Galateo per insonni – Francesco Faina, Giorgio Busi-Rizzi

Uno: venti centimetri in basso a destra

 “Stai ferma lì, lasciami guardare”.

“Barracán, è mezz’ora che mi fai spostare questo quadro. Quelli della galleria staranno pensando che vogliamo prender qui la residenza!”.

L’uomo che costringe una ragazza dai capelli neri, maglietta nera, jeans inspiegabilmente neri, a stare bloccata lungo una parete della galleria Ottagono è Amilcar.

Io, per l’appunto.

E lei, la ragazza, è mia figlia Teresa.

Mi chiamo Amilcar Barracán, imbianchino esperto in rappresentazioni sacrificali e sacrificabili. Per quel che vendo, soprattutto.

“Perché ti ostini a chiamarmi “Barracán”? Perché non ‘papà’?”.

“Papà ti fa vecchio e mi fa troppo giovane. Poi mi è sempre piaciuto il cognome che mi hai dato; ti sta bene. Hai la faccia da Barracán”.

“E quale sarebbe la faccia da Barracán?”

“Come la tua, te l’ho detto. Sciupata, piena di rughe, gli occhi da vecchio latino. Di lover ti è rimasto poco, ma sei un tipo, lo ammetto, e quel berretto ti dona. Dovresti metterti a dieta e fumare di meno. Per il resto sei potabile. Adesso decidi dove mettere questo quadro perché mi sta venendo una paresi, mi fa male la schiena e inizio a provare simpatia per i nazisti che vi volevano mettere al muro…”.

Ho guardato mia figlia con un mezzo sorriso, ma era un mezzo usato che non portava più niente, nessuno stupore, nessuna curiosità, nessun desiderio.

“Una battuta infelice, lo sai”.

“D’accordo, scusa. Ma davvero, dimmi dove lo vuoi così lo fissiamo e fino a stasera siamo liberi e ce ne andiamo a spasso io e te”.

“Mettilo venti centimetri in basso. A destra. Deve essere basso, la gente lo deve guardare quasi da sdraiata”.

“Non è troppo?”

“No, va bene così. Prendo i chiodi e abbiamo finito”.

Ho voluto tutti i quadri in basso. Rasoterra, quasi. Il formato è quello di tutta la mia ultima produzione, lunghe strisce di due metri per 70, 80 centimetri di altezza. Alcune parti del quadro sono incorniciate e protette dal vetro. Altre sono aperte, neanche fissate al telaio in legno.

I colori sono quelli di un perenne autunno, come certe giornate di novembre che non finiscono mai.

Facce di militari e uomini in tuta mimetica, medaglie, armi, aerei. Oppure volti comuni, schiacciati, bidimensionali, come se li avesse concepiti il diavolo dell’indifferenza, il Papa di nessuna-opinione-in-merito, il Dio di molti, per quel che mi ricordo.

Poi altre facce, altri volti, nascosti, dissimulati, persi nel grande nulla della narrazione complessiva, della rappresentazione graffiata, strappata, veloce comeun urlo che si spegne.

Volti feriti, sconvolti, stracciati. Volti sorridenti, la foto insanguinata di una primavera simile a un melo maltrattato dal vento. La parte protetta dal vetro.

 Per strada Teresa mi si stringe addosso, come un gatto in cerca di una mano.

La spio camminare al mio fianco e resto sorpreso da questa vicinanza, dall’aria calda e profumata del suo corpo giovane, dal suo sguardo preciso. Mi imbarazza l’idea di aver contribuito a concepire tutto questo futuro attivo e in movimento.

“Allora, come pensi che andrà questa sera?”, dice lei prendendomi sotto braccio.

“Cosa vuoi che ti dica, Teresa. Sono vecchio, sono pittore, sono argentino e siamo oltre il duemila da più di dieci anni: conosci miscela peggiore?”

“Santo cielo, Barracán: più passa il tempo più assomigli ad una petroliera parcheggiata sui piedi. I quadri sono belli. Magari un po’ ripetitivi.”.

“Ma cos’altro dovrei dipingere? Cos’altro potrei raccontare? La mia storia è tutta lì”.

“Papà” – mia figlia mi chiama papà solo quando deve zittirmi – “è un discorso fatto mille volte”. Teresa interrompe a metà un’espressione di disappunto, cerca di trattenere le parole. Lo sforzo le fa avviare il moto perpetuo che pare condannarla quando si deve imporre un limite, e che la costringe a spostare il peso del corpo ora su un piede ora sull’altro. Mi accendo una sigaretta. Lei lo interpreta come un gesto distensivo.

“Per certi versi sei come la Regina Elisabetta: un classico immutabile. Un faro nella nebbia, ma su una rotta di mare battuta sempre meno. Alla fine rischi di illuminare soltanto te stesso”.

Teresa guarda la ruga che mi si forma sulla fronte quando non sono d’accordo con quello che mi si dice.

Lascio parlare la ruga, si conoscono già.

“Dimmi che non ho ragione”.

“Cosa cazzo c’entra la ragione?”, sbotto. “Tu hai smesso di suonare Mozart? Mi pare che pure voi vi ripetiate abbastanza e nessuno ha nulla da ridire”.

Papà” – sguardo severo – “non mettere il culo dritto. La discussione può anche finire qui”.

Faccio un tiro più lungo. Guardo mia figlia, ancorata alla verità con tutta se stessa. È solo in questi momenti che ricordo da chi ha ripreso Teresa, com’ero io quando avevo la sua età.

“Scusami. Lo so, quando faccio così sono ridicolo”. Cerco di sgranare un sorriso riparatore, sondo il terreno. “La cioccolata calda ti piace ancora o pensi che offrirtela sia ripetitivo?”

Teresa si ferma a guardarmi, mi fissa in un punto degli occhi così profondo che non pensavo ci si potesse arrivare.

“Promettimi solo di non restare indietro. Promettimi di non restare solo”.

 Ma lo disse che era già in movimento e lo tirava per un braccio verso la piazza.

