Presentazione e-book del prof. Fulvio Pezzarossa

Nazione immaginata. Racconti collettivi contro il distanziamento.

di prof. Fulvio Pezzarossa

Chi preferisce che abbiano ragione gli altri.
Queste persone che si ignorano, stanno salvando il mondo.
J.L. Borges, I giusti.

Queste considerazioni partono dall’immagine del gruppo protagonista dell’esperienza singolare per la storia decennale del Laboratorio di scrittura interculturale realizzato all’interno del Dipartimento bolognese di Filologia Classica e Italianistica. Affiancandola all’intera serie,[1] appare in immediato come manchi l’assetto da “foto di classe”, ritratta al centro del cortile di Via Zamboni 32, nel cuore di una istituzione universitaria che precocemente ha saputo adeguare, con intuizioni accoglienti, la tradizionale vocazione scientifica e didattica alle richieste di una nuova umanità insediata sul nostro territorio e nelle nostre città. E in tempi non sospetti si è speso con soluzioni concrete nella “terza missione” dell’insegnamento accademico, ben oltre la pura superficie dei simboli che richiamano gli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile proposti dalle Nazioni Unite.

Il ritratto a mosaico e a mezzobusto è l’ennesimo effetto del mondo esploso e frazionato dalla spietatezza del virus, ma testimonia la diffusa tenacia resistente che ha rivelato come il proclamato individualismo della modernità, o la indistinta liquidità postmoderna, non abbiano annullato l’istanza della socialità quale componente insopprimibile dell’essere umano. Le interazioni del clan e dell’orda, fino agli assetti delle attuali proclamate democrazie, hanno consentito lo sviluppo della solidarietà fisica, il soddisfacimento delle esigenze materiali e corporali, la continuità di specie, attraverso lo sviluppo di strumenti culturali veicolati dalla risorsa distintiva del linguaggio, organizzato in narratività come trama onnipresente nella pratica relazionale multipla degli esseri consorziati e istanza performativa dei meccanismi logici e di vitalità profonda.[2]

Da ciò deriva l’inaspettata carica di affezione (tanto che mai classe è stata così fedele e presente, nonostante il distanziamento divenuto addirittura divario di fusi transoceanici!) verso un progetto che, a fronte del blocco all’aprirsi dell’avventura laboratoriale, pareva condannato ad una giustificabile dispersione, alla quale gli allievi hanno contrapposto un puntiglio di continuità, vincendo le perplessità dei docenti stessi.[3] Si è dunque verificata un’adesione puntuale alle scadenze sulle piattaforme web, territorio di aggregazione per gruppi materialmente lontani, eppure bisognosi di continuare la sfida e l’esplorazione di una propria efficace capacità di risposta al paventato dissolversi di una discorsività inclusiva appena abbozzata. E dunque il successo dell’esperimento va attribuito ad allievi capaci di superare quella compartimentazione che il “catalogo” fotografico suggerisce, non solo riflesso delle ridicole cabine in plexiglas offerte a surrogare socialità, balneare o scolastica, ma parte della «nuova ondata della vetrinizzazione del mondo». Potenziali prigionieri anche di un blocco creativo, hanno mostrato ostinata capacità di rompere barriere attraverso un colloquio sorretto dalla tecnologia, grazie al coordinamento e allo sforzo straordinario di Wu Ming 2, come dimostrano i testi che risentono il suo ascendente nello stemperare le pulsioni di narratori non professionali tentati da riferimenti autobiografici, invece pazientemente direzionate verso forme e modi, inaspettati per loro stessi, di esposizione estroversa, sperimentando «un progressivo dissolversi delle pareti come argini visivi» alla ricerca di  «nuove forme di coagulazione comunitaria […] un tentativo di rifondare su basi meno asfittiche e ottuse, la sfera dell’immaginario».[4]

Le motivazioni profonde evocate che intessono l’esperienza di scrittura collettiva, segnano gli stessi profili autobiografici, nei quali non compaiono appieno, filtrati dal pudore di neofiti alla ribalta autoriale, tratti di personalità mature e ricche, a più livelli portatrici dei caratteri ibridi del meticciato[5] vissuto direttamente o per ragioni familiari. Rimangono testimonianze vive di un ventaglio di passaggi, esperienze, viaggi, impegni sociali, lavorativi o didattici su un territorio realmente “sconfinato”, capace di annullare la costruzione arrogante ed esibita, e perciò fittizia e vuota, di una identità frutto di definizione rigida ed esclusiva[6] secondo gli schemi delle vecchie confinazioni nazionali, complementari a ripartizioni regionali, aggregati paesani, umori di quartiere o frazione, e via sminuzzando.

Il mitizzato “italiano medio”, figura di continuo reincarnata a nutrire il senso comune, è contraddetto dalla concretezza delle esperienze vitali e intellettuali dei corsisti senza dubbio aperti sul mondo, risulta pertanto stereotipo lontano e sbiadito, quasi creasse disagio la possibilità di definire o personificare, seppure in modi critici o destrutturanti, l’italianità della tradizione, proposta quale tema per sondare la pervasività nel discorso pubblico delle semplificazioni che proclamano corrivamente identità elette e gerarchicamente destinate al primato.

Che il nucleo stesso dell’elemento identitario nazionale, distillato simbolico di sistemi mnemonici e di tradizioni inventate,[7] sia in realtà da storicizzare in una lunga definizione culminata tra secondo dopoguerra e Novecento maturo,[8] lo suggeriscono i mutamenti drastici di costumi, tempi, orizzonti mentali e riferimenti culturali del nuovo millennio. Tutti prevaricano i contorni e le fisionomie statuali, riferendosi a realtà certo discutibili ma incisive, come l’EU, l’euro, Schengen, l’Erasmus, i viaggi low cost, le movide mediterranee… Per non dire degli affacci in rete su spazi e linguaggi della comunità internazionale, e delle sconfinate modalità attuative delle migrazioni e degli espatri,  che segnano come desiderio ed attualità le due ultime generazioni, sensibili ovunque al dislivello tra maturità conquistata ed assenza di adeguata collocazione nei ruoli economici, sociali e politici,[9] e i cui meccanismi, esperiti o conosciuti, pervadono l’attualità di ogni immaginario, fornendo perciò materiali alle intenzioni compositive.[10]

Non sorprende perciò, rispetto a figure calate nella cultura del Novecento, che narrazioni giocate sugli stereotipi nazionali lascino ai margini le suggestioni di personaggi maiuscoli, attraverso i quali il mondo ha conosciuto le contraddizioni affascinanti dell’italianità, riferimento obbligato ma imbarazzante nelle ricorrenze celebrative di Alberto Sordi, Federico Fellini. Vittorio Gassman, Franca Valeri.[11] Queste trame, per offrire profili critici o di novità intorno alla costruzione dell’ideale italiano, utilizzano piuttosto una sensibilità diretta e una competenza vissuta, segnate da alcuni elementi comuni quali un’angosciata percezione di atmosfere cupe, oppressive, poliziesche, gravate dal persistere di confini anche interni alla penisola, retaggio di un millenario tessuto campanilistico, regionale, provinciale, municipale, che richiamano, nonostante le esperienze di mobilità, la grande partizione Sud/Nord. Frattura convenzionale, che ha mostrato la sua superficialità attraverso le imprevedibili traiettorie del virus. Esso ha smascherato la fragilità fittizia delle ragioni che sorreggono strategie di sbarramento e confinazione, poggiate sui pregiudiziali effetti contaminanti delle figure di un’alterità sempre negativa, metafora del male e del pericolo rappresentato da masse indistinte, sporche, sfuggenti, capaci di aggredire la purezza del territorio e degli spazi coerenti della nostra Purezza.[12] Nel caso tuttavia la nazione ha raggiunto luttuosi primati, ai quali hanno corrisposto grottesche reazioni d’orgoglio, tese ad esibire con scenografie tricolori una forza resistente fondata sul ricorso a una italianità melodica e melodrammatica, proclamata secondo secolari modelli con stornellate e serenate dai balconi.

