Memoria velata – Linda Karina Gaarder, Ouissal Mejri, Idriss Amid, Margherita Molinazzi

Vanno e vengono.

 می روند و می آیند

Attendono ma non si fermano a lungo. Hanno un percorso da seguire. Salvo inconvenienti, devono arrivare in tempo. A loro non è consentito dare buca a chi li aspetta, anche se, come chi li ha creati, non sono immuni all’errore.

 Il treno per Milano è in partenza dal binario 3.

Mehdi, comodo sulla sedia, non riuscì a distrarsi dal pensiero fisso che lo tormentava e lo emozionava. Mancavano tre ore per arrivare a Milano. Era stato indeciso su come vestirsi per l’occasione. Non gli sembrava il caso di mettersi il completo marrone regalato dal padre. Troppi ricordi. Aveva scelto un paio di jeans neri, la camicia bianca e le scarpe a punta. Passò la mano sul viso rasato fresco. In Iran aveva tenuto a lungo la barba ma ormai l’aveva tolta .In Italia non era più costretto a portarla.. Il processo era progressivo: prima mesi con i baffi, poi via tutto, non tanto perché gli piacesse, ma perché odiava gli obblighi stupidi.

Martina salì affannata sul treno regionale.

– Scusate, permesso –  disse cercando un posto libero. Provò a domare le valigie che urtavano le persone ancora in piedi nel corridoio.

– Merda, sono tutti occupati – pensò.

Distratto da tanta irruenza, Mehdi guardò la giovane ragazza. Era sudata e il viso le fumava di un calore rosso.  Si sfilò lo zaino dalle spalle e se lo mise tra le gambe.

“Non ci credo, un altro viaggio in piedi”, pensò rassegnata, appoggiando la mano fresca sulla guancia sinistra.

– Signorina , si vuole sedere? – chiese Mehdi.  

Incredula, Martina, si girò in direzione della voce.    

– No….no…. Grazie, non si preoccupi!

– Tranquilla, non è un problema per me stare in piedi – rispose lui sfilando il borsone da sotto il sedile. Martina si avvicinò per sedersi e notò il segno regolare sul collo che usciva dalla camicia bianca di Mehdi. I due si sfiorarono e un profumo di dopobarba avvolse Martina.

Non riuscì a dormire, nonostante la stanchezza. Osservava Mehdi. Era alto, spalle ingombranti, sopracciglia folte abbracciavano occhi scuri.

A Martina dispiaceva vederlo in quella posizione scomoda.

Mehdi tirò fuori il taccuino. Era difficile concentrarsi e ancora più difficile scrivere. Ma ci riuscì. Nella vita si era ben addestrato per situazioni del genere. Quando era ancora studente universitario non preparava mai gli esami stando seduto. Leggeva camminando. Prendeva appunti sempre camminando. Girava a lungo con il libro, non solo in camera, ma anche nel salotto o nella stanza della sorella Fatima, che gli diceva scherzando: – All’esame, prima di qualsiasi domanda, dovrebbero chiederti quanti metri hai camminato.

Ding Dong! Siamo in arrivo a Modena.

L’uomo seduto di fronte a Martina si preparò per scendere.

– Si è liberato un posto – , disse Martina a Mehdi  che era girato di spalle.

Salì un grande numero di viaggiatori. Martina si divertiva a vedere quella bolgia.

– Sa – , disse rivolto a Mehdi,  – a me piace vedere tanta gente intorno, anche se mi dispiacerebbe trovarmi ora al loro posto, senza posto. Mi ricorda un po’ l’autobus. Tutti stretti, stretti come a proteggersi a vicenda. Sì, certo, a molti non piace, e poi bisogna stare attenti ai portafogli.

Mehdi pensò che lui odiava la folla negli autobus. Impediva al corpo di muoversi. Gli fece il sorriso di chi finge di ascoltare e si sentì giustificato a distogliere l’attenzione.

“ Sarà gentile e carino, ma è un po’ strano questo tipo “,  pensò Martina.

Poi liberò i lunghi capelli castani e accavallò la gamba sinistra. Sotto i pantaloni di velluto si intravidero i calzini a righe.

