M.A.D. – Serena Destito

M.A.D. di Serena Destito

Non fosse scuro, di un buio fatto di assenza di luce, i lampi di lilla e di viola sarebbero violenti. Su quella lingua di spiaggia che porta la laguna al mare, i veli della gonna di Daphne solleticano la notte e rispondono al richiamo del ritmo. Danza, Daphne, e si sente magnetica, irresistibile, fiera. Si perde in quella mistica ed è un attimo: un controtempo traditore, un piede in fallo, e scivola verso il ridicolo, il viso affondato nella sabbia…
Inspira e la spiaggia le riempie la bocca. Con pervicace noncuranza sbatte le ciglia incrostate e sussurra: “Mathieu, mi sposeresti?”.
Ridono, ognuno nella propria lingua madre, gli altri volontari del campamento tortuguero; attorno ai tavoli oltre le tende, sotto il tetto di foglie, chiacchierano, giocano a carte e tirano notte. La birra ne allieta lo spirito e sembrano capirsi senza le difficoltà in cui inciampano di giorno, quando si affiancano nei turni di cucina e pulizia della spiaggia.
“Mi piacerebbe…” e con le dita le tratteggia le guance e le labbra mentre la polvere di mare, argento e sale, plana lenta sugli abiti e a terra; “ magari lo avrei anche fatto, se ti avessi incontrata prima di Phil”.
Daphne scrolla le ciocche corte e anarchiche, ne sfoglia le punte, blu prima di quel viaggio e ora grigie, mangiate dalla salsedine, e gorgheggia qualcosa sulle sue metà-morfosi. Il tattoo sulla pancia, lasciato a metà; studi intrapresi con slancio e di slancio lasciati per altri percorsi; lavori, città, amici trovati e persi…
“Ogni volta che inizio un viaggio finisco per perdermi. Mi metto a seguire la mia ombra che si allunga sulle spighe di grano, intravedo un paesaggio lontano che non  sapevo, non avevo previsto e mi ritrovo a camminare su un nuovo sentiero. Ogni volta che mi imbatto in uno scorcio che non mi aspetto è come se mi innamorassi di nuovo per la prima volta”.
“Ma…?”.
“Ma a volte mi sento inseguita da tutti quei puntini di sospensione, come una Pollicina al contrario.”.
“Carino.. Mi piace la mia Daphne in fuga dalle bricioline di pane perse per strada” ne ride Mathieu. “E comunque trovo i tuoi sassolini molto affascinanti, come promesse in embrione”.
“E poi lanciarmi in voli brevi da libellula, di canna in canna, non spegne l’arsura di un orizzonte cui tendere. Anche gli zingari hanno bisogno di un luogo da chiamare casa, almeno per un po’, prima di rimettersi in marcia”.
“Cominciare da capo mi pare un buon antidoto al veleno delle facili sicurezze. Per me lo è stato, con Phil” le dice, mentre ricama il levare dell’onda sui loro piedi vicini. Il mare mormoreggia e le porta l’idea di una piccola casa tra le vie di Arles, il chiacchiericcio chiaro e brioso dei caffè all’aperto, la sua voce sorniona quando le ha detto: “ogni tanto pensavo che van Gogh si fosse tagliato un orecchio per sentirne solo un brusio”.
Appena qualche giorno prima una corriera li ha sbarcati lì, sotto una pioggia che picchiava nevrotica sul bar di lamiera che li aveva accolti. Lei era già preda di immagini cupe: tre settimane a bagno nelle tende, vestiti d’acqua e di sabbia. Proprio il Messico che sognava lasciando il suo umido Belgio!
“Allegra, non è stagione di piogge. Tra un’ora o due potrai stenderti al sole”. Sia stato il timbro, ilare e franco, o quegli occhi neri troppo grandi per poter mai essere cattivi, sospesi tra lei e un sorriso, l’afrore grigio che la stava opprimendo appena prima era già poco meno di un ricordo.
Di Phil sa tutto quello che il suo amico bruno ha condiviso. Il loro incontro, per la festa di Santa Sara, agli stagni di Saintes Maries de la Mer, dove fenicotteri e aironi si involano dentro il tramonto. Il cielo era mosso dal frullo silente di decine di ali, e le traiettorie tracciate erano l’alibi perfetto per cercarsi gli occhi. Poi si erano trovati. E le sue in-certezze erano state rapite.
“Deve averle viste librarsi anche Sophie, la mia ragazza di allora. Con un bacio leggero al sapore di olive aromatiche e assenzio ha sciolto le nostre mani e senza tristezza, e forse senza troppa sorpresa, “va da lui” mi ha detto.
Phil mi ha permesso di riconoscermi, io gli ho portato altri profumi, ombre di tocchi che non gli erano mai appartenuti. Abbiamo saputo attendere i giorni dell’ozio e della pienezza, quando l’urgenza della carne è appena appagata e comincia a stuzzicarti la curiosità dell’altro, senza più la paura di mescolarci”.
Era un mattino odoroso di bianchi fiori lacustri; senza imbarazzo le ha detto il suo secondo primo bacio, la seconda prima volta e le confuse emozioni che per giorni gli hanno reso inutili la testa e la pancia: “Mi sentivo distonico, oppresso da troppi moti e troppo intensi… Temevo il confronto con l’altro me prima di Phil, che uno dei due ne uscisse sconfitto, rinnegato…”.