 

 Due: e per dolce un Gulab Jamun

 Il forno tandoor è sulla parete di lato, a sinistra dopo l’ingresso della cucina. La luce al neon appesa al soffitto manda lampi bianchi e azzurri. Le scariche si susseguono velocissime, ma è una vecchia lampada e non ha il reattore elettronico; così gli occhi di Ranjewa si arrossano sempre e non sai se è per quel fuoco di brace sempre accesa, come un altoforno, o per la luce azzurrina e fredda che spiomba dall’alto.

 Ranjewa è piccolo e tosto. Tre mesi prima, quando lo aveva conosciuto, Anita aveva sorriso nel vederlo tutto lì: minuto, sorridente, balbuziente. Ma dietro quel fare dimesso, dietro quella figura di cui quasi non ti accorgevi, c’era la forza di un trattore Fendt, la pervicace continuità del pendolo di Foucault.

Il giorno del colloquio c’era anche Riccardo, l’altro socio italiano del ristorante.

“Come ti chiami?”

“Ranjewa Pathamarana”

“Ti posso chiamare Bruno? Così, per comodità”. Riccardo aveva guardato Anita, ridendo fragorosamente alla propria battuta.

Anita lo aveva ignorato. Continuava a fissare Ranjewa.

Aveva colto nel suo sguardo una patina di indifferenza, una resistenza attiva, come un racconto lontano fatto senza testimoni, di cui rimane un’eco in penombra.

“Ranjewa si è presentato per il posto da cameriere-lavapiatti, ma ha grandi aspirazioni. Ha già fatto esperienza in un altro ristorante indiano, il Salaam Bombay, a Firenze”.

“Voglio diventare primo cuoco, sono bravo, imparo molto e in fretta”, aveva aggiunto lui, interrompendola e continuando a guardare Riccardo che nel frattempo, sovrappensiero, si era messo a scarabocchiare su un foglio.

“Un cuoco già lo abbiamo. Al momento il posto è quello che ha detto Anita. Farai un periodo di prova e poi valuteremo insieme. Nel frattempo risponderai ad Anita, che sarà l’unica a dirigere il ristorante”.

“Vieni”, aveva detto lei, “facciamo un giro delle sale. Poi ti porto in cucina e ti faccio conoscere gli altri. Sono tutti indiani”.

A Ranjewa faceva sempre un certo effetto veder rappresentare il suo paese, vederne tradurre le tradizioni, il gusto o la cultura inlocali che riassumevano tutto quel che per il mondo era l’idea di India, un misto fra esotismo di buon gusto e luoghi comuni.

In cucina erano al lavoro alcuni ragazzi: due pakistani, tre bengalesi, un sikh e il cuoco, un indiano del nord. Tutti indiani, appunto.

I primi clienti iniziavano a entrare e Anita lo lasciò in fretta dopo avergli spiegato l’organizzazione e i ruoli. I tre ragazzi bengalesi li aveva già visti ad una festa della comunità; avevano il compito di aiuti in sala per Anita e tuttofare in cucina. Il cuoco gli fece un sorriso di circostanza, continuando a infilzare il pollo marinato e ricoperto della salsa rossa a base di spezie e a ritirare i naan dalle pareti incandescenti del forno.

Ranjewa si mise subito all’opera, sforzandosi di mettere grande energia e grande cura anche nell’attività più umile. Le comande cominciarono a susseguirsi; Anita riportava le ordinazioni in un improbabile indo-italiano che causava attacchi di riso ai due pakistani.

“Inizia a pulire” – disse uno dei ragazzi bengalesi – “comincia con i piatti; butta gli avanzi in quel sacco nero e lascialo da parte”.

Ranjewa pensava alla follia dell’Occidente, a quello spreco assurdo di lenticchie, pollo, riso, naan, che si mescolavano nel fondo del sacco. La genteordinava molto più di quanto poteva o voleva mangiare, forse perché non si rendeva conto di cosa chiedeva.

“Sai cucinare?” – gli chiese a un certo punto il cuoco.

“No, ancora no. A casa prepara sempre tutto mia moglie, Dulali: è lei la regina in cucina. Io però imparo: pensi che potrò preparare qualcosa?”

“No, no, ci mancherebbe. Te l’ho chiesto solo nel caso ci fosse qualche urgenza” – e poi, sottovoce: “di quei due non mi fido” – indicò con gli occhi i due pakistani – “e gli altri è meglio perderli che trovarli. Sono troppo giovani. Sanno solo mangiare”.

Le mani del cuoco si muovevano a loro agio sopra il tandoor. Il calore non lo sfiorava nemmeno e con precisione alternava il controllo sugli spiedini profumatissimi e quello sul livello di marinatura dei pezzi di carne.

Ranjewa guardava, registrava, chiedeva, e intanto puliva, sciacquava, metteva in ordine il tavolo delle preparazioni.

A fine serata riapparve Anita. Stanca e odorosa di spezie e di fumo, ripartì le ultime ordinazioni.

“Ha mangiato, signora?”, chiese Chandresh. “Figurati, non ho avuto il tempo. Preparami un Kopra Kana e per dolce un Gulab Jamun”.

Ranjewa sorrise. Sudato per il caldo e lo sforzo, con la maglietta incollata al corpo, pensò agli occhi di suo figlio, quando la madre preparava nei giorni di festa il Gulab Jamun e lui sorrideva, le mani già appiccicose e nello sguardo una riconoscenza che sapeva di gioia.

 

 Tre: parole nel vuoto

 “Maestro Barracán, i miei omaggi. E lei è Teresa, I suppose”.

Il tizio inghingherato mi abbraccia e bacia la mano a Teresa che resta impacciata e docile davanti a quell’inchino un po’ farsesco.

“Teresa, questo damerino è Manuel Irrituy, astro nascente delle buone arti bonaerensi. Si potrebbe definire pittore di corte, se esistessero ancora le corti”.

“E se esistessero i sovrani, caro Barracán. Sei il solo a pensare ancora la nostra amata patria in termini di monarchia”, chiosa Irrituy. “Non creda a una sola parola di quello che dice suo padre: è il solo che ha fermato il tempo all’epoca del Proceso. Avrà senz’altro le sue buone ragioni ma l’Argentina, se Dio vuole, è cambiata”.

