Mattina soleggiata vestita di azzurro. Agenzia per la ricerca di lavoro.
Le persone si ammucchiano nella saletta di attesa, non vedono dov'é il distributore per il
numero del loro colloquio. Qualcuno dice che è dentro. Una persona apre la porta, ma c'è qualcuno in intervista.
Alla fine, io e tre persone troviamo i nostri numeri.
Un ragazzo vestito di nero. Un orecchino nell' orecchio brilla come zircònio. Piercing nel
sopraccìglio. Barba da fare, inquieto, irritabile, la cinta stretta nella
cintura denuncia già un' inizio di grassa. Scrivania di legno in disordine,
carte, portalettere, matite, una gomma rovinata, calcolatrice, cassetto aperto,
mancanza di pulizia.
Prende il
curriculum, lo guarda distratto, non so se ha letto qualcosa. Dico che sono qui
da quattro mesi, offro lavoro nell' area di assistenza, badante, babysitter,
assistenza ad anziani, disabili, che ho la citadinanza italiana, che sono una
persona responsabile, flessibile, motivata per il lavoro e che ne ho molto
bisogno.
Senza
guardarmi va copiando dal curriculum i dati principali in due formulari, nome,
cognome, data e luogo di nascita, indirizzo, da quando sono in Italia.
Dò una
sbirciata: rasente al piano, un ragno inizia il tessere magico della sua tela.
Nell' angolo del muro con la scrivania. I fili delicati a intrecciare la
tessitura.
Quando io
penso che allora comincierebbe il colloquio... una domanda:
- Hai referenze?
Quasi rimango congelata.
- Referenze? Ho detto che sono in Italia da 4
mesi, non ho lavorato ancora.
- Non per
me, per le famiglie. Chiedono sempre le referenze, domandano come la persona ha
lavorato nell' altro impiego. Mi dispiace.
- Posso dare referenze dal mio paese? Ho lavorato per 20 anni.
- No, mi dispiace. Dimostrava irritazione.
- Però non
abbiamo parlato ancora delle mie esperienze profissionali, di competenze,
interessi.
- Senza referenze non si va da nessuna parte. Mi dispiace.
Stava lì per aiutare gl' immigrati e soltanto sapeva dire "mi dispiace".
Aferra con
forza il curriculum insieme al due fogli che aveva rieempito e dice ritorni
quando abbia referenze, indicandomi un casseto pieno di tanti altri formulari,
per farmi capire che lo custodirà fino a quando io porti le preziose
referenze.
Il ragno continua
impegnato nella sua tela. Disegno simmetrico, molto bello. Lavora velocissimo,
le zampettine come sottili aghi che intessano un filo oscuro ma quasi
trasparente.
- Ma questo è uno
circolo vizioso, dico io, disegnando circoli concentrici con le dita nella
tavola, come se fosse un immenso filo di tela di ragno tutto mischiato e lui
abbassa la testa per accompagnare i rischi. Devo ritornare quando avrò
referenze, ma allora non avrò più bisogno di trovare lavoro.
Lui resta quieto.
- Come ottengo referenze se non ho l' opportunità di una prima esperienza?
Quasi come una
fiàccola, l' orditura di seta di cui nodi sembravano perle nere. La tela non era
pronta ancora e già un' altro piccolissimo insetto si dibatteva nel labirinto
dei fili - di natura e struttura fortissime.
E continuo:
- E ancora peggio, mi sembra paradossale.
Ascoltando questa parola, lui è restato impassibile. Per la prima volta mi guarda.
Silenzio profondo, quasi si ascoltava il filare del ragno nell' aria.
Ed allora, la stoccata finale:
- Ritorno
all' Agenzia Maggiore e denuncio che in questa agenzia non accolgono persone per
il primo impiego senza referenze. Perchè allora non mettete un cartellone affisso
dicendo che senza referenze nessuno sarà intervistato? Più rispetto per il tempo
e le aspettative del migrante.
Lui resta più fermo ancora; bianco, paralizzato.
Mi alzo ed esco indicando il distributore dei numeri:
- Mettilo fuori della tua
saletta, ragazzo. Che significato ha il distributore dei numeri dentro la
saletta di intervista e non nella sala di attesa dell' agenzia? Che
nonsenso, che mancanza di logica: le persone vogliono fare la coda e non
possono. Ti irriti con chi apre la porta spiando nella tua saletta ma stanno
cercando il numero, loro sono nel giusto. Mi dispiace.
Alla
fine lui apre la bocca, però non esce suono alcuno. Lìvido. La pallidezza
totale. Il contrasto con i vestiti neri si fa inquietante. Il ragno completava
il suo laborioso lavoro, misto di pazienzia e magia. L' insetto già mangiato. Il
merletto inghirlandato brillava nelle goccioline della burocrazia. Una
burocrazia inerte, viziosa, quasi perversa, nel suo lavoro preferito: creare
ostacoli, imbrogliare la consecuzione degl'obbiettivi, non lasciare le cose
succedere. Di quella tela no parlo niente, quel cervello assente. Il ragno era
molto piu competente di lui, la tela era veramente meravigliosa, di natura
perfetta.
La
mattina tersa mi accoglie; sollievo, chissà se il ragazzo aveva mai pensato a
quel ragno? Forse io l' ho disturbato... canticchiavo.
In bocca al
lupo alle prossime immigrate.