Nella nebbia – racconto collettivo

Nella Nebbia

di Pina Piccolo, Pia di Molfetta, Daniela Karewicz, Natalia Fagioli, Lo­lita Timofeeva, Milli Ruggiero, Patricia Quezada

Faceva un freddo cane. Sulla strada immersa nella nebbia, apparve una figura piuttosto strana. Con le mani nelle tasche dei jeans e pesanti stivali borchiati avanzava con passo lieve e aggraziato verso la piazza del paese. Il suo capotto militare, lungo e ampio, portava l’impronta di paesi stranieri. Dal largo cappello nero uscivano lunghe ciocche rossastre che coprivano una parte del volto slavato da ogni espressione.
Sascha non era arrivato per caso in quel paesotto della bassa bolognese. Aveva in tasca il motivo del suo arrivo. Era un oggetto oblungo, scolorito e con qualche crepa. Significava molto per lui. Era stato un dono di suo padre; questo poteva ricordarlo bene.
“Soffia”, gli aveva detto quel giorno nel bosco. E soffiando, Sascha aveva scoperto il canto degli uccelli, custodito lì, dentro quel piccolo spazio: nella pancia liscia e rotonda della sua ocarina.
Prima che la tragedia fermasse il tempo, aveva potuto leggere sotto il beccuccio dello strumento quattro parole che lo avevano portato fino lì: Made in Italy, Budrio. Ci sono diversi Budrio in Italia, ma solo in uno si fabbricano le ocarine.
Era seccato di essere capitato lì in un giorno di festa, nonostante lo spettacolo dei giocolieri con le loro palle infuocate lo avesse catturato almeno per un istante. Gli erano piaciuti anche i funamboli, che sembravano sospesi sopra la piccola piazza. Avevano un’aria irreale, come se fossero fatti solo di luce.
Chiunque lo incrociasse, smetteva di chiacchierare per osservarlo incuriosito. C’era abituato. Non aveva affatto l’aspetto d’un ragazzo per bene, e ne era fiero. La sua ambiguità disorientava, proprio come la sua pittura. Infatti aveva la mania di dipingere gli autoritratti di fronte allo specchio: dopo aver spostato i capelli iniziava ad abbozzare il viso, poi qualcosa succedeva e al posto del suo, si ritrovava volti sconosciuti, maschere, sguardi febbrili, squallide guance traslucide, labbra contratte, di una luminosità impietosa, spoglia d’umanità. Neppure una volta era riuscito a ritrarre il proprio volto.
Sulle bancarelle c’erano maschere di tutti tipi, per lo più di plastica, argentate o dorate. Quel luccichio lo lasciò indifferente, ma in un angolo ne vide una che lo attrasse. Allungò la mano e con le dita sottili afferrò la proboscide di una maschera antigas. La sentì fare resistenza per cedere dopo alcuni strattoni decisi. Attaccato solidamente all’oggetto c’era il corpo infagottato di un bambino.
“Che cosa fai lì dentro? Credi d’essere un elefante?”.
“Ti stavo seguendo” rispose la maschera verde,“ ti ho visto e mi sembravi perso“.
“Sbagli, secondo me sei tu che ti sei perso! Gli elefanti dovrebbero stare in Africa. Qui muoiono di freddo”.
“Non io. Ma tu, da dove vieni?”.
“Non ha importanza da dove vengo”.
“Oh sì, invece: gli elefanti non dimenticano mai da dove vengono, perché così possono sempre ritrovare la strada di casa”.
“Ho capito, ma io purtroppo sono un umano. Tu piuttosto come mai sei qui tutto solo?”.
“Che te ne importa! Non sono mica piccolo, sai? E poi ci sono anche i miei zii. Guarda. Uno è là, quello con la pila e gli scarponi da minatore. E l’altro, lo zio Olindo, è quello dietro la bancarella di ocarine”.
“Mmmh così quel tuo zio vende le ocarine?”.
