Schischok, Presenza di Spirito – Lolita Timofeeva, Vanessa Piccoli, Claudia Mitri

– Se ne deve andare!

L’urlo fece sobbalzare Esteban. Si stropicciò gli occhi e sedette sul letto. Fuori era ancora buio.

– Neanche per sogno. Lui resta! – rispose indignata una voce femminile.
Esteban si ricordò dov’era e chi erano le persone che litigavano furiose oltre il muro. Le voci provenivano dalla cucina. Il ragazzo pensò che stessero parlando di lui e si chiese cosa mai potesse aver fatto per scatenare una discussione tanto animosa. Era arrivato nell’appartamento da un giorno soltanto.

Cho, la mia gente brucia la casa quando ne trova uno dentro! – riprese la voce maschile, sempre più alterata.

Esteban poggiò i piedi sulle mattonelle fredde. “Adesso Junie sta proprio esagerando” pensò. Aprì la porta della camera ed attraversò il corridoio. “Entro domani mi trovo un’altra stanza” concluse per darsi coraggio prima di entrare in cucina.
Junie se ne stava in mezzo alla stanza, in jeans e petto nudo, i lunghi rasta coprivano le spalle brune. Stella, vestita solo di una t-shirt abbondante, con due treccine bionde scompigliate, gli stava di fronte a braccia incrociate. I lineamenti erano induriti dalla rabbia.

– Non è cattivo! – urlò – Non lo conosci!

– E non voglio conoscerlo. Quella è roba tua, cho! Non hai fatto quello che dovevi, girl, e adesso quello se la prende con me – ribatté Junie isterico – Se ne deve andare. Qui anch’io pago l’affitto!

– Non tu, quella vecchia che ti mantiene! E ricorda sempre che contratto è intestato a me – abbassò la voce la ragazza.

Esteban, impalato sul ciglio della porta, tossì per richiamare l’attenzione. I due si voltarono.

– Cosa te ho fatto?- chiese rivolto a Junie.

Quello fece il gesto di scacciare una mosca, poi scrollò i dread e uscì dalla cucina, lanciando fiele dagli occhi.

Stella si avvicinò ad Esteban, gli mise una mano sulla spalla.

– Tu non c’entri niente. Ora torna a letto, domani ti spiego.

Ordinò i fogli di carta sparsi sul tavolo, poi anche lei si dileguò.

Esteban, rimasto solo in cucina, si sentì più confuso che mai. Spense la luce e stava per tornare in camera, quando un rumore di vetri rotti lo distrasse. Schiacciò l’interruttore  e vide che un bicchiere era frantumato in terra insieme ai fogli di carta appena riordinati da Stella.

– Non ti preoccupare! – gli urlò Stella dalla sua camera – È Schischok.

“Ha detto che sono sotto shock?” si chiese Esteban perplesso, ma poi decise che per quella notte non ci voleva più pensare. Spense di nuovo la luce e se ne tornò in camera: – Estoy en una casa de locos – disse ributtandosi sul letto.

 

La mattina dopo, Stella si svegliò presto per riordinare la cucina. Spazzato il pavimento, si appoggiò al manico della scopa e guardò la foto dei genitori sopra il frigorifero. Era già trascorso un anno dal funerale. Prese in mano la fotografia e le parve di vedere nei loro volti un’espressione amareggiata.

– Non vi preoccupate, me la caverò anche questa volta – disse – Schischock non si tocca! Mal che vada butterò fuori Junie! Il mio lavoro? Lo so, non è quello che avete sognato per me. Ne soffro anche io, certo. Pensate che mi diverto a portare in giro i ricconi russi? Ignoranti e arroganti. Sono così diversi dalle persone che venivano a casa nostra a Mosca… Ma sto scrivendo, mamma, sto scrivendo”.

Stella sentì scricchiolare la porta della cucina e ripose la foto. Esteban entrò con l’espressione stralunata e un buffo pigiama pieno di coniglietti. Stella trattenne una risata.

– Fa’ come fossi a casa tua – gli disse.

Esteban sedette e si grattò la testa.

– Non ti sei spaventato stanotte, vero?- gli chiese Stella.

– No, no, per niente – rispose lui – Solo me piaciarebbe capire…

– In questa casa al mattino si prende il tè – lo interruppe la ragazza. Sistemò la teiera sotto il samovar e aprì il rubinetto, dal quale uscirono acqua e vapore.

