Ore piccole nella pianura padana. Nebbia fitta,
mucchi di neve sporca, asfalto lucido di pioggia, il giallo ovattato dei
lampioni a malapena disegnava la strada. Piadena si chiamava il piccolo borgo,
appena una riga di case, un passaggio a livello, e una curvona subito dopo, che
poteva prenderti a contropiede, se eri un po' distratto, o stanco. Due fari
girarono l'angolo velocemente, sbandando. Forse l'autista era maldestro, e un
colpo di sonno lo aveva sorpreso, il fatto e che ad un tratto, il monotono
fruscio dell'acquaneve fu interrotto dallo stridio acuto della frenata seguito
dallo strepito confuso del rotolare del furgone sull'asfalto. Un lembo di
lamiera si era staccata nell'impatto, e come una lingua metallica, sputava
scintille lasciando un solco grigio sul manto asfaltico che si colmava subito
d'acqua. Uno, due, tre giravolte e poi il silenzio. Gli sportelli posteriori del
furgone si erano completamente spalancati e ancora fluttuavano. Un pneumatico
girava su se stesso, nero e lucido come un vecchio disco di vinilo. I corpi di
due ragazze penzolavano inerti, come bambole rotte, le braccia alzate, le mani
unite come in preghiera, i polsi imprigionati da grossolane catene di ferro. Più
in là , con un rantolo un'altra bambola stravolta e sanguinante sembrava prendere
vita.
Mamma...Nonna Sofie... il sangue mi scende dal
naso, non riesco a respirare, tossisco, ma mi accorgo che sono all'aperto,
libera, fradicia e dolorante ma libera. Cosa...
I polsi mi bruciano, le catene sono
spezzate.
-Alzati,Alzati, una vocina interna mi
sprona.
-Non posso, non posso, sono a pezzi, sputo moccio e
sangue singhiozzando, sono distesa in una pozzanghera di neve sporca e
fango.
- Alzati, alzati, muoviti, dai
dai veloce.
Ancora silenzio, guardo le altre infelici compagne
di viaggio, sembrano morte.
-Non pensare muoviti, dai, bimba, dai.
Sgattaiolo, come un cane, con la lingua fuori sulle
labbra tumefatte
- Ci sto provando, Nonna, ci provo.
Scivolo sulla neve e il fango, posso farcela. C'e
un fossato e poi uno spazio aperto, sono in campagna, Nonna, come da
noi.
Corro, Nonna, scappo, trascinando una gamba,
soffocando le urla, scappo, saltello come una forsennata, impazzita de dolore,
scappo.
-Fa che no m'inseguano, Nonna, fa che siano
morti.
Non ho fiato... calma, dico a me stessa, cerca di
mantenere la mente fredda, immagina che stai solo facendo jogging, un respiro
profondo per il naso e tre espirazioni lente, come quando correvi nel parco
degli alberi rossi lo scorso autunno, ti ricordi? Vedi, vedi, puoi
farcela.
-Allontanati, allontanati.
Quanto tempo ancora, il cuore mi esplode, batte
allòimpazzata, sbatto la faccia contro qualcosa, cado,le mie dite intirizzite
accarezzano una superficie ruvida. Corteccia. Corteccia bagnata e gelida. Sono
arrivata, Nonna?. Sono gli alberi rossi?. Un lampo lancinante mi sale dalla
gamba, abbracciata al tronco, stremata, svengo.
Vicino allo stradone alcune luci iniziano a
muoversi.
San Giovanni in Croce è un paese di una manciata
d'abitanti, si trova a sei chilometri a volo dòuccello da Piadena, nel cuore
della pianura padana, placidamente appollaiato sulle terre mollicce e fertili
delle antiche paludi. Ha la particolarità di essere uno di quei luoghi dove il
tempo sembra trascorrere a singhiozzo, o addirittura, certe volte s'inceppa, e
questo sì che diventa un problema. Il mese di novembre in questo paese è
particolarmente noioso, il sole raramente si fa vedere, e la gente patisce
questa mancanza di luce diventando più cupa.
Dentro il bar Sport, mezzòora prima della
mezzanotte l'ambiente era soffocante, i tavoli tutti occupati, i soliti
personaggi, partite di carte, facce gonfie e rosse, la tv blaterava in un
angolo, Gabrielle, la figlia di Battista, continuava a servire con lo sguardo
assente, magra e bionda, ogni tanto sembrava uscire dal suo mutismo ed era la
volta che qualcuno doveva per forza andarsene a casa perché Gabrielle sapeva fin
dove poteva spingersi ogni parrocchiano, ed era assolutamente certo che mai
nessuno aveva osato opporsi alla sua volontà , quando lei decideva che era ora di
sgombrare.
Ad un certo punto della serata, a mezzanotte circa,
due strani personaggi fecero ingresso nel salone, avevano l'apparenza di due
preti, tutti e due vestiti di nero, i cappotti lunghi e chiusi fino il collo,
pallidissimi, uno era alto e magro, l'altro più basso ma con un viso che
sembrava tagliato con unòascia tanto era angoloso, lo sguardo torvo e le facce
chiuse indicavano poche intenzioni di dare confidenza, infatti, scelsero un
tavolino ad un angolo piuttosto distaccato dal resto della gente, chiesero da
bere due caffè, senza neanche guardare in faccia Gabrielle, parlavano un cattivo
italiano con un forte accento dell'est. Rimasero bisbigliando tra loro per
almeno quarantacinque minuti, guardando ogni tanto l'orologio, poi si alzarono
lasciando i soldi sul tavolo e uscirono, silenziosi com'erano arrivati incuranti
degli sguardi curiosi che gli inseguirono fino la porta.
