Sleeplighter (l’uomo dal sonno leggero) – Antar Marincola

Sleeplighter (l’uomo dal sonno leggero)

di Antar Mohamed Ahmed Marincola

Fin da piccolo ho imparato a guardarmi dagli animali feroci che insidiavono il gregge di mio padre, ancora prima di parlare sapevo come tenere insieme duecento pecore da latte e di carne, le spostavo alla ricerca di acqua e di erba fino ad inoltrarmi in zone sconosciute e molto lontane dal villaggio, dove stavano in agguato le belve.

Per non essere divorato ho imparato presto a fuggire,da piccolo e al minimo rumore, prima che le gambe mi tremassero, scappavoe correvo sempre più forte, correvo come quel giorno di buon mattino che scappai.

Scappai, dal mio villaggio polveroso quando al mio villaggio una pesante carestia uccise tutti i nostri animali, capii che lì non c’era più niente da fare per me e, come figlio più grande di mio padre, toccava a me partire.

Con un mezzo di fortuna arrivai nella capitale del mio paese, alla ricerca di uno zio che mi avrebbe aiutato a partire. Per otto mesi ho vissuto in una capanna fatta di sterco di vacca e ricoperta di lamiera a quindici chilometri dalla capitale.

Lavorai molto per mettere da parte i soldi per il viaggio. “Non ti dimenticare di noi” disse mio zio accompagnandomi all’aeroporto. “Manda dei soldi,che così avrai sempre la nostra benedizione”.

 Era inverno quando arrivai a Milano. “Ha bagaglio da dichiarare?” Mi chiese il funzionario in un francese. Funambolico, risposi che tutto quello che avevo stava nella piccola valigia che portavo a tracolla. Il funzionario mi incenerì con lo sguardo e con un gesto sgarbato mi intimò di passare.

Manifesti pubblicitari enormi, insegne luminose, tutto mi sembrava come quando al mio paese sniffavo colla da mobili o benzina da uno straccio. Ero stordito e affamato.

Quella sera non mi allontanai dalla stazione, avevo pochi soldi e tanta paura e non sapevo dove andare. Un cartone diventò il mio giaciglio. Mentre mi coricavo vidi poco lontano un negher come me. Anche lui veniva dalla polvere faceva la guardia a poche cose distese per terra. Mi disse che quella sera mi avrebbe dato lui da dormire.

 Il giorno dopo Awes, il vu cumprà di piazza Genova mi portò in un ufficio. Tutti erano molto indaffarati. Una donna mi mise delle carte tra le mani: “Qui metti come ti chiami, abiti a Milano, in quale centro di prima accoglienza, hai le marche da bollo, capisci l’italiano, da dove vieni, cosa sei venuto a cercare?”.

Tutto, di fretta, ma avevo bisogno di andare in bagno.

Usciti dall’ufficio, avevo capito un terzo di quello che non avevo capito. Awes con aria sorniona mi disse: “Vai a Roma, fa meno freddo e poi alla mensa della Pietas fanno porzioni più abbondanti”, “Con quali soldi ci vado?” chiesi io.

“Te li presto io, poi, quando avrò bisogno di te ricordati di me!”

Dopo tanti mesi tra mensa Pietas, di ufficio in ufficio per cercare lavoro, un giorno Kadir mi disse che al sud a Villa Eterna  lavorando nella raccolta di pomodori un po’ di soldi si riuscivano a fare.

In campagna alla raccolta del pomodoro, dopo poco mi resi conto che io rischiavo di diventare una passata, indigesta almeno per me. Quindici ore di lavoro per venti euro, la notte ero sfinito,  non riuscivo  a dormire. Tenevo i miei pochi soldi tra le palle, e, pensavo, che se qualche matto vien di notte, ci ammazza e ci deruba, in fondo siamo solo degli schiavi e nulla più. La notte era lunga e aspettavo solo un altro giorno per faticare.

Stanco di questa vita, seppi che a vendere al mare a donne bianche che prendono il sole, borse, amenità, e, altre cose di questo tipo, si guadagnava qualcosa ma sopratutto si faceva molto meno fatica, bisognava camminare, tanto, ma io sono di famiglia nomade e certamente camminare è la cosa che mi spaventa meno.

