La vita scorreva senza nessuna nube sul cielo della
vita del contabile Meyer. Questo era quello che avevano sempre detto tutti
quelli che lo avevano conosciuto!
Si, poteva dirsi davvero un uomo realizzato il
signor Meyer. E allora perché, perché aveva deciso di impiccarsi?
Nessuno riusciva a darsi spiegazioni di sorta per
il gesto estremo di quello che era sempre sembrato a tutti un tranquillo uomo di
mezza età , sposato, padre di famiglia, con un lavoro tutto sommato ben
retribuito.
La moglie osservava silenziosamente la salma del
marito deposta nella bara. Era una signora sulla cinquantina piuttosto piccola,
mingherlina. Vestiva a lutto e ogni tanto si portava il fazzoletto agli occhi
per asciugare qualche sciocca lacrima versata in nome di quell'uomo che aveva
smesso di amare da molto tempo ma che gli aveva pur sempre dato due
bambini.
La folla dei parenti entrava silenziosamente nella
stanza a dare l'ultimo saluto ad un uomo che tutti dicevano "troppo buono per
poter continuare a vivere e lottare in un mondo come questo!"
C'era anche la madre del signor Meyer al suo
capezzale. Una robusta contadina, che aveva versato sempre così tante lacrime
per il proprio figlio da non averne più altre da spendere in occasione del suo
funerale...
Si, lei soltanto sapeva ciò che la vita del signor
Meyer nascondeva a tutti gli altri, che lo avevano conosciuto soltanto quando
era ormai da tempo finita la sua giovinezza. Proprio questa fase della vita del
nostro personaggio era stata gravida di conseguenze. Non ultima la decisione di
suicidarsi...
Ma lasciamo, per ora, la stanza in cui il signor
Meyer resta ancora al mondo per un po', prima che l'arida terra sia gettata
sulle sue ossa...
Il contabile Meyer aveva conosciuto la donna che
aveva sposato in tarda età , quando era ormai sulla trentina. Aveva trascorso
nell'amarezza e nel rimpianto gli ultimi anni della sua giovinezza...
Era un bell'uomo e aveva avuto parecchie occasioni
per realizzare quell'ideale di vita pienamente vissuta, quei sogni di felicità
impossibile che hanno sempre costituito il cruccio dei poeti di tutti i tempi.
Con lui il destino era stato davvero prodigo di occasioni... C'erano stati giorni
in cui la sua anima si era riempita di sensazioni così celestiali che a lui
pareva stesse toccando il cielo con un dito. Era stato amato, era stato amato...
Lui, lui solo fra le schiere di quelle anime sempre pronte a spiccare il volo
che sono i poeti, aveva avuto la fortuna di poter dire davvero cosa fosse
"l'estasi"!
Pensava ad uno dei suoi poeti preferiti, Ernst
Theodor Amadeus Hoffmann. Pensava a quanto il grande tedesco avesse sofferto
nella sua vita. Pensava a quella Julia March, che il poeta era riuscito ad amare
"solo da lontano".
No, tu no signor Meyer... Tu avevi avuto davvero la
possibilità di afferrare quella chimera che gli uomini chiamano
felicità .
Io vi conosco, signor Meyer, conosco alla
perfezione ogni vostro più segreto pensiero, ogni vostra nascosta aspirazione,
ogni vostro desiderio!
Non mi sarei deciso a raccontare la storia della
vostra vita se non avessi potuto dirmi certo di conoscerla fin nel più piccolo
dettaglio!
Erano stati gli anni universitari quelli più dolci
e più prodighi di possibilità per il nostro ormai ben noto signor
Meyer.
Aveva vent'anni quando giunse nella città in cui
compì i suoi studi. Per quanto avesse combinato tali guai da non poter
considerare "memorabili" quei suoi anni di giovinezza egli sentiva nel profondo
dell'animo che soltanto in quel periodo della sua vita aveva provato qualcosa di
paragonabile alla "più perfetta letizia"...
L'amore, l'amore più puro, più etereo, più
celestiale si era insinuato come un demone nell'anima sognante del signor Meyer...