“Avrò fatto bene ad andarmene così?” pensò Martina. “Ma certo. Che dovevo fare? Restare li a soffocare? Poveretti i miei, spero che un giorno capiranno No, non capiranno mai”.

Martina, figlia unica, aveva dai genitori di età avanzata. Sognava di uscire dalla casa che l’aveva cresciuta tra litigi e urla. Era convinta che i suoi non si fossero mai amati davvero. Il padre era sempre stato affettuoso con lei, ma con la moglie cambiava tono come se la sua presenza lo irritasse. Suo babbo era stanco e sua mamma era frustrata. Ma nulla sarebbe mai cambiato. Martina sapeva che i suoi non avrebbe mai avuto il coraggio di lasciarsi. Un giorno aveva sentito sua madre parlare al telefono ad un’amica.  – Dove vado senza di lui e poi che dirà la gente se ci separiamo.

Il fine settimana quando andava nella fredda casa al mare, la nonna le ripeteva.  – Ormai i tuoi genitori si sono sposati, Dio li ha uniti nel matrimonio e così deve essere. Poi le accarezzava la testa.

Martina preferiva non ascoltare i discorsi degli adulti, per questo, quando era bambina, l’unico suo rifugio era il mondo dei burattini.

 Lo Zio Poldo il giorno del suo nono compleanno le aveva fatto una sorpresa portandola a Palermo a vedere i Pupi. Quei grandi burattini si muovevano in maniera buffa, con voci strane e vestiti inusuali. Raccontavano tante storie, alcune da far morire dal ridere e altre da piangere.

Lo Zio le aveva poi regalato quattro piccoli burattini. Da allora Martina passava ore ad inventarsi storie fantastiche, viaggi epici, amori intrecciati, cambiando la voce e il movimento ad ogni personaggio. Lì, nel mondo dell’immaginazione, tutto era possibile.

Poi scoprì il teatro: quello con il palcoscenico, le scenografie, le luci e gli attori veri che danno vita alle storie. Finite le superiori, aveva deciso. Non voleva rimanere risucchiata nell’ambiente monotono e banale che la circondava. Voleva provare nuove emozioni, come i personaggi delle sue storie.

Martina cercò di immaginare il futuro. Non c’erano più impronte da seguire ma solo piccoli passi da compiere per la prima volta. Là fuori, il mondo scivolava veloce tra sfumature e linee ferme: case, strade, macchine, poi campi, alberi, cascine. Solo il grigio del cielo era lo sfondo sicuro del quadro in movimento.

Mehdi fece uno scatto improvviso verso la sua borsa.

“ Oh! Finalmente si è animato” pensò Martina “Ma che fa? Sembra un libro antico”.

Mehdi sfogliò le pagine del diario. Avanti, indietro.

Ad un tratto, Martina, si accorse che il quadro fuori stava cambiando. Un fumo divorava l’orizzonte. Si avvicinava  al treno, masticando tutto ciò che incontrava.

Martina appiccicò la faccia al vetro:  – Cos’è… S’interruppe.

Mehdi continuava a leggere. L’anziana a fianco, litigava con il cellulare. Il signore col cappello leggeva il giornale.

“Come fanno a non accorgersene?” pensò Martina cercando uno sguardo complice. Si alzò in piedi.

“Eccole!”. Due ragazze  dietro stavano osservando la scena apocalittica.

“Non sembrano agitate , anzi..” pensò.

Si sedette.

“Forse sono i fuochi che fanno i contadini a fine raccolto?”.

 Il fumo non aveva pietà, avanzava sempre di più.

“Oppure stanno bruciando i rifiuti?”.

Spuntava da tutti i lati. Dal cielo, dalla terra, da destra, da sinistra, fino a che non inglobò il treno. Martina scatto in piedi e urlò:  – Al fuoco! Fuori c’è un incendio!

Il signore col cappello chiuse il giornale – spiritosa la ragazza –  disse divertito.

L’anziana scuoteva la testa senza nascondere una risata.

Martina era in piedi: – Che succede?

Fu allora che sentì una delicata presa al braccio. Mehdi la condusse a sedere. Lei non si muoveva, la bocca era semichiusa.

– E’ la nebbia –  disse Mehdi a voce bassa.