Il freddo era intenso, quando Sabine riprese
coscienza aveva le braccia e le gambe come di legno, a mala pena riuscì a
mettersi in piede, i vestiti che aveva addosso non erano i più adatti per
affrontare una nottata allòaperto, si guardò intorno e decise di addentrarsi nel
bosco che indovinava davanti a se. Li sembrò la migliore possibilità di
nascondersi. Dopo un poò di tempo di camminare scopri grazie alla pallida luce
della luna, che si affacciava tra nuvola e nuvola, che poteva vedere più in la
degli alberi una debole luminosità , si domandò se fosse una casa. Era possibile,
si disse, sentiva ogni tanto il rumore di macchine che passavano non troppo
lontano. Stringendo i denti si obbligò ad avvicinarsi alla luce. Attorno a lei
riusciva a vedere dalle sagome mezze nascoste della boscaglia, di strane
costruzioni, piccole, appena più grandi che quelle cappellette che si trovano
ogni tanto ai lati della strada. Ad un certo punto uscendo in una radura vide
davanti a sè una specie di minuto tempio, con i quattro angoli del tetto che
puntavano verso l'alto, simile ad una pagoda cinese, come quella della stampa
cinese che la Nonna Sofia aveva attaccato al muro in cucina. Nonostante la
situazione, si fermò un attimo ad ammirare il suggestivo spettacolo della luna
rotonda sopra quellòassurdo tempio cinese carico di neve.
Ma che posto era questo? Dovòera lei in
quell'istante?.
Non aveva la più pallida idea, sapeva solo d'essere
in territorio italiano. Da quando l'avevano presa, sei settimane fa, l'incubo si
era succeduto giorno dopo giorno, soltanto la sua indole combattiva le aveva
permesso di resistere senza perdere se stessa, persino nei momenti più umilianti
quando giaceva a terra picchiata a sangue e violentata, non si era arresa. Non
gli avrebbe mai dato quella soddisfazione. Aveva perfezionato una tecnica che li
permetteva alienarsi di se stessa, semplicemente se ne andava, lì rimaneva
soltanto il suo corpo, inerme e abbandonato, come un guscio vuoto. Lei fregava
così quelle bestie, per che essi non potevano essere chiamati uomini. Intanto
aspettava, prima o poi si sarebbe presentata unòopportunità per fuggire, e
allora sarebbe stata pronta. Aveva cercato di trovare qualche indizio per
riuscire a capire dove lòavevano portata, ma era stato tutto inutile, spesso,
per i trasferimenti lunghi, le drogavano e quando riprendevano coscienza erano
già allòinterno dei locali. Non era mai riuscita a vedere altro che strade
deserte, allòalba, le volte che a spintoni le spostavano di qua e di là , insieme
con altre sventurate ragazze. La fitta lancinante di dolore la riportò al
presente, aveva una ferita sulla fronte, il sangue tiepido li scendeva
sullòocchio sinistro.
Doveva trovare rifugio, i polsi gli si erano
gonfiati e gli facevano male, la gamba aveva ricominciato a sanguinare. Si fece
coraggio e continuò a camminare verso la finestra illuminata che si vedeva
dell'altra parte del boschetto.
Proprio in quellòistante altri tre paia dòocchi,
appostati dal lato nord del Castello della Rocca, osservavano la stessa finestra
illuminata della torre est.
Nulla nei successi della giornata poteva preparare
l'ex-monaco rumeno Petrus Reinovoff alla raffica dòavvenimenti che li sarebbero
capitati quella strana notte di novembre. Immerso nei profondi pensieri si dava
da fare mettendo in ordine la pila di vecchi manoscritti che aveva letto e
studiato fino a tarda sera. Nella spoglia abitazione il freddo iniziava a farsi
sentire, il debole fuoco accesso nell'enorme cammino a malapena emetteva un poò
di calore. Petrus si avvicino al camino stiracchiando un poò le braccia e
distrattamente attizzò le braci. Poi prendendo il vecchio giaccone uscì
chiudendo la porta dietro di se, attraversò il corridoio ed entrò nella gelida e
stretta abitazione che una volta era stata la cappella di famiglia, e che lui
aveva trasformato nella sua cappella personale, apprestandosi a recitare le
ultime preghiere prima d'andare a letto. La luce diffusa delle decine di
candele, il centinaio d'immagine sacre attaccate alle pareti screpolate e
lòinconfondibile profumo d'incenso che galleggiava nell'aria creavano
un'atmosfera piuttosto lugubre. Petrus si messe in ginocchio davanti ad un
antichissimo trittico dòargento da squisita lavorazione, raffigurava la Madonna,
Gesù bambino e il Piccolo Giovanni Battista; ignaro di quanto stesse per
succedere l'ex-monaco iniziò le sue preghiere, ringraziando dinanzi tutto al
buon Dio la grazia di avere riavuto la serenità di spirito, che aveva perso per
tanti anni, un passato che era meglio dimenticare. Un passato nel quale lui era
stato Dimitri. Adesso Dimitri non esisteva più. Da parecchio tempo rispondeva
soltanto allòappellativo di Fratello Petrus. La sua vita era diventata un fluire
sereno delle ore, certe volte la solitudine si faceva sentire, ed era il momento
dove il duro lavoro veniva in suo soccorso, c'era sempre tanto da fare nel
Castello, e si era proposto di riuscire a fare l'incredibile per evitare che
quella Rocca centenaria cadesse a pezzi, lo aveva promesso al "Don", che era
stato più che generoso con lui, in certo modo gli aveva ridato la voglia di
vivere.