Il blocco se non totale ma certo fitto, come hanno dimostrato le terribili vicende delle poche imbarcazioni filtrate in maglie sempre più strette intessute dall’indifferenza cinica e concorde di una comunità europea del disumano,[13] ha smorzato in una prima fase flussi in realtà inarrestabili di richiedenti accoglienza e rifugio, negli ultimi anni assottigliati come anche rilevato dal nostro progetto. Le restrizioni progressive hanno ostacolato la sua funzione di integrazione, in rapporto con le attività delle meritorie organizzazioni sociali intralciate nei compiti di assistenza, compresi strumenti e percorsi di accoglienza tesi ad arricchire forme linguistiche ed espressive, in sintonia con le tante iniziative nel continente che sperimentano il valore di tali processi a fianco di interventi mirati ai bisogni materiali dei nuovi arrivati.[14]

La ricaduta delle politiche di respingimento è la creazione di una gigantesca massa di invisibili, sottoposti a condizioni di assoggettamento simili a quelle adottate nelle fasi primitive dell’assetto imperialista e capitalista, non casualmente parallele e intricate come ha ribadito Mbembe,[15] e che oggi corrisponde allo sfruttamento bieco di esseri denudati d’ogni tratto umano da parte di consorterie affaristiche di portata criminale capaci di un controllo estensivo a nutrire le basi di un’efficientissima economia, non solo agricola come mediaticamente raffigurato.[16] Attraverso una parcellizzazione della forza lavoro dispersa su vasti territori, si riproducono condizioni assimilabili all’assetto geo-produttivo della piantagione, volte perciò anche ad impedire una reattività cosciente e di massa degli Invisibili, la cui resistenza tuttavia si manifesta sulla spinta di figure di un inedito (post?)sindacalismo dei nuovi marginali.[17]

Lo sfruttamento della manodopera irregolare nella produzione agricola interessa, come risaputo, la totalità delle coltivazioni di frutta e verdura, nonché allevamento e pastorizia coi loro derivati[18] ritenuti più rappresentativi e tipici nella catena del food italico ormai industrializzato, con l’affermazione di prodotti-immagine globali come esprime alla perfezione l’universale Nutella. Nata come generica crema gianduia, non può che ricondurci alla funzione gustativa della bocca, che assapora soddisfatta e convinta la materialità di dati riconosciuti come particolarità territoriale, incorporati a stabilizzare un’immagine tanto generica quanto equivoca di carattere nazionale, sapori carichi di valenza ideologica e politica, tanto attrattivi quanto semplici, spacciati per autentici all’interno di processi ormai disvelati, che informano le strategie di manipolazione delle tradizioni.

Infatti il logo[19] rifiuta l’italico nocciola, e il lemma nut anglo-globale ci avverte di intenzioni astratte dal localismo, al quale a contrasto il prodotto si affida, sfruttato per rituali pubblici via social, con protagonisti immersi nelle creme di cioccolata spalmate, emettendo proclami sulla necessità di alimentarsi alla fonte di tipicità e primato anche appetibile degli italiani. Si sorvola sullo scambio colombiano fondamentale per la storia del mondo, sulle origini del cacao e dei suoi derivati, come anche avviene per il mais delle polente tipiche della bergamasca, o il baccalà alla vicentina col pescato non proprio a km 0. Come hanno mostrato larghi e affascinanti studi[20] da sempre gli spostamenti umani comportano movimento di cibi, derrate e preparazioni, e la pur persistente territorialità ha comportato evoluzioni nelle modalità di impiego, secondo finalità sociali e rituali, dimostrando l’inarrestabile spinta alla migrazione che connota la nostra specie di sapiens (si fa per dire) e i suoi percorsi a ricoprire la totalità del globo, essendo la penisola italiana uno dei punti di osservazione privilegiati, anche soltanto attenendosi ai tempi storici, come ha limpidamente richiamato Piero Bevilacqua

Bisogna dare uno sguardo di lungo periodo e incominciare a far confidenza con un fatto sorprendente: gli antenati degli italiani, vale a dire i popoli italici, sono in grandissima parte immigrati.
Piantata nel cuore del Mediterraneo, la Penisola italica è stata per millenni colonizzata da popolazioni indoeuropee e di atre provenienze, dai Celti ai Reti, dai Latini ai Siculi, dai Falisci ai Messapi, dai Veneti ai Greci ecc. formando un caleidoscopio di culture che non ha eguali in Europa. E l’Italia romana ha proseguito questo straordinario rimescolamento di popolazioni […] Galli, germani e iberici, ma soprattutto africani e poi greci, macedoni, traci, galati, siriani e cilici confluivano da tre continenti verso le coste italiane.
Certamente più popolare, ma poco meditata è la ventura etnica prodotta dalle cosiddette invasioni barbariche […] che hanno portato sul “suolo patrio” Vandali, Goti, Visigoti, Longobardi, ecc.
A queste fasi di tumultuosi rimescolamenti etnici è seguita la pagina delle occupazioni che giungono fino all’età contemporanea: quella, in successione, di Arabi, Bizantini, Normanni, Svevi, Angioini, Aragonesi, Spagnoli, Francesi, Austriaci.[21] 

È un turbinare mai interrotto di transiti in doppia direzione di ingresso ed uscita, dai quali paradossalmente è venuta a svilupparsi la definizione riduttiva, costruita come alterità dai tratti forti, semplici e tutti arbitrari, di una individuabile faccia da italiano che Sanfilippo ho così efficacemente illustrato.[22] Questo richiama la pregnanza di un termine spesso trascurato nell’uso comune: la diaspora,[23] utile a capire come in un gioco di rispecchiamenti e di reazioni, il profilo dell’altro costruito dalle comunità di accoglienza divenga uno strumento a disposizione del gruppo migrante stesso per auto-definirsi, cogliendo punti di riferimento essenziali a fissare un profilo spendibile nel presente e nella diversità; una logica binaria che gli studi sui gruppi etnici specialmente all’interno degli Stati Uniti hanno delineato quale dialettica incessante tra passing e posing, cioè dissimulazione e vanto del proprio bagaglio di tradizioni filtrate dalla nostalgia.[24]

Ovviamente considerazioni spese in una fase a lungo segnata dalla confinazione pandemica portano ad allontanare ancor più i dati incontrovertibili di un’italianità perlomeno doppia, se è vero che la legge sulla cittadinanza nazionale del 1992 ha definito il diritto a spendere una propria incancellabile, seppur remota o addirittura inconsapevole, italianità per circa 60 milioni di discendenti a multipla distanza dagli “italiani nel mondo”,[25] frutto di quella continuità di scambi e migrazioni che hanno contraddittoriamente accompagnato e favorito lo sviluppo e l’affermarsi della “prima” Italia, e la popolazione residente nella penisola. Nemmeno questa poi ovviamente statica, sebbene svolte radicali ed enorme flussi innescati dal boom economico del secondo dopoguerra, abbiano lasciato scarse tracce nel senso comune, se non l’idea di macro-ripartizioni Settentrione/Meridione, utili da spendere nel significato binario in campo morale, sociale ed economico,[26] rinsaldano un repertorio di stereotipi e di percezioni epidermiche e pregiudiziali a sostegno di una “naturale e logica” supremazia nordica, che proprio in contrasto ad ogni previsione e convinzione la pandemia è venuta sinistramente a certificare.