– Si chiama “samovar” – spiegò – me lo sono portato da Mosca. È una di poche cose che mi sono rimaste come ricordo di famiglia.

– Estavo convinto che tu eri italiana – disse il ragazzo.

– Sono italiana – Stella fece una pausa, prese due tazze – Così almeno mi sentivo a Mosca, diversa da loro. Miei genitori erano italiani. Ma ora, vivendo qui, mi rendo conto di essere diversa da italiani.  Per questo scrivo, è la mia terapia. Ma non ho mai avuto il coraggio di far leggere miei racconti a nessuno.

Stella passò la tazza a Esteban. Il ragazzo la guardava comprensivo, ma confuso. “Mi sa che gli devo delle spiegazioni, poveretto.” pensò.

– Quello di cui parlavamo ieri, con Junie… è Schischok. È il mio spiritello della casa, in russo si chiama “domovoj”. È come fosse uno di famiglia. Protegge la casa, la salute e benessere di tutti. Insomma, è buono. Ormai avrà circa settant’anni, penso. Loro nascono vecchi e muoiono giovani. Anche lui me lo sono portato da Mosca.

Esteban la guardava perplesso.

– Tu non ci credi, vero? – gli chiese.

– Io… respetto le credenze de tutti – rispose Esteban diplomatico.

– Schischok non è una credenza, è una realtà! – si scaldò Stella – Non lo poi vedere così come vedi me. Lo possono vedere solo i bambini e i drogati. Per forza Junie lo vede, con tutte le canne che si fa… Comunque ora ti dimostro.

Prese due biscotti dalla confezione sul tavolo e li appoggiò sopra il termosifone. I biscotti scivolarono dietro e sparirono in un fruscìo.

– Lui adora biscotti al latte – disse con tenerezza.

In fondo al corridoio si sentì chiudere la porta del bagno. Stella si sedette di fronte a Esteban, lo guardò dritto negli occhi.

– Junie è un garifuna, cioè è un selvaggio vero. Ora ci metterà un’ora per farsi la doccia, spruzzando l’acqua dappertutto, dopo farà la pipì fuori della tazza e verrà qui per fumare una canna, sdraiandosi sul divano senza nemmeno togliersi le scarpe. Per Schischok è inaccettabile che tratti nostra casa come fosse una giungla, per questo gli fa qualche dispetto. Ma adesso che ci sei anche tu…- continuò Stella con aria complice – Sono convinta che mi aiuterai ad addomesticarlo.

– Chi, Schischok? Io no so niente de espiriti.

– Ma no, cosa hai capito? Qui da educare c’è solo Junie.

 

Junie uscì dal bagno senza asciugare il pavimento. Sapeva che le piastrelle bagnate mandavano Stella su tutte le furie, ma dopo quanto era accaduto la sera prima, sentiva il diritto di vendicarsi. Quel fottuto spirito l’aveva esasperato. Non sarebbe neanche entrato in cucina a rollarsi la canna come al solito, ma l’avrebbe fumata in santa pace nella sua stanza. Tanto più che c’era lo spagnolo a fare colazione con quella stronza, e Junie non si fidava degli spagnoli, popolo di conquistadores e assassini.

“Lui è buono” ripeteva sempre Stella. Ma dov’era lei la sera prima, quando quel dannato spirito gli era saltato sul petto come un kamikaze? Tenendosi saldo con le unghie dei piedi e delle mani, si era attaccato all’anellino che Junie portava infilato al capezzolo, con l’intenzione di scoperchiargli il petto come un tombino. Junie aveva avuto la prontezza di schiaffeggiarlo e quello era schizzato in alto, vorticando su se stesso e illuminando la stanza con la chioma rosso-fuoco. L’aveva visto svanire dietro un angolo del termosifone e con una mano sul petto si era assicurato che il cuore fosse ancora al suo posto.

Quel mostriciattolo russo aveva tentato di strappargli il cuore. Era roba di Stella, ma se la prendeva sempre con lui. È vero, Junie aveva indossato una catena d’oro che aveva trovato in un cofanetto nella camera della ragazza, ma non la voleva rubare! L’aveva solo presa in prestito e rimessa al suo posto due ore più tardi. Voleva strappargli il cuore per questo?