“Questo lo dici tu e ne sarai ben informato, immagino, viste le tue frequentazioni. I giornali però dicono altro e non basta un’elezione democratica a cambiare un paese se i centri di potere restano in mano alla stessa oligarchia o ai suoi prestanome”.

Irrituy rimane rigido un momento (hijo de puta, vai pure a fare le tue marchette alla Casa Rosada, falli pure i tuoi ritratti di merda al principe di turno o alla reina boluda). Poi contrae le labbra e sospira stizzito. Risponde scandendo le parole più del dovuto.

“Barracán, credimi, il paese è altro. Ci sono attività, dibattiti, possibilità. In patria avresti il successo che meriti e ho tutti i contatti per organizzarti una mostra”. Poi, rivolto a Teresa: “Lei conosce l’Argentina? Buenos Aires è una città meravigliosa, metà vecchia Europa, metà Nuova America”.

“E le baraccopoli in che metà le metti?”

“Quanto sei noioso, Barracán. Perché, qui in Europa non ci sono i poveracci? E i nazisti da dove vengono: dall’Etiopia?”

Teresa a questo punto ne ha le balle piene. Ha sentito questa discussione declinarsi in tutte le possibili varianti ideologiche, economiche, sociali, politiche, religiose e financo turistiche (epica litigata tra il padre e un agente di viaggio vietnamita all’aeroporto Charles de Gaulle circa la somiglianza fra la zona patagonica e la Svizzera senza svizzeri). Il rapporto di odio-amore che lega Amilcar alle sue origini si tramuta, a seconda del referente, in amore-amore (solo in rarissime circostanze e sotto adeguato tasso alcolico) fino a toccare le vette dell’odio-odio (una costante negli ultimi tempi).

Teresa prende l’iniziativa, tanto conosce il copione: “Barracán, vado a farmi un giro, sento gli umori del pubblico. E’ stato un piacere, signor Irrituy”.

“Manuel, per carità, chiamami Manuel”.

 Gli spazi della galleria “Ottagono” si erano pian piano popolati di ospiti. Quasi tutte persone di una certa età, gente che in parte aveva già visto in altre occasioni. Si fermavano con gli occhi puntati alla radice dei muri, mentre, in alto, il bianco delle pareti annullava ogni curiosità, restituendo solo la pesantezza del vuoto.

“Ma perché così in basso?” – diceva una signora ad una amica che, inforcati gli occhiali, leggeva il titolo dell’opera: “Finale di storia”.

“Magari questo Barracán è un nano. Oppure non avevano una scala”, ghignava l’altra sorseggiando un vinellino sbiadito e pallido come la sua risata a denti ingialliti.

“E’ tutto già visto: non ti sembra? Insomma, ‘sta storia dei desaparecidos l’abbiamo già sentita in tutte le salse, non…”. Brani e pezzi di discorso, apprezzamenti, dubbi, lo sfondo di un cupo racconto che parlava di mostri e fantasmi come in un’opera gotica. Teresa sovrapponeva quei giudizi alla faccia del padre, a quella bocca da cui uscivano ed entravano parole fatte di radici appassite all’ombra di un dolore cieco, tanto lontano e muto da diventare aneddotico e tanto presente e fisso da trasformare il padre stesso in un aneddoto vivente, un tòpos inscatolato in un’urna piena di cenere di sigaretta.

Tornò sui suoi passi. Amilcar stava parlando con un gruppo di ragazzi e spiegava il senso di quello che aveva esposto: “Sono pezzi di memoria, pezzi di anima trasformati in pittura, graffiati dalla rabbia che ancora sento, dal dolore che ancora vivo…”

“Scusate, ve lo posso portare via un attimo? Il tempo di una paglia”.

 Mi ha preso per il braccio. Mi ha quasi trascinato fuori mentre Irrituy alzava un calice per salutarmi.

“Mi spieghi? Davvero, sono curiosa di capire. Cosa ti costringe a vivere eternamente nel passato? Perché ti atteggi ad esule? Non credi che sarebbe ora di smetterla con la tua azione migrante di protesta? Ci sono persone che hanno bisogni molto più attuali e reali per scegliere di andarsene dal loro paese – e dico ‘scegliere’ sarcasticamente”.

L’ho guardata prima con rabbia, poi con tenerezza. Guardavo i suoi capelli, la sua giovinezza senza condizioni. “Sai cosa ci frega a noi argentini? Il tango. Dicono che il tango sia il lamento dei cornuti. Ma è molto altro ancora. Ti ho parlato poco e male della mia compagna quei giorni…”

“Alicia?”

“Lei. Ballavamo il tango insieme. Tra una manifestazione e un’altra ci trovavamo nei locali di San Telmo. Lei era come te: gioventù assoluta. Ma finì con la clandestinità, quando tutto si trasformò nel gioco al massacro che conosci. Non so ancora come ho fatto a salvarmi da quella notte. In dieci ore era tutto finito. Non riesco a perdonarmi di essere vivo”.

“Lo so”, dice lei accarezzandomi un braccio, “questo lo so, o lo posso immaginare. Però adesso sei qui, hai avuto una nuova vita, hai conosciuto la mamma, sono nata io. Pa’,” – questa volta non c’è nessuna ironia nella parola, solo un’orma di affetto mesto – “è un adesso che dura da trent’anni, ormai. Non puoi seppellirlo, non puoi uscire da questo lutto perenne?”

“Teresa, io ci ho creduto. Ho creduto all’esilio come se fossi legato ad un elastico, aspettando il punto di massima tensione per poter tornare. Mi Buenos Aires querida, etcétera etcétera. Ma la distanza non ha colmato niente, non ha annullato niente. Sono qui, ma è come se non ci fossi. Sono diventato simile al tango, un lamento continuo e le note del bandoneon che fanno il resto”.

Teresa sta scavando con gli occhi nel riflesso di un lampione sulla vetrina del negozio di fronte. “Non ha senso, così non ha senso. Stai diventando patetico, scusami se te lo dico. E davvero, che palle ‘sto tango. Allora se non c’è futuro perché mi hai fatto nascere? Chi cazzo te lo ha fatto fare di scopare la mamma quella sera: non potevi farti una sega?”

