Defter – Daniela Masini, Enrico Losso, Gassid Babilonia, Miriam Viola

Illustrazione di Miriam Viola

 

Finalmente la sala era vuota. I tavoli ancora in disordine, come i clienti li avevano lasciati.

Fu scostando una sedia che lo vide a terra, tra bustine di zucchero e tovaglioli di carta stropicciati.

Era verde scuro, innervato di intarsi dorati. Michela posò lo strofinaccio e si asciugò le mani sul grembiule. Sollevò l’oggetto con cura e accarezzò la stoffa liscia della copertina con la punta delle dita. Si sedette e cominciò a sfogliarlo. Scoprì una calligrafia minuta, leggermente obliqua, che si arricciava in parole incomprensibili. Scorse due pagine, poi una terza, alla ricerca di una chiave per decifrare quel codice ignoto. La sua curiosità cresceva, ma le righe, asserragliate l’una all’altra, restavano impenetrabili.

D’un tratto il quaderno le risultò perfino familiare. Non poteva sbagliarsi, aveva già visto molte volte un testo con la medesima struttura, un avvicendarsi di battute in rapida sequenza: un copione teatrale.

Anche la sua borsa conteneva uno scritto simile. Ma il quaderno verde sembrava l’opera di un amanuense. Il suo, invece, aveva orecchie agli angoli delle pagine, sottolineature, appunti a matita, cancellature e macchie di caffè. Tracce che testimoniavano la fatica di ore e ore di prove ininterrotte. L’emozione di salire sul palcoscenico, però, la ripagava di ogni sacrificio.

Tornò al frontespizio, alla ricerca di un nome, un indirizzo. Non vi era nulla che potesse far risalire al proprietario. Il quaderno si teneva stretti molti dei suoi segreti.

Alzò lo sguardo in direzione del bancone e rivolse un’occhiata fugace all’orologio a muro. La sua serata non era ancora finita, l’aspettavano in teatro. Ricacciò indietro uno sbadiglio, mentre le dita scompigliavano i ricci rossi, come per scrollare via la stanchezza della giornata.

Si affrettò a sistemare le ultime cose prima di chiudere il bar e abbassare la saracinesca.

Il freddo le fece accelerare il passo. Si strinse nel cappotto, la borsa di pelle aggrappata alla spalla sinistra. Ora conteneva due quaderni.

 Sinem non aveva dormito per tutta la notte, torturata dal pensiero di aver perso il quaderno. Com’era accaduto?

Al sorgere del sole si alzò e cercò di ragionare. Doveva averlo dimenticato al bar di via delle Oche, il luogo che le aveva dato rifugio la sera prima. Di solito ci andava a bere un caffè la mattina, prima dell’inizio delle lezioni. Anche se non voleva ammetterlo, l’espresso italiano le piaceva più del caffè che preparava sua madre, quella polvere che non si decideva mai a depositarsi sul fondo della tazzina e a ogni sorso le rimaneva attaccata alla lingua.

Si diresse verso il bar rimuginando tra sé.

Non avrebbe dovuto lasciare il quaderno sul tavolo in bella vista. Suo padre l’aveva aperto e di certo si era sorpreso per via della lingua.

 – Non sono appunti per un esame all’Università – doveva aver pensato – altrimenti sarebbero scritti in italiano.

E poi, per due volte vittima della propria sbadataggine, lo aveva dimenticato al bar. Certo, anche l’agitazione aveva giocato la sua parte. Non aveva mai litigato con suo padre in modo così acceso. Non riusciva ancora a crederci, l’eroe della sua infanzia, che l’aveva sempre incoraggiata a credere nei propri obiettivi, ora metteva la testa sotto la sabbia. Non lo riconosceva. Le aveva ordinato di smettere di scrivere, senza capire che lo stava facendo anche per lui. Mettere nero su bianco l’ingiustizia che aveva subito era il suo modo di riscattarlo.

Giunse davanti al bar e si bloccò, mentre la rabbia lasciava il posto alla sua innata timidezza. Dalla vetrata osservò i tavoli che, come ogni mattina, iniziavano ad animarsi. Aprì piano la porta d’ingresso. Ad accoglierla, oltre al tepore, il tintinnio di cucchiai e tazzine.

Si sentì chiedere: – Cosa ti porto?