Con la canna stretta fra le labbra, Junie si mise a levigare un pezzo di mogano. Qualcosa non gli tornava in quella ragazza. Era in balia di uno spirito che trattava come uno di famiglia. Quando Stella gli aveva raccontato dell’incidente in cui erano morti i suoi genitori, lui le aveva domandato dove fossero. “Ma sei scemo? – aveva risposto lei – li ho sepolti.”

Ma Junie sapeva che una sepoltura non basta per quietare l’anima degli avi. Quando un uomo muore deve essere accompagnato nell’altro regno con balli, canti e pane di manioca, perché quelli che restano possano vivere sereni. La forza dei vivi dipende dai loro antenati. Stella non aveva fatto un bel niente per i suoi genitori! E ora quei razzisti se la prendevano con lui.

Junie passò l’intera giornata tra stanza e cucina a fumare e ragionare sulla faccenda. Forse i genitori di Stella non c’entravano. Forse al villaggio era morto qualcuno che ce l’aveva con lui. Le ore passarono e, quando fu sera, si rese conto di essere in ritardo. Per la strada si fermò comunque in un call center e telefonò a sua madre, in Belize. Al villaggio non era morto nessuno.

– Noi qui a Seine Bight tutto bene, ah. L’ultimo è stato Mister Sanchez, ah. Ma io, Miss Lauren e Janette abbiamo fatto tutto. Un bel belorija. Tutti hanno ballato, ah. Mister Sanchez è okay – gli spiegò la madre, poi fece una pausa.

– La ragazza si chiama Star, ah?

Old lady, ascoltami, lei gli lascia da mangiare e lui di notte viene da me. Ieri ha tentato di strapparmi il cuore! – si lamentò Junie.

– È suo padre ti dico! Lei è in suo possesso. Le piante crescono, ah?

Heart tea ieri sembrava morta ma oggi sono uscito sul balcone e mi pareva rinata.

– A-ah! Lo spirito ha bisogno di cuore. Per questo ha tentato di prendersi il tuo. Cho, il cuore di un garifuna è forte. Lo spirito non va fuori, ah? – chiese ancora la madre.

– No, sempre dietro alla stufa o nel posto più caldo che c’è. Qui fa freddo, old lady.

– Lo spirito ha perso il cuore. Star ha perso il cuore. Lui ha provato a prendere le foglie dell’heart tea per Star, ma lui non può uscire per troppo tempo. Se vuoi mandarlo via per sempre lo devi fare tu! La prima volta che vedi Star arrabbiata, presa da una forte emozione, prepara un heart tea e bevilo anche tu. Solo tu e lei, ah!

Cho, non siamo più soli. C’è un altro ragazzo adesso con noi. Spagnolo.

– Spagnolo hai detto?

– Sì. Non va bene, ah?

– Gli spagnoli è meglio tenerli fuori. Quando lei sta male, lo spagnolo deve essere fuori di casa, okay?

Cho, difficile che succeda.

-Accadrà – aveva sentenziato con un soffio sua madre. – Marisa come sta, ah? – chiese con un cambio di tono.

Junie guardò l’orologio da polso. Erano mesi che non funzionava, ma quando doveva incontrarsi con Marisa lo indossava lo stesso perché era un suo regalo.

– Eh, adesso sto andando da lei – rispose – Che ore sono?

– Le due del pomeriggio – rise sua madre con una sana e sincera risata.

Se in Belize erano le due del pomeriggio, in Italia dovevano essere le dieci di sera e Junie era molto in ritardo. Come tutte le donne sull’orlo dei sessant’anni, Marisa era molto precisa sull’orario e Junie non la sopportava più. Decise di confessarle che l’orologio si era fermato da un pezzo.

-Ricordale di mandare i soldi per i bambini! – urlò la madre prima che Junie riagganciasse.

Erano due mesi che non spediva nulla a casa. Marisa gli passava i soldi con il contagocce  e si stava pure stancando dei suoi deliri sugli spiriti. Quando le aveva chiesto di affittargli un’altra stanza perché non poteva vivere con lo spirito di Stella, Marisa era stata chiara: “Soppa, mi hai rotto i maroni con ‘sto spirito, veh!”.

Mentre si affrettava verso casa della donna, Junie vide un fratello africano che passeggiava, cingeva la vita a una ragazza bionda e aveva in braccio un bambino color caffellatte.