“Sì, le fa lui e sono molto belle. Guarda!” e tirò fuori dalla tasca una ocarina colorata, ma qualcosa gli cadde sul marciapiede. Sascha raccolse un inalatore e glielo restituì in silenzio.
“Grazie. E’ per l’asma. Ogni tanto mi serve”.
“Anche mia madre lo usava…”, disse Sascha. Poi cambiando espressione tirò fuori la sua ocarina e aggiunse “Guarda questa come è vecchia, era di mio padre. Sai una cosa, domani verrò a fare un salto alla bottega di tuo zio.”
“Forte! Allora ti farò sentire come suono bene!”.
Poi continuò: ”Hai un bel costume, ma chi sei? Sei un maschio o una femmina?”.
“Non sono vestito da carnevale” rispose Sascha infastidito. “Ciao, elefante!”.
“Mi chiamo Tonino!” lo salutò il bambino facendo ondeggiare la proboscide. “E tu?”.
“Sascha!” si girò a gridargli il ragazzo mentre si allontanava a passo veloce.
Mi sa che ho trovato la tigre, pensava Tonino la mattina dopo, mentre andava al laboratorio di suo zio Olindo. Di botteghe come la sua nel paesino ce n’erano tante, ma gli affari migliori li faceva proprio lui. Smerciava quegli strumenti a prezzi più bassi degli altri artigiani e ne aveva sempre in grandi quantità. In più, riusciva ad attirare molti clienti suonando sulla soglia del negozio l’unica melodia che aveva imparato, Rosamunda. La suonava con enfasi e nessuno usciva mai senza acquisti. Parlava un inglese maccheronico che però gli bastava per stabilire rapporti con compratori provenienti dai diversi paesi del mondo. A differenza di altri, però, Olindo non apriva mai le porte del suo laboratorio per mostrare il processo di lavorazione e si giustificava con “i segreti del mestiere”.
Tonino amava gironzolare in bottega a suo piacimento, aspirando l’odore della creta, curiosando tra gli innumerevoli barattoli colorati e finiva la sua esplorazione nel retro. Lì, sopra la scrivania zeppa di cartacce, era appeso un tappeto giallognolo che veniva dall’Asia. Rappresentava una scena di lotta: un elefante e una tigre circondati da uomini armati di lance sullo sfondo di una foresta.
Tonino trascorreva ore davanti a quell’arazzo, fantasticando di vivere incredibili avventure insieme al suo amico tigre. Poi si perdeva in mezzo alle ocarine, che erano proprio come delle piccole oche senza testa con un’imboccatura a lato, posate tra pinzette e stampi.
Qualche volta lo zio apriva un umido blocco di creta, ne ritagliava una porzione per il nipote e gli permetteva di usare gli strumenti. Tonino poteva così modellare tutto quello che voleva, soprattutto degli elefanti, i suoi animali preferiti.
Quel giorno, sin dalle prime ore, era stato segnato da una serie di incidenti. Tanto per iniziare, Olindo aveva alzato la voce con il nipote, cosa che non faceva mai. La curiosità aveva infatti spinto il bambino a intrufolarsi nel deposito dello zio lasciato casualmente aperto. Tra le casse di legno sigillate e coperte di timbri rossi e neri, una era semiaperta e Tonino vi aveva infilato la mano. Tirato fuori un involucro lo aveva scartato scoprendo un’ocarina, poi un’altra e un’altra ancora. Le aveva disposte con cura sul pavimento e si era messo in ginocchio per osservare i timbri sulle casse. Made in China, aveva letto.
In quel momento era entrato Olindo che, ignorando la presenza del nipote, ragionava ad alta voce:
“Bene, domani arrivano i polli da spennare! Quei Giapponesi vogliono le ocarine di Budrio? E io gliele dò! A meno di dieci euro? Come no? Fatte col sudore dei Cinesi, mica col mio però! Mentre si aggirava in mezzo alle casse, all’improvviso Olindo notò le ocarine sul pavimento.
“Cavolo! Chi è entrato qui?”.
Spaventato, Tonino fece un balzo, investendo le ocarine.
“Ma sei una peste! Me le hai rotte!” si infuriò Olindo.