Le ho mollato un ceffone. Avrei dovuto mollarlo a me, prendermi a schiaffi.

“Scusa, Teresa, scusami”. Ho allungato una mano dubbiosa e lenta.

Ora gli occhi lucidi di Teresa raddoppiano la scia del lampione.

“Ma va’ al diavolo, va’. E lasciami, non mi accarezzare. Non fa niente, lascia perdere. Continua come ti pare. Vai pure dentro a recitare il tuo ruolo, perché è quello che sai fare ed è lì che ti vogliono vedere. Io faccio un giro e vado a casa. Domani salgo sul mio aereo e ci vediamo la prossima volta. Prendo la giacca”.

Si è voltata. La mano ha spinto la porta e dietro le sue spalle, dentro l’ingresso, ho intercettato lo sguardo di Irrituy, sarcastico, tagliente, oscillante come la sua testa a ripetere “no, no, no”.

 

 Quattro: dissapori dall’India

 “Allora! Chiariamoci bene: se dico che il cliente ha trovato le lenticchie troppo salate, sto dicendo che, dato che è lui a pagare, sarebbe opportuno domandarsi perché le lenticchie erano troppo salate e non continuare a far finta di niente. Cosa non è chiaro nell’espressione ‘troppo salate’?”

Anita è furiosa. Lo staff di cucina è schierato lì davanti, tutti dimessi, stanchi, silenziosi.

La guardano in blocco. Dieci occhi a due.

“La ricetta è questa, si fanno così. Se non gli piace la cucina indiana vada a mangiare cinese”.

“Tu, Ranjewa, hai il potere di farmi incazzare come un puma: cos’è, non ammetti la possibilità di aver fatto un errore? Sei venuto qui da cameriere e lavapiatti, dopo tre mesi ti do l’opportunità di diventare aiuto cuoco: guarda che puoi tornare a lavare piatti, qui o altrove, basta saperlo”.

“Tu non puoi parlarmi così”.

“Io posso eccome, te lo garantisco, ed è il caso che ci fai l’abitudine. Se hai un problema con me sarà bene che lo risolvi al buio della tua cameretta oppure che cambi aria. Decidi in fretta o adeguati perché non ho tutto questo tempo da perdere”.

Anita lo guarda fisso, poi si gira e va nel suo ufficio dove inizia nervosa a fare i conti dell’incasso.

“Amico. Datti una calmata o quella ti fa fuori”. Il suggerimento gli arriva dalle spalle.

Tutti si sono rimessi a lavorare: chi pulisce la cappa, chi i fuochi, chi avvolge nella pellicola le ciotole con le preparazioni. Bahgat, in sala, recupera gli ultimi piatti.

Ranjewa è tutto nelle sue mani che sfregano il canale di esalazione dei fumi.

“Ranjewa, quello te lo puoi risparmiare o pensi di pulire tutto fino al tetto?”. Il sorriso canzonatorio di Chandresh, il cuoco, lo fa voltare. Sono tutti lì, a guardarlo e a ridere.

Lui è appeso sulle punte, un piede nel vuoto, la faccia unta di sudore e polvere grassa depositata sugli impianti. Sulle zone remote e invisibili degli impianti.

Con un salto torna giù. “Era da pulire”, dice.

“Senti, la situazione è questa: tu sei un pezzente indiano che viene qui a fare fortuna e loro la fortuna l’hanno già fatta e sono qui a darci lavoro. E’ piuttosto semplice, no?”

“Chandresh, tu non capisci. Come puoi sopportare che quella donna ti comandi? Una donna! Se fosse stata Dulali, mia moglie, a trattarmi così davanti a degli estranei, l’avrei colpita”.

“Sì, ma tu non sei più nel tuo paesello. Sei venuto via da lì. Qui è un’altra cosa. Pensi che mi faccia piacere starmene qui a cucinare? Mi sono laureato quindici anni fa in ingegneria ma la paga che mi offrivano era schifosa. Così via, ho lasciato tutto. Ho chiesto alla famiglia se potevano aiutarmi e ho messo su i soldi per venire qui. E se vieni qui, trovi le regole di qui”.

Ranjewa intanto si era messo a ripulire i piatti. Ripensava al delitto delle cose da mangiare avanzate, buttate nel sacco d’angolo, separate dal resto.

“Ho capito che ci sono regole, non sono idiota. Ma certe cose non le accetto. Guarda come vivono questi. Riccardo è succube di Anita, forse non è soltanto socio. La moglie di Riccardo l’ho vista l’altro giorno abbracciata per strada con un tizio. Il marito di Anita non si vede mai e quando viene qui Anita quasi non lo guarda. Questa gente ordina di tutto e non si fa bastare niente: buttiamo via tonnellate di cibo. E per cosa? Il gusto del pittoresco, uno sfizio etnico. Per loro siamo tutti “indiani”. Che io preghi Granth Sahib o Buddha a loro non interessa. Siamo trasparenti, siamo indiani trasparenti”.

Chandresh lo guarda. Appoggia il corpo al piano di lavoro. Si solleva. Si siede e lascia penzolare le gambe. “Hai capito il nostro piccolo Ranjewa come è attento? Non ti sapevo così legato alla tradizione. Sei proprio un contadino sciocco. Qui c’è lavoro e tu sei qui per lavorare. Non sei un inglese venuto per colonizzare e neanche un bramino. Sii paziente. Impara. Ci sarà tempo per dimostrare chi sei, se sei qualcuno”.

 Finito il lavoro di pulizia, messi a posto i piatti e le pentole, messi in frigo gli ingredienti, tutti cominciarono a prepararsi per l’uscita.

Dall’ufficio di Anita filtrava ancora luce e il rumore del fax che inviava ai fornitori gli ordini per il giorno dopo. Ranjewa si avvicinò alla porta e bussò.

Anita alzò lo sguardo a metà, poi riabbassò gli occhi su una lista che stava compilando.

