Danza di una farfalla – Daniela Karewicz

Dipinto di Daniela Karewicz

Appare delicata
di fragile bellezza.
Veste folli colori.
Impaziente
sparge polline ovunque
sulla mente
…sui sogni notturni.

 Dall’età di cinque anni  mi infilavo il tutù rosa e sognavo un futuro splendido nei teatri di tutto il mondo. Col tempo avevo capito che l’abbigliamento non poteva fare di me una ballerina. Per danzare avrei dovuto indossare  tutta la mia anima; sulle scarpette da punta, tanto tenaci quanto illusori … arrivai appena alla terza fila.

 Quando mi proposero  un contratto in Italia come showgirl, accettai senza esitare. Decisi di partire subito, più spinta per la crescente rivolta nel mio paese che per il desiderio di avventura. Ed  eccoli i miei venticinque anni, dopo venti di lotte spietate sul palco, invigorita di piroette, finita nei locali notturni.

Gli angoli bordeaux del night sono occupati tutte le sere da  torme di spettatori che  mi attendono dopo il numero.  Scintillante di paillette, avvolta  nell’aroma degli ormoni e dei sogni, mi  avvicino col passo vibrante a  loro. Per inebriarli compiacerli incantarli. La musica suona un inno di ipocrisia e di angoscia.

 Mi ricordo grida di gioia, quando alla fine del provino mi dissero “Sì”. Per  la  tournée ci preparava un serissimo coreografo  italo – polacco.  Niente suonava falso. Nella sua  coreografia si trovavano accenti di moderna, raffinata sensualità, ma affatto volgari.

Nessuna di noi si immaginava che, oltre a ballare, si sarebbe dovuto  intrattenere i clienti e indurli a prendere le consumazioni. In Polonia simili servizi non esistevano.

Arrivò il giorno della partenza. 

Accuratamente assortite, quattro bionde con gli occhi azzurri, 90 – 60 – 90.   La  nuova merce dell’Europa dell’Est,  spietatamente truffata,  spedita  nella bocca dell’inferno.

Nel ritmo della musica sensuale  splendidamente in  costumi succinti, entravamo nel mondo tanto abbagliante quanto oscuro e perverso.

Luci sfavillanti e penombra,  sguardi ammirati, se non proprio allupati, da parte degli uomini. Tra ordinazioni e risate a vuoto,  si scopriva una vita fatta di  bugie e inganni.

In quell’incubo scandito da scenari in continuo cambiamento, restavamo  completamente segregate. Per non darci la possibilità di stringere gli affetti, ci spostavano  ogni quindici giorni. Per niente autonome, una cosa che metteva ancora più in risalto il senso di desolazione e di sconforto, subivamo passivamente la nostra sorte.

Un anno, un interminabile anno. Quanto si può resistere!

Mancava poco alla scadenza del contratto.  Stanca e confusa, bramavo solo tornare a casa.  Sentivo grande nostalgia dei miei, del mio cane, del teatro.

Purtroppo, le cose andarono in modo diverso.   In Polonia era  stata dichiarata la legge marziale. Sarebbe stata una pazzia ritornarci!

 Con lo scioglimento del  gruppo,  dovetti arrangiarmi da sola. Non fu per niente facile affrontare la nuova realtà senza  protezione dell’impresario.

Ogni  tentativo di trovare un occupazione nell’ambiente diverso dal night, sfumava nel nulla, inoltre il mio permesso di soggiorno stava per scadere.

L’Italia, fantasticata come una favola, era per me un paese difficile da capire, in cui perdevo l’una dopo l’altra le  mie esaltate e boriose aspirazioni.

Lottavo soltanto per sopravvivere.

 Il proprietario del night, dove mi introdusse un’amica brasiliana,  cercava di farmi apparire non come una ballerina,  ma come una misteriosa entreneuse  appena arrivata dai paesi dell’est.

Mi trovò anche un nome d’arte. Dana… una danza slava, una dea luminosa, una sensualità forte e decisa.

L’amore, unica  parola che mi dovrebbe aiutare ad attecchire tra gli uomini, ad avere posto accanto a loro di notte, ma non sotto le stelle. Non c’e bisogno di  raccontare storie in una lingua che ogni sera sforzi di perfezionare.