“Volevo solo vedere…”.
“Vedere, vedere! E adesso cosa faccio? Domani arrivano i giapponesi! Era merce già venduta!”.
Poi si chinò, raccolse alcuni pezzi e sbottò:
“Dai, su! Non fare quella faccia da mammalucco. Forse alcune si pos¬sono riparare. Ci tocca andare in ferramenta a prendere una colla speciale”.
Tonino si mise la maschera, facendo l’elefante offeso. I due si incammi¬narono verso la ferramenta.
Olindo, di stazza robusta e non tanto alto, possedeva un certo fascino per l’andatura decisa e l’indole allegra. Dopo pochi passi si lisciò i capelli con una mano e si aggiustò sul naso adunco gli occhialini tondi e colorati che gli davano un’aria di artista-artigiano un po’ stravagante.
Tonino si fece coraggio e chiese con la voce soffocata dalla maschera:
“Adesso mi odi come odi lo zio Pila?”.
Olindo aggrottò le sopracciglia.
“No, cosa dici?! Io non odio nessuno!”.
“E lo zio allora?”.
“Lo zio? Il problema è che non ci capiamo I giovani non capiscono i vecchi, i vecchi non capiscono i giovani, non si capiscono gli insegnanti con gli alunni, i vicini di casa tra loro, i politici con la gente. È così anche tra fratelli. Eppure si parla la stessa lingua. Immagina quando le lingue sono diverse. Così, senza saperlo, ci si odia. Forse, continuò compiaciuto di filosofeggiare, l’essere umano non capisce neppure se stesso”.
Tonino era così interessato al ragionamento dello zio che si era tolto la maschera per sentire meglio. Ma ormai erano arrivati in ferramenta e subito Tonino scorse vicino al banco l’altro zio, il Pila, che parlava con il giovane commesso. I suoi occhi si illuminarono e le labbra accennarono a un sorriso: le riflessioni di zio Olindo avevano risvegliato in lui la speranza nella riappacificazione tra i due.
Ma lo zio Olindo lo riportò alla realtà.
“Toh chi si vede! Sei ancora vivo? Sempre appresso a ‘ste pile?” e si lisciò di nuovo i capelli con la mano.
Lo zio Pila lo guardò come se fosse un verme.
Tonino si rimise la maschera rassegnato. Erano sempre così i loro incontri.
Nel pomeriggio fece di corsa le scale della casa di zio Pila, lo sentì parlare da solo e si fermò ad ascoltare :
”Ma pensa a quella faza di biscia di mio fratello! Ora se ne va in giro e non ha nemmeno il coraggio di ignorarmi… Però fu bravo a fregarsene ai tempi della miniera! Io a marcire là nel Belgio per quei quattro soldi da spedire alla famiglia e lui a casa culo al caldo. Come sempre lui figlio e io figliastro e tutti contenti! Anche il governo felice di mandarci là in cambio del carbone per Ricostruire-La-Patria. La Patria! Quante balle per convincerci a partire…”
“Allora perché ci sei andato?” disse Tonino entrando.
“Perché, perché..” rispose lo zio, “ci presentarono il Belgio come il pa¬ese dei balocchi e anch’io pensai che non potesse venir nulla di brutto dal paese che fa il miglior cioccolato del mondo”.
“E invece?” domandò Tonino mettendosi comodo su una cassapanca.
“Invece ecco cos’era: baracche umide, fumo grigio, stanchezza, nostalgia, pavè neri, assi sconnesse, paura del grisù. Finché quel giorno alla miniera di Marcinelle un manovale italiano non capì un ordine in francese e fu l’inferno. L’incomprensione, caro mio, fa brutti scherzi!”
“E che successe?” incalzò Tonino.
“All’improvviso tutto bruciava e noi lì sotto senza vie di fuga. Io ero solo un cinno allora e sentivo minatori dai capelli bianchi urlare invocando la mamma come bambinetti. Solo io e altri sei riuscimmo a scappare subito in superficie più veloci del grisù. Gli altri compagni, quasi trecento, finirono braccati come topi e asfissiati dai fumi dell’incendio! Se avessero avuto una maschera antigas si sarebbero salvati tutti. Te lo dico sempre, Tonino: quando ti muovi in una situazione pronta ad aggredirti, non ti puoi far trovare impreparato.”