– La nebbia? Scandì di colpo Martina. Non sapeva se godersi la curiosità della scoperta o sprofondare nel sedile. Vinse la seconda. Appoggiò la mano destra sul viso e disse – Che figura…voglio morire.

– Non hai mai visto la nebbia? –  chiese Mehdi.

– No, abito vicino a Bagheria dove non c’è la nebbia. Questa è la prima volta che esco dalla Sicilia.

Mi stanno guardando tutti, vero?

– Si, ma cosa ti importa – rispose Mehdi.

Martina si scrollò di dosso l’imbarazzo e associò a quel paesaggio la parola nebbia. Poi allungò la mano verso Mehdi: – Piacere mi chiamo Martina. Mehdi stava scrivendo piccoli appunti veloci.

Appoggiò il taccuino e si presentò.

“Cosa scrive?”, pensò Martina strizzando gli occhi verso quei segni indecifrabili sul taccuino.

Mehdi riprese a tracciare piccole lettere con un’eleganza ondulata.

“Un attimo!la direzione è sbagliata”, pensò Martina.

Scriveva da destra a sinistra.

Martina si chiedeva che tipo di suono e significato avessero per lui. Se fosse stato più attento alle lezioni di geografia, ai tempi della scuola, forse adesso avrebbe individuato la sua provenienza.

– Senti, posso sapere che lingua è?

Mehdi appoggiò la penna e rispose: – Scrivo in persiano. In realtà, alterno persiano e italiano, a seconda dello stato d’animo.

– Cosa stai scrivendo?

– Raccolgo pensieri, poesie, storie sentite o vissute…

– Dove? Al tuo paese?

– Sì in Iran, ma anche in Italia, ormai vivo qui da cinque anni.

– Cosa fai?

– Un po’ di tutto,  da lavapiatti a cameriere. Ma a Teheran ero Professore di Letteratura Persiana.

– Non so nulla della cultura iraniana. L’unica letteratura straniera che abbiamo fatto a scuola è quella inglese: Dickens, Fleming, Shakespeare.. Oggi vado a Milano proprio per quello. Devo fare un provino e mi sono preparata un pezzo di Desdemona.

Ding Dong!  Siamo in arrivo a Parma.

Due carabinieri spinsero la porta. Mehdi si pietrificò al rumore degli stivali. Il marito di sua sorella, Mahmoud, si era arruolato un anno dopo il loro matrimonio. Il rapporto con il cognato era di reciproco rispetto, niente di più.  Una volta all’anno si passavano il piatto di agnello grigliato alla festa religiosa del sacrificio. L’incontro aveva luogo a casa del nonno, il rappresentante più anziano della famiglia. Mehdi era il suo favorito. Sapeva bene il motivo di questa preferenza. Era stato il tanto atteso nipote che avrebbe portato il nome della famiglia. Ma lui non voleva avere figli. Non aveva mai osato dire la verità al nonno.

I posti attorno al tavolo quadrato erano uguali da tanti anni. Mahmoud si metteva vicino. Mehdi avrebbe preferito stare in cucina con le donne. Lo trovava più divertente, anche se sarebbe rimasto ugualmente in silenzio. Vedere le zie con la madre insaccare la carne, preparare lo spezzatino, le verdure in diverse salse, dava senso alla sua festa.

Ding Dong!  Attenzione! Invitiamo i signori viaggiatori ad esibire il titolo di viaggio al personale di Trenitalia per i controlli antievasione.  Grazie dell’attenzione!

Martina notò lo sguardo cupo di Mehdi in direzione della porta. Si voltò mentre i due carabinieri si avvicinavano. Lui fissò le scarpe e il loro passo pesante.

Erano venuti a prenderlo a casa, a Teheran. Lo avevano portato in un palazzone insignificante, uguale a tanti altri, nella vecchia architettura, con poche transenne. Appariva blindato, nessuno si azzardava ad avvicinarsi. Chi aveva la sfortuna di visitarlo non era mai tornato indietro per parlarne. Lo avevano condotto in una stanza lugubre e gli avevano rotto gli occhiali. Il suono dei loro stivali gli ricordava Mahmoud. Fu proprio lui, il marito della sorella, a tirarlo fuori da quell’inferno.