“Ho ordinato montone per domani. La farina di ceci e l’olio di mais dovrebbero arrivare nel primo pomeriggio. In cucina avete finito?”

“Sì, tutto in ordine. Signora Anita, devo parlarti”.

“Dimmi, Ranjewa. Ma fai in fretta che è tardi e voglio solo andare a casa a farmi una doccia”.

“…”

“Allora?” Anita aveva messo giù la penna. E guardava lui, sulla porta, sospeso tra dentro e fuori.

“…”

“Se è per prima, fregatene. Ero nervosa più per fatti miei che per quell’idiota del sale. Le cose sono difficili; portare avanti questo ristorante è una fatica pazzesca. Non ho tempo per mio figlio, arrivo a casa che lui dorme già da quattro ore e al mattino, per vederlo, mi devo svegliare alle sette e accompagnarlo a scuola ed esco tutte le notti da questo posto che sono le tre. Sono a pezzi e ho bisogno di voi. Non posso farci niente se litigate, se tu sei buddhista e l’altro è pakistano o musulmano o sa il cazzo di quale setta è. Quindi, ti prego: sii sintetico”.

“Niente, signora Anita. Sono stanco anch’io. Siamo stanchi tutti. Ci vediamo domani”.

“’notte Ranjewa”.

“Buona notte, signora Anita”.

Ranjewa attraversò la sala deserta, attraversò il portone e uscì per strada.

La notte era buia di luce e di gente. Si diresse verso il palazzo dove viveva, non lontano da lì.

Aveva trovato alloggio con altri sei in un appartamento di due stanze. Uno di loro era portiere in quello stabile e gli altri si erano offerti di fare piccoli lavoretti in casa dei condomini. All’inizio, la loro micro-comunità aveva suscitato molti dubbi e l’amministratore era stato sul punto di cacciarli tutti. Poi, il vantaggio che i condomini ricavavano dall’avere a disposizione una manovalanza gratuita e riconoscente, aveva avuto la meglio, e ora erano ufficiosamente accettati. Il problema, o almeno uno dei problemi, era la difficoltà di starsene da solo in quel contesto. Poi aveva scoperto la cantina dell’edificio: era ampia, pulita e asciutta. Un condomino aveva parcheggiato un divano in un locale comune che affacciava su una porta in legno dietro la quale lavorava un artista. A volte Ranjewa si metteva lì, sdraiato, a pensare ad occhi chiusi. Il tizio era l’unico che incontrava: lo aveva visto passare ogni tanto, a orari improbabili, e si erano salutati con un cenno del capo, senza sapere niente dell’uno, nulla dell’altro.

 

 Cinque: galateo per insonni

 “Cazzo, cazzo, cazzo! Che imbecille che sono, che idiota!”. Amilcar buttava avanti le gambe, le tirava da dietro, lo sguardo fisso sui piedi, incurante degli altri. “A quest’ora Teresa starà dormendo, maledetto Manuel e le sue stronzate”. Si avvicinò al portone di casa, cercò le chiavi, aprì.

Aveva con sé due bottiglie di vino, rubate al vernissage: gli pesavano fredde e ingombranti nelle tasche del giaccone. Salì in casa.

 Teresa non c’era. Provò a cercarla sul cellulare senza successo.

Andò in camera sua avendo cura di non distruggere le bottiglie mentre appoggiava il giaccone per terra. Si sdraiò. Si rialzò, andò in cucina. Prese un cavatappi. Prese un bicchiere.

Si muoveva per casa rimbalzando lento da una parete all’altra, da un gesto all’altro. Decise che non sarebbe riuscito a dormire. Prese il vino, si rimise il giaccone, le scarpe e gli occhiali e uscì per andare giù in laboratorio a dipingere.

La cantina era silenziosa, come sua natura. Accese la luce della scala e scese senza energia e quasi senza voglia.

Arrivato in fondo, girò per attraversare il locale comune e aprire la stanza che usava come laboratorio di pittura quando non voleva utilizzare lo studio che aveva di fianco a camera sua, o quando i suoi sogni si tingevano del rosso dei ricordi e il sudore che bagnava la fronte lo dissuadeva dal riprovare a dormire.

Vide che sul divano c’era uno dei ragazzi indiani che occupavano il piccolo appartamento del custode. Si avvicinò. Russava. Lo lasciò stare ed entrò nel suo laboratorio.

Le tele erano accatastate come libri in un’enorme rastrelliera, sul fondo del locale. Per terra, sui mattoni crudi e porosi del pavimento, le macchie di colore si fondevano insieme alle carte di vario formato, buttate anch’esse alla rinfusa.

“Adesso mi siedo”.

“Adesso mi siedo e bevo con metodica assiduità”.

All’inizio della seconda bottiglia, il mondo gli appariva lievemente sfumato sui bordi.

 “Non si può bere da soli”, rimugina Amilcar. “Vediamo se l’indiano vuole ubriacarsi con me”.

Si avvicina piano. Sente il respiro profondo e l’aroma di curry che aleggia sulla bocca semi chiusa. “Ehi? Ehi, inquilino indiano del piano terra? Ohi, dico a te!”

“Scusi, mi sono addormentato”. Ranjewa si alza di scatto e quasi dà una craniata al volto di Amilcar, obliquo e inclinato su di lui.

“Ecco, se mi rompevi il naso ti avrei detto che non lo considero il modo migliore per iniziare una chiacchierata. Sempre che tu abbia voglia di parlare con me”.

L’indiano lo guarda perplesso.

“Mi presento: Amilcar Barracán, argentino, esule professionista, pittore, padre di merda. Con chi ho il piacere di conferire?”

“Cosa vuol dire?”

“Cosa vuol dire cosa, buon uomo?”

Ranjewa inizia ad avere il sospetto che l’artista del seminterrato lo stia prendendo per il culo.

“Volevo solo sapere se aveva voglia di parlare e bere un bicchiere con me. E sapere il suo nome, ovviamente”.

“Mi chiamo Ranjewa Pathamarana. E non bevo”.

