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Parole Migranti

Recensione libro I prigionieri di guerra



I prigionieri di guerra

 
«I prigionieri di guerra» di Tamara Jadrejcic
Morire di nazionalismi. O impazzire nelle cucine, nelle cantine, nelle chiese
Recensione di Daniele Barbieri

tratta da www.carta.org per gentile concessione

Una madre alle prese con un ragazzo che non si vuole lavare: si apre così con una scena domestica, apparentemente abituale «I prigionieri di guerra» [88 pagine, 10 euri] di Tamara Jadrejcic, croata che nel ’92 si è stabilita in Italia e da tre anni vive negli Stati uniti. Ma a mutare il senso di una scena familiare c’è il telegiornale nella stanza accanto, con «la voce professionale» a descrivere «il colpevole da odiare e le “nostre” vittorie». La madre non si sente di corrispondere «all’esemplare cittadino croato a cui era destinata la retorica»: a lei importa solo che il figlio si lavi e che il marito, partito per la guerra, torni al più presto. Chissà, si domanda, se fra quella crescente ostinazione del ragazzo e l’assenza del padre c’è un legame.

Con questo racconto Tamara Jadrejcic vinse nel 2001 il concorso letterario Eks & Tra [www.eksetra.net]. Poi a quella storia se ne sono aggiunte altre 6 e l’antologia «I prigionieri di guerra» nel 2003 ha vinto il premio Calvino e ora Eks & Tra [da qualche tempo anche casa editrice] ci dà la possibilità di leggere queste storie – bellissime e strazianti – che, scrive nella prefazione Gian Antonio Stella, raccontano la disintegrazione della Jugoslavia e la guerra «dal tinello di casa».

Come in «La poltrona rossa» con due anziani, una cucina, una visita inattesa e soldi nascosti in attesa di tempi migliori. O come l’ultimo racconto «La guerra di Mira» con una donna che non riconosce più il marito-bestia, solo interessato a esigere «la paga del soldato» dove perfino sua moglie è solo un corpo da stuprare; se la guerra lo ha cambiato «radicalmente e per sempre» [«lontano anni luce dall’uomo che Mira aveva scelto per sé»] anche lei deve piegarsi alla dolorosa consapevolezza che «si trovava in guerra o, più precisamente, la guerra aveva trovato lei», con «una mente sdoppiata, triplicata, centuplicata» che la costringerà a cancellare «quel suo carattere dolce e accondiscendente». Sempre una casa, ma che sembra abbandonata, in «Il bottino» con due sciacalli indecisi e spaventati su dove e cosa rubare, anche perché «finestre, armadi, bagni sono posti ideali per le mine».
Scendono in cantina, sperando che le bombe li risparmino, i protagonisti di «Il gioco dei cavalli e dei topi» con il vecchio Vule, «un faro in mezzo all’oceano o un profeta collaudato» a tenerli lontani dai cattivi pensieri con il resoconto di una improbabile partita a scacchi - «metafora della vita» - mescolata al ricordo dei biscotti e ai boati, ai fantasmi e ai silenzi.

Anche gli altri racconti si allontanano di poco dalle case. La protagonista di «L’abito da sposa» è solo una sarta stufa di cucire gradi sulle uniformi ma questo è un atroce delitto che merita un duro castigo. E’ una chiesa invece il rifugio di Katarina – in «Una questione di fiducia» - dove cercherà la conferma che suo figlio non è morto in guerra, sotto gli occhi del marito «più solo e vecchio che mai».

Non ci sono rifugi possibili – cantine, chiese o la rassicurante «forno-terapia» come la soprannomina Dara – e non basta invocare che «Dio maledica tutti i nazionalisti». Ormai per i soldati la paura «non è più un sentimento ma uno stato di salute» mentre per tutte le altre persone «le bestiali efferatezze» diventano abitudine.

Nella prefazione, molto bella, Gian Antonio Stella ricorda che «la mattanza etnica» degli anni ‘90 significa «duecentomila morti e circa due milioni di profughi», persone spossessate e prive di identità; rammenta anche che, in quegli stessi luoghi, tante volte i conflitti, le guerre o le burocrazie avevano cacciato le persone, spostato confini o più banalmente cambiato cognomi e «appartenenze». Ma perché d’improvviso «qualcosa si spezza» in luoghi dove «la gente per secoli si mischia, si sposa, si incrocia fino a non poter più distinguere esattamente chi sta da una parte e chi dall’altra»? Fra le pagine della Jadrejcic affiora qualche risposta: i responsabili sono «nell’esercito dell’informazione» [comprese eleganti giornaliste in tailleur] come nel desiderio di molti di trovare da qualche parte o in qualcuno la «giustificazione per odiare e bestemmiare». Ma resta impossibile spiegare la velocità con la quale «ci siamo ridotti come bestie».

Un’avvertenza: i libri di Eks & Tra non si trovano in libreria, perciò anche questo potete acquistarlo solo dal sito o telefonando allo 051 6810350.

Una “scelta” quella di star fuori dalla normale distribuzione che sempre più i piccoli editori sono costretti a fare: come suggerisce Pierluigi Sullo sul numero 25 di Carta forse bisognerà «creare un circuito di librerie che accolgano prima di tutto la produzione dei piccoli editori» perché la dittatura delle mega-editrici [e il loro controllare anche i distributori] sta diventando intollerabile.



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