“Mai avrò dei figli caffellatte io! – pensò – Marisa mi ha portato qua per quale motivo? È più vecchia di mia madre, non può più fare figli”. Per un attimo ebbe voglia di voltarsi e tornare indietro, ma poi pensò ai soldi e riprese a camminare veloce.

 

Esteban si chiuse la porta alle spalle e tastò il muro in cerca dell’interruttore. Tutte le birre della serata gli avevano annebbiato la mente e ci mise un po’ a rendersi conto che lo stava cercando dal lato sbagliato. Finalmente riuscì ad accendere la luce, lanciò lo zaino dentro camera sua e andò dritto in bagno per svuotare la vescica. “Non è stata male come prima uscita bolognese”, si disse mentre si impegnava a non schizzare il bordo del water, per non far infuriare Stella. “Certo, non ho detto una parola in italiano, ma in fondo sono appena arrivato”. Tirò l’acqua, si lavò la faccia e i denti. “Ora che iniziano i corsi sarà più facile conoscere degli italiani. Non farò come quegli erasmus che passano tutto l’anno fra loro e non imparano niente del posto in cui vivono. Avrò degli amici italiani, magari addirittura un gruppo con cui suonare” concluse, lanciando una muta promessa al suo doppio nello specchio.

Mentre percorreva il corridoio in punta di piedi si accorse che la porta della camera di Junie era semiaperta e che dall’interno arrivava una luce lieve e un fortissimo odore d’erba. Esteban si bloccò a metà strada fra la porta di Junie e la propria. Fece un passo indietro, poi uno avanti, poi un altro indietro. Era il caso? Forse era meglio di no, magari un altro giorno, bussargli così nel cuore della notte non era…

Junie aprì la porta di colpo e si guardò intorno. Esteban trasalì.

– Ah, sei tu – disse il ragazzo – Credevo che fosse quello.

– Eheh, scusa se te ho molestato… Ho sentito che stavi sveglio e mi chiedevo se magari, cioè, se per caso avevi una canna da vendermi.

Junie lo scrutò perplesso.

– Una canna?

-Ehm, sì… Una canna, cioè, marijuana.

– A-ah! – Junie sorrise – Ora ho capito! Vieni, vieni.

Così dicendo, il ragazzo gli fece strada e si buttò sul letto. La camera era in penombra e piuttosto disordinata, c’era solo una sedia ricoperta di vestiti ed Esteban, non sapendo dove altro mettersi, si sedette per terra. Junie, con una canna spenta in mano, stava frugando in mezzo alle lenzuola arrotolate.

– Tutti i miei accendini scompaiono – si lamentò – Sicuro che è lui che me li ruba, cho.

Esteban tirò fuori dalla tasca un accendino e lo passò al coinquilino.

– Stasera sono uscito per la prima volta de quando sto qui – disse, per cambiare argomento – C’era abbastanza gente in giro. Ero en la zona universitaria, la conosci?

– Chiaro che la conosco – rispose Junie piccato, passandogli la canna.

Esteban fece un tiro e dovette sforzarsi per non tossire. Era fortissima.

– Tu hai uscito?- chiese.

– Sono stato dalla mia lady – rispose Junie.

Esteban iniziava già a sentirsi sballato.

– Beato te. La mia lady me ha lasciato due mesi fa – disse, aspirando di nuovo -Stavamo insieme de sei anni.

Esteban fece un altro tiro, poi ripassò la canna a Junie e con lo sguardo perso nel vuoto, immaginò cosa stesse facendo Rocío in quel momento. Probabilmente stava dormendo, con i suoi bei capelli sul cuscino e le labbra socchiuse…

– Ehi, boy, stai bene? – lo richiamò alla realtà Junie.

– Sì sì, bene, stavo solo, ehm, pensando.

Junie sfoderò i denti bianchi.

– Forte quest’erba, ah?

Esteban si guardò intorno per cercare di riprendersi. Notò che accanto a lui, sopra un tavolino, c’era una canoa di legno. La prese in mano: era ricca di dettagli e levigata alla perfezione.

– Che bella – disse, accarezzandola.

– Quella è niente. A casa mia una volta ne ho fatta una grossa così – Junie allargò le braccia – i bambini ci giocavano dentro.

– Wow. Potresti venderle queste cose.

Junie aspirò il fumo e guardò Esteban con diffidenza.

– Pensi che dovrei vendere la mia roba come un marocchino, ah?