Non andrebbe trascurata la città bolognese quale straordinario territorio di pratica, e di conseguenza di studio su arcate secolari, di queste incessanti intersezioni di popolazioni, stimolate in largo anticipo rispetto alla odierna mobilità mosse da interessi intellettuali, come malamente rende la formula “cervelli in fuga” a marcare di falsa omogeneità i ragguardevoli numeri dei giovani expat nel presente.[27] Rivolgendosi al paradigma della distinzione nazionalistica, racchiusa nella metafora veicolata dalla produzione e dal consumo del cibo, è un saggio di Massimo Montanari a definire le radici del mito tuttora attrattivo della grassa Bologna,[28] dimostrando come in esso si sovrappongano non solo gli aspetti materiali di una comunità dinamica nel convogliare plurime risorse territoriali, capaci di soddisfare istanze, gusti e sollecitazioni larghissime. Bologna è ed è stata obesa non in chiave di quantità bensì di qualità, sede di un mercato dove tutte le costumanze, i gusti, le convinzioni e le abitudini possono manifestarsi, trovare riconoscimento e soddisfazione, e dove perciò i banchi, le maestranze, i commercianti, gli operatori e i produttori, sono disposti a capire, rispettare e soddisfare la varietà delle richieste provenienti da tutto il mondo, ma che nella città primariamente ricercano un cibo intellettuale comune.

Un costume, una fama, una polarità attrattiva che di certo non hanno cessato di funzionare, come hanno dimostrato i profili ricchi e variati degli allievi dei nostri laboratori, espressione di una pluralità fermentante di esperienze che convergono da ogni angolo d’Italia, non dimenticando la platea internazionale della popolazione studentesca. Preziosi perciò nelle sintesi biografiche i riferimenti alla complessità delle storie di vita, alle variegate traiettorie educative, con stages e avventure intellettuali tra Europa, Medio Oriente, Africa e Americhe, attraverso esperienze affatto transitorie, intricate a vissuti aperti al coinvolgimento emozionale, ma sempre tradotto in maturità progettuali e in competenze a tutto campo, offrendo fisionomie estranee al nazionalismo patrio, ma altresì al regionalismo o al municipalismo come matrici distintive.[29] Mostrando «piuttosto l’arricchimento, l’acquisizione di un orizzonte più ampio, la circostanza per cui chi viaggia si costruisce nel tempo una competenza che insegna cose sulla natura degli individui e delle comunità».[30]

L’impegno diretto coincide spesso con situazioni di riconosciuta professionalità nell’offrire “aiuto a casa loro”, raggiungendo la migliore posizione da cui traguardare un proprio posto nel mondo, insieme agli altri e senza programmarne dislocazioni protettive, piuttosto riconoscendo per immersione completa nella quotidianità, che smorza la retorica eroicizzante nell’offerta di sostegno, una mediocrità che avvicina riconoscendo le contraddizioni di ciascuna persona:

il punto di partenza dovrebbero essere i migranti in sé, [ma] le loro esperienze sono spesso considerate secondarie rispetto al problema di cosa fare di loro. Da un lato c’è il peso della propaganda anti-immigrazione, dall’altro il messaggio delle organizzazioni umanitarie che vogliono sottolineare la loro vulnerabilità, la loro bontà [mentre] la maggior parte di loro non è né buona né cattiva: sono soltanto persone che cercano di riprendere il controllo della propria vita e devono compiere scelte difficili. […] Sono impegnati nel continuo tentativo di costruire e ricostruire una storia in grado di dare un senso al loro posto nel mondo. Proprio come noi.[31]

Questa umiltà operativa consente di arginare il disorientamento di un’esasperata liquidità sociale giunta a una frantumazione molecolare sedotta dal potere di liberare la propria voce attraverso il rancore,[32] affidato alla dialettica minimale, dominabile dal soggetto smarrito, della messaggistica istantanea. Essa rivela incapacità di articolare e sviluppare proprie posizioni seppure nelle forme semplici del racconto, il quale caricandosi di emozioni e affetti è in grado di spezzare l’ossessione discorsiva confezionata meccanicamente dall’imprenditoria della paura. E questo si riflette anche nei tentativi di nuovi approcci alla dimensione politica successiva alla militanza di massa rispondente agli assetti economici e sociali del Novecento, convogliando la individualità dell’impegno entro strategie simbiotiche suggerite dall’interesse per l’orizzonte naturale, in riferimento a popolazioni use a muoversi nella collettività indisciplinata ma coerente dei banchi di sardine, degli stormi di volatili, delle mandrie nelle praterie. Tutti riferimenti che in più contrastano la realtà desolata e desolante dell’Antropocene, frutto di una pretesa vacua supremazia degli umani, e indicano la necessità impellenti di un suo riequilibrio o superamento, richiamando obiettivi comuni per i destini dei viventi tutti.

Anche queste occasioni stimolano una mentalità estroversa, tesa a “Rafforzare il senso di solidarietà, il legame tra le persone, la generosità come modo di tessere una nuova tela sentimentale. Un rimedio contro i problemi specifici ma anche contro la freddezza, l’isolamento, la disillusione. Una vera ricetta per curare il rancore”.[33] Ne trae forza e saldezza il rafforzarsi di un senso civico realmente incisivo, sorretto da “Responsabilità individuale, impegno di ciascuno, spontaneismo ragionato”, in modo da “rompere la gabbia buia della solitudine e dell’impotenza, lasciarsi alle spalle il rancore, il risentimento, ed essere insieme”.[34]

Al sommario profilo di questa “meglio gioventù” s’accosta la temperie complessiva emersa dal colloquio laboratoriale, che sebbene interrotto aveva consentito di apprezzare direttamente un gruppo di persone che pur non rinnegando legami, radici e affetti scaturiti da una puntualità locale, prima ancora di organizzare una storia specifica, esprimevano volontà di superare logiche popolar-nazionalistiche ossessivamente sbraitate in tronfie esperienze ministeriali. Essa attesta la diffusione di esperienze comuni che presentano la naturalezza ibrida e non immediatamente classificabile di vite cresciute sui confini, oltre le barriere, in ambiti linguistici plurimi, convergendo su progetti di sostegno condiviso su più continenti, esplicitando una situazione in cui la globalizzazione non è obbligo di sistema ma reale esigenza costruita dal basso, con la coerente naturalezza di un’abitudine necessaria a sviluppare una visione larga e molteplice dell’esistere sociale e culturale. Questo scardina la vecchia dialettica tra e- ed im-migrazione, rispondente a situazioni rigide e condizionate dai vettori di trasporto, poi evoluti nelle frenetiche traiettorie del turismo e della vita intercontinentale, fino al recente improvviso punto di frattura, che impone vincoli rigidi e futuri enigmatici alla sfrenata mobilità occidentale, oggi beffardamente condizionata dall’immobilismo forzato, un susseguirsi di stop and go, compresi pure respingimenti selettivi che intralciano con analoghi ostacoli le libere scelte vacanziere e le rotte della migrazione povera e terzomondista. Questo precipitoso tramonto di abitudini pensate nella miopia assoluta, sembra espandere il proclama inquietante che per tutti ormai “La pacchia è finita”, non detto popolare ma evocazione di una sinistra minaccia che risuona in uno dei capolavori assoluti del canone letterario, proclamata dal suo sogghignante protagonista travolto dall’ebbrezza inquietante di una rancorosa logica del governo poliziesco, come esprime lo Javert de I miserabili.[35]

Questa gioventù “contaminata” portatrice di linguaggi, di tecnologie, di risorse e di avventure sempre larghe, ha prodotto i nostri autori maturi e convinti in una ardimentosa sfida con gli strumenti della scrittura collettiva intorno alla domanda: ”Chi è veramente italiano?”, citando da uno dei più notevoli contributi che la scrittura di migrazione ha offerto alle patrie lettere, cioè lo Scontro di civiltà di Amara Lakhous.[36] Uno dei volumi che meglio dispiega la “funzione specchio” che, volontariamente nel caso degli intellettuali, materialmente nell’esistere delle figure comuni, lo straniero assume nell’aprire un ventaglio talora scomodo di dubbi intorno alla convenzionalità dei modelli semplificati e autoconsolatori. E l’hanno ripetuto pagine altrettanto celebri di Igiaba Scego sulle mitiche Salsicce quali veicolo di forzosa imposizione di costumi alimentari (di nuovo!) consonanti con l’uniformità digestiva-fideistica della totalità della popolazione italica;[37] o l’irridente anti-manuale di rapida italianizzazione di Laila Wadia, gustoso e variegato collage di tic, difetti, manie e coazioni di un esistere peninsulare (o meglio: nordestino) mediocre e appiattito.[38]

Tuttavia questi modi irridenti sono deliberatamente trascurati dall’impegno dei gruppi di lavoro, forse per la loro asincronia rispetto alla tradizionale “commedia all’italiana” appunto, che pareva quasi d’obbligo volendo riflettere sull’essenza della identità nostrana, recuperando figure, contesti, rappresentazioni e modelli saldi, non sufficientemente criticati, dell’italiano “medio”, simmetrico e costitutivo in chiave collettiva del ritratto assolutorio di “brava gente” che ci connota.