Un “oggetto” può anche tacere!

L’edificio non era una lussuosa residenza,  ma un vecchio palazzo dove  abitava la maggior parte della  comunità dei migranti. Da quando  vivevo da sola, avevo subito  tanti pregiudizi nei miei confronti, a cominciare dagli affetti più intimi, per finire con l’aperta ostilità di alcuni italiani. Forse  per  questa ragione decisi di trasferirmi lì,  per  sentirmi  meno respinta.

L’appartamento era grazioso e  confortevole. Finalmente si respirava l’aria di casa.  Costava, ma con quello che guadagnavo potevo permettermelo,  anche se con una simile cifra nel mio paese avrei potuto prendere in affitto una reggia. Spedivo ai miei parenti  delle cartoline  scritte con una felicità  panoramica,   con francobolli illustrati da antiche statue e chiese … vi mando l’invito un giorno!

Intanto,  i tacchi rossi  scintillavano nel ritmo furioso, i capelli color grano ondulavano lungo la schiena, la spalla nuda e bianca rapiva sguardi annebbiati dall’alcool.

Pare che  il sogno per  diventare una star  si stava esaudendo. Una schiera di maschi arrapati mi attendeva fuori del locale, i mazzi di rose rosse pesavano sul braccio.

Dopo le tre, i clienti si univano alle ballerine e tutta la comitiva andava a cena da qualche parte. Saziata dopo la seconda portata,  lasciavo poi quasi tutto nel piatto. Nel mio paese, in questo periodo, la gente avrebbe messo nei  sacchetti quel cibo sprecato, l’avrebbe raccolto a cucchiaiate grattandolo dalla tovaglia.

A  casa  si tornava alle prime luci del sole, a volte si partiva per il mare a dormire sulla spiaggia.

Per non svegliare il condominio a quell’ora,  non prendevo  l’ascensore. A piedi nudi salivo le scale il più velocemente possibile, inciampando nei vestiti e nel panico.  Dal profondo  dello scantinato si diffondevano  malefici  sussurri, qualche ombra strisciava verso di  me… 

 Stringevo i denti e indurivo gli zigomi, mentre attraversavo il cortile  condominiale per arrivare ai parcheggi, ogni sera per andare e ogni alba per tornare. Nessuno sembrava fare caso a me, però avevo la sensazione che decine di occhi censori mi spiavano tra le finestre e che lingue mormoranti non   avrebbero tardato  a farmi a pezzi. Correvo al night e mi trasformavo. 

Appena sul cubo, i muscoli della faccia si  contraevano  in una smorfia che dovrebbe assomigliare ad un sorriso, il corpo s’inarcava sul ventre in una posa provocante, gli  occhi  si  serravano. Iniziava lo spettacolo.

 – Di dove sei, come ti chiami, quanti anni hai? Ti offro da bere, bella. Dai, vieni con me. –

Il primo istinto mi suggeriva di scappare da tutte queste voci,  ma alla fine una, quella più rassicurante,  riusciva a catturarmi. –  Non temere, puoi fidarti di me. –

Come una farfalla lesa nei suoi istinti, mi volgevo ingenua verso qualunque fiore mi veniva offerto. Sognavo di essere rapita da un principe azzurro per rifugiarsi nel bianco sconfinato delle lenzuola ornate di brillanti.  Qualcosa mi diceva, però,  che quell’intenso desiderio di trovare l’Eden faceva di me il cibo perfetto per i predatori. 

Anche quella sera cercai di non fare rumore con i tacchi, mentre mi affrettavo lungo   l’androne. Nonostante ciò, nell’ascensore mi sorprese il solito spione con faccia da vita vissuta che questa volta  mi  apostrofò:“… di sicuro non sei  italiana. ” – Teneva lo sguardo  abbassato mentre mi parlava, ma  non ero  sicura se fissasse il pavimento. Avrei scommesso   che  guardava piuttosto il bordo della mia gonnellina, anche quando sparivo all’imbrunire. Da ora in poi ho deciso di cambiare i miei soliti orari. Cercavo  di evitarlo, ma invano. Una sera lo intravidi all’uscio. Indietreggiai subito.  Pigiai frettolosamente  un bottone  dell’ascensore,   non feci caso che  non si fermò sul pianerottolo, ma al piano sotterraneo. All’improvviso mi trovai  nell’ inquietante buio della cantina.                                                                                                          