– Come? – chiese Esteban incredulo.

– Credi che siccome non vado all’università allora sono come un marocchino?

– Ma no, non volevo dire questo! A parte che io non penso male dei marocchini, però insomma, no. Solo volevo dire che è una bella canoa.

I due ragazzi rimasero in silenzio. Poi Junie porse la canna a Esteban.

– No, per stasera basta. È meglio che vado a dormire. Grazie per la erba e per la compagnia.

– No problem – rispose Junie – Quando vuoi fumare basta che bussi, boy.

Esteban si alzò e raggiunse la porta con un certo sforzo. Uscito in corridoio, ebbe la sensazione che la luce lampeggiasse. “Devo smetterla di fumare” si disse. Poi sentì un risolino venire da sopra la sua testa, alzò lo sguardo e per poco non gli venne un colpo: sul grosso lampadario di vetro c’era una specie di folletto, con una chioma di capelli rossi e la faccia da vecchio furbo. Usava il lampadario come un’altalena e ridacchiava mentre, con le manine, agitava vittorioso un accendino.

– Che succede? – chiese Junie, da dentro.

– Niente, niente. Mi gira la testa, dev’essere l’erba. Buonanotte – si affrettò a rispondere Esteban, chiudendo la porta.

Il folletto gli strizzò un occhio, poi, in un lampo, sparì.

 

Stella sbatté la porta d’ingresso dietro di sé e andò in cucina. Svuotò il contenuto della borsa sul tavolo, prese la guida turistica di Bologna e la lanciò, centrando il secchio della spazzatura. Poi si sedette al tavolo, afferrandosi la testa con le mani.

– Così non ce la faccio più… mi sento così sola. Ormai mi sei rimasto solo tu – disse, guardando il termosifone.

Era sconvolta. Sapeva che avrebbe dovuto cercare di calmarsi, farsi un tè, respirare a fondo, ma non ce la faceva: sentiva le lacrime che le rigavano il viso e non riusciva a controllarsi.

– Stanotte sono stata sveglia fino alle quattro a prepararmi per loro! Sulla storia, sull’arte… Che stupida! – gridò battendo la mano sul tavolo – A nessuno di loro interessa della storia, né dell’arte. Ho dovuto portarli tutto il giorno a spasso per lo shopping. Una di loro si è affacciata in un negozio e mi ha detto: “Qui non è per me! Costa tutto troppo poco!”.

Stella si alzò e prese a camminare per la stanza. Aveva la sensazione che il corpo non le rispondesse più: le mani tremavano, le lacrime scendevano senza che riuscisse a fermarle, come non riusciva a fermare le parole che sgorgavano dalla bocca.

– Al ristorante un imprenditore siberiano troglodita ha tenuto per dieci minuti il cameriere inchiodato, facendo finta di studiare la carta dei vini, poi si è girato verso di me, e mi ordinato: “Dilli di portare il vino rosso migliore, cioè questo, più costoso”, puntando la sua unghiaccia nera. Stella sentì un risolino provenire dal termosifone.

– Non ridere!- gridò. Poi si accucciò per terra, con la schiena contro il termosifone caldo.

– Andando via hanno buttato sul tavolo 500 euro di mancia, tutti stropicciati. Mentre li accompagnavo in albergo il siberiano mi si è attaccato al braccio e mi respirava l’alcool in faccia. Barcollava. Poi quando siamo arrivati lì, quel mostro ha avvicinato la bocca al mio viso e ha detto: “Ora tu vieni in camera mia, per questa notte avrai cinquemila euro” – Stella al ricordo rabbrividì e sentì anche Schischok agitarsi dietro di lei – Avevo nausea! Ero annebbiata dal fetore di alcool e sigarette che emanavano le sue fauci. E… l’ho colpito. Con tutte le mie forze! È stramazzato a terra. C’era il sangue. Ma lui rideva, rideva!

Stella prese a singhiozzare così forte che le mancò il fiato. Alzò la testa e cercò di respirare. Fra le lacrime le sembrò di sentire la voce di Junie:

Cho, cinquemila euro! Al mio paese ti ammazzano per rubarti un ghiacciolo e tu  ammazzi uno che ti vuole dare cinquemila euro!

Lo riconobbe seminascosto dietro la porta, ma non le importava. Sentiva freddo e continuava a tremare. Chiuse gli occhi e si lasciò scivolare, cercando conforto nel calore del termosifone.