Evidentemente questo avrebbe interferito con atteggiamenti quali: impegno, naturalezza, schieramento, per interpretare i quali tuttavia non serve il riferimento a vecchi modelli di militanza intellettuale e di scrittura[39] o il ricorso a modalità tipiche della dimensione vittimaria,[40] con la conseguente tendenza allo sviluppo di una funzione riparativa della letteratura.[41] Le tracce narrative insomma si sono mosse a latere di quella che è la definizione per eccellenza del nodo nazione-comunità immaginata-romanzo,[42] quella dialettica che secondo Homi Bhabha stringe nazione e narrazione;[43] qui i testi perseguono, con un taglio distaccato e semplice, teso a conferire nella breve dimensione efficacia immediata alla figurazione di ambienti, personaggi e conflitti. Esse sono state condizionate da tempi e modalità di sviluppo imposte dai mezzi informatici, con i quali si è alimentata la dialettica di un’idea collettiva, riassettando l’idea corrente dell’artista-individuo, capace di eccellenze emozionali prima che espressive. Nell’impegno, non facile, di una comunità che racconta si stemperano e si piegano ad un’assunzione condivisa i riferimenti dei singoli, spinti verso soluzioni che consentano inserzione e accoglienza della voce altrui, in nome di un confronto paritario che guarda alla anti-pedagogia di don Milani, in funzione contrastiva nella prassi e nella teoria alla gerarchia dei ruoli,[44] sfida che quest’anno ha superato l’immaginabile ed ha avuto soddisfacente compimento solo grazie all’impegno assoluto di Wu Ming 2.

Scandita non tanto dal colloquio diretto e vivo, affidata a un medium coesivo freddo e prettamente simbolico, ci si augura che l’esperienza che questo volume racchiude sia comunque l’avvio di amicizie e reali sodalizi operativi, com’è accaduto per l’attività di notevole interesse affidata alla continuità creativa del collettivo femminile Joana Karda, nato all’interno del laboratorio e pienamente reattivo alla reclusione con una propria contro-narrazione.[45] Quella condizione di isolamento condiviso ha imposto pressanti lezioni intorno alla variabilità effimera e alla fluidità del pensiero costruito sulla dialettica manichea  noi/loro, che si modula dunque sull’esasperazione di confini, barriere, muri, blocchi, sbarramenti che il fenomeno virale ha ignorato e capovolto, individuando il consorzio stanziale come pericoloso e contaminante, costringendo perciò in modalità gerarchiche e oscillanti l’intera umanità a misurarsi con le strategie di confinazione, che definiscono la presente età dei campi.[46] In essa affiorano le venature più manifeste della necropolitica in un moltiplicarsi dei processi di esclusione dalla cittadinanza reale, al più consentendo incorporazioni differenziate, utilizzate come paradigma operativo e stabilizzante di società tanto più (all’apparenza) omogenee, quanto più attive nei processi di confinamento e subordinazione del diverso.[47] Un’immagine trasparente ne è stata anche, sebbene coartata in stato di inferiorità, la figura del messaggero, autorizzato e collaborativo suo malgrado, in veste di rider mercuriale.[48] Tuttavia l’agenda politica, ancora subordinata a un’opinione pubblica convinta di una supposta minaccia derivante dalla diversità,[49] non ha voluto concludere un percorso di doveroso riscatto e di concessione della dignità basale a centinaia di migliaia di nostri conviventi, servizievoli e indispensabili, limitandosi a simulare processi di regolarizzazione, di scarsa efficacia reale [50] nelle proiezioni future, a fronte di irreversibili segnali di contrazione delle nascite che profilano un rapido estinzione del ceppo italico, puro o meno.[51]

 

Su questi punti convergono i racconti realizzati in un’esperienza che ha tratto dai limiti forzosi lo stimolo per dare rilievo e animazione a situazioni storiche e sociali di grande complessità, a partire dalle infinite varietà del nostro paesaggio, all’incrocio tra elementi di natura e radicamento del vivere associato in tempi luoghi, che rende di ampia variabilità la tradizione peninsulare, segnata da contraddizioni del campanilismo fra scomode vicinanze territoriali. Tant’è che nelle pagine de Il grosso guaio del frigorifero a Lunastorta di Sotto emergono efficacemente le invarianti basali dei contrasti Nord/Sud, alto/basso, buoni/cattivi, egoisti/altruisti, anche per quanto riguarda la manutenzione urbana o la piaga dei rifiuti, col disordinato ed equivoco sistema economico che li sottende. Le tensioni che animano rivalità di simbolici paeselli finiscono per incidere sul contesto privato, intralciando il decollo di una storia amorosa e rivelando contestate migrazioni tra i borghi, a dimostrare la continua messa in discussione della purezza effettiva del sangue italico, differente per ogni piccolo nucleo.[52] E queste fratture e diversità sono alimento di vizi diffusi: sospetti, piagnistei, lamentele, accuse grossolane, immancabilmente indirizzate agli altri in quanto estranei. Emerge una galleria dei difetti nazionali risaputi e scontati, di cui si rimarca la circoscritta prospettiva piuttosto che l’esasperazione del grottesco, in una traccia leggera che tuttavia evidenzia la catena illogica che connette alterità-minaccia-furto. Lo svolgimento evita il moralismo ed assume la piega ironica di un intreccio sentimentale, o la semplicità dello sguardo fanciullesco meglio capace di affrontare la piccola catastrofe dell’isolamento per cause meteorologiche, che negli adulti incentiva invece l’arroccamento nella bolla del sé e del noi ad alimentare rivalità, invidie e ostilità che s’ingigantiscono agli occhi del protagonista, convinto che “Il suo mondo era sottosopra” (p. 4).

L1ber0 d1 trad1re è uno dei racconti che meglio evidenzia aspetti e percezioni indotte nell’immaginario giovanile dagli automatismi ipernazionalistici che varie forme di populismo articolano nello ambito italiano. Non a caso emerge un motivo comune ad altri scenari, nel forte contrasto tra idea, ricerca ed affermazione della purezza attraverso elementi di facile riconoscibilità, e l’atmosfera oppressiva, scura e minacciosa che tale obiettivo induce. Di conseguenza spesso compaiono ambienti carcerari, figure varie di miliziani e poliziotti, personificazione di un’angoscia sociale diffusa, convinta che solo la forzatura ideologica che inquadra l’esistente con la semplificazione oppositiva: noi/loro, italiani/altri, fratelli/nemici, sicurezza/pericolo, bianco/nero e così via, possano smorzare contraddizioni, timori, pentimenti, equivoci e compresenze, com’è tipico nello sviluppo umano. Il dispiegarsi di prassi antidemocratiche facilmente s’impernia su risorse diffuse e all’apparenza egualitarie offerte dal sistema, anch’esso binario come richiama il titolo, della tecnologia informatica. Essa puntella sinistri sistemi imperiali, propensi a coltivare una logica ricattatoria e divisiva, mettendo in atto una sinistra” ricerca della razza italica” (p. 1). L’inseguire modelli inesistenti ha il corrispettivo nelle figure segnate da parametri negativi, che invariabilmente, come nelle tragiche esperienze del passato, subiscono la disumanizzazione, affermando uno di personaggi “ho sempre sospettato che la tua famiglia… insomma, che non fossi proprio un purosangue” (p. 7). Tra i marcatori di un mitico e assoluto punto di purezza, compare il cibo, spia di un’atavica interculturazione che resiste a una disinvolta ma superficiale acculturazione,[53] e perciò rivela lati scoperti di identità artificiali, aggredibili da parte del sistema. Eppure in questa atmosfera soffocata sorge un profilo di antagonista e di ribelle, condizione che non sempre si vuole e si può scegliere, e non casualmente arricchisce altre pagine a manifestare la diffusa esigenza di coltivare e preparare un contro-modello di presenza civica, rispetto ad un’acquiescenza piatta e vile, alla quale è concesso solo una timida e tardiva, perciò inutile, negazione.