Tutti, tutti i poeti hanno sempre sognato di poter vivere esperienze appena
paragonabili a quelle che il nostro personaggio aveva avuto la fortuna di vivere
da giovane.
Due esseri, due esseri che si fondono in uno solo.
Un uomo e una donna tra cui non ci sia la minima ombra di disprezzo, di tedio
reciproco, di incomunicabilità .
A voi signor Meyer sono davvero capitate tutte le
fortune che un uomo di spirito elevato possa augurarsi di vivere.
E le avete sprecate miseramente...
A trent'anni la "vita spirituale" del nostro
personaggio era ormai completamente esaurita. Era ben conscio il signor Meyer
che non avrebbe potuto più "sentire" quelle stesse sensazioni che aveva avuto la
fortuna di provare da giovane.
Giunto all'età di trentadue anni aveva
conosciuto la donna che avrebbe sposato per pura inerzia, per pura
vigliaccheria...
Forse il nostro caro signor Meyer era troppo
piccolo borghese per poter apprezzare davvero sensazioni destinate a riempire
del tutto solo l'anima dei poeti.
Talmente elevate erano state quelle sensazioni di
quei suoi anni di giovinezza, che il solo fatto di vedersele svanire davanti
agli occhi lo aveva ormai quasi del tutto inaridito.
Ma non aveva saputo sopportare a lungo quella
solitudine, quell'amarezza che era stata la naturale conseguenze dei suoi
fallimenti giovanili...
Sentiva che si può amare veramente soltanto negli
anni della giovinezza.
Pensava che, dopotutto a trentadue anni un
uomo non ha ancora smesso del tutto di essere giovane... Le sue giornate
scorrevano ormai in una maniera davvero deprimente. Provava troppo disgusto di
sé stesso. Una sua vecchia amica, tempo prima, gli aveva fatto conoscere una
ragazza non più tanto giovane. Il signor Meyer iniziò a provare una specie di
simpatia, un certo qual interesse per quella donna ormai matura. Un'altra
giornata di noiosissimo lavoro era trascorsa senza lasciare traccia sull'anima
del nostro eroe. La sera se ne stava steso su quella sua misera branda. A un
tratto gli vennero le lacrime agli occhi.
"Niente, anche oggi non è successo niente..."
-pensava il misero impiegatuccio.
Aveva iniziato a piangere quasi per inerzia.
Nell'incoscienza quelle lacrime che gli solcavano gli occhi servivano a
ricordargli che nonostante tutto era ancora un uomo.
"Forse c'è una speranza" -si era detto- "forse
potrò ancora cavarne qualcosa da questa vita squallida."
Prese il suo quadernetto e iniziò a scrivere questa
lettera:
Cara
Non riesco a trovare le parole... Scusami ma sono
un po' emozionato, non so neanch'io quello che sto facendo. Dopo tutto quello
che mi è successo la vita mi ha costretto ad avere paura, paura di tutto... E non
è giusto, non è giusto sprecare così la propria vita! Ma io davvero ho
perso l'abitudine a troppe cose per poter capire davvero quello che mi succede.
Non so mai se sia qualcosa di bello o di brutto. Ho preso di tali
bastonate nella mia vita che sono stato sempre costretto ad aspettare che
fossero prima gli altri a fare qualcosa...
E' piuttosto conveniente così. Si soffre di
meno!
E per uno come me forse sarebbe meglio così... Ma
certe volte mi sento così squallido a non avere qualcuno che mi voglia
bene.
Ho sbagliato, ho sbagliato molto nella mia
vita...
Io saprei anche quello che ci sarebbe da fare,
ma poi al "momento fatidico" sbaglio sempre tutto. E forse sto sbagliando
ancora. Forse davvero corro il rischio di romperti le scatole.
Eppure io vorrei chiederti:
Ci si può impedire di esprimere i propri
sentimenti?
Daniela io non voglio né importunarti né
adularti. E non voglio neppure correre il rischio di perdere un'amicizia che mi
sembra abbia un grande valore.
Per questo mi risulta così difficile provare a
parlarti.
Io credo davvero che tu sia diversa rispetto
alle altre persone che ho conosciuto.
Fin dal primo giorno che ci siamo visti tu sei
riuscita a capire alcune cose di me che forse neanchòio
conoscevo.