Petrus sorrise tra sé e sé, dimentico ormai delle
preghiere, ricordava il faccione sorridente del "Don, quando vide tutti i
cambiamenti che era riuscito a fare in poche settimane. Muri intonacati,
finestre riparate, addirittura luce elettrica, per adesso soltanto in un paio
d'abitazioni ma presto, appena fossero arrivati i materiali, avrebbe fatto
splendere quel nobile rudere come nei suoi migliori tempi, glielo doveva a Don
Cesare.
Se ci fosse stato qualcuno ad osservare la scena,
sarebbe rimasto sbalordito di scoprire con quanta facilità l'ex-monaco sembrava
confondersi con l'intorno arrivando perfino a sparire tra le statuette sacre, le
stampe e i piccoli dipinti di colori sgargianti che riempivano la singolare
stanza.
Andrea, Beppe e Ismet avevano ormai raggiunto la
base della Torre nord della Rocca, ridevano e si spingevano a vicenda, nulla al
mondo avrebbe potuto fare loro riconoscere che in realtà avevano una fifa blu,
quellòinfelice sfida che si erano lanciati al bar, poco prima, gli aveva
intrappolati, e adesso, pensieri inconfessabili gli assillavano."Chi se ne
fregava della Notte di Halloween, nemmeno era riconosciuta come festa in Italia.
Che mania stupida quella di copiare ogni cosa degli americani, ma qualcosa
bisogna fare per divertirsi", si dicevano, " a sedici anni come si fa ad andare
a letto quando sembra che tutti, in venerdì, si danno alla pazza gioia. In
questo paese del cavolo non c'è nòanche una discoteca, solo un paio di bar
strapieni di vecchi che sgranano il poco tempo che li resta giocando alla
briscola e sbraitando contro lo stato. Che noia!". Quindi, " che migliore posto
per andare a finire la notte delle streghe che il mitico Castello della Rocca?
Chissà se ancora si aggira il fantasma di qualche nobile? o di Leonardo che
dipinge per l'eternità la dama dellòErmellino tra quelle mura?". Ismet,
ragazzo introverso e poco avvezzo alle superficialità , era stato l'unico un poò
restio allòavventura, e aveva le sue ragioni, ma ormai erano lì e nessuno aveva
intenzioni di tirarsi indietro. Il prezzo da pagare sarebbe stato troppo caro:
"Essere sfottuto per, al meno, tre settimane". No, grazie.
"L'obiettivo era spaventare Petrus, lo strano
personaggio che si era portato il "Don" di ritorno d'uno dei suoi soliti
pellegrinaggi ai paesi dellòEst. Dicevano le vecchie che Don Cesare aveva
trovato Petrus deambulando senza meta per le strade di Lubiana, ubriaco e lurido
che faceva schifo. Così decise di portarlo qui, a San Giovanni, da noi, come
esempio di carità . Boh! Comunque sia, il fatto è che adesso Petrus era lì, e
loro tre avevano un obiettivo molto chiaro. Dovevano arrivare alla camera del
Monaco, aprire la porta di colpo e urlare tutti allòunisono, per scappare dopo a
gambe levate e ridendo come pazzi della buffissima faccia che sicuramente
avrebbe fatto lòinfelice monaco. Forte, no?". Questi pensieri passavano per la
mente dei ragazzi, quando, ad un tratto, si accorsero di essere rimasti troppo
silenziosi, quasi muti. Non avevano tenuto in conto, però, quanto poteva uno
scenario che sapevano pieno di mistero durante il giorno, diventare così
inquietante sotto la luce lunare. Ridacchiavano nervosamente quasi schiacciati
uno sullòaltro, come per darsi coraggio, quando le campane delle tre gli fece
sobbalzare, prima che dicessero questa bocca è mia, un urlo terribile e
disperato echeggiò tra le mura, impietriti videro una donna bianchissima, con
catene alle braccia tutta insanguinata che correva lungo il corridoio, urlando a
squarciagola in una lingua sconosciuta, ad un tratto si fermò, in silenzio,
lentamente girò la testa verso loro, gli aveva scoperto! tutti tre si guardarono
in faccia con il cuore in gola, il fantasma orrendo adesso camminava verso loro,
trascinando una gamba, piangeva e allungava le magre braccia per prendergli.
Urlare, girare e scappare fu tutto uno non avevano mai presso un tale
spavento.
La sedia era rovesciata tra il lavello e il frigo,
legato alla stessa, come un salame, giaceva Don Cesare, più morto che vivo,
aveva le sopraciglia spaccati e un rivolo di sangue scendeva dal viso al ruvido
pavimento, i folti capelli grigi erano scompigliati e sebbene il suo naso
schiacciato di pugile avesse resistito dignitosamente l'impatto dei colpi, ora
faticava a respirare.
- Lascialo stare adesso, disse lòuomo di nero con
voce seccata, non ci dirà nulla, piuttosto si fa uccidere, ce lo avevano
anticipato.
- Aspetta, aspetta, gli rispose ansimando quello
della faccia angolosa, mentre cercava di rimettere la sedia in piedi, faccenda
molto impegnativa dato che il corpo esanime del prete era tuttòaltro che
leggero.
Sotto la pallida pelle dello straniero, si
delineavano le vene del collo gonfie per lo sforzo.
- E aiutami! Urlò verso il compagno.
L'Allegro vivace della sinfonia N° 5 di
Tchaikovsky, inondava la piccola cucina, suonata in forma sublime dalla Radio
Simphony Orchestra di Ljubljana; nessuno fuori poteva sospettare cosa accadeva
al povero Don Cesare, abituato comòera l'intero paese alle sue eccentriche
abitudini, tali come ascoltare a volume piuttosto elevato, musica classica fino
ad alte ore della notte.