“Succedono i capogiri, quando si abbandona un sentiero e gli orizzonti restano invisibili. L’ignoto e le sue promesse richiedono allenamento”.
“Come la bellezza, no?”.
Lo guarda male, ma sa che la stoccata è più affettuosa che ironica. È bella, Daphne, di una bellezza che lei non sa vedere e che cerca negli occhi degli altri, senza riuscirci, ma senza crucciarsene troppo. È un’attrice bugiarda che finge di recitare per non prendere nulla troppo sul serio; la leggerezza è l’unica dimensione della sua libertà. Ma è sincera nel suo sentire, anche quando le sue passioni sono come i pomeriggi di un bimbo: solo un’ombra dolciastra al ricordo, eppure sembrano eterni.
“Ti dai troppa pena degli occhi degli altri… Io non ho mai colto il mio riflesso nello sguardo altrui. Li vedo guardarmi e vedere un padre modello mancato: laureato in scienze forestali, lavoro pregevole con stipendio adeguato, una sana autorevolezza appena mitigata da una sfumatura materna piuttosto apprezzata.
Poi sanno della mia omosessualità e divento il peggior nemico dei figli che non ho e che non mi riconoscono neppure il diritto di desiderare…
Solo che noi -Phil e io- ci poniamo molte più domande di quanti dubbi possano avere loro”.
Gli accarezza le mani curate, lisce, con quelle unghie affusolate che sono la sua invidia, lei che se le rosicchia fino alla carne viva… “E lo stesso vorresti un figlio?”.
“Io sono gay, Daphne. Lo sono ogni giorno, in ogni azione, pensiero, emozione. Del resto, non si è vegetariani solo a tavola e non si è poeti soltanto davanti a un foglio. Lo si è sempre, come si è tutto il resto. E allora sì, sono gay, ma sono anche un uomo di 27 anni,  cubano di madre, francese di padre e di nascita. Che nuota, legge e dorme. E che a volte si permette perfino il lusso di essere antipatico, puzzone, rozzo. .
Io vorrei il sogno, Daphne. Con sempre meno dolore e più distacco ho imparato a mettere una distanza tra me e quelle offese -frocio, invertito, culattone…- che vorrebbero rinchiudermi nella loro gabbia di rancore. Adesso vorrei imparare l’indulgenza verso le parole, ma credo di avere bisogno di occhi nuovi per poterle guardare attraverso. Da loro potrei imparare a ridere del loro suono sciocco, come di monete false. E di tutto il resto. Vorrei giocare ad inventare un mondo che non c’è. Vorrei perfino che avesse una madre, una madre vera, e non un utero in affitto”.
“Già. Metti che ti capita il tipo ho perfino degli amici gay?”. Ridono.
C’è un libro di Pennac, nel suo zaino; c’è finito perché Rene, il suo amico di sempre, ce lo ha infilato al check-in: “leggeri si viaggia meglio”, le ha detto. Quella Thérèse tutta spigoli, gli amanti gay, l’allegria e la passione che li ha uniti la notte in cui la vita ha vinto e ha concepito Maracuja da un po’ le sussurrano dentro…
“O una che magari mi chiede di spiegarle la poetica del kitsch, che noi gay, ovviamente!, comprendiamo e sosteniamo..”
“Tu sei una bussola che trova sempre il suo centro”.
“Già… E tu sei la rosa del vento” le dice ridendo più forte, la testa buttata all’indietro. Lei lo guarda storta e fa per ribattere, quando la vede. “Eccola!” esclama esaltata.
È per lei che sono lì, per quella tortuga a rischio estinzione e per le sue uova, ambite dai palati di turisti senza scrupoli. Chiamano i loro compagni, una piccola ONU ambientalista, e in un silenzio denso come quello di una radio che tace all’improvviso assistono al suo parto, lungo almeno un centinaio di uova. Due lacrime rotolano dal muso stremato dell’animale che, prima di riavviarsi al mare, ricopre la buca scavata per deporvi le uova, nella tenera assenza di consapevolezza di quali fondi sa toccare l’ingordigia umana. Tutti, la tartaruga e loro, riprendono il respiro; poi lei si tuffa in acqua, i volontari sulle uova. Le estraggono una a una e le portano al sicuro, nell’area del campo che chiamano baby parking. Quando finiscono sono le tre del mattino. Daphne si stende su un’amaca e ripensa al libro. Sulla prima pagina ha scritto Parla di noi, se vorrai.. Domani glielo darà. Ora chiude gli occhi sullo spartito della via Lattea, che quella notte le sembra echeggiare Violeta Parra. E forse non solo a lei. Sottovoce, Mathieu canta Gracias a la vida, que me ha dado tanto…
“Oh, ma voi gay leggete anche nel pensiero?” Il canto si fa più chiaro. Me ha dado la risa y me ha dado el llanto Así yo distingo dicha de quebranto Los dos materiales que forman mi canto…

(Serena Destito)