Con voce incerta disse alla barista dai capelli rossi: – Hai… hai per caso trovato un quaderno?

– Con la copertina verde scuro?

– Sì.

– Decorata con arabeschi?

– Sì!

– Scritto in una lingua strana?

– Sì, sì!

– Mi dispiace, non l’ho visto.

La barista scoppiò a ridere e fu così contagiosa che Sinem la imitò.

– Mi chiamo Michela. – La ragazza allungò la mano. – E tu?

– Sinem.

– Sinem? C’entra qualcosa con le strane parole del quaderno?

– Sono turche anche quelle.

Un cliente rivolse a Michela un cenno spazientito, richiamandola al lavoro.

– Sempre di fretta questi professoroni in giacca e cravatta – sussurrò a Sinem con fare complice. – Torna stasera, all’ora di chiusura. Il quaderno è a casa mia -. Sinem si sforzò di sorridere.

– Non preoccuparti, il tuo quaderno è al sicuro, ma te lo restituirò solo se mi dirai cosa c’è scritto! – disse Michela ammiccando mentre già si allontanava.

I clienti tamburellavano le dita sul balcone, in attesa del caffè.

 

Sinem arrivò al bar di corsa, maledicendo la logorrea del professore che l’aveva fatta ritardare.

Quando vide la serranda abbassata, non riuscì a trattenere un siktir git!

– Immagino sia una parolaccia.

Sinem si girò. Michela era appoggiata al cofano di un’automobile parcheggiata, con una sigaretta fra le dita. Soffiò dalla bocca un serpentello di fumo.

– Tranquilla, baby. Sapevo che saresti venuta. Ti avrei aspettata… – Michela fece finta di guardare l’orologio al polso. – …per altri cinquantasette secondi esatti.

Risero.

Michela gettò il mozzicone. – Abito qui vicino, sono due passi. La separazione forzata dal tuo quaderno sta per finire.

Si incamminarono sotto i portici.

Sinem fece per dire qualcosa, ma si trattenne.

Michela ruppe il silenzio: – Ti ricordi la promessa?

– Quale promessa?

– Ahi, ahi. Iniziamo male.

Sinem le lanciò uno sguardo interrogativo.

– Se vuoi il quaderno, devi dirmi cosa c’è scritto.

– Cose mie, niente di speciale.

– Daaai. Non ci credo! Ha tutta l’aria di essere qualcosa d’interessante. Anzi, un testo teatrale interessante.

Michela capì di aver fatto centro vedendo l’espressione della ragazza. Volle incalzarla: – Lo sapevi che le rosse sono curiose per natura?

– No, non lo sapevo.

– E ti credo! Me lo sono inventato adesso!

Sinem rise ancora. La barista le stava davvero simpatica.

Michela armeggiò con le chiavi. Le fece cenno si seguirla lungo le scale. A metà rampa, si voltò di scatto: – Io adoro il teatro. Quando salgo su un palcoscenico, recitare per me diventa come respirare. E non posso più farne a meno.

Sinem rimase spiazzata dal suo fervore e si limitò ad annuire.

Entrarono in un appartamento zeppo di oggetti strambi, fotografie improbabili, colori accesi.

Sinem si sentì subito a suo agio: – È bello qui.

– Infatti lui mi ha detto che si è trovato benissimo. – Michela le mostrò il quaderno – E che quasi quasi rimarrebbe pure per un altro po’.

Sinem rise: – Eh no, il mio defter preferisce me!

Defter?

– In turco significa “quaderno”.

Un’ora volò, velocissima, densa di chiacchiere e confidenze.

Michela insistette. Lavorò ai fianchi la ragazza. Sfoderò tutto il suo savoir faire e Sinem si ritrovò costretta a fare alcune concessioni. Era una sceneggiatura teatrale, sì. Parlava di un’inchiesta, di documenti ritrovati che testimoniavano gli eccidi commessi dai turchi nei confronti degli Armeni agli inizi del Novecento. Un giornalista coraggioso s’inimicava gli uomini al potere che quindi lo isolavano e lo condannavano ad andarsene dalla Turchia.

Michela batté le mani, le brillarono gli occhi.

– Questa storia deve andare in scena a tutti i costi!