“Sì zio, lo so” rispose il bambino “è per questo che io giro sempre con la tua maschera antigas, che mi fa diventare un elefante”.
“Eh no, Tonino,” ribatté l’uomo “la mia è una storia diversa. Tu invece esageri, non devi farti un’ossessione con questa maschera, altrimenti te la dovrò riprendere…”
Lo zio Pila spesso incantava il nipotino con le sue storie, e ne aveva da raccontare: per insonnia e solitudine teneva la radio accesa anche di notte. Ascoltava senza discriminare nessuna emittente. Così, senza aver mai studiato, si era fatto un discreto bagaglio di cultura, teologica, musicale, artistica e politica, tutta orecchiata. Si sentiva una specie di enciclopedia vivente e non lesinava mai il tempo per il nipote.
Gli sorrise nonostante un senso di irrequietudine che avvertiva sin dalla mattina: si era svegliato di colpo con un nodo in gola e la premonizione di un pericolo.
Tonino, dopo aver gironzolato un po’ in casa e vedendo lo zio indaffa¬rato, si era affacciato alla finestra e aveva visto passare una figura inconfondibile. Avanzava a passo veloce, avvolta in un cappotto militare e carica d’uno zaino sgualcito e si dirigeva verso il centro del paese. Senza pensarci due volte, Tonino prese il giubbotto, si mise la maschera antigas e scese in strada dietro Sascha.
Questa volta è l’elefante che insegue la tigre, pensò.
“Ehi, tu! Dove vai?” urlò poi facendo trasalire il ragazzo.
“ Ma sei impazzito?” brontolò l’altro.
“Vengo con te” e con un salto si mise al suo fianco facendo ondeggiare la proboscide.
“Scordatelo. Non sono mica una bambinaia!” e subito aggiunse: “Com’è che porti ancora quella stupida maschera? Credi di esser bello?”.
“Lo so io il perché!” rispose Tonino.
“Dai, torna a casa”.
“Ma io sono tuo amico, soltanto che tu ancora non lo sai”.
Sascha sorrise divertito e obiettò:
“Sì, ma come faccio a essere amico di uno che non ho ancora visto in faccia? Questa vostra Budrio è popolata da bambini davvero strani. Uno si crede di essere un elefante e quell’altro sta lì in alto con la barba!” e indicò il bassorilievo sul palazzo di fronte. Raffigurava un Cristo crocefisso di proporzioni piuttosto bizzarre: su un corpo da bambino era piazzata una testa troppo grande con il volto ornato da una folta barba, mentre dietro si innalzava un’altra grande figura, il Dio Padre.
Tonino fece spallucce, poi si fermò e con movimenti lenti e solenni si tolse la maschera lasciando uscire una nuvoletta di vapore. Una massa di ricci chiari si liberò attorno a un viso minuto. Sascha si abbassò all’altezza del bambino:
“Ok!” disse, “adesso sì che possiamo pensare di essere amici”.
“Tu vedi quello che gli altri non vedono”, disse Tonino, “e se mi dici perché il bambino ha la barba, ti farò vedere una cosa segreta. Una statua che cresce dalla terra!”
“Forse quel bambino ha la barba perché ha vissuto cose più grandi di lui…” rispose il ragazzo, “allora dov’è questa tua statua?”.
“Vieni!” rispose Tonino con espressione da saputello e, districandosi tra la gente, si diresse verso la campagna.
“Non mi farai mica girare per i campi in mezzo alla neve?” chiese Sascha.
“Non ti preoccupare”, rispose il ragazzino “non ci perdiamo: ho l’ocarina”.
I due si inoltrarono nella campagna innevata seguendo la riga nera del canale. Camminarono diversi minuti in silenzio nella foschia. Ad un tratto Tonino chiese:
“Ma tu da dove vieni? Hai dei fratelli?”.
