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Parole Migranti

Prefazione Libro


Aukuì - Edizioni Eks&Tra
di Fatima Ahmed

 

Aukuì

Prefazione di Nella Roveri

Una nuova voce entra nel gruppo ormai folto di scrittrici e scrittori che pubblicano in italiano pur avendo altra lingua come materna. E’ la voce di Fatima Ahmed, nota a chi segua con attenzione le prove d’autore che compaiono in molteplici festival, premi e concorsi.
Fatima ha già partecipato infatti a molti di questi ottenendo frequenti riconoscimenti. Stavolta propone alla nostra attenzione un libro, romanzo, o meglio autobiografia o biografia di una grande famiglia negli ultimi cinquanta anni del secolo scorso e fino agli albori del nuovo.
La forma “romanzo” resta nell’impianto storico e nelle relazioni tra i personaggi, ricostruite a distanza di tempo e selezionate negli aspetti più significativi ed importanti agli occhi della narratrice, ma le vicende narrate sono frammenti di vita vera affidati alla pagina come tasselli di un mosaico che restituisce una storia complessa e straordinaria e quasi genera dal fare, dal gesto dello scrivere, una forma originale che presenta i caratteri, i volti, i dolori, le fantasie e i gesti dei personaggi che la muovono.
Pochi cenni definiscono i luoghi, la geografia sulla quale si stende la storia, la quieta vita di Phnom Phen e la varietà dei suoi abitanti cinesi e vietnamiti, fra i cambogiani, che si muovono per le strade su cui si affacciano i negozi, davanti ai quali molti bambini si affollano per giocare, in un dignitoso e pacifico convivere. Aden e Mogadiscio, lo Yemen e la Somalia si definiscono con il caldo forte e umido e il mare, di tanto in tanto raggiunto come sollievo e festa. Poi l’Italia, nella stretta delle sue città, nei suoi palazzi, nelle soffitte degli studenti degli anni sessanta, e infine l’isola di Creta, rifugio di mare e silenzio.
Su questi paesaggi prendono risalto gli eventi, la guerra che terrorizza la Cambogia, la fuga in Somalia, la ricerca di lavoro e di nuovi spazi di vita, la povertà e l’esilio.
Soprattutto l’esilio definisce i contorni della storia e le pareti dello “stare nell’esilio” sono così robuste da non consentire altra forma del vivere.
Ayan, protagonista e voce narrante, è la figura dello spaesamento totale: non solo costretta a lasciare un paese amato, lacerato da terribili conflitti, ma alla costante ricerca di un posto in cui dare respiro al suo desiderio di affrancamento da regole arcaiche e da povertà di mezzi e di prospettive.
Ogni meta raggiunta si rivela instabile e spesso ostile e il desiderio si orienta verso altre soluzioni, altro lavoro, altro paese, pronto a modificare, sulla scia di una capacità di stupore mai compromessa, le proprie direttive.
Intorno ad Ayan vi è una numerosa famiglia, genitori e fratelli con caratteri variegati e affettuosamente narrati, talora presi nella morsa di un dolore profondo dell’anima, tal altra lontani per scelte di vita e destino.
Una moltitudine di idee e di passioni circola all’interno della scrittura e si mostra allo sguardo del lettore, esponendosi anche al rischio di una comunicazione imprevedibile non controllata dallo spazio dialogico che contribuisce ad aprire.
Narrare di sé vuol dire delimitare un preciso ambito descrittivo, ma anche stendere un filo riconoscibile che dal passato muove orientandosi al futuro. I pezzi di vita che sono raccontati qui e i luoghi in cui sono intrecciate le relazioni costituiscono una sorta di deposito dell’esperienza, quello stesso che nella scrittura diventa l’origine di un progetto di futuro e il tesoro a cui attingere per rendere più tollerabile la morsa della sofferenza.
Proprio la scrittura è infatti il mezzo con cui quel progetto si manifesta e non come semplice strumento di comunicazione. Intanto porta altrove, non solo perché dice di paesi poco noti, ma soprattutto perché conferisce un aspetto diverso al rassicurante qui in cui chi legge crede di stare.
Si genera un’apertura nuova e la lingua si carica di risonanze complesse e imprevedibili, diventando anche pratica di slittamento e sradicamento della forma che mette in discussione, e probabilmente rinnova, i codici espressivi e le nozioni di cultura, identità, sistema letterario e appartenenza linguistica. Sorprende infatti l’uso di certe forme, considerate a volte arcaiche o popolari o desuete, perché ripropone non solo modelli abbandonati, ma la loro rigenerazione in un contesto linguistico più intrigante e vario.
E’ un linguaggio energico che costruisce la propria strada e si rende riconoscibile mentre esplora, traduce e innova proprio là dove la lingua dell’accademia tende a toccare il punto cieco dell’involuzione. Anche l’uso amoroso delle parole e delle forme espressive finisce con il contribuire a questo scopo, attraverso la cura nella ricerca dei modi per dire.
Grazie a queste operazioni laboriose e sentite che Fatima Ahmed compie ad ogni pagina, la lingua può uscire dai gelidi templi in cui è archiviata nella sua forma canonica e trovare la forza per farsi corpo vivo che si trasferisce in chi legge e ne prende l’attenzione.


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