Un Tramonto nelle Paludi – Gassid Babilonia (ovvero Kassad Houseni)

Un Tramonto nelle Paludi di Gassid Babilonia (ovvero Kassad Houseni)

Una volta, quando l’uomo mitico resisteva alla tirannia, gli Dei venivano uccisi, non con la lingua ma con la spada. Nel sud dell’Iraq, le paludi hanno inghiottito i più potenti Dei tirannici della storia dell’umanità.

Sono affollate di piccole case, fatte di canne e fango; queste galleggiano sull’acqua, formando con i  loro raggruppamenti stradine e vicoli come quelle di Venezia. Gli stormi degli uccelli vengono da ogni dove in diverse stagioni. Aggiungono, con i colori delle loro piume, bellezza al quadro palustre. Le paludi, con le loro canne innalzate verso il cielo sfidano tutte le sacre ingiustizie e le glorie corrotte. Sono sempre rimaste il rifugio degli eroi che hanno donato con generosità il loro sangue per liberare i deboli, arrossendo con il loro sangue le acque come il sole al tramonto.

Una notte d’estate, c’era una sola casetta illuminata da una candela fioca, mentre tutte le altre erano buie. Le stelle riflesse ballavano sulle onde. La luna rispecchiata galleggiava sull’acqua come una barca stanca dopo una lunga giornata di pesca. Sulla soglia senza porta di quella casetta si affacciava un fantasma, più oscuro della notte. Era una donna vestita di nero. Osservava le paludi, le canne e il cielo, nel silenzio eloquente della notte. Un silenzio che veniva interrotto dal fruscio delle canne e dal mormorio delle acque, o dai sussulti di una barca, attraccata vicino alla casetta. Quella barca che una volta aveva accolto la donna con suo marito, sereni e felici, nel giorno del loro matrimonio, portati in giro per tutte le stradine dei villaggi delle paludi, accompagnati dai loro parenti e compaesani che cantavano e ballavano contenti. La stessa barca aveva trasportato poi la bara di suo marito, uno dei tanti eroi uccisi da Saddamus, il dio tiranno di quei giorni.

In quell’attimo una voce, tristemente melodica, interruppe i pensieri di Kansa: “Mamma, dove sei?”, la chiamò Hur, suo figlio di sette anni, “Aspetti ancora mio papà? Ma quando torna, mamma?”. “Sono qui tesoro” rispose Kansa, entrando nella casetta, “Il suo viaggio è lungo tesoro, dobbiamo aspettare, ma se non tornerà, andremo noi da lui”. “Io voglio andare da lui, non posso aspettare così tanto. Non vedi com’è difficile per me andare a caccia con la barca? Quando era qui mio padre, tutto era più facile” ribatté Hur. “Lo so tesoro, anche per me era tutto più facile, ma dobbiamo cavarcela” gli rispose Kansa.  Abbracciando suo figlio, Kansa riuscì finalmente a chiudere occhio. Il giorno dopo, Hur, l’uomo di casa, prese la barca e andò con lo zio per imparare la caccia e la pesca. Lo zio fu per Hur come un padre e lui lo amava come tale. Kadigia, la figlia dello zio, veniva, talvolta, a caccia con loro, e da quel momento guardò Hur con tanta tenerezza.

A diciassette anni Hur, con il suo pigiama mezzo bagnato e la camicia, cucita e ricucita dieci volte, profumava di pesce: era diventato un bravo pescatore. Kadigia, sua cuginetta, dai capelli ancora più neri della notte palustre, gli occhi limpidi pieni di amore e speranza, e il viso abbronzato dal sole meridionale dell’Iraq, era già cresciuta, e nel suo cuore cresceva pure l’amore per Hur. Il padre di lei sapeva già tutto, e non poteva trovare meglio di suo nipote, Hur, per sua figlia, ma doveva aspettare qualche anno perché erano ancora ragazzini. “Facciamo solo il fidanzamento” disse Kansa, e lo zio accettò.