“Non mi va di parlarne” rispose il ragazzo.
Tonino si coprì le orecchie arrossate con il cappuccio e continuò a sven¬tolare la sua maschera come una bandiera.
“Anche agli zii non gli va mai di parlare. Non si parlano più da un sacco di tempo. Io non capisco, a me piacerebbe avere un fratello, ci giocherei tutto il giorno”.
“Ci saranno ancora tante cose che non capirai, è meglio non farci caso. Piuttosto dimmi dove stiamo andando. Sono le quattro, dovremmo tornare, ci rimane soltanto un’ora di luce” tagliò corto Sascha.
“Dai, ormai siamo vicini. Non te ne pentirai”.
Intanto la foschia cominciava a farsi più fitta, trasformandosi in una pesante nebbia. Quando giunsero presso un casolare diroccato Tonino annunciò trionfante: “Siamo arrivati”.
Sascha si girò e dietro di sé non vide altro che nebbia, allora il bambino come per tranquillizzarlo si affrettò ad aggiungere:
“Qui non ci si perde, sai? Basta seguire il canale e si arriva direttamente a casa. Sono venuto qui da solo tante volte. Ho sempre avuto paura di entrare nel casolare ma la statua si vede anche dalla finestra e ogni volta che vengo esce sempre di più dalla terra. Ma adesso che siamo in due, tu la Tigre e io l’Elefante, possiamo entrare!”.
“Io, la tigre!?”.
Si avvicinarono, spinsero la vecchia porta ed entrarono. Sascha tirò fuori l’accendino e illuminò l’interno. In lontananza, sotto una scali¬nata malmessa, si intravedeva davvero il braccio di una scultura che sembrava fuoriuscire dal terreno. Il ragazzo si avvicinò, spostando con un piede un oggetto tondo che rotolando si rivelò la testa della scultura.
“Al diavolo! E’ solo una vecchia statua rotta! E ora fuori è tutto buio e c’è quella maledetta nebbia! E io non sono una tigre, sono un cane randagio, in un mondo di merda!” Il suo accento sputava le consonanti come sassi sull’acqua, facendo risaltare la sua rabbia ad ogni lettera.
Tonino lo guardò spaventato e deluso, poi corse fuori.
“Sciocco di un bambino. Dove sei? Vieni qui! Non ce l’ho con te!”.
Accese l’accendino e seguì le orme che lo portavano verso il canale.
“Toninooo!” gridò con crescente apprensione, “Ehiiiii! Torna qui!”
Inciampò in un piccolo oggetto metallico e lo raccolse: l’inalatore.
Andò avanti alla cieca.“Toninooo!”. All’improvviso, il vuoto. Scivolò lungo la riva del canale fino all’acqua. Accanto a lui, fradicio c’era Tonino che annaspava.
Sascha afferrò il bambino tra le braccia e gli mise in bocca l’inalatore. Finalmente Tonino iniziò a respirare normalmente.
Sascha lo stringeva stretto e il sangue gli pulsava forte sulle tempie. Non avrebbe dovuto arrabbiarsi con quel bambino ma ce l’aveva con il mondo intero.
Altro che tigre! Un cane randagio, ecco, quel che sono. Da quel giorno. Il flusso dei ricordi arginati iniziò a straripare. Meglio non ricordare.
Sascha si trascinò sulla riva del canale, si alzò con fatica, e con Tonino in braccio si avviò verso il casolare. Entrando fece luce con l’accendino e accese un fuoco con quello che trovò. Svestì il bambino, lo coprì con il suo capotto, mise ad asciugare i vestiti bagnati e sedette al caldo con Tonino in braccio.
Immersi nel tepore del fuoco tra il crepitio delle fiamme si sentì la voce incerta di Tonino.
“Ho freddo, voglio andare a casa”.