Infreddolito, i denti che gli battevano e la
schiena appoggiata al tronco di un grosso cipresso, l'omone osservava delle
ombre muoversi dietro le tende della finestrina illuminata. Il naso li colava
provocandone un fastidioso prurito che lo stava facendo andare giù di
testa.
Era fradicio fino alle ossa, aveva appena finito di
telefonare al suo complice albanese comunicandole che era riuscito a localizzare
il posto dove si nascondeva la ragazza, quando delle agghiaccianti urla sono
arrivati dallòinterno della Rocca, aveva fatto fatica a trattenersi
d'intervenire, ma lòordine dal capo era stato chiaro, doveva aspettare. Il
profondo silenzio che segui alle urla e allo strepito non fecero altro che
renderlo ancora più nervoso. Aveva il naso rosso e il pizzicore gli provocava
ogni tanto delle raffiche di starnuti, che facevano un gran chiasso, lo sforzo
per smorzare il rumore lo lasciava stordito. Dopo un intervallo che gli sembrò
interminabile due sagome iniziarono ad agitarsi dietro le tendine gialle, si
muovevano allòunisono, in un'improbabile danza, l'inusitato spettacolo buttò giù
ogni indugio e destreggiandosi come un gatto, malgrado fosse mezzo assiderato si
avvicinò alla porta laterale, quellòadiacente alla finestra illuminata, con
strema delicatezza fecce girare la maniglia della grossa porta di legno,
unòimpercettibile spinta e la porta si aprì senza uno scricchiolio. Non poteva
andare meglio. Pensò l'omone. Si trovò dentro un ampio corridoio,
dellòabitazione a destra proveniva il fruscio di voci che discutevano
appassionatamente ma quasi bisbigliando. Il pizzicore dentro il naso
peggiorò.
-"Bene", si disse Sergei, l'omone dell'est, mentre
si avvicinava alla porta portando una mano alla pistola, "finita la corsa,
bella". In quello stesso momento un incontenibile starnuto lo prese alla
sprovvista, la porta si aprì con violenza verso fuori e il malcapitato
delinquente finì disteso per terra, alzò la testa mezzo intontito soltanto per
vedere arrivare una grossa padella diritto verso la sua fronte, e questo fu
tutto.
Sabine spinse la porta, c'era un assoluto silenzio.
Sabine, non era una ragazza ingenua, anzi, si era sempre considerata caustica e
realista, i successi vissuti appena adolescente quando vedeva suo padre, fuori
di testa, suonare il pianoforte mentre cadevano bombe su Nis, l'avevano segnato.
Le scene di violenza alle quali aveva assistito lòavevano obbligato a crescere
senza illusioni, ma aveva commesso lòerrore di sopravalutare la propria
esperienza e la propria capacità nel conoscere le persone. Le conseguenze erano
state imprevedibilmente cruente. Ora era lì e sentiva soltanto il rumore
assordante del suo cuore che batteva in fretta della paura. Era atterrita. Si
guardò intorno, era all'interno di un corridoio, largo e con bianche colonne,
come un portico. A sinistra una stretta porta era semiaperta, individuò la
presenza di candele, una luce tremolante proveniva dalla fessura, rabbrividendo
di freddo e di paura aprì lentamente la porta, rimasse senza fiato, davanti ai
suoi occhi c'era una perfetta, minuta copia di una chiesa ortodossa rumena,
lòinespressivo sguardo di decine d'immagini sacre lòosservava. Sfiancata si
accasciò sull'ultima panca e iniziò a riflettere. Non voleva che la angoscia si
impadronisse di lei, doveva assolutamente mantenere la calma. Qualcuno
sicuramente era già dietro le sue orme. Improvvisamente, con un brusco scatto,
come dal nulla si trovò davanti un individuo altissimo, capelli e barba lunga,
naso appuntito e occhi stralunati. Stravolta fecce un salto indietro e usci
senza riuscire a trattenere un urlo, ormai fuori di sè, snervata. Uno, due, tre
i rintocchi delle campane, mentre correva in mezzo al corridoio alla cieca, il
sangue gli colava dalla ferita sulla fronte. Sullòampia scala di marmo, davanti
a se riuscì a vedere immobili tre sagome, si fermò. Tre ragazzini osservavano la
scena, terrorizzati. Gli vide e corse verso di loro, li sembrarono l'unico aiuto
possibile, invece loro, urlando scaparono disperati verso il piano di sopra,
perdendosi nellòoscurità . Arresa si lasciò cadere sfinita per terra.
Fratello Petrus era riuscito a riprendersi, la
presenza inusitata di quella strana ragazza lo aveva veramente sconvolto per un
momento, aveva avuto bisogno di qualche minuto per ricuperare la sua solita
flemma, camminando piano si avvicinò alla ragazza sanguinante e avendo
riconosciuto la propria lingua, con voce suadente iniziò a tranquillizzarla.
Poteva capirla perfettamente, anche lui si era sentito in trappola qualche volta
nella sua vita, tra prede ci si riconosce. Lei capì.
Il monaco con infinita premura la portò nella
propria abitazione per medicarla e farli togliere quei vestiti madidi e gelidi.
Lei lo lasciò fare, c'era qualcosa nel frate che l'ispirava fiducia. Ormai non
aveva più nulla da perdere, e l'aspetto umile e lindo del gran salone mezzo
spoglio la rassicurò ancora di più, l'unico mobilio era un letto stretto, un
grande tavolo, due sedie e troneggiando su tutto un'altissima biblioteca colma
di libri e pergamene, in un angolo uno strano strumento a corde, tondo come una
grossa damigiana tagliata in due.
Riprendendo il fiato dopo qualche sorso di brandy,
riuscì a raccontare, sorvolando tanti dettagli, com'era finita lì.