Arrivai a Rimini, eravamo tanti negri che vendevano cazzate a bianchi rincoglioniti. Vendevamo per le strade o nelle spiagge, invece i bianchi vendevano nei negozi, ma loro con noi erano perennemente incazzati. Dicevano che gli rubavamo il lavoro, che eravamo abusivi, che occupavamo suolo pubblico, ci chiedevano sempre i permessi, ci dicevano che non potevamo stare là perchè non avevamo le autorizzazioni, poi venivano i vigili ci mitragliavano di domande, studiavano le nostre carte, ci portavano nel posto di polizia e, alla fine, la nostra roba restava a loro!

 Dopo ore e ore in polizia, con un panino al tonno e rucola e acqua fresca da bere, ero triste da morire, lì a mangiare su una panchina e a pensare, ora cosa farò?

 Mi sento chiamare da dietro, era un ragazzo bianco e mi dice: “Ehi, negher ce l’hai la roba?”

Io non capivo cosa volesse, feci cenno di andarsene, insisteva: “Cosa hai solo fumo, ehi negher di merda me la dai la polvere bianca?”.  Imprecava, insultava, tremava.

Ed io, come una rivelazione per la prima volta nella mia vita, capii che dare a questo ragazzo quello di cui aveva bisogno sarebbe stato un modo di impedirgli di andare in giro a prendersela con gli africani seduti sulle panchine.

Mi chiamavano il “Palo”. Ero il migliore, mi muovevo con sicumera, lavoravo ovunque anche fuori dalla chiesa. Alla fine dell’estate mi trasferisco a Torino, lavoro nel quartiere di Set Calvario, entro anche nel giro delle negre senza mutande, le proteggevo e loro lavoravano in modo efficiente. Vedevo soldi, tanti, tanti soldi, vedevo materializzarsi la ragione dello stare qua! Soldi, a tutti i costi!

Ora avevo una squadra si chiamava “Sundiata”, il nostro perimetro era Set Calvario, intorno avevamo quei giovani bianchi in cerca di Dio, che noi con ordine e disciplina mettevamo in fila per distribuire razioni e conforto!

Il villaggio era in festa, mio padre si era comprato una bambina come moglie, le mie negre senza mutande mi amavano e rispettavano, ma lavoro è lavoro, mai mescolare il pane con la carne.

 Per un po’ ho il controllo, ma un giorno, si diceva che la banda degli Zuentek fosse entrata con qualcosa di nuovo, e Set Calvario era il suo test.

Stavo sempre in campo mai fidarsi tanto mai fidarsi mai, di nessuno, cane mangia cane, homo homini lupus!

Una voce amica, Rashid, “Il fiume ha ripreso la via del mare” mi disse per dirmi che tutto stava rientrando, ma..sento..qualcosa che mi trapassa la schiena, un coltello, e Harun che lo fa vibrare nel cielo, colpi profondi. Sono caduto di testa sbattendo contro lo spigolo del marciapiede. Il sangue caldo che mi usciva dalla bocca, la mia carcassa si stava sparpagliando sul marciapiede e il selciato era freddo. Stavo morendo per una questione di zone, di sangue e di polvere bianca.

 “Da quant’è che sono qui?” chiesi all’infermiera. Mi aveva svegliato il canto degli uccellini. “Dodici giorni” mi disse e dal modo in cui mi guardava capivo che sapeva che non ero in un letto di ospedale perchè ero caduto da una impalcatura.

Però, nonostante il dolore fisico dormivo come non mi riusciva da tanto.

Un giorno una volontaria venne da me. Si chiamava Angela e  mi disse: “Vedi Fatah, tu sei un classico prodotto dell’equivoco che molti di voi vivono venendo qua. Pensate che qua è il paradiso, e per fare soldi e mandare soldi nei vostri villaggi siete disposti a fare di tutto!”

Non avevo capito niente di quanto mi diceva, ma le sue cosce erano belle, e sentivo che voleva aiutarmi.

Poco prima di Natale Angela mi disse che di me ne aveva parlato con suo padre, un penalista. In fondo qui a Natale si è sempre più buoni, e, lui almeno lo era a Natale e come fioretto voleva aiutarmi.

Andavo spesso sul terrazzo dell’ospedale. Mi sentivo un fallito non mandavo soldi più al mio villaggio, non scrivevo più mi vergognavo di non aver soldi da mandare. Loro hanno bisogno, ed io sono qua per far soldi, ma come faccio stando in ospedale?

Stavo tanto tempo sul terrazzo a pensare cosa dire a mio padre. Perchè non vede più soldi?

Gli altri in camera con me si lamentavano, perchè stavo fuori e tenevo la portafinestra aperta. “Hei! Animale entra e chiudi qua non è affrica qua è la civiltà!”.