Fatima l’aveva accompagnato all’aeroporto. Nonostante i guanti Mhedi aveva percepito la mano calda della sorella accompagnata da uno sguardo taciturno di addio. Gli parve di sentire ancora quel calore.

Martina si accorse del disagio di Mehdi e gli prese la mano.

Mehdi la guardò sorpreso, ma la lasciò fare. Lei abbozzò un sorriso come a dire “stai tranquillo, sono dalla tua parte”.  I due carabinieri non restarono a lungo nel vagone, giusto il tempo di un’occhiata ai passeggeri.

– Meno male che se ne sono andati  senza fare controlli! Disse lei sollevata.

– Hai capito male. Rispose lui. – Non sono i controlli a farmi paura.

Ora Martina non riusciva a capire l’angoscia che aveva scorto nei suoi occhi. Senza volerlo aveva associato Mehdi ai tanti clandestini nordafricani che aveva visto sbarcare in Sicilia.

Mehdi si tuffò nei pensieri. Vide il liceo dove insegnava. Vide la sua ultima lezione. Sentì l’inno nazionale che gli alunni cantavano nel cortile prima dell’inizio di ogni giornata. Sentì la porta dell’aula aprirsi con violenza. – È vero quel che ci hanno comunicato? Lei è la vergogna del nostro paese. Cosa sta insegnando ai nostri figli? Vuole che diventino come lei? Non può restare qui. Lo sterco non ha un posto nel nostro sistema.

– Tutto bene? Disse Martina.

– Si, si…

Martina voleva sapere di più. Desiderava aprire le sue quinte per conoscerlo meglio. Ma non era semplice.

Mehdì riaprì il taccuino. Guardò quello che aveva scritto. Rialzò gli occhi. Il viso di Martina gli ricordava quella di Fatima. Prese la penna e scrisse:

 Vanno e vengono.

 می روند و می آیند.

I loro pellegrinaggi sono subordinati ad una continuità di appuntamenti forzati, meccanici, ma funzionali. I treni, però, riescono involontariamente riescono involontariamente a far nascere un altro tipo di incontri, del tutto imprevedibili. Epifanie che arrivano ad azzerare la linearità temporale e a liquidare la presunta rigidità dello spazio. 

 Mehdi si sentì sereno. Gli scivolò un sorriso che a Martina arrivò diritto al petto. Fu un attimo. Il suo respiro aumentò. Voleva sapere, cosa stesse pensando in quel preciso istante, cosa si mangia in Iran, come e perché era arrivato in Italia

– C’è la guerra nel tuo paese?

– Non proprio. C’è la dittatura…

Si accorse che Mehdi si stava per richiudere e capì che quella era l’ultima opportunità per catturare la sua attenzione. Disse la prima cosa che le venne in mente.

– Da noi in Sicilia c’è una specie di guerra. Alcune volte è silenziosa, altre invece no.

– È per questo che sei andata via?

Martina cambiò espressione, divenne più seria. Non si aspettava quella domanda. Non sapeva proprio cosa rispondere. Forse non ci aveva mai pensato.

 – Non proprio, è che…Sai, i miei genitori hanno una mentalità un po’ particolare. Se fai qualcosa di diverso dal solito sei subito additato dalla gente. E quindi, sentivo tutto stretto e vecchio attorno a me, e anche corrotto.

– Perché non sei rimasta per cambiare le cose?

– Perché è impossibile! Sono cose ormai radicate da sempre. Martina rispose risentita.

– E poi io voglio fare l’attrice, e seguire la mia strada. Sai cosa mi hanno detto i miei genitori quando hanno saputo che non avrei studiato da commercialista? Mi hanno detto che ero una barbona e che non volevo combinare nulla nella vita.

Martina si stava scaldando. Il nervoso le partiva dalla pancia fino alla testa.

– Capisco. Ribatté Mehdi tranquillo.

– E tu, perché non sei rimasto in Iran? Disse Martina con tono provocatore.

– Sarei rimasto, se avessi potuto, ma era troppo pericoloso. Mi sono trovato costretto a fuggire. Mehdi guardò i lineamenti morbidi e famigliari di Martina e sentì un senso di tranquillità che non provava da molto tempo. Gli piaceva il suo fare estroverso. Abbassò il viso e quando lo rialzò cominciò a raccontare.