-Devi andare alla polizia, disse lui, mentre
disinfettava la ferita della gamba.
-Non posso, se lo faccio loro se la prenderanno con
la mia mamma o la mia nonna Sofie, che sono rimaste a casa.
- Mmmm... - mugugnava Petrus - Dobbiamo trovare la
maniera di liberarti di quelli maledetti figli di buona madre, bastardi che non
sono altro. Petrus non voleva pensare in quanti Ave Marìa avrebbe dovuto
recitare per farsi perdonare tali bestemmie, ma era troppo infuriato per
contenersi.
Lei era quasi sicura che la avessero inseguita,
tutti due parlavano piano, lui intanto la faceva camminare avanti e indietro di
fronte al cammino per attivare un poò la circolazione, giacché la gamba ferita
era diventata viola e praticamente insensibile.
La fece bere ancora una goccia di brandy, e vide
che le guance iniziavano ad avere un poò di colore. Proprio in quellòistante
sentirono lo starnuto. Con i riflessi acquisiti in anni d'esperienza, Petrus
spinse con forza la porta e sentì il tonfo, l'arma che trovò più alla mano fu la
padella dove aveva fatto le caldarroste per cena, agì da istinto, ed ecco, lo
sconosciuto era fuori gioco. Il Frate e la ragazza si guardarono ammutoliti, un
cellulare iniziò a suonare.
Troppo tempo abbiamo perso, maledetta piccola
stronza. Per colpa tua stiamo rischiando grosso. Questo pensava, mentre fumava
nervosamente, Danut, Lenzu Danut. Parcheggiò la macchina frettolosamente nella
piazza deserta del paese, guardò verso l'oscuro muro che si prolungava seguendo
la linea della strada illuminata I lampioni emettevano una luce giallastra, la
neve sui marciapiedi era sporca e acquosa.
- Era stata la sua prima operazione importante, e
non poteva permettere che una stupida ragazzina rovinasse tutto. Avevano già
avuto la sfiga dellòincidente. Le altre due per fortuna non erano morte ed era
riuscito a spostarle prima che arrivasse la pulla. Ma non poteva permettersi un
altro errore.
Danut osservò lòinforme massa oscura oltre il
recinto coperto d'edera. Dietro quel muro, dentro quel Castello c'era qualcosa
che le apparteneva e per Dio! Lui se la sarebbe ripresa. Tirò su il colletto
della giacca di pelle, accarezzo con le dita la superficie liscia della pistola
in tasca e scuotendo le spalle a destra e a sinistra, con la sua istrionesca
andatura, si avviò a passo deciso verso l'arrugginito cancello.
-"Ma perché quel deficiente di Sergei non
rispondeva al cellulare?"
L'orologio del comune segnava le tre e trenta del
mattino. Doveva sbrigarsi.
I ragazzi non avevano dubitato nel precipitarsi di
corsa verso la casa parrocchiale, di fronte alla stazione, dove sapevano di
trovare sveglio Don Cesare; a chi avrebbero raccontato cosa avevano visto e
sentito, forse il povero Petrus era già in mani di quella specie di vampiro,
dovevano agire presto. Girarono l'angolo e lo scontro frontale fu inevitabile,
Andrea e Beppe affondarono le facce in due sorte di rocce bagnate e nere che
immutabili materializzarono due paia di braccia che riuscirono a trattenergli in
piedi dopo l'impatto. Ismet era un poò discostato dagli altri, e per istinto
rimase nell'ombra.
I due personaggi sinistri parlarono:
- State attenti! Siete per caso impazziti! Dove
correte a quest'ora!
- Dobbiamo vedere Don Cesare, è urgente!
I due tizi si guardarono, uno disse:
- Non c'e' Don Cesare, è partito da pochi minuti,
verso Padova, affari di famiglia.
Non è possibile! E adesso che facciamo- si domando
con disperazione Andrea.
Ismet, intanto si dileguava nellòombra.
- Forse noi vi possiamo essere utile disse quello
con la faccia di scheletro emulando un sorriso che voleva essere
affidabile.
- Anche noi siamo preti, disse l'altro.
- Ma siete per caso esorcisti?- Chiese Beppe, che
aveva una fervida immaginazione ed era assolutamente incapace d'essere discreto.
-Ci vuole sicuramente un esorcista, abbiamo appena
visto una specie di donna vampiro ululante e piena di sangue che a questo punto
si è sicuramente fatto il poveraccio di Rumeno che abita alla Rocca.
I due tizi si guardarono di nuovo.
- Veniamo noi dissero al unisono, e si
incamminarono a passo veloce verso la Rocca. I ragazzi trotterellavano dietro,
incerti.
Ismet era già arrivato alla casa del prete e
forzando la finestra si era calato dentro. Quei brutti ceffi non li ispiravano
nessuna fiducia, ed ecco la conferma, sotto il tavolo ancora apparecchiato, Don
Cesare legato sconsideratamente con del nastro marrone, che si dibatteva come un
pesce fuori dellòacqua. Almeno è vivo, pensò Ismet, prima che le occhiatacce del
vecchio prete, che aveva ormai ricuperato i sensi, lo obbligassero a darsi una
mossa.
Sembrava che quella sera tutti si fossero fissati
appuntamento nel dimenticato castello. Inaspettatamente era diventato il
fulcro di straordinari successi. Successi che avrebbero avuto insospettabili
spettatori.
