Sul Piatto della bilancia – Emanuela Verna

SUL PIATTO DELLA BILANCIA
di Emanuela Verna

«Mò la prossima volta quando scendi?»
La domanda si ripeteva, pronunciata da persone diverse ma con
lo stesso ispido tono di voce, da quando lei era partita la prima
volta. Si era abituata, negli anni, a non rispondere, si stringeva
nelle spalle in attesa dell’inevitabile domanda successiva: «Ma
proprio non ti piace stare qui?E quando non sei a Bologna sei
dall’altro lato del mondo!». Il tono dell’interlocutore a questo
punto si era già fatto rassegnato, era il tono di chi tutto sommato
la risposta non vuole conoscerla. “L’altro lato del mondo” era di
volta in volta un luogo diverso, che di solito costituiva poco più
di un nome per chi stava ad ascoltare. Quasi sempre però, quel
nome veniva associato all’immagine di un posto lontano ed
esotico, e in quanto tale, inevitabilmente pericoloso. L’unica a
cui si sentiva di dover giustificare quelle partenze, e di dover
anticipare già quando sarebbe stato il ritorno, era la nonna. Forse
perché lei non chiedeva mai niente, e pur mostrando una
preannunciata nostalgia si vedeva che dopo tutto era serena, e
felice di saperla in viaggio. Lei sapeva che se la nonna avesse
potuto sarebbe partita anche lei per qualche posto esotico. E
allora, non potendo portarla con sé, le raccontava quello che
vedeva attraverso lunghe lettere.
Lisa ha spalle inadeguate per il suo girovita taglia 38. E allora
un giorno ha deciso di dare un senso a quelle spalle,
caricandole con un ingombrante violoncello. Attende con
pazienza in fondo alla folla, per evitare che quel suo antico
fardello impedisca i movimenti delle decine di persone che si
accalcano in attesa dell’apertura delle porte. Ha deciso di
impiegare i prossimi venti minuti a misurare la sala di attesa in
lungo e in largo. Ma alla piastrella numero 23 del lato est si è
stabilito un uomo enorme, che le impedisce di capire quante ne
mancano per arrivare al muro.
Le regole sono chiare: il traghetto in arrivo vomiterà fuori tutti i
suoi passeggeri, e solo quando l’ultimo avrà attraversato la
rampa, le porte scorrevoli si apriranno liberando tutti coloro
che aspettavano dall’altro lato del vetro. A quel punto la nave
aspetterà una decina di minuti, e quando sarà nuovamente
carica ripartirà verso il porto da cui era venuta.
La nonna conservava le sue lettere in un cestino da lavoro, che
quando la vista permetteva ancora lunghi pomeriggi di taglio e
cucito, era servito a contenere portaspilli e pezzetti di stoffa
colorata.
Il cestino era posizionato su una bilancia per alimenti in grado di
individuare anche le proprietà nutritive del cibo sottoposto alla
pesatura, regalo di figli preoccupati per la salute dell’anziana
mamma. La nonna aveva però preferito far svolgere al
sofisticato strumento il delicato compito di pesare quei racconti,
e di mese in mese caricava con qualche grammo il piatto della
bilancia.
Prima di depositare le buste però, ritagliava con cura i
francobolli, e li incollava nelle pagine di una rubrica telefonica
che teneva sul comodino.
All’età di 88 anni è impossibile non rendere tutto un’abitudine, e
i gesti ripetuti acquistano una meticolosità e una durata quasi
ritualistica, di una religione pagana fatta di gesti quotidiani.
A Bruna piaceva svegliarsi presto la mattina, indossare la
vestaglia color crema, scendere al piano di sotto e spalancare le
finestre, per fare colazione con la cucina illuminata dalla luce
delle 6.
La divertiva fare la spesa, e per questo evitava di fare grandi
scorte alimentari “è finito il tempo della guerra” diceva quando
qualcuno le chiedeva perché non acquistasse almeno il
necessario per due giorni. La verità era che passeggiare nel
supermercato e poter scegliere tra tutti quei prodotti le dava la
possibilità di incontrare ogni giorno persone diverse. Da che non
andava più in piazza quei corridoi tra gli scaffali e lo spazio
davanti al banco degli affettati erano diventati la sua piazza.
Ogni mattina verso le 11 sapeva che avrebbe citofonato la
postina, quella nuova che le era antipatica. Lei allora non
rispondeva mai al citofono, certa che, non trattandosi di
raccomandate, era sufficiente che l’ispida ragazza depositasse la
posta nella buchetta. Dal suono del citofono contava 60 secondi.
Li contava a voce alta, come se stesse giocando a nascondino.
Era il tempo che serviva alla postina per tornare alla sua bici,
montarci su e allontanarsi pedalando. Gli ultimi tre numeri ben
scanditi, come se la stesse avvisando di aver quasi terminato la
conta: cinquantotto, cinquantanove e sessanta. A quel punto lei
sgusciava fuori: attraversando il giardino coglieva con uno
sguardo quali piante necessitassero di acqua, e quali di essere
potate. Lo annotava in testa sotto la voce “lavori da fare di sera”.
Arrivata alla porta infilava una mano nella cassetta di metallo,
strizzando gli occhi prima di aprirli per verificare se si trattasse
di pubblicità, bollette, o della lettera che stava aspettando.
Qui quando piove odora di sapone. E’ come fare un lungo
bagno in una vasca piena di schiuma.