Sinem si schermì, cercò di smorzare l’entusiasmo. – Forse stai esagerando – avrebbe voluto dire, ma il cellulare le trillò in tasca. La sua espressione cambiò all’improvviso. Parlò in turco, sempre più concitata. Dopo una decina di minuti la chiamata terminò. Michela non riuscì a dire nulla, nemmeno dopo che la ragazza turca la salutò con un ciao frettoloso e uscì.

 Michela non vedeva l’ora di staccare dal lavoro. Era proprio stanca, e l’umore non dei migliori. Mentre finiva di pulire i tavoli, sentì un piccolo colpo sulla spalla.

Si girò sorpresa.

Sinem se ne stava ritta con il quaderno al petto. Un lieve rossore colorava le guance. Senza aspettare troppo, disse: – Scusa per ieri sera.

– Se non ti era piaciuto il tè, bastava dirlo.

Sinem aiutò l’amica a riassettare, poi si diressero verso casa di Michela.

Lungo il percorso la conversazione riprese, leggera e piacevole, come era germogliata il giorno prima. Sinem lesse dal quaderno uno scambio di battute. Michela le ripeté, recitandole con voce sicura.

– Sei brava.

Siamo brave. Continua a tradurre, voglio sapere come va avanti la storia.

 Le ragazze si erano appassionate al lavoro, si vedevano quasi ogni sera.

Sinem traduceva dal turco in italiano, Michela la seguiva con le correzioni. Nonostante qualche discussione sulla scelta dei termini, riuscivano ad andare avanti senza cadere nella trappola dell’incomprensione.

Tra una pausa tè e l’altra, Michela s’immedesimava via via con i personaggi della storia, come fosse sul palcoscenico, mentre Sinem la guardava con dolce malinconia.

Ripensava al turbamento del padre nello scoprire che la sua biografia era stata fatta parole. Dopo il litigio, Sinem teneva nascosto il quaderno incriminato quasi fosse il suo peccato originale. Il senso di colpa le mangiava il cuore, come un esercito di formiche, ma il progetto di mettere in scena la storia era il balsamo che leniva la ferita. Quando incontrava lo sguardo del padre, intriso di amara rassegnazione, avrebbe voluto supplicarlo di non arrendersi.

Lui continuava a recitare la parte: – Come vanno gli studi, Sinem?

– Tutto bene papà, cerco sempre di fare del mio meglio. – rispondeva lei con voce rassicurante.

Lui rollava una sigaretta e la portava alle labbra, come se avesse esaurito il suo repertorio di parole.

 Gli incontri si susseguivano senza sosta. Avevano già iniziato a scrivere la sceneggiatura.

Una sera, Michela accolse l’amica tutta raggiante.

– Ho fatto vedere la prima parte della sceneggiatura al regista della mia compagnia. Era esaltato! Mi ha detto però che…

– L’hai fatta vedere al regista?- la interruppe Sinem.

– Mi ha detto che sarei perfetta per il ruolo principale. Certo, si dovrebbe cambiare il protagonista in una donna… – aggiunse, con un velo d’incertezza nella voce.

L’espressione di Sinem s’indurì: – Ma, Michela, l’hai fatta leggere senza avermene parlato prima? E vorresti anche cambiare il protagonista della mia opera?

Michela non si aspettava questa reazione. Sinem era sempre accomodante.

– La tua opera? – alzò la voce Michela – Dopo tutto il lavoro fatto insieme, ora mi vieni a dire che è soltanto tua, l’opera? E io?

– Non voglio dire che tutto ciò non conta, ma la storia l’ho scritta io, e ho le mie ragioni per non voler cambiare nulla.

– E quali sarebbero queste tue ragioni? Ti sei solo approfittata di me! – disse Michela con tono secco. Poi aggiunse, livida di rabbia: – Se penso a tutto il lavoro che ho fatto!

Sinem trattenne i singhiozzi: – Come ti permetti? Tu non mi conosci per niente! – Prese la borsa e uscì senza nemmeno salutare.

 Il silenzio ora riempiva la casa. Michela si girava da una parte all’altra del letto, senza pace. Le dispiaceva aver ferito Sinem. Ma perché non la voleva come protagonista? Non la riteneva all’altezza? Aveva bisogno di spiegazioni, ma ancor di più di riavere la sua amica. Non riuscì a chiudere occhio prima di essersi conciliata con la propria coscienza: – Domani vado a chiederle scusa.

