per portarci all’aeroporto. La piccola automobile prese la
via per attraversare la città.

Era una bella alba, rara per quel periodo
dell’anno. Alle sei del mattino Mosca si svegliava dal suo breve sonno
notturno. La luce crepuscolare nascondeva i difetti e quasi misteriosamente
accentuava la bellezza della città che salutava riposata e distesa nell’umile
sorriso mattutino.

Durante la notte le grandi macchine
pulitrici avevano spazzato le più importanti arterie cittadine, e le larghe
strade e piazze di Mosca. Pulite e lavate, ci accompagnavano fino all’aeroporto
nella loro freschezza autunnale  quasi
trasparente.

– Com’è bella Mosca di mattina – disse la
mia amica.

– È vero – risposi, pensando che mia madre
la vedeva per l’ultima volta.

Lei stava zitta e guardava dalla finestra,
nessuna parola, nessun sospiro. Andava verso una destinazione sconosciuta. Il
grande aeroporto viveva la sua solita vita e sembrava un formicaio umano.
Avevano fatto sedere mia madre su una carrozzina per gli invalidi e la portammo
verso il controllo dei bagagli e dei passaporti.

Ci fermammo nella sala d’aspetto
all’uscita numero sei: Mosca-Milano.

La mamma teneva sulle ginocchia la sua
piccola vecchia borsa con i documenti e le medicine, sembrava quasi ridicola
nel suo cappotto invernale, con il cappello di pelliccia sulla testa,
sprofondata nella carrozzella troppo grande per il suo povero corpo dimezzato.
“Signore, non far ritardare l’aereo”, pregai. Sapevo che l’effetto delle
punture sarebbe durato cinque-sei ore al massimo.

L’imbarco cominciò nel tempo previsto.
Portai la carrozzina lungo il tunnel fino all’aereo dove la mamma dovette
scendere e proseguire a piedi. Con l’aiuto del bastone riuscì ad arrivare alla
sua poltrona vicino alla finestra: si sedette, allacciò la cintura e stette
così per tutto il tempo del volo. Mangiò anche il suo pasto, apparentemente
stava bene, guardava dalla finestra, poi si assopì. Anche io ero più
tranquilla, oramai eravamo quasi a casa.

Dopo l’atterraggio alla Malpensa tutti i
passeggeri erano scesi, noi due aspettavamo la macchina con il montacarichi per
i disabili. L’equipaggio aspettava che uscissimo noi per riordinare l’aereo.
Arrivò il furgoncino con il montacarichi. Spingevo la sedia a rotelle, passai
velocemente  tutti i controlli dell’aeroporto
e dopo mezz’ora eravamo a casa.

Prima di partire per Mosca avevo adibito
per lei il mio studio. Avevo tirato via il mio divano preferito e messo al suo
posto il letto pieghevole dell’ospedale con il maniglione al quale lei si
attacca anche adesso nonostante il suo corpo l’ascolti male o non l’ascolti per
niente e le mani rimangono appiccicate al maniglione senza alcun movimento del
corpo. Lo fa per abitudine, il primo anno di giacenza su questo letto era
veramente abile a spostarsi su e giù nel letto, fianco destro, fianco sinistro,
e tutto questo grazie al maniglione. Avevo tolto dalla scrivania la
macchina  da scrivere e il computer.
Adesso sulla scrivania ci sono le sue medicine, una radiolina a onde corte per
ascoltare le notizie da Mosca con gli auricolari, i libri in russo che le leggo
quando si sente abbastanza bene, l’alcol saponato per farle i massaggi, per
evitare il decubito, e il vaso con i fiori che cerco di non farle mancare mai.

Sulle pareti dello studio sono appesi
diversi quadri. Lei dice che le fanno compagnia, più di altri un paesaggio
russo. In questa stanza, negli ultimi due anni, passa la maggior parte del suo
tempo che adesso è ristretto a poche ore di veglia e che comprende il tempo di
mangiare e il tempo di ascoltare. Mangia pochissimo, ma ancora volentieri, e il
medico dice che questo saper gustare la tiene in vita. Perché altrimenti lui
non può spiegare grazie a quali risorse lei è ancora viva. Una mia amica
infermiera che viene per aiutarci a pulirla o per farle un’endovena dice che la
tiene in vita il nostro amore, il mio, quello di mia figlia e di mio marito.

Ultimamente due piccoli ictus le avevano
fatto perdere per qualche giorno l’uso appropriato della parola e della
memoria. Però ha avuto una ripresa, la memoria le è tornata: ogni giorno mi
racconta della sua infanzia, dei miei nonni che chiama “mammina e papino”, del
suo paese natale fra i boschi e i campi della campagna russa e di tante cose
che le vengono in mente e può comunicare solo a me perché nessun altro qui la
capisce.

Dei dolori si lamenta di rado, glieli
abbiamo tolti con le medicine. Mi ha detto che vorrebbe morire, ma le dispiace
lasciarci. La sua partenza è lunga e lei è stanca, ma non si lamenta mai.

Il suo amore per la vita è sorprendente. È
felice anche solo di avere una tazza di tè al limone. “Che aroma”, dice e poi
succhia con la bocca sdentata il limone, forse come faceva da giovane, e vedo
la sua bocca in un largo sorriso, gli occhi lucidi e contenti. In due anni mi
sono abituata a farla partecipe di tutto: dei piccoli avvenimenti in famiglia,
dei miei appuntamenti di lavoro, delle prenotazioni mediche, degli esami di mia
figlia, degli orari dei fax che devo mandare. La chiamiamo la “nostra
segretaria”, è fiera di essere utile. Quando era ancora  in possesso delle sue mani, cercava sempre
qualcosa da cucire, era felice di far ogni piccolo lavoro.

Sa gioire dei giorni di sole e anche la
pioggia le piace. Lei ama tutto quello che è vivo e nello stesso tempo è
distaccata, dice spesso che siamo qui di passaggio.

Le porto dall’orto le prime fragole, lei
annusa il cestino e mi sorride. Gli odori occupano sempre un posto importante
nella sua vita. Prima di entrare in cucina porto al suo letto la verdura appena
raccolta, lei mi fa gli occhi grandi, sorpresi dalla meraviglia di tanta bontà,
si rallegra alla vista delle zucchine e dei pomodori, aspira  il profumo proveniente da essi, e la vedo
viva, più viva dei vivi nel suo letto di morte, e la morte non mi fa più paura come
prima. A tutti noi ha dato qualcosa che mancava, e siamo cambiati vicino a
questa donna che ha rimandato la sua “partenza” per dare a noi la possibilità
di fare questi cambiamenti.

“Che anima gentile” – sto piangendo per
mia madre.

Partirà per una destinazione sconosciuta
spoglia di tutto, come si deve: in due anni ha avuto cinque camicie da notte e
due vestaglie, altro non le serviva.

 

 

 


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