– La mia terra vive continuamente dentro di me. A volte penso male di me stesso. Mi chiedo perché non sono rimasto a condividere il destino dei miei connazionali, e magari a cambiarlo. Mi sento come un disertore che al momento di alzare il fucile si è volatilizzato.

– Hai appena detto che non avevi scelta?, lo interruppe perplessa Martina.

– Lo so, ma non riesco a non pensare agli altri, quelli che sono rimasti.

Mehdi fece un grande sospiro. Martina notò che la conversazione stava diventando dolorosa. Cercò di placare la propria curiosità:

– Senti. Parlami invece del teatro iraniano.

– Il teatro iraniano vorrebbe fiorire. Come i tanti giovani che abitano a Teheran. Ma il terreno è troppo arido, e appena cresce una nuova bellezza, oltre il giardino del controllo, viene sradicata e gettata a terra senza più vita.

Fece una pausa. Martina era appesa alle sue parole.

– Due giorni fa ho letto di una compagnia di Firenze ha recitato la Tempesta di Shakespeare a Teheran. All’inizio la commissione di censori aveva proibito alla danzatrice di ballare a piedi nudi, poi ha accettato perché sarebbe potuta scivolare. Sei anni fa non ci fu la stessa accortezza nei confronti di un piccolo teatro di Teheran. Non mettevano in scena Shakespeare, ma raccontavano storie quotidiane: di donne, uomini e bambini. Storie vere e non. Parlavano di sentimenti ed emozioni comuni e questo non era ammesso da “loro”. Chiusero il teatro con catene di ferro. Ci trovammo in una cinquantina a manifestare. Sapevamo come sarebbe andata a finire. Alcuni passanti decisero di fermarsi davanti ad applaudire. Altri si sono limitati a suonare i clacson a bordo di macchine. C’erano studenti, professori, gente che frequentava l’ambiente teatrale. Con i tronchesi abbiamo rotto le catene.

Martina percepiva il suo corpo denso di sensazioni che mutavano. Vedeva quello che ascoltava, le appariva reale, come se lo stesse vivendo. Mehdi continuò:

– E poi arrivarono con la loro arroganza. Quanto sangue ho visto quel giorno, ma non solo quel giorno, sono venuti anche a casa. Ma questa è un’altra storia.

 Mehdi fregò le dita delicatamente sul collo e sospirò. Era difficile vedere il segno sotto la camicia, ma comunque strisciò fuori dal bavero. Ogni volta che lo toccava, si ritrovava da solo disteso sul pavimento crudo. Pensare a quel momento gli faceva male. Mehdi, stava scrivendo sul computer. Avevano bussato alla porta e tutto era capovolto. Lo avevano preso sotto le braccia. Non li aveva visti in faccia, però avevano una forza tremenda.

Subito dopo, si era trovato in quella stanza con una luce accecante. Si erano messi dietro di lui. Uno di loro lo aveva afferrato la camicia:

– Terrorista, bastardo! Sappiamo anche dell’altra tua storia. Dicci come si chiama e dove abita! Mehdi sentì un dolore, seguito da un odore di pelle bruciata. Svenne. Al risveglio, il suo collo non era più lo stesso. Il resto non se lo ricordava, tutto un buco di memoria fino alle cure della sorella. Il giorno successivo era già in aeroporto. Non era riuscito a salutare nessuno, si sentiva un relitto paralizzato. La preoccupazione per la persona con cui aveva condiviso tutto pesava più del dolore che gli avevano fatto. Mehdi viveva nel suo silenzio ed era rimasto così. L’unica persona a cui aveva parlato del suo amore era Fatima. Nella sala d’attesa, prima di prendere il volo aveva detto:

– Loro sanno tutto. Pensaci tu.

 Martina spiava il punto fisso dove Mehdi riposava le dita; “Cos’è quel segno che ha dietro al collo?” Pensò. Una cicatrice? Non voleva chiederglielo, le sembrava troppo doloroso dirlo ad alta voce. Forse era il segno di una violenza? E chi poteva avergli fatto una cosa del genere. Se avesse potuto, l’avrebbe rimosso con una carezza.