Anche se posso rischiare di rovinare un'amicizia
non posso impedire a me stesso di parlare!
Io mi sono un poò affezionato a
te...
Ti prego di non giudicare queste righe troppo
fredde.
Ho combinato di tali guai che forse sto
sbagliando anche a scriverti...
Credo di averti chiesto scusa troppe volte,
Daniela.
Io spero, spero fino all'ultimo che tutta la mia
vita non sia finita, che ci possa essere qualcosa di bello, che Dio possa
aver perdonato i miei peccati, e che possa concedermi almeno qualche
periodo di grazia.
Ti voglio bene, Alfredo Meyer.
Mentre il nostro personaggio aveva scritto queste
parole era stato in preda a una vera emozione, come non gli capitava di viverne
più da molto tempo.
Quando la signora Daniela Abati aveva finito di
leggere questa lettera non aveva saputo come reagire al contenuto della missiva.
Non era più molto giovane. Non era una brutta donna. Ma i segni della bellezza e
della giovinezza sembrava che stessero per abbandonare per sempre il volto di
quella donna molto minuta...
"E se questa fosse l'ultima occasione per vivere
almeno gli ultimi scampoli di gioventù?" -Pensò.
Passarono settimane senza che i due si
vedessero.
Ma quando finalmente si trovarono l'uno di fronte
all'altra i due si sciolsero in un tenero bacio. Mentre si baciavano, Dio aveva
visto scorrere qualche lacrima dai loro occhi, una volta tanto felici...
Come tutto nella vita, anche quel loro amore non
era destinato a durare a lungo... Neppure la nascita di due bambini aveva potuto
rinsaldare un legame che era nato morto dapprincipio.
Non era stato un sincero e appassionato sentimento
ad aver unito quelle due creature, ma solo la paura dell'inesorabile scorrere
del tempo. Sarebbe arrivata la vecchiaia... E li avrebbe sorpresi ancora da soli
ad aspettare, magari in un altro mondo, un gesto d'affetto, una tenerezza, un
po' di calore umano...
A tutto questo avevano pensato quando si erano
decisi a sposarsi.
Alfredo Meyer e Daniela Abati avevano unito i loro
due fallimenti.
Non sarebbe potuto nascerne niente di buono! Ma,
tant'è, la vita ha le sue pretese e i suoi riti, il suo carico d'angosce, di
paure meschine, di timore che "ormai tutto è finito"...
E oltretutto il signor Meyer sapeva di essere un
tipo eccessivamente cerebrale. E proprio questo suo carattere gli aveva impedito
di cogliere quelle felicità celestiali per cui persino Flaubert avrebbe
volentieri dato in cambio la vita!
Aveva rinunciato per meschinità , vigliaccheria e
pusillanimità agli "amori eroici" e si era dovuto accontentare della "parvenza
di un sentimento".
Ormai indietro non poteva più
tornare...
Dieci anni erano trascorsi, dieci anni di misera e
meschina vita coniugale.
Il signor Meyer era diventato così vigliacco da non
avere più nemmeno il coraggio di alzare qualche volta la voce e litigare con sua
moglie, come avrebbe avuto tutti i motivi per farlo.
Tra i due non era rimasta più che "qualche
svogliata carezza" e "neppure un po' di tenerezza"...
"Che squallido che sono!" -Si ripeteva in
continuazione Meyer.
Una sera si svegliò di soprassalto. Voltandosi
aveva visto la moglie nel suo letto. Per un attimo aveva provato a immaginare al
suo posto il suo "grande amore di gioventù"...
Davanti ai suoi occhi si era materializzata
l'immagine dell'unica donna che avesse realmente amato, all'infuori di sua
madre...
La cosa strana era che lui riusciva a vederla
com'era nel momento in cui si erano conosciuti e amati, a ventiquattro anni.
Vedeva il volto sorridente di quella donna, una di quelle fanciulle create
apposta da Dio perché facciano impazzire un poeta.
La mente del signor Meyer andò a quel "sogno di
gioventù". L'"amore vero", l'"amore vero"... A lui era toccato in sorte quello per
cui intere generazioni di poeti hanno pregato e sospirato.