Nessuno poteva immaginare che il Castello era
abitato da un paio di nobili fantasmi. Uno dei quali era Cecilia Gallerani, o
quel che rimaneva di lei. Il suo spirito diciamo, non poteva essere più adirato,
tutto questo trambusto lòaveva infastidito molto. Non sono state sufficienti le
umiliazioni subite mentre era in vita, a cominciare dòessere stata obbligata a
rinunciare alla fastosità della vita a Milano, a rinunciare allòappassionato
amore di Ludovico, a cambio di cosa? Del finto amore di un altro Ludovico,
chiamato "Il Bergamino"?, che non è stato mai allòaltezza delle sue aspirazioni,
i cui discendenti, figuratevi, oggi vendono latte e uova! Crudele
destino!
Era una vera ingiustizia che adesso le sue penurie
sòincrementassero con la sconsiderata invasione di loschi
individui.
Aveva avuto la giovane Cecilia unòesistenza
insignificante in una dimora chiamata ingannevolmente, ai nostri giorni, Villa
Medici del Vascello, un nome troppo altisonante per un rudere che cadeva a
pezzi.
Un certo periodo di splendore, però,còera stato
quando ancora lei credeva che il suo amore per lòarte e per la cultura la
avrebbe elevato, facendole dimenticare la puzza di sterco che aleggiava sempre
sulla pianura attorno alla Rocca, ma fu inutile. Lo spirito di Cecilia non
riusciva a trovare la pace, gironzolava tra la sua sepoltura a San
Zaavedro e il suo Castello. Impotente, durante i secoli trascorsi, era stata
spettatrice della decadenza della sua stirpe. E non solo, per sua tragica
sfortuna, era stata condannata a "fare a pugni", per così dire, con un altro
spirito vagante, quello del principe Giuseppe Vidoni-Soresina, geniale ideatore
degli incredibili giardini che sorgevano attorno al castello nel '600, il
laghetto, la pagoda, le grotte dei folletti erano tutte opere sue. Per un
mistero della vita, o della morte, anche il Marchese era rimasto incagliato tra
le mura del Castello, in questa sorte di non morte. Ma come aveva potuto si
domandava, Cecilia, e si sarebbe domandato per lòeternità , come aveva potuto
quel " Marchese dellòOrdine del Teson" e delle mie scarpe aggiungeva lei,
permettersi di mutare la studiata architettura del suo giardino, non glielo
aveva mai perdonato. Nonostante la diversità dei caratteri, la principessa e il
marchese avevano imparato a convivere dentro le stesse mure, e si erano sentiti
spogliati ogni volta che le preziose soffitte a cassetto, gli affreschi, le
statue di marmo e persino le umile colonne delle ringhiere, venivano distrutte o
rubate, Inermi e abbandonati a se stessi,come una nave fantasma in mezzo a un
mare di nebbia, o di oblio, così si sentivano queste due povere anime in pena,
poiché gli abitanti di quel paese, San Giovanni in Croce erano tutti afflitti
della fatale malattia, causata della mancanza di luce solare, detta
"melancholikos cronicus", il cui sintomo principale è rifuggire costantemente
dellòallegria, essere depressi e non avere voglia di fare nulla tranne piangersi
addosso, quindi anche loro si erano rassegnato ad abitare un castello destinato
a diventare un mucchio di sassi.
Fino a quella notte di novembre...
Si accorsero che qualcosa fuori del comune stava
per succedere. Tutto quel trambusto, quelli individui avanti e indietro del
Castello, tutte quelle emozioni profonde vissute allòunisono. Possibile che
questi eventi fortuiti riescano a svegliare di quel sopore gli abitanti dello
sventurato paese? Cecilia, che vide che di mezzo còera una bella ragazza, era
ottimista, ma il marchese Giuseppe, scettico come al solito, non ci voleva
credere, quindi decisero di fare una scommessa. Chi avrebbe vinto sarebbe stato
libero dòinfluenzare, con tutti gli strumenti permessi a ogni fantasma che si
rispette, nella volontà dei mortali per ricostruire i giardini della Rocca
secondo il proprio criterio. Il perdente invece, avrebbe dovuto restare zitto
per lòeternità .
Pensierosi, i due spiriti si dispossero a osservare
il susseguirsi degli eventi, decissi a intervenire soltanto se fosse
assolutamente necessario.
Il via vai di forestieri non era passato
inavvertito, malgrado l'ora, agli attenti sguardi del paese. Sotto il portico,
in piazza davanti il bar Sport, ormai chiuso, imbacuccati e con i berretti fino
alle orecchie una piccola folla di vecchietti insonne osservava il divenire
della situazione. La neve aveva ricominciando a cadere.
Qualcuno aveva visto un tizio entrare furtivamente,
dal cancello e avviarsi seguendo il vialetto verso la Rocca. Poi videro i tre
ragazzi correre con le facce sconvolte come scappando da qualcosa. Che diamine
stava succedendo?
Stavano decidendo il da farsi, se chiamare il
vigile, il sindaco o Don Cesare quando videro passare quei due forestieri
insieme a Beppe e Andrea che gli inseguivano con l'atteggiamento di due cani
bastonati. Tutti e quattro verso il castello.
Non c'erano dubbi, qualcosa d'inconsueto stava
succedendo davanti ai loro occhi, dovevano intervenire.
- Dio Cristo! Dice uno, è possibile che ogni volta
che arrivano stranieri ci siano dei guai.
- Ostia! Dice un'altro, stiano a casa loro!
Qui nessuno li vuole.
Erano a questo punto, quando videro arrivare Ismet
che sosteneva un Don Cesare abbastanza malconcio.
- Ma che Cazz.. Cavolo sta succedendo, chi le ha
fatto questo Padre? Disse il nonno Cecco, perfettamente lucido nonostante gli
innumerabili grappini consumati quella sera.
Tutti parlavano allo stesso tempo, fino che un
gesto secco del "Don" gli fece azzittire.