– Non sto bene Schischok, non sto bene! – sussurrò. Sentì lo spirito agitarsi dietro il termosifone e poi udì un urlo straziante, simile a un ululato interminabile, e un gran boato di vetri infranti.

 

Junie non credeva ai suoi occhi. Aveva assistito a tutta la scena: quella ragazza era completamente pazza e anche una pazza violenta. Non c’era da stupirsi se il suo spirito spaccava le vetrate. Stella adesso era sdraiata a terra, con i pugni stretti sul cuore. Era come aveva predetto la old lady, era il momento. Junie aveva paura, ma sapeva cosa doveva fare. Attraversò la cucina e, giunto a pochi passi dalla ragazza, lo spirito gli si parò davanti.

– Che ti ha detto tua madre, boy?-

Junie trasalì. Era la prima volta che quel dannato spirito gli rivolgeva la parola. Aveva una voce stridula e gli sembrava che parlasse con il suo stesso accento.

– Prego – continuò lo spirito, indicando la pianta in balcone.

La sua arroganza mandava in bestia Junie “Vuoi andartene per sempre? – pensò – Bene! Sarà fatto!” e pestando i pezzi di vetro, uscì sul balcone e si chinò a raccogliere le foglie migliori. Quando si voltò, notò con sorpresa che i vetri erano di nuovo intatti e che la ragazza non era più per terra, ma seduta sul divano. Junie la osservò. Se non fosse stato per il lento movimento del petto, avrebbe giurato che era morta. Lo spirito se ne stava accovacciato sul tavolo, intento a riempire la teiera con l’acqua bollente che sgorgava dal rubinetto del samovar. Quando fu colma la spinse verso Junie, facendola scivolare fino al bordo del tavolo.

– Tutta tua! – disse.

Junie storse la bocca e schioccò la lingua, aprì un armadietto, prese un pentolino di alluminio e lo alzò in aria.

– Va lasciata bollire per almeno un quarto d’ora – rispose sprezzante.

Per un po’ il silenzio fu disturbato solo dal lento respiro di Stella e dal rimestio della bevanda. Poi, quando un profumo speziato invase la stanza, Junie spense il fuoco, versò la tisana in due tazze e si meravigliò della delicatezza con cui lo spirito ne prese una da portare a Stella. La ragazza cominciò a sorseggiare, tossì, poi bevve ancora. Allora cominciò a bere anche Junie e, dopo qualche sorso, se ne andò.

Percorse un lungo corridoio fangoso, pieno di zampilli di fuoco, dalle pareti spuntavano piante rampicanti che si allungavano verso di lui.  Un ramo riuscì ad afferrarlo. Aveva unghie dipinte di rosso.

– Dove vuoi andare? – disse il ramo con la voce di Marisa – Non puoi cavartela da solo!

– Vattene! – urlò Junie terrorizzato – Io sono libero, non voglio più stare con te.

– Ah si? Sputi nel piatto in cui mangi? Io ho i soldi, io ti faccio avere il permesso di soggiorno, io ti riempio di regali e io mantengo la tua famiglia!

Nel tentativo di liberarsi, Junie scivolò. Il corpo di Marisa lo bloccò a terra. La donna avvicinò la bocca alla sua e mormorò – Tu sei mio.

Junie tentò di divincolarsi ma il corpo della donna era troppo pesante. Allora spalancò la bocca per addentarle le labbra ma una mano odorosa di latte di cocco lo fermò.

– No! Noi non siamo cannibali – lo rimproverò la old lady – Noi non siamo quello che dicono di noi! – Poco più in là, seduto su un barile di latta, il signor Sanchez sbuffava il fumo di un sigaro sulla figura di Marisa e quella lentamente si dissolse. 

– Un garifuna può vivere ovunque pianti le radici – disse la old lady offrendogli un enorme pianta di manioca.

Junie caricò la pianta sulle spalle e riprese a camminare, un po’ pattinando e un po’ arrancando, finché trovò una porta. Quando l’aprì vide Stella nel gesto di offrire la tisana allo spagnolo. Lo spirito roteava arzillo nel salotto.

– No, boy – tentò di dire Junie – tu non puoi berla – Ma lo spirito lo colpì sulla schiena con un pugno, facendogli sputare altre parole:

– Bevi Esteban! È heart tea, una tisana curativa.