“Dio, che tristezza. In laboratorio ho un fornelletto: vuoi che ti faccia del tè? Se uno beve e l’altro non beve è come quando uno è seduto e l’altro è in piedi. Non ha senso, a meno che non sei in caserma”.

“Non capisco”.

“Lascia stare. Ti vado a preparare il tè”.

Amilcar torna poco dopo, offrendo il tè fumante. Prende uno sgabello e avvicina a sé la bottiglia di vino. Si siede di fronte al divano.

“Ranjewa Pathaqualcosa, che ci fai qui solo soletto?”

“Faccio il cuoco”.

“Qui? In cantina?”

Ranjewa si domanda di nuovo se l’unico scopo della chiacchierata non sia prenderlo per i fondelli.

“No, faccio il cuoco al ristorante Mahbharata. In realtà non sono proprio il cuoco, ma lo diventerò. Vengo qui per stare solo. In casa siamo in tanti, la televisione, la musica… troppo rumore”.

“E cucini bene? Dove hai imparato?”

“Ho imparato qui. Guardando, mentre pulivo. Sono diventato bravo, diventerò più bravo. Anita, il mio capo, è molto contenta. La gente dice che è tutto molto buono”.

“E ti trovi bene al ristorante?”

“Sì”.

Neanche con il doppio del vino Amilcar avrebbe potuto ignorare l’eccessiva rapidità della risposta.

“Non mi sembri convintissimo”, ribatte, stiracchiando il suo miglior sorriso finto-cordiale.

Ranjewa stima di aver preso le misure a sufficienza per contrattaccare.

“Perché le domande?”

“Prego?”

“Perché tutte queste domande?”

Amilcar risponde più a se stesso che al suo interlocutore. “Perché oggi è una di quelle giornate in cui avrei un bisogno assurdo di un altro punto di vista. Ti capita mai?”

Ranjewa non ritiene necessario replicare. Rimane in guardia ancora un attimo, poi depone le armi. “Potrebbe andare meglio”, si concede. “Al ristorante, dico. Il mio capo è una donna. Da noi le donne comandano in casa, non a lavoro. Il marito non si interessa del ristorante e non ho mai visto i suoi parenti”.

“E questo ti sembra strano? Si occuperanno di altro, probabilmente”.

Ranjewa è più veloce dell’eloquio di Amilcar. “Non è questo. Non ho mai visto i proprietari aiutarsi, non ho mai visto le persone in giro aiutarsi. Sembra che tutti vivano da soli e facciano cose da soli. Anche gli abitanti di questo palazzo spesso nemmeno si conoscono. Ogni tanto do una mano agli inquilini del quinto piano, quelli anziani, e anche loro sono sempre soli, come se non avessero una famiglia. Questo da noi è inconcepibile”.

Amilcar pensa che nemmeno sapeva che c’erano, dei signori anziani al quinto piano.

“D’accordo, diciamo che hai ragione. Sicuramente qui non è come in India e forse le relazioni sono, come dire, più lasche. Ma allora perché sei venuto in Italia?”

“Perché c’è lavoro, c’è ricchezza, si possono fare tante cose. Appena potrò farò venire mia moglie Dulali e i miei figli e li farò studiare. Poi torneremo tutti in India. Quella è casa mia e lì aprirò un mio ristorante”.

Amilcar tracanna un sorso di vino grande mezzo tè di Ranjewa.
“E adesso, non ti manca Dulali? I tuoi figli? Sei davvero convinto che servirà tutta questa distanza, tutta questa fatica? Che non affonderai anche tu nelle sabbie mobili di questa città malata? Non pensi che sia tutta una fottutissima illusione, un gioco di specchi ironico e crudele?”
“Ma lei perché parla così? Se non le piace questo posto, perché non torna in Argentina?”
“L’Argentina, Ranjewa? L’Argentina non esiste. Sono esule di nessuna patria. Me ne sto qui come un coglione. Dipingo i miei fantasmi, il mio odio, il mio dolore, ma non serve a niente, solo a prolungare la mia vita. Non granché”.
“Lei non dovrebbe parlare così. Lei è vivo, non è morto. Le cose cambiano, basta volerlo. Non sembra che lei lo voglia, che lei voglia essere felice”.
“Perché, tu lo sei? Sei felice? Hai dovuto abbandonare la tua terra, le tue abitudini, i tuoi amici, la tua famiglia perché uno stronzissimo sistema economico non ti dava la possibilità di restare, di vivere tranquillamente e dormire magari di pomeriggio, sotto ad un mango in giardino, o giocare con i tuoi figli sulla spiaggia o qualsiasi altra cosa eri abituato a fare laggiù, per venire in questa terra decadente, in questo clima velenoso, fra gente ossessionata da Prada e dalla televisione e da tutte le puttanate che ci impediscono di morire serenamente. Ci distraggono per non farci vedere il vuoto in cui galleggiamo…”.
Ranjewa decreta la vittoria dell’onestà sulla cortesia. “Lei magari è anche buono, ma gli anni l’hanno resa una pessima persona”.
“Pessimo? Io? No, non sono io quello pessimo. Se ti raccontassi l’inferno da cui vengo magari capiresti”.
“L’Argentina?”
Amilcar inizia ad accusare la stanchezza. Il vino e il fumo annebbiano i suoi pensieri e li rendono catarrosi e asmatici.

“Già. La lezione di storia te la risparmio, ma tieni a mente un nome: Hector Ortìz”.
“E chi è?”
“Un assassino. Un assassino figlio di puttana che ha ucciso tutti i miei amici e la donna che amavo”.
“E ora dov’è?”
“In galera, credo. Spero. Ma mi viene a trovare tutte le sante notti di tutti i santi giorni. Tu non hai fantasmi che ti rovinano il sonno?”
“No. Dormo bene. Sono solo i miei coinquilini che a volte fanno rumore e mi svegliano molto presto, al mattino. Penso sempre a Bijapur, dove sono nato. Vorrei stare lì con la mia famiglia, con i miei amici, non essere stato costretto ad andare via. Però non è andata così, sono partito. Adesso devo fare in modo che questa partenzaserva a qualcosa, altrimenti è tutto inutile. Lei non ha una famiglia?”