Battista aveva riaperto il bar, le autorità erano
state convocate, il Sindaco e il maresciallo dei carabinieri, insieme con tutti
i presenti aspettavano con ansia appena contenuta che il Don si decidesse a
parlare.
E quando lo fece , disse:
-Due ignobili individui sono stati inviati da
lontano a prendere il nostro caro Petrus, per portarlo via ad affrontare un
crudele destino, non so esattamente chi gli ha inviato, ma so che sono molto
pericolosi, quindi Petrus e i due ragazzi sono in grave pericolo.
Intanto, tra le mura del Castello le cose
letteralmente precipitavano, Danut fece il giro cercando di arrivare alla parte
posteriore, il suo compare non rispondeva al cellulare, la porta laterale era
chiusa e tutto era completamente al buio. I rovi avevano creato una muraglia
naturale, quindi Danut è costretto a penetrare per un poò nella boscaglia a fine
di trovare un passaggio dove la vegetazione fosse meno fitta, invece si trovo
rotolando sulla neve in una caduta che gli sembrò interminabile. Si fermò
esattamente nel punto più profondo di quel che era stato l'antico laghetto,
protagonista di memorabili regate, nel lontano anno del Signore 1817, ma questo
lui non poteva saperlo, quindi sbuffando per togliersi la neve dal naso, iniziò
la lenta risalita piuttosto disorientato. In quello stesso momento il suo
complice rotolava giù di una scala mezzo stordito e sbatteva sgraziatamente la
testa contro un water annerito dal tempo e la sporcizia, mezzo lì chissà per
quale insolita architettonica ragione, nel periodo del fascismo, in quellòepoca
l'assurdo aveva un gran successo.
Chiusa la porta dello sgabuzzino, il frate si voltò
verso Sabine, e gli disse: vedi, tutto si metterà a posto, domani consegneremo
questo verme ai carabinieri e poi loro ti proteggeranno, Don Cesare mi ha
assicurato che in questo paese si rispettano i diritti delle persone, quindi
devi avere fiducia.
Sabine, accennò un debole sorriso e assenti con la
testa.
Il frate la guardò pensieroso, quella bella
ragazza, sembrava quasi una bambina. Intuì il forte temperamento nascosto sotto
lòapparente fragilità .
- Adesso andiamo a dormire un poò che tutti due ne
abbiamo bisogno.
Non finì di dire queste parole quando una luce
accecante le punto diritto agli occhi.
-Cosa fai, Dimitri?, gli disse una voce venuta del
passato, una voce che non avrebbe mai più voluto ascoltare,
-Ti dedichi adesso alle ragazzine? Non è da te!
Diceva la voce schernendolo con malignità .
- Che cosa volete?
-Lo sai che vogliamo, disse un'altra voce gelida,
faci strada, andiamo a parlare in un posto più caldo, ho le chiappe congelate. E
non fare nessuna sciocchezza.
Sabine restò ammutolita, e si strinse a Petrus, lui
bisbigliò, calma.
I due ragazzi erano rimasti indietro, e quando
videro spuntare le armi nelle mani dei due individui salirono di corsa le scale
nascondendosi nel piano superiore, non capivano un tubo. Chi era Dimitri? E la
ragazza, non era mica un fantasma, e sicuramente quei due non erano per nulla
dei preti, Andrea e Beppe si guardarono angosciati. In quale pasticcio si erano
cacciati? Aiuto!
Sentirono una voce che diceva : E dei ragazzi che
ne facciamo?
L'altra risposi sprezzante: Lasciali perdere, sono
dei cacasotto, e sanno che se parlano sono morti.
Danut era riuscito a risalire il terrapieno, ma si
trovo di fronte ad uno strano edificio che aveva tutto l'aspetto di una
voliera,la neve delineava chiaramente i contorni.
-Dov'era finito?, illuminò con la pila cercando un
punto di riferimento, stava iniziando a innervosirsi.Iniziò a camminare,
incerto. Lui non aveva idea che più avanti nella direzione che aveva preso e su
quel sentiero si sarebbe trovato con una pagoda cinese, un tempio indiano, una
bella capanna olandese con tanto di palle di molino, ma dove diavolo era finito
il Castello! Stava bestemmiando tra sé e sé, quando si accese una fiocca luce a
sinistra, si girò di scatto e provo a correre verso la luce, non fece che uno,
due, tre passi e il nulla.
Quando aprì gli occhi si trovò testa in giù dentro
di una specie di pozzo nascosto dalle erbacce coperte di neve, la pila fece una
capriola di fronte ai suoi occhi e cadde girando su se stessa illuminando una
fila d'appuntite lame conficcate tutte attorno ai muri circolari dellòantico
pozzo. Il rumore sordo dell'impatto della pila con l'acqua segnalò la fine della
corsa. Dopo qualche istante un secondo impatto. La pistola! Danut rimasse senza
fiato, aveva una mano ferita, quella che lo aveva salvato, sentiva che le gambe
scivolavano giù non trovando un appoggio stabile, no ci pensò due volte, era
troppo arrabbiato, appoggiò l'altra mano su quello che sembrava una sporgenza e
si spinse su, come immaginava la sporgenza si rivelò un'altra lama che gli
tagliò la palma ma in forma molto più lieve. Si lasciò cadere al indietro, e
poi, disteso sulla neve controllò i danni, due mani tagliate, forse qualche
costola rotta, la pila e la pistola perse. Qualcuno mi vuole male, pensò.
-Maledizione, addirittura un pozzo con i
coltelli!
Lui non era mai stato superstizioso, ma stava
iniziando ad avere dei dubbi.
Dentro del Castello i due sinistri personaggi si
davano da fare...