Un giorno lo zio parlò a Hur di suo padre: “ Per anni ti abbiamo detto che tuo padre era in viaggio ma crescendo hai capito che era morto. Ti ho detto che lui fu ucciso dai cani di Saddamus, ma dei dettagli non ti ho mai parlato! Io so che a te non piace la guerra, ma anche a me e a tuo padre non piaceva. Come noti, gli eroi contro il regime vengono a combattere qui, perche qui possono nascondersi, dato che loro sono meno dei cani del regime. Le paludi sono state sempre la roccaforte dei combattenti contro la tirannia. Una volta tuo padre stava pescando, e in quel momento passò un combattente, seguito da tre dei soldati del regime. L’avrebbero ucciso se non ci fosse stato tuo padre, che tirò fuori il fucile nascosto nella barca e uccise i soldati. Mentre il combattente fuggiva, arrivarono altri soldati e cominciarono a sparare su tuo padre. Lui riuscì a ucciderne due ma poi lo ammazzarono, abbandonando il cadavere rovesciato nell’acqua. Io e tua madre non abbiamo mai dimenticato questa scena: mentre lo riportavamo a casa, lei è scesa nell’acqua fino al collo per prenderlo, singhiozzava e l’acqua salata le entrava in bocca. Talvolta, figliolo, la guerra ti bussa alla porta e tu non puoi fare altro che aprirla. Devi imparare a usare le armi, avrai il bisogno di difenderti e di difendere la tua terra e la tua famiglia, devi sapere come usarle”.“ Io non ci credo al bisogno della violenza, e odio la guerra. Non voglio imparare a usare le armi, zio. Quando un giorno morirò, voglio morire innocente e pacifico”, ribatté Hur.

Hur amava la natura delle paludi, la vita e la sua fidanzata. Quando tonava dalla pesca, la giornata tarda, passava a prenderla e si mettevano, nella barchetta, a osservare il tramonto. Il sole calava, nascondersi timidamente, dietro i boschi di canne. Ogni tanto, di notte, andavano in giro per le stradine delle paludi. La luna piena versava la luce sulle canne, mentre quella riflessa nell’acqua sembra fosse un cavallo bianco che trascinasse la barca, galoppando con le ondine. I sussurri dei fidanzatini erano accompagnati dal fruscio delle canne accarezzate da un piacevole venticello, e voci d’insetti notturni. Erano un quadro divino, toccato con tanta tenerezza dalle dita di un Dio d’amore e di pace, che ama davvero gli esseri umani. “ Quant’è bella la luna, i boschi di canne, anche il buio silenzioso è bello. Tutti sembrano felici, cantano e ballano per noi” diceva Kadigia. “La felicità è un raggio che esce dall’interno dell’uomo e si emana sulle cose e te le mostra belle e felici, ma in realtà sono sempre le stesse. La felicità è come un profumo che si sparge e riempie tutto intorno a se”, rispondeva lui. Kadigia lo guardava a lungo, con un sorriso da bambina e occhi che rispecchiavano la luna: “Tu sei il profumo che mi riempie l’animo e tutto il mio mondo di felicità e gioia”. E rimanevano a sognare come costruire la loro casa, e quanti figli avrebbero fatto, sognavano di comprare una bella barca per vivere con pace nel loro amato mondo palustre.

La gente era legata alle paludi come i pesci legati all’acqua: se escono, muoiono. E perciò quando Saddamus decise di asciugarele acque delle paludi, per spegnere più facilmente le rivoluzioni che ne venivano, scoppiarono le resistenze. Lo zio di Hur, nonostante i suoi sessant’anni, decise di difendere le sue acque. Durante gli scontri con i cani del regime furono uccisi tanti combattenti: uno di loro fu proprio lui. Hur lo andò a recuperare, trovò il suo cadavere rovesciato in acqua, e il suo fucile ancora nella mano. Pianse tanto. Impugnò il fucile. Lo guardò a lungo. Lo buttò via, e con le braccia aperte al vento, la camicia bianca che rispecchiava la luce solare, gridò: “Non voglio la guerra”.  Con quel grido Hur fu fucilato dai soldati e cadde dalla barca. Sotto il rosso del tramonto, sua madre e Kadigia arrivarono al suo cadavere, lo videro rovesciato in acqua vicino a quello dello zio. La madre scese in acqua, annegò fino al collo  e l’acqua salata le entrava in bocca, piangendo gridò: “Figliolo mio, respiri ancora? Figliolo che non sa usare le armi, quale fucile ti ha sparato? Figliolo mio dalla guerra non si salva chi la odia, dalla guerra non si salva chi non ci partecipa. Figliolo per chi rimango viva, e quanti abiti neri mi metto per te?”. La fidanzata sulla barca guardò la scena con le lacrime gelate negli occhi. Vide il buio freddo che assaliva, come un mostro, le paludi. Tutto intorno a sè era morto.