 

Esteban, per non sembrare scortese, prese la tazza calda e bevve. Aveva un sapore amaro, gli ricordava vagamente l’infuso che gli preparava sua nonna quando era bambino. Si guardò intorno in cerca dello zucchero.

– No, mi niño, questa va bevuta così – gli disse dolcemente la nonna, che all’improvviso era lì in piedi davanti a lui. Solo che non aveva i capelli bianchi, come sempre, ma di color rosso fuoco.

– Nonna, cosa ci fai qui? – domandò Esteban.

La nonna si mise a ridere con una voce che non era la sua.

– Perché non balli insieme a me? – gli chiese, prendendolo per il braccio e facendolo girare su se stesso.

– Ma non c’è musica! – protestò lui. Proprio mentre lo diceva si accorse che non era vero. Una melodia struggente riempiva la stanza: un flamenco antico, accompagnato da tamburi e una voce familiare che cantava.

– Da dove viene questa musica? – chiese. Ma sua nonna, mentre ruotavano, si era fatta piccola fino a sparire. Ora al suo posto c’era Stella che danzava in mezzo alla stanza con la canoa di Junie sulla testa. 

– Non lo sai? – gli rispose la ragazza, con aria trasognata – Sei tu che la stai suonando.  

Esteban si guardò le mani e vide che si muovevano come se avesse la sua chitarra. La voce che stava cantando quella canzone meravigliosa era la sua.

– Sei bravo, boy! – gli disse Junie, mentre attraversava la stanza a bordo di un’enorme canoa in legno, su cui aveva caricato qualcosa di simile a una palma.

– Dove vai? – gli chiese Esteban, senza smettere di cantare.

– Che importa? – rispose Stella, che se ne stava sdraiata sul retro della canoa, accarezzando l’acqua – Vieni con noi.

Allora Esteban salì sulla canoa e si stupì che fosse tanto spaziosa. La canoa era più grande di tutta la stanza e intorno a loro c’era il mare, eppure poteva lo stesso vedere il frigorifero della cucina e il samovar che galleggiavano a poca distanza. Il folletto dai capelli rossi, usando un tagliere come tavola da surf, scivolò verso il frigorifero, lo scoperchiò e fece uscire una coppia di signori fluttuanti. Erano vestiti di bianco e si tenevano per mano.

– Quanto è gioiosa questa festa – disse emozionata la donna.

– È gioiosa come quella dei nostri funerali – rispose l’uomo, porgendole una pianta di manioca.

– La vita è bella, tesoro – sussurrò la donna, carezzando la testa di Stella.

– Lo so, mamma, me lo ero dimenticata – rispose lei.

– Devi seguire il tuo talento, prenderti gioco di quei bifolchi che ti fanno soffrire.

Esteban sentì che il proprio corpo stava diventando più pesante.

– Hai visto, boy? – gli chiese Junie, scuotendolo per un braccio – Li hai visti anche tu?

– Chi? – chiese Esteban.

– I genitori di Stella. Loro sono ok. Non erano lui, lui è un’altra cosa.

Esteban annuì, senza capire, era così stanco che non riusciva a parlare.

– Dobbiamo attraccare adesso! – continuò Junie – Tieni, getta l’ancora – e gli mise fra le mani alcune radici bitorzolute.

Esteban raccolse tutte le sue forze per sporgersi dalla canoa e lasciar cadere i tuberi nell’acqua. Poi, mentre Junie pronunciava parole in una lingua sconosciuta, si abbandonò sul fondo della canoa e si addormentò.

 

Il primo raggio di sole rischiarò il punto in cui i tuberi si erano inabissati. “Sarà una bella giornata” pensò Schischok. Carezzò il volto addormentato di Stella e si tuffò.

Nuotò verso il fondo, alla ricerca delle radici. Scansò matrioske, nacchere e un orologio da polso. Annaspando con le mani paffute raggiunse l’angolo più profondo, tolse il tappo al salotto e l’acqua cominciò a defluire. Schischok vide le radici aggrappate alle piastrelle, le strappò con tutta la forza e le interrò in un vaso sul balcone.

Ne tenne in mano una sola e la strizzò fino a farla sudare. La radice gocciolava il veleno di cui era colma, intorbidendo l’acqua. Lo scarico gorgheggiò e risucchiò la miscela. Con un canovaccio Schischock asciugò il tubero e se lo adagiò sui capelli rosso fuoco per farlo essiccare.