Il  mio vicino non smetteva di darmi la caccia, sembrava un avvoltoio pronto a catturare la sua preda. Una straniera con un comportamento diverso, secondo lui impudente, avrebbe dovuto essere più facile da conquistare.                                                                                                                                                                     

All’ alba di una domenica mi  sorprese nell’ascensore, ero troppo stanca per lottare.  Mi disse che voleva essere stuzzicato da miei sexy tacchi a spillo. Mentre mi strappava il tanga, con calma pigiai il bottone del sotterraneo. La porta si spalancò nelle tenebre. Lo spinsi leggermente fingendo di seguirlo. Poi feci un passo indietro.  Mentre salivo,  spaventose urla echeggiavano lontane.                                                                                                            

Ne avevo abbastanza di quello squallore in cui ero finita. Avrei voluto ricostruirmi la vita che  avevo  lasciato indietro e che finora ero stata costretta a trascurare.

Mi sarebbe piaciuto circondarmi dalla gente  per bene, magari farmi qualche amica.  Così, cominciai a frequentare alcuni ambienti culturali, mi iscrissi a  vari corsi.

 Di Alberto mi ero innamorata durante un convegno. Era irresistibile con quell’espressione di illuminata saggezza, mentre illustrava la questione della politica razziale nel mondo. Durante il rinfresco  gli dissi che  essendo una straniera  capivo e condividevo il suo punto di vista.

Mi scrutò dalla testa ai piedi.

Con lui è stata la mia  prima cena  fuori dal mio giro. Ero terrorizzata all’idea che potesse scoprire le mie scatenate esibizioni di lap dance. 

Alberto era  l’uomo fatto  per me…lo vedevo perfetto. Aveva una mente brillante, un nome, un’alta posizione sociale. Mi faceva sentire al sicuro, protetta. Allontanava da me il mondo comune, le persone meschine e volgari.

Erano  settimane che ci frequentavamo e  mi convincevo  sempre di più  del suo infinito amore.

Sognavo  di sposarlo.

Una volta, dopo intense ore d’amore,  sussurrai che con lui avrei voluto crearmi una famiglia.

Con la stoica calma si infilò i calzoni e la camicia, annodò meticolosamente la cravatta. Con la stessa espressione di illuminata saggezza che aveva dimostrato  durante il famoso convegno, quando parlava del problema di politica razziale,  chiarì il suo punto di vista. 

 “Cara, cerca di capire. Una dei paesi dell’est, molto  sexy  e del tutto indipendente che sfugga al controllo del maschio non rientra nello standard della ragazza da sposare. La cosa più importante è che le tue radici rappresentano il nulla, perché memoria e sangue appartengono a culture diverse. Come ti è venuta in mente l’idea di sposarmi?”

Già! Meno male che mi aveva  allontanato da quest’idea assurda.

Se fossi diventata  sua moglie,  avrei dovuto sempre ricordare di rimanere al mio posto, non avrei mai dovuto  pretendere di essere uguale a lui, guai a me se lo avessi dimenticato!

Tornai   alle conferenze di Alberto ancora molte volte.

Mi guardavo sempre intorno con il timore di incontrare sua moglie.  Avevo saputo della  sua esistenza   durante  un congresso. Visibilmente confusa, abbandonata a se stessa, stringeva con le mani tremanti il calice con lo spumante. Lui,  circondato dai giornalisti non le prestava alcuna attenzione. In breve si dileguò con una nuova assistente giapponese, per riapparire  mezz’ora dopo.

Quel pomeriggio, dopo aver fatto la doccia, sistemai i capelli come pensavo gli sarebbero piaciuti, denudando il collo. Lo incontrai davanti il palazzo dei convegni. Con un accattivante sorriso lo invitai a casa mia. Mi chiese di aspettarlo.

Aspettai.