Io sono arrivata di notte, sotto ad un diluvio, e quando ho
aperto la porta del taxi sono stata immediatamente corteggiata
da questo profumo. Ho capito perché solo quando ho letto nella
mia guida che in questa città si produce sapone. Nei negozi
intorno all’albergo ne vendono tanto, e al kilo. Mi avevano
spiegato che il requisito fondamentale consiste nel fatto che ogni
pezzo, tagliato a metà, deve rivelare un verde più acceso di
quello che lo riveste: il verde palude, esterno, è il colore
dell’olio d’oliva; il verde prato, interno, è quello dell’alloro.
100% naturale, mi dicono che rende lucidi perfino i capelli. Ho
fatto tagliare un paio di saponette prima di acquistarlo, non
sono un’esperta ma sembra davvero di un bel verde. Credo che
gli uomini non lo usino quanto le donne, o forse ne corprono la
fragranza con profumi e dopobarba eccessivi. Lo senti per
strada, quando ti passano accanto: hanno tutti lo stesso odore,
come se ci fosse un unico barbiere a improfumare le barbe, o
quel che ne resta dopo la rasatura, di tutti i signori della città.
Aveva voglia di ricordare una storia calda, in cui i protagonisti le
sembravano vecchi amici, e le cose che si mangiavano
sembravano preparate con le stesse ricette che la sua famiglia si
tramandava. Una lettera che le ricordasse del sole della città che
aveva lasciato, del golfo, delle lenzuola bianche stese ad
asciugare, delle chiacchiere in cortile fatte da un balcone
all’altro. Pensò a lungo ad un viaggio che corrispondesse alle
sue aspettative, che non la deludesse.
Scelse la lettera B della rubrica.
Se ne stava seduto fuori da un caffè nel quartiere più antico
della città. Sfilata la macchina dalla borsa aveva tentato di
fotografare i palazzi coloniali che si affacciavano sulla piazza,
ma il bianco su cui rifletteva il sole lo aveva costretto ad aprire
e chiudere il diaframma un paio di volte prima di capire che era
un’operazione impossibile. Si era quindi concentrato su uno dei
negozi di antiquariato, e uno ad uno metteva a fuoco tutti gli
oggetti che erano accatastati fuori. Usando lo zoom come un
binocolo si spostava da un grammofono ad una macchina da
scrivere, rimbalzando negli ottoni delle campane e delle
spalliere dei letti, senza scattare.
«Sai perché questo posto si chiama così?» una domanda aveva
interrotto il suo gioco attento, e lui aveva spostato di scatto la
fotocamera finendo con l’inquadrare nello schermo della
digitale i piedi del suo interlocutore. Risalendo fino agli occhi si
era trovato di fronte un uomo di almeno 70 anni, che si era
affrettato a serrare le labbra, come se fosse stato colto con le
mani nel sacco, tanto che a quel punto il ragazzo non era più
sicuro che fosse stato lui a parlare. Il vecchio però decise di
uscire allo scoperto e di ripetere la domanda, identica a prima,
scandita con lo stesso tono di voce: «Sai perché questo posto si
chiama così?». Avrebbe risposto subito se non si fosse perso a
contare le rughe sul volto del suo interlocutore. E lui allora
approfittò di quel silenzio per spiegare.
«Vedi, questa città è un porto. Quando trovi una casa verde,
gialla, rossa, quella è stata colorata con la vernice che si usava
per le chiatte. Quando avanzava poi si usava anche per le case.
E così casa e barca erano di uno stesso colore. Questa era una
città di barche, e di marinai. E allora per questo posto hanno
scelto il nome del santo che protegge i naviganti, San Telmo».
La rubrica telefonica con attaccati i francobolli era il suo modo
per catalogare, per non dimenticare, per ripassare. La sera,
quando non riusciva a dormire, la apriva pensando ad una
lettera. Ad ogni lettera corrispondeva il nome di una città, e
alcune si ripetevano. Chiudendo gli occhi lei pensava e
ripensava alle storie che in quelle città aveva visto nascere, e a
volte inventava una fine per quelle che non ne avevano ancora
una. Si divertiva poi a raccontare questi finali immaginari a sua
nipote, nel giorno in cui lei tornava. Si sedevano in cucina
davanti ad una tazza di tè, e passavano ore a raccontarsi,
tenendosi strette le mani. Quando quel pomeriggio di tè finiva,
la nonna, preso il fiato, chiedeva «e la prossima volta dove te ne
vai, l’hai già deciso?» Seguiva un elenco di località, non c’era
mai una risposta sola, pronta.
E così l’elenco dei posti cominciava da quelli più possibili, si
passava poi a quelli più improbabili, e seguivano le motivazioni,
le ragioni per cui una città era preferibile all’altra, le cose che lei
aveva letto, che l’avevano incuriosita, che avrebbe voluto vedere
da vicino. La nonna però a metà lista aveva già smesso di
ascoltare, concentrata com’era a collocare le prime tre città nella
sua rubrica.
Se la immaginava già: lettera L, La Paz, e un bel francobollo
colorato. Lettera P, Pune, forse un il disegno di un elefante. Il
Cairo, il ritratto di uno sconosciuto, forse un re o un presidente.
Aveva già pronta un’altra domanda, per quando l’elenco dei
luoghi sarebbe terminato.
«E quando riparti?»