“Sai cosa faccio io, quando mi vengono i pensieri tristi? Ripeto i nomi degli uccelli. Scommetto che ne so più di te” e iniziò a voce bassa, dondolando a ritmo: “Fringuello, canarino, pigliamosche, ciuffolotto, cinciallegra, usignolo, sai non dovevo piangere, allodola, zigolo, pettirosso, upupa..”. Tonino ripeté con la voce assonnata: “Zigolo, usignolo, pigliamosche…” e un minuto dopo si era addormentato.
“Ma dove si sarà cacciato Tonino?!” si chiese Olindo cercandolo per tutta la casa. Alla fine indossò il piumino e andò in giro per il paese, nei posti dove solitamente Tonino si fermava a giocare con gli altri bambini e chiese di lui presso le case dei suoi amici preferiti. Niente. Intanto il carnevale imperversava con urla, scherzi, coriandoli e stelle filanti.
Olindo giunse sotto la casa del fratello e rifletté. Suonare e salire? Ma non ci penso neanche! Quel mentecatto, chiuso in casa sua a fare elucubrazioni su faccende di trenta anni fa. Meno male che c’è la pensione di invalidità del Belgio, se no sarebbe toccato a me mantenerlo. Spero soltanto che non vada a rovinare la testa di Tonino: ma ti sembra normale andare in giro con una maschera antigas? E adesso dove diavolo sarà andato a ficcarsi? Raccolse un mucchietto di neve, lo appallottolò e centrò il vetro della finestra al primo piano.
Il Pila guardò in basso e vide il fratello. Ah ecco quella volpe di Olindo. Vediamo un po’ cosa vuole da me. Arrotolandosi la sciarpa intorno al collo aprì la finestra.
“L’è lì Tugnin?”.
“Ma no, no!”.
“Allora dove diavolo è. Scendi!”.
Così si incamminarono verso la piazza. Fecero il giro del paese chie¬dendo ai conoscenti finché il proprietario del bar disse di averlo visto gironzolare con quello strano forestiero. Non sembrava un tipo perico¬loso. Aveva preso un panino e un bicchiere d’acqua lì al bar. Aveva detto di essere un pittore.
I due zii si fecero ancora più ansiosi e, dopo essersi rinfacciati l’un l’altro di aver trascurato il nipotino, decisero di andare ad allertare i carabinieri. Poi si chiusero nel silenzio, seduti a due tavolini distanti del bar: uno con il cellulare a portata di mano e l’altro a giocherellare nervosamente con la pila. Dietro di loro, in piazza, la nebbia avvolgeva gli ultimi fuochi del carnevale e flebile si udiva il suono popolare delle ocarine, quel suono pastoso, grasso, che pare quasi prendere in giro gli strumenti più nobili.
Continuando a dondolare il bambino tra le braccia, Sascha cercava intanto di tenere a freno i ricordi, ma le immagini temute iniziarono a scorrere inesorabilmente come in un film. A un certo punto non si riusciva a capire perché essere serbo o bosniaco fosse diventato così determinante. Anche mio padre e mia madre erano diversi, lei serba e lui bosniaco, eppure si amavano. Ogni sera alla luce di una candela, con le finestre oscurate con stracci e coperte, mia mamma mi stringeva e ci dondolavamo piano pregando e piangendo. Mi domandavo perché il mondo si fosse rovesciato. Per vincere la paura, suggerii alla mamma il mio metodo degli uccelli. Mio padre conosceva il nome in italiano di tantissimi uccelli, era stato lui ad insegnarmeli, ma lei non riusciva ad impararli, invece si tranquillizzava spazzolando i miei lunghi capelli. Attorno a noi molte case erano deserte, ma avevamo ancora la speranza che tutto finisse, che tutto tornasse normale. Lo abbiamo fatto fino a quel pomeriggio…
Io ero a letto, come al solito, a leggere il mio libro preferito, Il Signore degli Anelli, quando la mamma entrò sconvolta nella stanza, mi trascinò in lavanderia “Presto! Mettiti questo, dai, forza, sbrigati!” mi disse, porgendomi alcuni vestiti vecchi di mio padre.
Esitai, non capivo.