“Teresa è la mia unica famiglia. Teresa e i miei ricordi”.

Ranjewa strizza gli occhi. Non è sicuro di aver capito. “Teresa è la donna uccisa da Ortìz?”

“No. E’ figlia di una donna francese che non amo più”.

“Ah. Mi sembra di aver visto una ragazza nuova nel palazzo in questi giorni…”

“Capelli neri, occhi neri…?”

“Sì, sì. È lei Teresa? Molto gentile”.

“Sì, molto gentile. Molto bella. Molto viva. Suona il violino. Ride”.

“E non è felice quando la vede? Non vorrebbe aiutarla tutto il tempo, non pensa a lei tutti i giorni?”

Amilcar si alza in piedi. Impreciso sulle fondamenta.

“No, tutti i giorni no. Però quando ci penso mi manca, anche se sta di fronte a me”.

Di nuovo gli occhi a fessura: “Non ho capito”.

“Infatti. Neanch’io. Non ho capito niente. Caro mio, se bevo ancora un po’ divento un farmaco, forse evaporo. Promettimi che quando verrò a mangiare al ristorante Mambasa…”

“Mahbharata”.

“Mambara…”

“Mahbharata. Si chiama Mahbharata”.

“Infatti. Promettimi che quando verrò lì – perché verrò – sarai tu a cucinare. Sceglierai il menù e io cercherò di capire la tua terra solo con l’aiuto dei profumi e delle spezie e chiuderò gli occhi e poi ti descriverò quello che vedo in base a quello che mi farai sentire. Sarai portavoce della tua storia attraverso le tue mani. Come me, in fondo”.

Anche Ranjewa si alza. Amilcar gli sorride e gli stringe un braccio. Una mano. Si allontana barcollando.

Sesto: saltuarie salutari solitudini

 Amilcar risalì malfermo le scale. Pencolando come un dondolo avanti e indietro, infilò le chiavi, aprì la porta nel buio, entrò. La casa silenziosa era ritmata solo dal respiro regolare e profondo che veniva dalla stanza di Teresa. Chissà da quanto era tornata. Andò da lei. Aprì la porta socchiusa e rimase a guardarla dormire, i vestiti piegati sul fondo del letto, un libro chiuso di fianco.

Si avvicinò piano. Teresa si girò verso di lui. Senza aprire gli occhi disse a mezza voce: “Sei tu, papà?”.

“Sì, Teresa, sono io. Sono qui. Dormi tranquilla”.

“Mi ero preoccupata, non ti ho trovato…”.

“Sono qui. Ero in cantina con un indiano…”.

“…papà, scusami, ho sonno…”. Dormiva già, di nuovo.

Amilcar si sedette per terra, la schiena appoggiata al muro. “Sapessi io, Teresa, sapessi io”.

 

Amilcar riapre gli occhi intontito, ubriaco di stanchezza e di vino.

È di nuovo in cantina. Non riesce a ricordarsi di aver percorso le scale.

Sul divano c’è qualcuno, sdraiato di spalle, ma non è Ranjewa. La posizione è innaturale, non sembra dormire, ma respira, non puzza di alcool, e pare troppo anziano per essere un drogato. Deve aver perso i sensi. Amilcar lo volta, lo scruta, lo riconosce.

Pensa a rilento. Il flusso è interrotto da immagini che si liberano a scoppio ritardato, come fuochi d’artificio nella notte di capodanno. Lo stridio dei freni delle Ford Falcon, lo sbattere metallico delle portiere e delle armi, grida, tonfi, rumori secchi. Sente un dolore acuto al petto, sotto la spalla destra.

Prende del nastro adesivo e gli lega i polsi dietro la schiena, poi gli bagna il viso, gli schiaffeggia le guance, finché quello non si rianima. Lo trascina dentro il laboratorio, gli blocca anche i piedi col nastro adesivo, ma gli lascia libera la bocca. Per il nervosismo rovescia mezzo barattolo di vernice, si macchia la giacca.

“Come cazzo sei finito qua? Che cazzo hai fatto per finire qua?”

Ortìz lo guarda fisso negli occhi, non risponde. Anche lui l’ha riconosciuto.

Le scene delle torture subite dai compagni di Amilcar iniziano a sovrapporsi e mescolarsi, un liquido torbido dentro un bicchiere opaco.

Poi Ortìz parla. La stessa voce sarcastica di trent’anni prima, lo stesso tono sbruffone.

“Che vuoi fare, Amilcar? Ti vuoi vendicare di me, dopo tutti questi anni? Non hai pensato niente di meglio, nel frattempo?”

Amilcar tace. Si muove lentamente. Automaticamente. Strappa la presa di una lampada.

Sbottona i pantaloni di Ortìz. Ortìz lo guarda, come se la scena capitasse a un altro, come fosse lui nei panni di Amilcar, come fosse lui il torturatore. Certi vestiti calzano meglio di altri.

Amilcar abbassa i pantaloni di Ortìz, gli abbassa le mutande, gli tira fuori il cazzo, gli stringe i coglioni. Avvicina i cavi elettrici ai testicoli.

“Si fa così, Ortìz? Insegnami: si fa così?”

Ortìz si lascia sfuggire un gemito ma rimane impassibile.
Poi Amilcar si vede da fuori. Vede tutto dall’alto, di lato.

Vede un uomo adulto e pelato, con la pancia. Vede le sue mani sporche di vernice. Vede le foto alle pareti, i libri letti. Vede i suoi quadri. Vede i mostri che dipinge sui suoi quadri.

Vede un povero scemo con in mano i coglioni di un vecchio bastardo. E vede Teresa.

Molla la presa schifato, di colpo.

“Lo sapevo che non lo avresti fatto. Non basta stringere i coglioni ad un uomo per dimostrare di averne di propri”.

Amilcar tace ancora. Non è la prima volta che si trova in questa situazione, non è la prima volta che fa questo sogno. Di solito a questo punto si sveglia sudato per passare le solite, interminabili, inutili ore da sveglio, finché non è di nuovo nel seminterrato a ritrovare Ortìz, come un ritornello canzonatorio, una vuota rinuncia, arenata nel basso mare del non luogo a procedere.