 Michela se ne stava a braccia conserte da quasi mezz’ora, quando la vide varcare l’ingresso della facoltà.

– Sinem! – chiamò.

La ragazza alzò gli occhi e oltre le teste degli altri studenti notò la capigliatura riccia dell’amica. Che ci faceva lì? Si sentiva ancora troppo nervosa per incontrarla.

Michela spintonò un paio di ragazzi e la raggiunse.

– Eccoti finalmente!

Sinem rimase in silenzio ed evitò di guardarla negli occhi.

– Dai, non fare così. Sono venuta fin qui per chiederti scusa. Dico sul serio: mi dispiace.

Dall’altra parte nessuna risposta. Michela sospirò.

– Non farmi stare male. Reciterò un’altra parte, non m’importa.

Sinem si costrinse a guardarla. Il tono di voce le sembrava sincero e anche gli occhi lo dimostravano. L’avrebbe perdonata, già lo sapeva, nonostante le rimanesse un residuo di rabbia da lasciar smaltire col tempo. Si decise a sorriderle. Michela allora le si gettò al collo. Sinem s’irrigidì, non se l’aspettava, ma l’amica sembrò non farci caso. Continuò a tenerla stretta, poi si scostò e le afferrò le mani.

– Ho una sorpresa per te!

– Per me?

– Sì! Per noi! – rispose illuminandosi in viso.

Sinem si meravigliava sempre dell’euforia di Michela. Sapeva passare in maniera repentina da uno stato d’animo all’altro.

– E allora? Che succede?

– Si va in scena! La compagnia ha accettato di fare lo spettacolo! – gridò raggiante la ragazza.

Sinem era incredula. Stupore e felicità furono le prime emozioni. Poi ansia e timore si intrufolarono, ma si impose di mascherarle.

 Due mesi erano volati in fretta, tra prove e allestimenti. Il giorno della prima era arrivato.

In sala c’era un forte brusio. La gente chiacchierava, gli ultimi arrivati erano alla ricerca delle poche poltrone ancora libere.

Dietro le quinte il viavai era inarrestabile, tensione ovunque. C’erano attori, costumisti, truccatrici, tecnici del suono e dell’illuminazione, ognuno a pretendere attenzioni dal regista.

Michela cercava Sinem, aveva chiesto in giro ma nessuno sembrava averla vista. Dove si era cacciata? Aveva bisogno di rivedere alcune battute e sfogarel’eccitazione.

Sinem, fuori dal teatro, aspettava i genitori per accompagnarli ai loro posti. La serata era fresca e silenziosa. Quando li vide arrivare, sentì l’ansia invadere lo stomaco. Forse faceva ancora in tempo a scappare.

Suo padre le sfiorò il braccio. Lei capì che era troppo tardi.

Fece strada fino alla platea senza dire una parola. Lasciò che si accomodassero e prese i cappotti per portarli nel guardaroba. Suo padre la fermò.

– Tutto bene? Sembri strana.

 Sinem si sforzò di apparire serena.

– Solo un po’ nervosa.

– Certo, è normale al primo spettacolo, con le famiglie di tutti gli studenti e i professori… – le sorrise per darle coraggio.

Sinem si sentì peggio. Aveva mentito ai suoi e temeva la loro reazione nello scoprire la verità. Si allontanò a posare i cappotti. Al guardaroba trovò Michela.

– Dove eri finita? Ti ho cercato dappertutto!

– Sono arrivati i miei genitori. – le rispose in un soffio.

Michela vide subito che qualcosa non andava, Sinem era troppo nervosa. La convinse a tornare dietro le quinte e la fece sedere in disparte.

– Che hai? E’ successo qualcosa?

L’amica la guardò, era indecisa: sentiva il bisogno di confidarsi con qualcuno ma allo stesso tempo aveva paura di raccontare.

– È la mia storia! – si ritrovò a dire di getto. – Il giornalista esiliato, la famiglia costretta a scappare… Si tratta di mio padre, di me, di mia madre. E’ successo tutto a noi.

Michela rimase a bocca aperta, non sapeva cosa dire. Ripensò a tanti piccoli particolari, alle sfumature nei ricordi. Si sentì davvero stupida a non averlo capito.