“Forza, sbrigati”, mi ripeteva con voce quasi isterica. Mentre mi vestivo, si inalava lo spray: era asmatica. Poi prese un paio di forbici e iniziò a tagliarmi i capelli, a sforbiciate veloci, disperate.
“ Mi fai male!” le urlai, ma le sue labbra tremavano mute. Aveva l’espressione atterrita di una bambina piccola. Dopo che mi ebbe tagliato i capelli, mi vidi per un attimo riflessa nel vetro della finestra: sembravo un ragazzino. Ad un tratto si sentirono dei rumori all’esterno, qualcuno correva, urla perentorie, raffiche di spari.
“I Cavalieri Neri!”, pensai, paralizzata dal terrore.
“E’ troppo tardi, troppo tardi…” sentii mia madre mormorare in un soffio. Adesso sembrava inebetita. Allora mi aggrappai a lei singhiozzando. Si riscosse, mi strappò da sé e guardandomi negli occhi mi disse porgendomi le forbici:
“Tienile, e adesso ti nasconderò in un posto. Non fiatare e non muoverti di lì fino a che non ti verrò a prendere!”. Poi ispirò ancora forte dall’inalatore e mi disse, scandendo ogni parola:
”Da questo momento sei un maschio, un ragazzino, così sarai più al sicuro. Hai capito? Devi fingerti maschio fino al momento che ti sentirai al sicuro, hai capito?”. Io piangevo a dirotto. Lei mi abbracciò e disse:
“Coraggio, nasconditi!”.
Qualcuno strattonò forte la porta, mia madre mi infilò, spingendomi bruscamente, dentro la nicchia delle scope. Poi, mentre i rumori si facevano assordanti, spostò la lavatrice davanti all’anta del mio nascondiglio, la sentii ammucchiare lenzuola e altri stracci contro l’anta. Raggomitolata, trattenendo i singhiozzi al buio, sentii i suoi passi che si allontanavano. Sentii dei rumori forti, ma non riuscivo a identificarli. Chi poteva aiutare la mia mamma? Cosa avrebbe fatto Frodo? Perché Gandalf non si faceva vivo? Non ricordo più nulla. Forse mi assopii. Quando mi ripresi c’era silenzio ed era quasi buio, filtrava solo poca luce dalla scanalatura della porticina del mio nascondiglio. Puntando le spalle al muro e spingendo forte con le ginocchia riuscii a scostare la porta abbastanza per sgattaiolare fuori. C’era uno strano odore nell’aria, un fetore freddo e appiccicoso. Sentivo una specie di rantolo, veniva dalla camera da letto della mamma… Un crampo alla pancia, mi obbligai a camminare verso le camere, c’era caos dappertutto. ” Canarino, cinciallegra, usignolo”, l’inalatore della mamma a pezzi, per terra, ”cinciallegra…” nella penombra spinsi lentamente la porta socchiusa della camera da letto dei miei…upupa, fringuello, pettiross…”. Nel grande specchio al centro dell’armadio di mogano, vidi riflessa la fine della mia infanzia. Una, due, tre volte infilai le forbici nel collo di quel mostro che si dimenava sul corpo morto di mia madre. Poi lo spinsi via. Perché non ero uscita prima? Avrei potuta salvarla. Perdonami. Mi strinsi contro di lei. Lo specchio rifletteva i nostri visi distrutti, coperti di sangue e di morte. Qualche giorno dopo, qualcuno mi trovò lì ancora abbracciata al cadavere, e mi portò via per sempre di quel posto.
“Non piangere”, disse Tonino, svegliato dai singhiozzi “guarda che io sto bene, non piangere”.
“Va bene, va bene, è tutto ok. Non preoccuparti, erano anni che non piangevo. Ci voleva”.
Dalla finestra cominciava a filtrare la luce dell’alba. Mentre Tonino si rivestiva, Sascha prese un tizzone dal focolare quasi spento, si avvicinò al muro e tracciò un volto.
“Chi è?” chiese Tonino
“Sono io” rispose Sascha.
“Non è vero, tu non sei così!”.
“E come sono allora?”.