Il respiro di Martina si era allungato. Pensò che avrebbe voluto sedersi accanto a lui per abbracciarlo, voleva accarezzargli il viso e dirgli che era tutto finito. Poi avrebbe voluto baciare le sue labbra così ben delineate. Ma non fece nulla. Guardò l’orologio. Di solito i viaggi con l’interregionale sono infiniti, ma questa volta per Martina era andato troppo di fretta. Mehdi Le chiese l’ora. Lui non portava più l’orologio da quando era andato via da Teheran. Un’amica psicologa gli aveva dato una spiegazione:

– È dovuto al voler fermare il tempo, nella tua vita passata. 

Martina guardava il taccuino appoggiato sulle ginocchia di Mehdi. Avrebbe voluto leggerlo tutto. Anzi avrebbe voluto che Mehdi lo leggesse per lei.

– Lì dentro c’è tutto quello che ti è successo in Iran?

– Si, molte cose.

Mehdi aprì la pagina consumata dal tempo trascorso a ripetere le stesse righe.

 Caro Ibrahim,

Forse non riuscirò a sopravvivere al giorno in cui i nostri corpi, le nostre anime e i nostri pensieri si ricongiungeranno. Se mai succederà, non immagino come sarà. Forse rimarremo in silenzio o forse ci avvolgeremmo in un abbraccio. O forse mi metterò di lato ad osservarti. Mi immagino la hall degli arrivi all’aeroporto di Malpensa piena di gente diversa. Ci saranno alcuni signori con il nome della persona aspettata scritta su un foglio bianco. Io mi metterò di lato. Quando arriverai basterà avvicinarsi per sentire la tua aura. Finalmente ci potremmo toccare, baciare. Non ci sarà motivo per nascondersi.

 Stava per succedere.

– Manca poco all’arrivo a Milano. Disse Martina.

L’ impazienza di Mehdi era visibile. Lei invece avrebbe voluto che il treno non arrivasse mai a destinazione. Non riusciva a capire il perché di tale desiderio.  Avrebbe amato chiedergli dei suoi progetti o precisamente cosa stava andando a fare a Milano. Non era possibile. Era già stata abbastanza invadente, ma che importava:

– Mi puoi raccontare un po’ della letteratura persiana.

– Sarebbe un discorso lungo. Non credo che avremmo il tempo…

– Raccontami qualcosa.

– Ti piacciono le poesie?

– Dipende. Se le capisco sì, altrimenti preferisco i romanzi.

– Allora, ti posso consigliare il libro di Muhammad Ibn Dawud, Il libro del fiore, che in persiano è Kitab al-Zahrah.

– Che tipo di poesia è? Amorosa?

– È una forma d’amore proibita dallo stato. Ma sono veramente belle.

Siamo in arrivo a Milano

– Ciao Martina, è stato un piacere viaggiare in tua compagnia.

– Aspetta Mehdi! dove ti posso trovare?

Mehdi tornò indietro e le chiese:

– Come ti chiami di cognome?

– Zammiti.

– Se farai uno spettacolo a Milano, ti verrò a vedere, Martina Zammiti.

Martina sapeva che non sarebbe mai successo, ma volle crederci.

– Per quanto mi riguarda. Basta leggere quelle poesie e mi conoscerai meglio. Mehdi accenno una carezza e disse:

– Ciao Martina.

Martina si butto sullo zaino, rovistò più velocemente possibile. Trovò la penna ma non il pezzo di carta. Tirò fuori dalla tasca un fazzoletto e lo aprì. Si appoggiò al portacenere a fianco al finestrino e scrisse: “Il libro del fiore di…” Strinse gli occhi e appoggiò la mano alla fronte. “Diiii… Cazzo, non mi ricordo!” Poi disse ad alta voce:

– Di Ibn Dawud!

Annotò altre parole che uscivano da sole. “Iran, Teheran, teatro, storie quotidiane, sentimenti, emozioni, pensieri, violenza”. Era confusa, ma allo stesso tempo lucida. Erano passate solo dodici ore da quando era partita da casa e si sentiva rovesciata. Un brivido le passo sotto la cute. Pensò alla sensazione che provano i serpenti quando cambiano la pelle. Shakespeare era ormai lontano.

Fece una pausa e annotò “Ricerca, Memoria velata, Mehdi”.