Ed era stato talmente idiota da
perderlo!
Non era riuscito ancora a farsene una ragione il
signor Meyer. Non era ancora riuscito ad accettare quella "sconfitta d'amore"...
Per il semplice fatto che una voce nella sua coscienza gli aveva sempre ripetuto
in continuazione che non sarebbe dovuta andare così.
Era stato torturato da questo pensiero per tre
interi anni della sua vita. Anni buttati al vento! Il vento dei
rimpianti...
E non era bastato quel po' di felicità domestica
che gli aveva garantito la signorina Abati... Quel po' di calore, neppure due
figli avevano potuto convincerlo che la sua vita avrebbe dovuto avere un corso
del tutto diverso!
Quella sera davanti al volto addormentato della
moglie aveva rivisto al ralenti tutti gli anni migliori della sua vita... Era come
se Dio lo avesse voluto convincere della sua esistenza... Si, pensava a questo il
signor Meyer! Era convinto che molti episodi della sua vita fossero stati
organizzati così per lui direttamente da Dio. Egli voleva fargli sentire la Sua
vicinanza, la Sua presenza.
"Vedi caro, io ti ho prescelto, io ho voluto che tu
vedessi cose che agli altri umani fossero precluse. Affidati a Me e non morirai
in eterno!"
C'era stato un periodo nella vita del signor Meyer
in cui davvero era riuscito a provare a sé stesso l'esistenza di Dio.
Era arrivato al punto di dirsi:
"Si, Dio c'è!"
Ed era stato questo pensiero a torturarlo per anni
interi!
Sentiva di avere in qualche modo "disubbidito a
Dio".
La coscienza di questa colpa lo aveva divorato a
poco a poco...
Non lasciando altro spazio dentro il suo io che per
queste semplici parole:
"Tu hai contraddetto con la tua vita quello che Io
ho cercato sempre di farti capire!"
Il signor Meyer per anni interi era stato
estromesso dal "consorzio umano".
E la decisione stessa di sposarsi era stata presa
per sentirsi in un certo senso "reinserito" tra gli "esseri umani".
Ma sentiva che, inesorabile, svaniva ogni tipo di
sentimento per quella persona a cui pure era legato da un senso di
gratitudine.
Non la aveva mai ringraziata abbastanza sua moglie,
per tutto quello che lei aveva fatto per lui. Eppure aveva capito ormai che non
avrebbe potuto più amarla.
Davanti alla sua mente erano trascorsi dieci della
sua vita accanto a quella donna. Dei due bambini che avevano avuto una era una
down. Forse anche questo aveva contribuito a renderlo sfiduciato nei confronti
di qualunque cosa avesse mai potuto riservargli il futuro. Non c'erano stati che
pochi momenti di tenerezza tra due esseri che alla fine avevano continuato a
rimanere estranei l'uno all'altra...
Troppo diversi, troppo delusi e falliti erano
entrambi perché avesse potuto continuare ad andare avanti a lungo quella
menzogna.
Accarezzò dolcemente il volto della moglie, che
continuava a dormire ignara degli sconvolgimenti che si verificavano nell'animo
del marito.
Questi intanto aveva iniziato ad andare in giro
nervosamente per la stanza. Sudava, sudava freddo! Non riusciva a prendere una
decisione definitiva. Non era stato mai in grado di farlo nel corso della sua
vita...
Alla fine riuscì a mettersi a sedere alla sua
scrivania. Prese un foglio di carta su cui riuscì a scrivere a malapena queste
semplici parole:
"Mi dispiace."
Si avvicinò in lacrime alla moglie, la baciò
teneramente sulla fronte e se ne andò in un'altra stanza...
Quella stessa in cui la vedova Daniela Meyer lo
aveva trovato impiccato al lampadario!
Di fronte a questa scena la povera donna riuscì
soltanto ad emettere un grido vuoto, senza alcun suono, tanto era l'orrore che
stava provando.
Durante la celebrazione del funerale qualcuno dei
presenti aveva sentito la vedova Meyer ripetersi in silenzio queste poche
parole:
"Non mi ha mai amata, non mi ha mai
amata."