Nell’ascensore si buttò su di me come un comune infame.  Quando la porta si aprì, lo staccai lentamente da me. Le mostruose ombre dei sotterranei  fluttuavano in una danza perversa. Lo lasciai insieme a loro.

Mentre salivo,  il  perfido affanno si insinuava in mezzo alle fessure. 

La massacrante  vita del night continua.  Nonostante mi trovi in mezzo alla gente che si diverte, sento grande solitudine.

Osservo le mie college sedute al  bar con le gambe accavallate, lunghe ed esili. Catatoniche, sorridono appena, racchiuse nella loro mascherata frustrazione. Avvolte negli inquieti fumi delle sigarette, sembrano  ninfe smarrite nelle nebbie.

–  Che cosa ci faccio qui!? – mi domando ogni sera.

Nell’oscura penombra si fumano le illusioni, si ascolta morire la speranza, si annega la vita.

Eppure mi consolo. Quanto sono fortunata rispetto a una mia vicina coreana, Yŏng, e ad altre donne dai lineamenti orientali che intravedo nel giardino della terrazza sul tetto! Non escono mai.

Con Yŏng mi  imbattei   in ascensore, scendeva in lavanderia. Era incinta di almeno otto mesi. Con un braccio reggeva una cesta di camicie di suo marito, con l’altra mano stringeva a sé  tre maschietti. Mi congratulai con lei per i figli, augurandole adesso una femmina. Mi guardò con un’infinita tristezza  e si immerse in catartica meditazione. Mi disse poi, che questo di sicuro sarà un maschio, suo marito non desiderava una femmina.

All’inizio la invidiavo, sopratutto per la sua devozione verso la casa e la  famiglia. Sempre sorridente, evocava un perfetto equilibrio tra corpo, mente e spirito, invece la sua sorte era tragica. 

Come tante donne  che sfuggono alla fame e alla miseria del proprio paese,  divenne anche lei una vittima del traffico di esseri umani. Il suo corpo rientrava nello standard richiesto dal mercato e molto presto fu comprata da un industriale cinese per un modico prezzo di 528 dollari. Per accontentare il marito si fece, quando era ancora in Cina, il naso più lungo e alle sue palpebre aggiunse uno strato di pelle. Si pentiva adesso di non essersi sottoposta  all’intervento per l’allungamento delle gambe. Le sembrava troppo spezzarsi le tibie per guadagnare dieci centimetri di altezza.

 Riflettevo  sul disagio con cui si trovano a convivere molte donne, che subiscono continuamente violenze psicologiche e fisiche sulle loro scelte, solo perché femmine o straniere. Sono stata educata nel concetto della libertà e non mi aspettavo intolleranza  da una collettività di varie culture.

Tuttavia proprio in questa occasione ho conosciuto anche il fanatismo religioso che condannava anche me in nome della fede.

 Ero troppo stanca per salire le scale  quella mattina e poi, non dovevo più  nascondermi. Il palazzo sapeva tutto di me e non perdonava. 

Presi l’ascensore e per dispetto pigiai tutti i bottoni. All’improvviso mi trovai  nel grigiore  dello scantinato. Paralizzata dalla paura,  udii un farneticante  respiro. Qualcosa mi arruffò i capelli, leccò le guancie, strappò i vestiti.

Scivolai lentamente  lungo il muro. Mi sembrò che tutto il palazzo  venisse  spalancato dagli  occhi invadenti e maligni. Accovacciata nell’angolo, con la testa giù e le mani  infilate sotto le ascelle, aspettai il linciaggio.

Gonfia dallo sforzo di frenare le lacrime, ad un tratto mi calmai.  Perché dovevo vergognarmi? Non dovevo avere sensi di colpa solo perché cercavo di andare avanti.

Toccai con  la fronte una parete gelida e grondante di sudore … o forse qualcuno mi sfiorava con una mano fresca e rassicurante!?

Una pallida luce  lambì appena i bordi slavati delle immagini completamente deformate che piano piano  ripresero  il loro aspetto.                                                                                                    

Alzai la testa e intravidi crescere un vago chiarore nelle tenebre…non erano  nient’altro che  giochi di luce dell’ascensore che, spalancato, mi attendeva tranquillo.