Sinem iniziò a raccontare senza freni:

– Il giorno in cui ci siamo conosciute avevo litigato con mio padre. Aveva letto il mio quaderno e si era arrabbiato. Non voleva che scrivessi quella storia che ancora lo fa stare male. Io però ho sempre pensato che non era giusto stare in silenzio. Adesso lui è in platea, convinto di assistere a uno spettacolo di fine corso. E invece…

Si prese la testa tra le mani e non riuscì più a dire niente. Michela allora la strinse in un abbraccio.

– Andrà tutto bene, ne sono certa. Fidati di me.

Intanto le luci in sala si erano spente e il pubblico aspettava in silenzio.

Il sipario si aprì.

Il padre di Sinem iniziò ad agitarsi sulla poltrona. Lo spettacolo era cominciato da appena dieci minuti e già aveva un brutto presentimento. Eppure no, non poteva essere, sua figlia non gli avrebbe mai fatto una cosa del genere. Strinse la mano sul bracciolo e s’impose di non essere precipitoso, ma quando sua moglie si voltò a guardarlo, preoccupata, fu impossibile fingere di non capire.

Irritato e incredulo, si alzò e lasciò la sala.

L’aria fredda gli colpì il viso, ma lui nemmeno se ne accorse. Un’inondazione di ricordi e nostalgia, proprio quelli che ora andavano in scena, aveva sommerso la rabbia. I giorni passati in una cella, buttato lì fra i criminali, soltanto per aver tentato di svelare la verità: decine di migliaia di Armeni uccisi nelle marce della morte. Una parola che i governi turchi non avevano mai voluto ascoltare: genocidio. Lui, invece, l’aveva pronunciata, con tono deciso.

Sul palco, in quegli istanti, il protagonista la stava urlando. Genocidio!

Gli avevano negato il diritto di continuare l’inchiesta, gli avevano detto che minacciava la sicurezza nazionale. Lui aveva continuato. Allora, puntuale, erano arrivati la cella, le botte, il discredito da parte dei parenti stessi. La sua patria lo aveva costretto all’esilio, una volta uscito di prigione.

Aveva impiegato anni a rinchiudere i ricordi in uno spazio nella mente, prigionieri come era stato lui.

Adesso erano liberi, davanti ai suoi occhi.

Frugò in tasca alla ricerca del tabacco, ne prese un po’ e rollò una sigaretta. La accese e aspirò. Il fumo prese a salire lento, cercò di rilassarsi.

I minuti scorrevano, come il racconto della sua vita sul palcoscenico.

Buttò a terra il mozzicone, lo schiacciò con la scarpa e tornò dentro deciso.

Al buio, in un angolo del teatro, si rese conto che sua figlia stava facendo quello che lui non era riuscito a fare.

Sul palcoscenico l’attore principale, scarcerato da pochi giorni, era nel suo studio. I documenti sugli eccidi degli Armeni erano sulla scrivania, sparsi come i loro cadaveri. Aveva appena avuto la notizia che sarebbe stato costretto a espatriare. Stava piangendo la sua rabbia, il cuore gonfio nel vedere quelle testimonianze destinate a marcire nel buio.

 Sinem aveva visto tutto: suo padre irrigidirsi, alzarsi, lasciare la sala. Era passata mezz’ora e la sua poltrona era ancora vuota. Non poteva nemmeno contare sull’appoggio di Michela, che in quel momento era sul palco, immersa nella sua parte, felice davanti al pubblico. Cercò di concentrarsi sulle battute, sulle scene che si susseguivano aumentando il pathos.

Suo padre aveva torto, se ne convinceva sempre di più: quella storia andava raccontata.

Gli attori recitarono le ultime battute e il sipario si chiuse.

Dal pubblico si levò un applauso che sembrò non finire mai. Michela raggiunse Sinem e la trascinò sul palco, fingendo di non sentire le sue resistenze. L’attore che aveva recitato la parte di suo padre le prese la mano e lei avanzò, insieme agli attori, per inchinarsi al pubblico.

Fu rialzandosi che lo vide, in piedi sotto il palco.

Suo padre applaudiva in mezzo agli altri, con gli occhi pieni di pianto, eppure sorrideva. Sinem lo guardò, incredula e felice. Poi fece un passo avanti e s’inchinò ancora, solo per lui.