Anche nelle pagine di Chi vuol essere italiano? si proietta l’inquietudine intorno ai tratti identitari, sorvegliati dal potere sanzionatorio affidato a una pattuglia di polizia, da cui si avvia l’incubo che spalanca il mondo confuso e schematico di un quiz televisivo, con l’immancabile presentatore che interroga e tormenta in base ad evidenze superficiali, accrescendo dubbi e incoerenza di un personaggio come l’Ing. Negri, uomo qualunque di una indistinta periferia romana dove le storiche ondate di immigrazione interna sono ora sostituite da figure dall’Est europeo o da una inconoscibile Cina, ad alimentare una guerra a bassa intensità intorno alle rispettive collocazioni. La televisione, medium tipico di una cultura eterodiretta e basso-popolare, esaspera in un’avventura da incubo le incertezze del protagonista, e con lui di tutto un popolo affatto convinto di una propria definizione introiettata e matura, svelando lati paradossali e ridanciani che interferiscono proprio con gli aspetti evocati a rassicurare, in realtà convenzioni confuse e riflessi automatici mai realmente compresi ed elaborati. Il sogno condanna il personaggio a una sfida indagatoria, mostrando proprio la vacuità insufficiente di quei valori sbandierati ad invocare un’italianità tradizionale e salda, incapace poi di realizzarsi persino col ricorso ai segni più genericamente nazionalistici, dal calcio all’inno nazionale agli spaghetti, incapaci di alimentare una vera CI, cioè coscienza italica arroccata nella fragilità pervasiva di certificazioni inventate che non spengono l’ansia in chi si sente assediato e attaccato da “tutto er circo” (p. 3) delle figure migratorie. Esse non possono dunque che comparire quali elementi di inquietudine minacciosa, non realmente conoscibili quando manchi una percezione realmente fondata dell’identità propria e dell’intero paese.

Quella pretesa vocazione spontanea alla confezione del cibo, e della pastasciutta in particolare, messa in ridicolo nel testo precedente, risulta in effetti uno dei segni che paiono discriminare in automatico opposte popolazioni di autoctoni e nuovi arrivati; distinzione banale che in realtà copre il vuoto della mancata accoglienza e al tempo della difficoltà di integrazione ne Il passo del camaleonte. Madeeha passa con qualche inciampo dal cous cous alla vivanda italica per eccellenza, senza tuttavia riuscire a superare la convinzione della separatezza dei propri valori, come invece tentano i figli Yassin e Hamzah, disorientati e sottomessi a quel «desiderio d’Europa»[54] ben al di là dei gusti culinari, fino a smarrire tutti i riferimenti, travolti dalla illusoria ricchezza che pure in un campo profughi l’Occidente pare offrire attraverso oggetti materiali, apparenti strumenti per acquisire  una identità coerente col nuovo territorio. Tanto più importante risulta questa riflessione sui conflitti di culture se iscritta nel richiamo ai disastri di un colonialismo italiano non rielaborato, e di cui ancora sconta le nefandezze la protagonista in aggiunta agli squilibri neocoloniali del presente.[55] Pur espresso attraverso frammenti mnemonici e tensioni personali, questa lacuna di riflessioni attorno all’assetto passato ed attuale dei rapporti col mondo non occidentale è l’elemento che motiva il senso di invincibile separatezza della madre, affidato in chiave diegetica alla vicenda di un oggetto simbolico africano che rappresenta quelle sottomissioni e quei transiti, come anche le tensioni tra le generazioni migratorie, e il legittimo seppur esasperato arroccamento delle vittime. La strategia mimetica mostrata dal camaleonte richiama un immaginario presente nella tradizione della letteratura della migrazione,[56] ma vale come stimolo ad un riscatto della parte debole attraverso un percorso non istintuale di assuefazione, ma che accetti ruolo e destino in chiave di aperta e reciproca disponibilità.

Sulla stessa linea di una ripresa di temi sedimentati fin dalle prime testimonianze dei migrant writers si colloca Nuvole e pomodori, col persistere di elementi di un immaginario diffuso che utilizza la significativa valenza della figura sdoppiata e contrastiva dei fratelli, situazione presente nella grande letteratura postcoloniale, da Agotha Kristoff a Zadie Smith, da Amitav Gosh a Jadelin Gangbo,[57] a rappresentare contraddittorie e tormentate tensioni che si aprono nell’incontro/scontro di civiltà. Da non dimenticare che la situazione che inghiotte nella realtà migliaia di migranti e richiedenti asilo, è dato stabilizzato anche a livello di invenzione ideativa fin dagli esordi col citato La promessa di Hamadi, capace con largo anticipo di puntare i riflettori sulle condizioni spietate che si offrono a capo alle rotte mediterranee. Infatti tragici dati di cronaca hanno accompagnato anche questo periodo, col perpetuarsi di tragedie mortali ad aggravare la continuità dello sfruttamento di figure schiavizzate, non certo redente dalla pasticciata strategia legislativa di falsa o parziale regolarizzazione, mentre il mare continua ad inghiottire corpi e speranze di interi continenti. Questo dramma ricompare nell’immaginario letterario a evidenziare condizioni di precarietà assoluta che connotano un’economia fuori dalla legalità come dal buon senso. L’aspro dibattito che in questo scenario s’accende, con toni e passaggi drammatici, impone la scelta di un impianto tutto dialogico, che si affida all’asprezza acuminata del parlato e del gridato, a figurare incerte personalità divise dall’ansia di sopravvivere non rinnegando gli affetti. Percorso impossibile per i fratelli Vincent e Drissa, divisi sulla strategia di emersione dal confino nel lager sorvegliato dalla doppia morsa del caporalato e del collaborazionismo coatto illuso da un riscatto impossibile, e da cui sortisce la spietata esecuzione a difesa, dopo trent’anni di denunce anche tramite lo strumento letterario, del potere capovolto dell’antistato mafioso, su cui prospera l’immenso sistema dell’italian food,[58] dei prodotti tipici, delle preparazioni tradizionali, quella produzione agricola esaltata nella sua (largamente contraffatta) pienezza metaforica di italianità.

Non si dimentichi tuttavia che il ricorso ad artificiose e strumentali articolazioni razziali, sociali e lavorative, innesta un espandersi di crepe, frane e barriere entro il territorio nazionale, come ammonisce Identità spezzate, giocando su un’eloquente vicenda di invenzione della diversità, dopo la realizzazione del “muro che divideva l’Italia in due” (p. 1). Fantasma ossessivo e incombente che provoca un’ulteriore sequenza di partizioni, rifiuti, distanziamenti e disconoscimenti, finisce per interporsi nell’amicizia salda tra Ginevra e Maria, indotte alla dissimulazione, al camuffamento, al diniego di sé e degli affetti profondi dopo essere avventurosamente giunte su quel territorio nazionale amputato, e verso il quale tuttavia continuano transiti, passaggi, reazioni e ribellioni. Se l’interesse della prima ragazza è di impersonare un profilo acquiescente, intenzionata a condividere i privilegi del compagno Salvatore (nome simbolo dell’ origine meridionale, ma altresì evocativo di un proposito altruistico che permane sotto la divisa), l’amica rappresenta la necessità di preservare e spendere i vecchi sentimenti di rivolta e di autonomia, a costo di disvelarsi apertamente renitente e fuorilegge, a contrastare con la sincerità delle intenzioni le aberrazioni del dominio identitario. Emergono reazioni coraggiose, affidate a movimenti sotterranei ma collettivi, intesi a ribadire che “Esistevano due Italie, ma gli italiani non erano cambiati” (p. 3).  L’attualità pandemica compare nella trama ammonendo rispetto a facili e strumentali partizioni che, se non attentamente sorvegliate da una coscienza pubblica e condivisa, possono ribaltare processi secolari di unificazione territoriale, cedendo ad atmosfere di particolarismo feudale, seppure sorretto da tecnologie a scala globale. In tal senso le pagine cariche di sensibilità vogliono proporsi come stimolo ad una riflessione a contrasto di un particolarismo identitario che si attua rinunciando l’individuo alla dimensione politica, e perciò collettiva e di contrasto, alla quale solo con la scelta resistenziale torna la stessa Ginevra, convertita infine all’azione in sintonia coi nuovi compagni del ISM (Italia Senza Muro).