-Dimitri, tu hai fatto un grosso sbaglio, e sai
benissimo che chi sbaglia deve pagare - diceva con voce perentoria quello più
alto, mentre con molta parsimonia faceva sedere i due prigionieri uno di fronte
all'altro e procedeva a legarli con l'immancabile nastro di scotch marrone -
quindi se non vuoi che qualcosa di molto brutto gli capiti alla tua amichetta,
devi fare esattamente ciò che noi gentilmente ti chiederemo. Comunque, continuò
a blaterare il tizio più alto, devo riconoscere, che non è messa tanto bene.
Dimitri, Dimitri- diceva canzonandolo- non hai ancora imparato a trattare le
donne.
Intanto quello della faccia angolosa, dopo avere
legato Sabine, aggiunse qualche legno al fuoco, presse l'aggeggio di ferro che
serviva per attizzare le braci e quando vide che l'estremo era arroventato lo
avvicinò pericolosamente alla faccia del monaco, con un sorrisetto che presagiva
l'inizio di un macabro divertimento.
Danut era riuscito a penetrare nel cortile
posteriore del Castello, tutto continuava ad essere sospettosamente silenzioso.
Appiccicando la schiena al muro, si muoveva nel buio. Alla cieca, tastando con
le mani indolenzite, intuì una porta, era chiusa, aveva la chiave infilata nel
buco della serratura, girò la chiave e quando aprì cautamente sentì dei lamenti
sommessi.
Chi c'é! Chiese con la voce più tremola di quanto
avrebbe voluto.
-Danut! Sono io.
-Sergei! Come caz...! Un passo, il vuoto e unòaltra
caduta rovinosa, addosso a qualcosa di molle e piagnucoloso.
I due individui, dopo non poche contorsioni
riuscirono ad uscire allòesterno, paonazzi e carichi di rabbia.
-Dove é la ragazza? Disse Danut
-In quellòabitazione -risponde Sergei-, ma non so
con chi sia.
Questa volta lòomone prendeva più precauzioni per
avvicinarsi alla porta della abitazione, per fortuna aveva smesso di
starnutire.
Non ho capito come sei finito lì, disse Danut
seccato.
Neanchòio, rispose Sergei.
-Adesso basta! Disse Danut, furioso, andiamo a
riprenderci la ragazza e filiamo via!
ok!
Con irruenza fecero irruzione nella spoglia
abitazione del monaco, giusto in tempo per evitare a Petrus di essere chiamato
in futuro, l'orbo. Il ferro rovente era ad un millimetro del suo occhio destro.
La coppia di pseudopreti rimasse impietrita un
decimo di secondo.
-Chi sono questi?! Disse lòindividuo della faccia
angolosa.
-Non lo so, disse lòaltro, e con malignità
continuò, ma ormai per loro é troppo tardi
-Sapevo che avevo ragione di odiare i preti - fece
in tempo a dire Danut prima di buttarsi urlando, Adosso!
Dopo di che, lo scontro fu indescrivibile. Cattivi
contro più cattivi. Il pandemonio che si scatenò a seguito, spari, pugni, calci,
poté soltanto aumentare, quando facendo un gran trambusto, arrivarono le forze
dell'ordine, con il maresciallo in testa, seguito di una decina di carabinieri,
seguito di Don Cesare, seguito dall'Sindaco che sbandierava il suo doppio mento
d'assicuratore di successo con soddisfazione, seguito dei tre ragazzi, e chi più
ne ha più ne meta!
La schiera di vecchietti curiosi, invece, era stata
obbligata per ragioni di sicurezza a rimanere fuori dei muri del castello e
avevano dovuto accontentarsi sentire il fragore della battaglia che
arrivava in sordina fino alla strada.
I tre ragazzi non si sarebbero mai sognati un tale
spettacolo,una Notte di Halloween così non si era mai vista!
Loro non erano scappati, come aveva anticipato quel
tizio. Certamente non erano degli eroi, avevano avuto paura, eppure
approfittando della confusione avevano liberato il monaco e la povera Sabine, ed
erano riusciti a metterli in salvo.
Tutti e tre erano fieri di se stessi e si
congratulavano a vicenda.
-Ragazzi che avventura! Ma avete per caso,
intravisto tra il maremagum di persone quella strana coppia vestita di bianco,
lei ogni tanto batteva le mani divertita, era una bella ragazza bionda, lui
invece un tizio col pizzo, tutto impettito. Chi sa chi erano...
Il sole faceva capolino in un cielo inusitatamente
limpido, il furgone dei carabinieri s'allontanava per la via Giuseppina
portandosi dentro i quattro delinquenti che ancora non capivano cosa era andato
storto. Il Bar Sport era stipato di parrocchiani, l'ambiente era esaltato e
festoso, ma l'arrossamento negli occhi di tutti rivelava la notte in bianco
appena trascorsa. Le troppe emozioni vissute avevano sfibrato i protagonisti
delle vicende. Sabine, seduta di fronte ad un delizioso cappuccino bollente e
una brioche appena sfornata, guardava con un sorriso i suoi fortuiti compagni
d'avventura, Fratello Petrus, i ragazzi, Don Cesare, seduti attorno a lei allo
stesso tavolo, sorrideva immaginando lòespressione che avrebbero fatto la mamma
e Nonna Sofie quando avrebbero ascoltato il suo racconto. Lòincubo era finito.
Sapeva che non avrebbe mai dimenticato quella notte, quel posto e quelle
persone. Fuori in piazza còera tutto il paese, parlavano dellòaccaduto e
ridevano divertite.
Dell'altra parte della strada, oltre il giardino,
la nobile facciata della Rocca sembrava quasi luccicare, qualcuno aveva appeso
un antico arazzo alla ringhiera e la brezza mattiniera lo faceva ondeggiare come
in altri tempi.