Il suo compito volgeva al termine. Entrò nella stanza di Esteban e si caricò la chitarra sulle spalle, frugò nei cassetti di Stella alla ricerca di un foglio e una penna, poi tornò in salotto. La stanza era di nuovo quella di sempre. Dormivano tutti. Esteban rannicchiato sul pavimento, Junie a braccia aperte sul tavolo e Stella comodamente stesa sul divano. Lo spiritello pose la chitarra fra le braccia di Esteban e infilò la penna dietro l’orecchio di Stella. Si passò la mano tra i capelli per prendere il tubero ormai essiccato e lo appoggiò sul tavolo, proprio sotto il naso di Junie. Il resto sarebbe venuto da solo. Schischok lanciò un ultimo sguardo ai loro visi sereni e poi si rifugiò dietro il termosifone.

Dormicchiò per parecchio tempo, anche se – da bravo domovoj – teneva sempre un orecchio all’erta. Così sentì quando Junie, per primo, si svegliò, grattugiò la radice e si mise a preparare il pane, in silenzio, per non disturbare il sonno degli altri. Lo sentì cercare il cordless e poi, con quello, uscire sul balcone. Parlava piano quindi Schischok non riuscì a capire tutto, ma captò alcune frasi, che Junie pronunciò a voce più alta: – Non ho più voglia di essere la tua scimmietta, lady, voglio una donna con cui andare in giro per strada, una che non si vergogna di me! – e qualche minuto dopo – Non ho bisogno dei tuoi soldi. Posso farli da solo, cosa credi! – Poi lo spiritello si riappisolò.

Si risvegliò quando sentì rumore di piatti e posate e le voci dei tre ragazzi, che parlavano e ridevano tra loro. La stanza profumava di pane e Schischok sentì subito un certo languorino.

– Stavo muriendo de fame! – diceva Esteban a bocca piena.

– Chi avrebbe detto che sapevi cucinare qualcosa così buono… Sei pieno di sorprese! – scherzava Stella allegra.

-Vedrete, cosa sa fare un garifuna! – ribatteva Junie fiero. E poi, dopo una piccola esitazione. – Che dite, mettiamo un pezzo dietro al termosifone?

Schischok sorrise. Aveva fatto proprio un ottimo lavoro.

 

Premiazione concorso Voci Nuove: quest’anno vince lo spirito meticcio.

(dal Resto del Carlino – Bologna, 16/05/2012)

Si è tenuta ieri presso l’Aula Magna della Facoltà di Lettere e Filosofia la premiazione del concorso letterario Voci Nuove, promosso dall’Università di Bologna in collaborazione con la Fondazione San Mamolo e Filopanti Editore. Il premio, ormai alla sua decima edizione, ha mantenuto negli anni la promessa di portare alla ribalta scrittori esordienti: fra i premiati delle passate edizioni ricordiamo infatti autori oggi affermati come Paolo Bassi, Christiana de Caldas Brito e Giovanni Cattabriga.

La vincitrice di quest’anno, Stella Del Bianco, ha 27 anni e una storia personale divisa a metà fra due paesi: nata da genitori emiliani, infatti, è cresciuta a Mosca, dove si è laureata in letteratura italiana. Rimpatriata l’anno scorso, come molti giovani ha dovuto inventarsi un lavoro e proprio su questa esperienza è incentrato il suo racconto Guida turistica per bifolchi arricchiti. Secondo le parole della giuria, quella della Del Bianco è «una prosa matura e pungente che trascina il lettore in un mondo incredibile e grottesco come solo la realtà certe volte riesce ad essere».

La lettura del racconto da parte dell’autrice è stata arricchita dall’accompagnamento di due talentuosi giovani musicisti, anch’essi forestieri: Esteban Almagro Molina, alla chitarra, è spagnolo, mentre Junie Cayetano, alle percussioni, appartiene all’etnia garifuna del Belize. Un autentico trio meticcio che ha conquistato il pubblico dell’Aula Magna e che, ne siamo certi, farà ancora parlare di sé.

 

Schischok si infilò in bocca un biscotto, poi richiuse il giornale.

– Molto bene – commentò, sgranocchiando – Però, questi giornalisti… Vince lo spirito meticcio e non scrivono neanche il mio nome!