Una situazione non pacificata, che gli elementi drammatici del presente riverberano con analogie trasparenti, non possono essere trascurati nel proporre una vicenda che si connette in chiave inventiva all’attualità, stringendola in un microuniverso carico di significati, materializzati in circostanze dominabili e in giochi trasparenti di personaggi. Ed ecco emergere quello che è divenuto un vero e proprio palcoscenico metaforico del fenomeno migrazione, lo scoglio lampedusano[59] entro cui si intrecciano plurime esistenze che coinvolgono destini singoli e intere aree geografiche. Una pandemia fa sì che nella dimensione isolana vengano rinchiusi anche gli innocenti portatori di lontane origini, figli e discendenti di vecchi migranti vittoriosi nella traversata marina, ed ora, in nome di inestinguibili processi di gerarchia razziale, estraniati dalla società italiana per concedere salvezza privilegiata agli autoctoni. Ragazzi come Nadira e Samuel, nonostante la perfetta integrazione nella vita del loro paese, subiscono il confinamento ormai da cinque anni, ricacciati forzosamente tra una folla indistinta di nuovi arrivati, raffigurando un minaccioso coagulo da cui si alimentano discriminazioni e condanne, in ragione di quelle spietate strategie biosociali disvelate dalle riflessioni di Giorgio Agamben o Achille Mbembe,[60] che nel caso assumono l’inquietante veste tipica de La Lotteria italica, dalla quale sortiscono per intervalli e canali misteriosi reintegrazioni casuali nel consorzio nazionale. A fronte di quella necropolitica travestita da fortunoso gioco al massacro con le esistenze altrui, sull’isola si scatena una rivolta condotta dal profugo Sanussi, in un concatenarsi di violenza e repressione che pone ai due giovani, spinti dalla razionalità e dalla coscienza matura di un profilo identitario consono all’agognata “patria”, il solito inquietante interrogativo: se sostituire alle armi dell’intelligenza, della competenze e della dialettica, lo strumento pure casuale della violenza ribellistica. Si oscilla in quella divaricazione apocalittici/integrati che mantiene una sua forza anche in proiezione sulle problematiche attuali,[61] dove interviene facendo maturare una prospettiva intermedia solidale, che non s’arrende all’isolamento di interessi frammentati e individuali, per costruire fra mille incertezze un riferimento a concetti sfuggenti, dinamici e plasmabili, che si potrebbero individuare come post-migratori: “E mi chiedevo cosa fosse, dopo tutto, a farmi ancora dire ‘Io sono italiano’” (p. 3).

Non di meno la storia conclusiva Lettere dall’oggi sembra offrire un condensato di tante riflessioni e spunti intorno ai quesiti e alle tensioni identitarie che attraversano l’intera proposta del laboratorio, a partire dalla generica nominazione delle figure che evocano la dimensione totemica dell’italianità costituita dalla Famiglia. Per tale microunità di livello medio-borghese, riti, tempi, rapporti, legami tradizionali, festa, pranzo, riunioni, mostrano un bisogno disperato di continuità e stabilità a fronte di un mondo che appare frantumarsi ed accelerare sotto la spinta di novità sconosciute. In realtà proprio dall’interno, e in chiave quasi speculare rispetto al testo precedente, è la componente giovanile a esprimere l’ansia di orizzonti più larghi e nuovi, la necessità di sfuggire alla dimensione circoscritta della condizione nazionale in nome di un profondo “desiderio di movimento” (p. 7) che solo un approccio sorpassato, parziale e schierato, può attribuire ad un incognito territorio segnato da estraneità linguistica, culturale, religiosa, esotica e orientaleggiante, fraintendimento parallelo a una lettura tendenziosa di una fase storica interna quasi totalmente silenziata da media e social. Emerge allora, quasi in chiave di contrappunto saidiano,[62] una esplicita alleanza fra il bruciante desiderio di novità, aperture, complessità del Figlio, e la faticosa e sofferta esperienza del Nonno, uno dei milioni di italiani che l’identità, la coscienza, la fortuna e la vita hanno maturato negli itinerari migratori troppo disinvoltamente abbandonati all’oblio. L’esposizione evita prospettive troppo semplificate di comparazione, rilevando come nel permanere del desiderio di scambi, viaggi ed aperture, oggi tuttavia le conoscenze linguistiche preventive, il fascino delle comunità lontane, la convinzione nella centralità della letteratura nell’approccio ai mondi sconosciuti, possano costituire stimolo attrattivo e spinta motivante ad una immersione in orizzonti più vasti, complessi e variegati, utilizzabili quali arma di resistenza rispetto a quadri asfittici, chiusi ed assediati che altri disegnano ostinatamente. Di contro all’evidenza anche un minimo di sapienza del vivere può derivare dall’avventura e dalla condizione migratoria dall’avo: “Caro mio nipote, è che cerchiamo di mettere ordine in questo pasticcio di mondo” (p. 8).

E questo potrebbe essere invito centrale di un’esperienza avventurosa ma altresì inaspettatamente matura, che nel variare delle voci e delle parole, converge nell’indicare l’assoluta necessità, ora che disinvoltamente si evoca l’urgenza di una svolta realmente paradigmatica per la sopravvivenza stessa della specie, di assumere atteggiamenti e mentalità coraggiosi nell’apertura:

Lungi dall’apparire come un blocco monolitico e chiuso, l’umanità dell’umano deve essere pensata tanto a livello biologico quanto a livello sociale, come un campo di battaglia in cui al di là di ogni possibile stabilizzazione permanente in un’identità, confluiscono varie direttrici eterogenee determinandone l’ineffabile. Compito di una filosofia a venire ­– ma anche di una politica istituente – sarà quello di prendere sul serio sia a livello individuale sia a livello sociale, il nesso inestricabile tra immune e comune, che continuamente provoca il nostro essere invischiati nello spazio della differenza.[63]

Si ratta del potente invito ad elaborare, e a farsene interpreti in prima persona, ma pur sempre in una dinamica relazionale, di una biopolitica affermativa, che rintracci il nodo comune fra Immunitas e Comunitas, come suggerito con autorevolezza dal dittico di Roberto Esposito,[64] che ne sottolinea la connessione attraverso il nodo del munus, del dono, dello scambio generoso che mette a disposizione dell’altro tutti se stessi, le proprie capacità e sensibilità, come ci auguriamo possa accadere anche nel futuro tramite la lettura di questo oggetto librario, nato da una collaborazione convinta che «Paradossalmente la comunità è uno spazio (fisico, teorico, virtuale) in cui l’unica cosa che accomuna i propri membri è quella di non avere nulla in comune».[65] Ma in questo processo, elaborato attraverso l’imprevedibile necessità dello scambio dialogico, si rivitalizzano tessuti e dinamiche che in continuo rifondano l’aggregato umano.

 

NOTE

[1] Tutti i materiali scritti e visuali sono reperibili sul sito dell’Associazione interculturale Eks&Tra (http://www.eksetra.net/laboratorio/).