Senza rispondere, il bambino gli prese il carbone dalle mani e disegnò sul muro una figura femminile allungata.
“Sei una ragazza. L’ho capito, sai? L’ho capito quando hai pianto… ma non devi più piangere. Ci sono io con te e ora ti insegno a suonare Rosamunda”. Tirò fuori l’ocarina e cominciò a diffondere una melodia incerta, come attutita dalla nebbia.
I due fratelli, sfiniti dall’angoscia e dalla notte insonne, dopo aver interpellato inutilmente i carabinieri innumerevoli volte, si interrogarono sul da farsi.
“Ti ricordi” disse il Pila, “quando quell’inverno, saranno stati 60 anni fa, ci eravamo persi nella nebbia lungo il canale, tu Olindo e io Domenico, chiamato ancora Menichetto e non Il Pila. All‘inizio, ti ricordi, ci eravamo messi a chiamare aiuto ma era come se la nebbia avesse rubato le nostre voci. Sentivamo quelle degli altri, dei grandi che ci cercavano, promettendo chi delle gran botte chi delle caramelle, ma quando noi rispondevamo il suono veniva inghiottito”.
“Eh, mi ricordo sì” rispose Olindo sospirando, “a un certo punto, quando incominciava a fare buio, tu il più grande, hai deciso che non potevamo più stare lì sull’argine ad aspettare. Dall’acqua potevano uscire quelle anguille giganti che ti ingoiavano in un solo boccone. Dicevano che era così che finivano tutti i bambini che non erano mai stati ritrovati. Allora, a tentoni, tu avanti e io dietro nel fango, ci siamo fatti strada nella campagna fin quando non abbiamo quasi sbattuto in quella villa disabitata dalla porta cigolante, che quella sera ci diede riparo”.
“Proprio così” continuò il Pila “non vedevamo un accidenti. Te lo ricordi il rumore che facevano i topi in quella casa? Ma ci spaventavano meno delle anguille giganti”.
“E tu” riprese Olindo “hai scovato una coperta e ce la siamo buttata addosso e la mattina ci hanno trovati che dormivamo vicini, sani e salvi? Dai, tira fuori la pila, Menichetto, si va verso quel casolare. Certo sarebbe grossa se lo ritrovassimo là. Guarda che sarei anche disposto a non chiamarti più quel mentecatto de mi fradel”.
Così camminarono a lungo seguendo il canale e dirigendosi verso la loro meta, e quando l’ebbero vicina a tutti e due parve di sentire una melodia fioca e familiare:
“Rosamunda!” dissero increduli.
Presero a correre forte: il Pila con il fiato grosso come un orso barcollante e Olindo con il berretto in mano e senza i suoi occhiali colorati che aveva perso correndo. Non avevano dubbi: era Tonino a suonare l’ocarina.
Quando irruppero nel casolare, il Pila si precipitò verso Tonino e si inginocchiò ad abbracciare il bambino senza dire una parola. Olindo, invece, si avvicinò con passo spedito a Sascha e puntandogli l’indice in faccia sbraitò:
“Delinquente di un extracomunitario! Andrai direttamente in galera! Per sequestro di minore! Gli hai fatto del male?! Dimmelo! Dimmelo!”. Stava per prendere Sascha per il collo, quando Tonino si liberò dell’abbraccio dell’altro zio e corse da Sascha strillando:
“Non è un delinquente, mi ha salvato la vita ed è una ragazza!”.
Quando uscirono dal casolare, la nebbia si era diradata e dal cielo cadevano grossi fiocchi di neve. Agli occhi di Sascha le due figure allampanate e il bambino con la zazzera di capelli ricciuti altro non erano che tre hobbit un po’ rissosi alla fine della loro avventura.
“La tua maschera” disse Sascha a Tonino. “La tua maschera è rimasta in fondo al canale”.
“Non importa. Non ne abbiamo più bisogno. Eccoci tutti insieme, lo vedete?” .
Olindo accarezzò il bimbo sulla testa, li superò e disse: “Non vedo mica: ho perso pure gli occhiali”.