Ma stavolta Amilcar si apre nel cordialissimo, minacciosissimo sorriso di un folle. Prende un grosso pennello, piatto. Lo intinge nella vernice versata. Il colore è marrone scuro.
Inizia a dipingere Ortiz. I suoi movimenti sono lenti e ampi, la mano ferma.

 “Che cazzo fai, Amilcar? Che cazzo stai facendo?!”- gli grida Ortìz, la faccia già mezza dipinta.

“Ti riporto al mondo con la tua vera identità, gran pezzo di merda!”

 Amilcar Barracan si sveglia, per una volta senza sussultare. Cerca di ascoltare il silenzio del suo studio, ma gli sembra diverso dal solito. Si guarda intorno e non vede il posacenere in cui la cicca sta finendo di bruciare, né il quadro ancora impregnato dell’odore di vernice passata di fresco. Teresa al suo fianco dorme come prima.

Ci mette un attimo a ricordare. Poi sente nascere una risata irrefrenabile da qualche parte nel petto, una risata di un’allegria idiota, incomprensibile, di quelle che poi ti fanno male le mascelle e le guance sono tutte umide e la gola raschia ad ogni fiato che inspira.

Anche Teresa si sveglia. Sente i singulti rochi del padre e sulle prime non capisce cosa stia succedendo. Poi accende la luce e mette a fuoco Amilcar, che ride con gli occhi lucidi. E nell’abbraccio che ne segue, commosso e triste di sussulti malinconici, filtrati da capelli umidi e notturni come liane, lui è per la prima volta dopo tanto tempo finalmente padre, semplicemente presente a se stesso e a lei.

Settimo: rituali notturni

 Ranjewa è in piedi.

L’argentino se ne è andato, l’ha sentito dal trascinarsi pesante dei passi, sempre più lontani e attutiti, su per le scale. A quest’ora i suoi coinquilini staranno dormendo. Ranjewa decide che non ha ancora voglia di andare a letto.

Esce dal palazzo e inizia a passeggiare per le vie circostanti; senza accorgersene si ritrova ad imboccare il vicolo dietro al ristorante, dove si apre la porta di servizio per le consegne dei fornitori. La macchina di Anita è parcheggiata proprio di fronte, il baule aperto. Vede Anita uscire trascinando un grosso sacco nero.

“Che ci fai tu qui?”, dice Anita, guardandolo con stupore divertito. “Sei un po’ in anticipo sul turno di domani”.

“No, no, stavo passeggiando perché non ho sonno. Abito qui vicino. Poi torno a casa”.

“Per me puoi passeggiare tutta la notte, figurati, ma domani sarai distrutto… Comunque, già che sei qui, aiutami a caricare questa roba in macchina”.

Ranjewa si avvicina, prende il sacco e insieme ad Anita lo mette nel baule. “Cos’è?”

“Avanzi. Cibo avanzato. Lo porto al canile”.

“Il canile è aperto a quest’ora?”

“Normalmente no. Dai, se sali ti spiego. Poi ti riaccompagno io a casa”

Anita guida sicura tra i vicoli del centro. Guida veloce, sfiorando le pareti gialle e rosse che si accendono di luce quando i fari le accarezzano.

“E’ il cibo che vi faccio mettere da parte ogni sera. Per legge dovrei buttarlo. E’ incredibile, non trovi?”

“Sì, incredibile”.

“E guarda che capita lo stesso con tantissimo altro cibo, quello delle mense scolastiche, quello degli ospedali. Tutto da buttare. Così mi sono messa d’accordo con il guardiano del canile e ogni sera porto lì, di nascosto, quello che la gente non mangia”

“Ai cani piace la cucina indiana?”

Anita ride. “Non so, penso che le spezie non facciano esattamente parte della dieta perfetta per loro. Però con il guardiano abbiamo deciso di provare lo stesso: mette gli avanzi sotto l’acqua corrente e lava via le salse e tutti i condimenti. Sembra che gli animali apprezzino. Sono già tre o quattro mesi che va avanti questa storia e finora non ci sono state epidemie, avvelenamenti o lamentele. Speriamo bene”.

Il rumore del motore scivola morbido nell’abitacolo silenzioso. Dopo depositato il sacco fuori dal cancello, Anita e Ranjewa risalgono in macchina. Lei fa appello a tutti i suoi automatismi per guidare l’auto verso casa; lui sembra rincorrere troppi pensieri, una di quelle nottate in cui ti sembra di intuire la trama del mondo.

“E adesso a casa. Sono distrutta”, dice Anita guardando la strada. “Federico starà già dormendo. Non gli dà fastidio che faccia così tardi solo perché anche lui, come me, ama gli animali. La mattina la prima cosa che mi chiede è: ‘Sei andata a portargli da mangiare?’. Io gli racconto come è andata, m’invento cosa ha mangiato questo o quel cane, e lui mi riempie di domande. E’ un tesoro ma ci vediamo così poco… Dio, scusa. Tu non vedi mai i tuoi figli…”.

“Anita, non fa niente. Immagino che sia difficile per te”. Ranjewa cerca le parole in un cassetto che non sapeva di poter aprire. “Senti, pensavo una cosa”.

“Dimmi”.

“Potrei ogni tanto darti il cambio e venire io a portare il cibo. Così finisci prima e può tornare a casa”.

Anita lo scruta rapida, cercando di capire da dove venga quella offerta. Ranjewa ha l’espressione più bendisposta che gli abbia visto fare da quando lo conosce.

“Sì, se puoi sì. Guarda, mi faresti un grandissimo favore”.

L’auto di Anita torna a fendere la notte. Suo marito e i suoi figli dormono da tre ore, mentre in India Dulali si è già svegliata e sta preparando i vada ai bambini, come fa spesso da quando Ranjewa è partito. L’auto accosta davanti al palazzo in cui abita l’indiano, Federico si gira nel sonno, Dulali si asciuga la fronte. Anita e Ranjewa si guardano un’ultima volta prima che lui scenda. Entrambi sorridono. Ma lui di più.