[2] M. Cometa, Perché le storie ci aiutano a vivere. Letteratura necessaria, Milano, R. Cortina, 2017.

[3] Sui problemi della didattica a distanza, che ha alimentato una complessa riflessione saggistica, a partire da F. Bertoni, Insegnare (e vivere) ai tempi del virus, Milano, nottetempo, 2020, il romanzo di M. Onnembo, La prigione di carta, Milano, Sperling&Kupfer, 2020.

[4] R. Donati, Messaggi scritti su un vetro. La trasparenza la tempo del Covid, «Le Parole e le Cose2», 7 giugno 2020, pp. 1, 4  (http://www.leparoleelecose.it/?p=38527).

[5] A. Staid, Le nostre braccia. Meticciato e antropologia delle nuove schiavitù, Milano, Milieu, 2018.

[6] «Religione. Identità nazionale. Sovranità. Purezza etnica. Difesa dei confini. Questa teoria di principi regola oggi il nostro vivere (in)civile», N. Vallorani, Suoli senza diritto, «Le Parole e le Cose2», 27 marzo 2019, p. 2    (http://www.leparoleelecose.it/?p=36342).

[7] E. Hobsbawm-T. Ranger, L’invenzione della tradizione, Torino, Einaudi, 1987; B. Anderson, Comunità immaginate. Origini e diffusione dei nazionalismi, Roma, manifestolibri, 1996.

[8] S. Patriarca, Italianità. La costruzione del carattere nazionale, Roma-Bari, Laterza, 2014.

[9] Confini, mobilità e migrazioni. Una cartografia dello spazio europeo, a cura di L. Navone, Milano, Agenzia X, 2019.

[10] E naturalmente anche della poesia; si veda ad es. P. Barcella-V. Funeri, Una vita migrante. Leonardo Zanier, sindacalista e poeta (1935-2017), Roma, Carocci, 2020.

[11] G.P. Brunetta, L’Italia sullo schermo. Come il cinema ha raccontato l’identità nazionale, Roma, Carocci, 2020. Sorprende che risultino minoritarie le connotazioni di genere nei personaggi e nelle declinazioni di ambienti e comportamenti, in contrasto col prevalere delle autrici. Sul potere trasformativo del dialogo in chiave femminista da ultimo M. Tiburi, Il contrario della solitudine, Firenze, effequ, 2020.

[12] M. Douglas, Purezza e pericolo. Un’analisi dei concetti di contaminazione e tabù, Bologna, il Mulino, 1975.

[13] G. Proglio, Mediterraneo nero. Archivio, memorie, corpi, Roma, manifestolibri, 2019,

[14] Ad esempio M. Baraitser, Reading and Expressive Writing with Traumatised Children, Young Refugees and Asylum Seekers,  London, Kingsley, 2014;  A. Greatrick-E. Fiddian-Qasmiyeh, The Roles of Performance and Creative Writing Workshops in Refugee-Related Research, «Refugee Hosts», march 2017 (https://refugeehosts.org/). Ancora la narrazione di esperienze femminili attraverso la grafica promosso a Berlino dal collettivo Migrantas (www. Migrantas.org).

[15] A, Mbembe, Necropolitica, Verona, ombre corte, 2016.

[16] M. Livi Bacci, Europa, agricoltura e immigrazione, «Neodemos. Popolazione, società e politica», 20 giugno 2020, (https://www.neodemos.info/articoli/europa-agricoltura-e-immigrazione/).

[17] Si allude alla convocazione degli Stati popolari da parte di Aboubakar Soumahoro il 5 luglio u.s.; ma si veda anche il suo vol. Umanità in rivolta. La nostra lotta per il lavoro e il diritto alla felicità, Milano, Feltrinelli, 2019. Rilevante il lavoro, riconosciuto da un’onorificenza della Repubblica, di Y. Sagnet, Ama il tuo sogno. Vita e rivolta nella terra dell’oro rosso, Roma, Fandango, 2017; C. Arab, Fragole. Le donne invisibili della migrazione stagionale, Roma, LUISS University Press, 2020.

[18] Oltre al cit. Staid, Le nostre braccia, R. Staglianò, Grazie. Ecco perché senza gli immigrati saremmo perduti, Milano, Chiarelettere, 2010, e una serie di inchieste da A. Leogrande, Uomini e caporali. Viaggio tra i nuovi schiavi nelle campagne del Sud, Milano, Feltrinelli, 2016, a G. Avallone, Sfruttamento e resistenze. Migrazione e agricoltura in Europa, Italia, Piana del Sele, Verona, ombre corte, 2017.

[19] N. Klein, No Logo, Milano, Rizzoli, 2012.

[20] Il mondo in cucina. Storia, identità, scambi, a cura di M. Montanari, Roma-Bari, Laterza, 2006; V. Teti, Il colore del cibo. Geografia, mito e realtà dell’alimentazione mediterranea, Roma, Meltemi, 2019.

[21] P. Bevilacqua, Le contaminazioni che hanno fatto grande l’Italia, «il manifesto», 7 novembre 2019, pp. 1, 15; G. Ceccatelli, con S. Tirini e S. Tusini, Atlante delle migrazioni. Dalle origini dell’uomo alle nuove pandemie, Firenze, Clichy, 2020.

[22] M. Sanfilippo, Faccia da italiano, Roma, Salerno Ed., 2011.

[23] D. Gabaccia, Emigranti. Le diaspore degli italiani dal Medioevo ad oggi, Torino, Einaudi, 2003.

[24] Utile anche sotto il profilo teorico in riferimento all’identità nazionale B. Spackman, “Italiani DOC?” Posing and Passing from Giovanni Finati to Amara Lakhous, «California Italian Studies», 2, 1, 2011 (https://escholarship.org/uc/item/9tp6d268); preziosa l’indagine sulla comunità albanese di V. Romania, Farsi passare per italiani. Strategie di mimetismo sociale, Roma, Carocci, 2004.

[25] G. Zincone, Familismo legale. Come (non) diventare italiani, Roma, Bari, Laterza, 2006.

[26] V. Teti, Maledetto Sud, Torino, Einaudi, 2013; P. Aprile, Terroni. Tutto quello che è stato fatto perché gli italiani del Sud diventassero «meridionali», Casale Monferrato, Piemme, 2016.

[27] E. Pugliese, Quelli che se ne vanno. La nuova emigrazione italiana, Bologna, il Mulino, 2018.

[28] M. Montanari, Alla bolognese. Dalla città grassa a Fico, Bologna, il Mulino, 2018.

[29] Non si dimentichi infatti «un certo tipo di godimento nazionale identitario, improntato a un’autorappresentazione della “regionalità o località” come forma di vita di per sé buona, semplice e soprattutto genuina», M. Mellino-G. Orlandini, Fuocammare o frammenti di un discorso umanitario, «EuroNomade», 19 marzo 2016, p. 4 (http://www.euronomade.info/?p=6931); P. Carravetta, After Identity. Migration, Critique, Italian American Cuture, New York, Bordighera Press, 2017 (di imminente trad, it.).

[30] N. Vallorani, Suoli senza diritto, cit. p. 1.

[31] D. Trilling, Luci in lontananza. Storie di migranti ai confini d’Europa, Venezia, Marsilio, 2019, pp. 259-260.

[32] Interessante il saggio del Direttore del CENSIS M. Valeri, La notte di un’epoca. Contro la società del rancore, Firenze, Ponte alle Grazie, 2019.

[33] D. Selvaggi, I giusti, «Ali», dicembre 2019,  pp. 7-11, a p. 10 (http://www.lipu.it/articoli-natura/42-persone-che-amano-la-natura/1415-articolo-i-giusti).

[34] Ivi, p.11.

[35] B. Stancanelli, La pacchia.  Vita di Soumaila Sacko, nato in Mali, ucciso in Italia, Milano, Zolfo, 2019.

[36] A. Lakhous, Scontro di civiltà per un ascensore a Piazza Vittorio, Roma, e/o, 2006.

[37] I, Scego, Salsicce, in Pecore nere. Racconti, a cura di F. Capitani-E. Coen, Roma-Bari, Laterza, 2005, pp. 23-36.

[38] L. Wadia, Come diventare italiani in 24 ore. Il diario di un’aspirante italiana, Firenze, Barbera, 2010.

[39] J. Burns, Fragments of Impegno. Interpretations of Commitment in Contemporary Italian Narrative, 1980–2000, Leeds, Northern Universities Press, 2001.

[40] Fortemente critico su tale prospettiva, che informa «la non-fiction di moda», facile a slittare in «“pornografia del dolore”» in funzione «squisitamente consolatoria», e dunque «regressiva», L. Matt, Il realismo consolatorio della non-fiction, «Malacoda», maggio 2016, pp. 5-6 (non più reperibile sul sito della rivista, ma in: https://www.academia.edu/25679908/Il_realismo_consolatorio_della_non_fiction).

[41] M. Rosello, The Reparative in Narratives. Works of Mourning in Progress, Liverpool, University Press, 2009. Interessanti romanzi portano a sviluppo il nesso con le storie di rifugiati, come C. Lefteri, L’apicultore di Aleppo, Casale Monferrato, Piemme, 2019, e V. Luiselli, Dimmi come va a finire e Archivio dei bambini perduti, Roma, La Nuova Frontiera, 2017 e 2019.

[42] Anderson, Comunità immaginate, cit.

[43] H. Bhabha, Nazione e narrazione, Roma, Meltemi, 1997.

[44] Sulle basi teoriche ed operative del laboratorio, sono intervenuto in «Il meglio dell’umanità».  Un laboratorio di scrittura accogliente, in «Aspettano di essere fatti eguali». Dialogare con l’altro, S. Giovanni in Persiceto (BO), Eks&Tra, 2018, pp. 3-26 (https://secureservercdn.net/160.153.137.99/h2p.bb2.myftpupload.com/wp-content/uploads/2018/11/Ebook13x20.pdf); e
Laboratori di scrittura, «El-Ghibli. Rivista di letteratura della migrazione», n. 57, luglio 2018, pp. 1-12 (http://www.el-ghibli.org/laboratori-di-scrittura-pezzarossa/ ).

[45] Joana Karda, L’ultimo aereo, maggio 2020 (di libero accesso in: https://joanakardacollettivo.blogspot.com/2020/05/lultimo-aereo-2020.html).

[46] Almeno A. Sciurba, Campi di forza: Percorsi confinati di migranti in Europa, Verona, ombre corte, 2009; P. Deandrea, The Spectralized Camp. Cultural Representations of British New Slaveries, in «Interventions. International Journal of Postcolonial Studies», 17, 2015, pp. 488-502 (https://aperto.unito.it/handle/2318/86350#.XzQ4S19xeM8).

[47] M. Mellino, Governare la crisi dei rifugiati. Sovranismo, neoliberalismo, razzismo e accoglienza in Europa, Roma, DeriveApprodi, 2020.

[48] Sui processi di divisione sociale ed etnica del “lavoro sporco”, «il segreto osceno della vita disinfettata è il traffico di corpi che la rendono possibile: autotrasportatori, corrieri, riders ecc.», R. Donati, Messaggi scritti su un vetro cit., p. 3.

[49] M. Mellino, Un’autodifesa costituente, «il manifesto», 10 luglio 2020, p. 10: «è proprio l’episteme razzista dei moderni dispositivi di potere, ovvero la costruzione di alcuni corpi come di per sé minacciosi, violenti, pericolosi e illegali, a consentire una (ideologica) inversione dei ruoli, in cui l’aggressore (lo Stato, la polizia, la giustizia proprietaria bianca) diviene la vittima, e la preda non bianch*, pover*) il presunto predatore», (a proposito della trad. it. di E. Dorlin, Difendersi. Una filosofia della violenza, Roma, Fandango, 2020).

[50] Ricco di dati e riferimenti generali M. Omizzolo, Le condizioni drammatiche nella Piana di Gioia Tauro, «il manifesto», 17 luglio 2020, p.7.

[51] C. Murray et al., Fertility, mortality, migration, and population scenarios for 195 countries and territories from 2017 to 2100: a forecasting analysis for the Global Burden of Disease Study, «The Lancet», 14 July 2020 (https://www.sciencedirect.com/science/article/pii/S0140673620306772)

 

[52] Non andrà tuttavia dimenticato anche un quadro di pratiche coesive a piccola scala, diffuso al di là del macroscopico caso Riace: N. De Blasio-G.D. Giorgione-A. Moretti, L’Italia che non ti aspetti. Manifesto per una rete dei piccoli comuni del Welcome, Roma, Città Nuova Ed., 2018. E ancora il Manifesto per riabitare l’Italia, a cura di D. Cersosimo-C. Donzelli, Roma, Donzelli, 2020.

[53] Chef Kumalè, Il mondo a tavola. Precetti, riti, tabù, Torino, Einaudi, 2007.

[54] Sulla continuità del «paradigma di svuotamento e confinamento», che vale per l’Africa come per le altre periferie del mondo, in continuità fra stagione coloniale e attualità anti-migratoria, la rilevante intervista ad Achille Mbembe di J. Mascat, Frontiere e politiche dell’inimicizia, «il manifesto», 3 dicembre 2019, p. 14.

[55] Ma a questo proposito non si può evitare il riferimento a Wu Ming2-A. Mohammed, Timira. Romanzo meticcio, Torino, Einaudi, 2012, con protagonista Isabella Marincola, figura emblematica e vittima di queste superficiali classificazioni, incapaci di definire un’identità italiana non bianca, presente alle radici stesse della nostra Repubblica, come mostra il sacrificio del fratello: C. Costa-L. Teodonio, Razza partigiana. Storia di Giorgio Marincola (1923-1945), Guidonia (RM), Iacobelli, 2015.

[56] A. Micheletti-S. Moussa Ba, La promessa di Hamadi, Novara, De Agostini, 1991.

[57] Si veda il mio saggio Gemelli d’Italia. Jadelin Gangbo scrive “Due volte”, in Identità, migrazioni e postcolonialismo in Italia. A partire da Edward Said, a cura di B. Brunetti-R. Derobertis, Bari, Progedit, 2014, pp. 152-174.

[58] M. Colucci, Storia dell’immigrazione straniera in Italia. Dal 1945 ad oggi, Roma, Carocci, 2018.

[59] P. Cuttitta, Lo spettacolo del confine. Lampedusa tra produzione e messa in scena della frontiera, Roma, Mimesis, 2012; M. Mellino-G. Orlandini, Fuocammare cit. In chiave romanzesca da ricordare Carnaio di G. Cavalli, Roma, Fandango, 2018.

[60] G. Agamben, Homo sacer, Macerata, Quodlibet, 2018 (senza dimenticare il dibattito suscitato dal suo articolo: Lo stato d’eccezione provocato da un’emergenza immotivata, «il manifesto», 26 febbraio 2020); A. Mbembe Nanorazzismo. Il corpo notturno della democrazia, Roma-Bari, Laterza, 2019.

[61] U. Eco, Apocalittici e integrati. Comunicazioni di massa e teorie della comunicazione di massa, Milano, Bompiani, 1964.

[62] E. Said, Cultura e Imperialismo. Letteratura e consenso nel progetto coloniale dell’Occidente, Roma, Gamberetti, 1998.

[63] S. Spina, Vita, politica e negazione, «Fata Morgana», 21 giugno 2020, p. 6 (https://www.fatamorganaweb.it/index.php/2020/06/21/immunitas-protezione-e-negazione-della-vita-roberto-esposito/).

[64] R. Esposito, Communitas. Origine e destino della comunità, Torino, Einaudi, 1998; Id., Immunitas. Protezione e negazione della vita, ivi, 2020.

[65] S. Spina, Vita, politica e negazione, cit., p. 3.