La madre terra – Kyunghee Jung

La madre terra

di Kyunghee Jung

Sembrava piuttosto spopolato l’aeroporto internazionale di Seul, eppure era in pieno periodo di vacanze. Forse ce n’era tanta di gente, ma quello spazio dell’aeroporto era talmente grande e immenso che a Monica sembrava quasi vuoto, e forse anche la struttura dell’interno, super moderna, senza tanti ornamenti contribuiva a quella sensazione. Pensò per un attimo che ci vorrebbe questo vasto spazio per l’aeroporto di Venezia, sempre affollato. Vide camminare in fretta vari gruppetti di coreani appena sbarcati per l’ultimo controllo e per il ritiro dei loro bagagli. Insieme a loro accelerò i suoi passi.

Diversamente dal piccolo aereo KL 1654 di circa quindici ore fa, partito da Venezia e arrivato ad Amsterdam, nel gigantesco aereo KL 0865 da Amsterdam a Seul c’erano pochi occidentali, da contare sulle dita di una mano, alle quali sentì di appartenere. La maggior parte dei passeggeri erano ovviamente coreani, di mezza età – da supporre che stessero rimpatriando dopo un viaggio in Europa. Si vedeva che erano stanchi, ma sembravano felici. Monica si chiese se quella felicità fosse per la soddisfazione del viaggio che avevano appena terminato o per il ritorno a casa. Pensò che sarà stato in fondo per tutte e due le ragioni, e le venne in mente una frase: viaggiare è bello perché abbiamo un posto dove tornare.  

All’uscita per l’ultimo controllo si mise nella fila per gli stranieri che era la più corta. Invece dall’altra parte, c’erano varie e lunghe file di coreani. Mentre aspettava il suo turno il suo sguardo incrociò quello di una signora coreana nella fila accanto alla sua, che le fece segno con la mano di venire dalla sua parte. Non capì subito, ma un attimo dopo si rese conto: poteva essere benissimo una giapponese o una cinese, ma forse perché in quel momento era l’unica con l’apparenza “orientale” in quella fila degli stranieri, la signora l’aveva vista come coreana e aveva pensato che si fosse messa per sbaglio in quella fila. Invece di spiegare con il suo scarso coreano di essere una cittadina italiana, le mostrò il suo passaporto italiano color malva, diverso da quello della signora di color verde. La signora con un sorriso, le fece cenno di aver capito, e Monica ricevette così il primo controllo “non ufficiale” all’ingresso del paese.

Anche se diversamente dal caso dell’aeroporto di Seul, il suo aspetto è sempre stato “in questione”; non che le avesse creato problemi o disagi, ma spesso equivoci. I suoi occhi sono grandi rispetto a quelli coreani, ma dicono che sono a mandorla, il naso è decisamente più piccolo rispetto a quello che hanno di solito gli italiani, insomma il tratto orientale di sua madre nella sua faccia è molto presente, ma nello stesso tempo, qualcosa di suo padre italiano ombreggia e si sovrappone su quella traccia orientale. In ogni caso, per questo suo aspetto, in Italia spesso la vedono come cinese, perché “cinese” è il tipico – e quasi l’unico – modo di definire le persone orientali, e per il suo “perfetto” italiano con cadenza veneta chi non la conosce può pensare che lei sia la figlia nata in Italia da una famiglia cinese immigrata. Non è però tanto diverso anche in Corea: quando è in giro con sua madre, la gente subito vede in lei quel tratto “occidentale” che si vede e non si vede, esitando a parlarle in coreano. Ogni volta quando le capita questo genere di episodi, la sfiora il pensiero che nonostante la sempre maggior convivenza con gli immigrati nelle moderne società sempre più multietniche, i figli dei matrimoni misti, ancora oggi vengono etichettati e giudicati erroneamente dall’apparenza. Facendo così, vengono falsate le varie piccole realtà che ognuno di noi vive.                         

Per la prima volta veniva da sola in Corea. Questa volta aveva chiesto lei per prima a sua madre di poter andare da sola a salutare i nonni, gli zii e i cugini, e a frequentare una scuola per imparare il coreano. Anche se non spesso, è venuta in questo paese fino all’età di 15 anni, ma dopo, immersa nella sua vita adolescenziale, tra gli studi e le amicizie, non ha più avuto occasione di venirci. Ora che era ormai ventenne e universitaria, ha deciso di fare da sola questo lungo viaggio fino al paese di sua madre. Anche se l’aveva visitato varie volte e spesso sua madre gliene parlava, le rimaneva sempre una certa curiosità per il luogo dove affondavano per metà le sue radici. Essendo nata e cresciuta in Italia, non avrebbe potuto mai togliersi completamente questa curiosità, ma ci voleva proprio un passo avanti. Per prima cosa, aveva pensato che per poter conoscere meglio il paese di sua madre doveva migliorare il suo coreano, che capisce un po’, ma in cui si esprime con molta difficoltà.

Il clima estivo di Seul era molto caldo e umido, si vedeva la foschia per via dell’alto tasso di umidità. Mentre aspettava il pullman che l’avrebbe portata a casa dei nonni cominciò a sentire pesanti e fastidiosi i jeans che indossava. Per fortuna, il pullman aveva l’aria condizionata, e le fece dimenticare subito quel caldo tremendo. Il paesaggio che vedeva dal pullman mentre attraversava il ponte che collegava l’isola in cui c’era l’aeroporto alla terraferma era solitario e desolato. Il mare era scuro e calmo. Appena finito di attraversare il lungo ponte la strada si stese larga con il suo traffico scorrevole, ma dopo circa mezz’ora la strada non era più così larga, e la condizione del traffico stava cambiando. Infatti, il traffico della città era pazzesco, e le insegne con mille colori degli alti palazzi infilati uno accanto all’altro lungo la strada ne accentuavano la confusione.   

L’accoglienza della famiglia di sua madre fu calorosa. Per il suo arrivo sua nonna preparò un pasto meraviglioso: riso bianco, minestra di alghe e più di dieci contorni, a base di verdure e di carne, tra questi spiccava il “kimci” un cibo tipico tradizionale che nel pasto coreano non manca mai, praticamente è il cavolo, prima salamoiato e dopo stagionato insaporito con polvere di peperoncino, aglio, zenzero, cipolle, cipollotti, e a seconda della regione in cui si prepara possono essere aggiunti gamberi, ostriche, o addirittura pesci interi. Il sapore è ovviamente molto forte anche perché è stagionato. Prima dell’arrivo del peperoncino dall’America il kimci veniva preparato solamente nella versione bianca, appunto senza il peperoncino, ma ad oggi è la versione piccante quella più diffusa di questo cibo tradizionale.

I nonni le regalarono un abito tradizionale che si chiama “hanbok”, che in realtà le avevano già regalato, per ben altre cinque volte man mano che cresceva. Monica ricorda il primo che ogni tanto tirava fuori dall’armadio quando voleva fare il gioco della principessa, perché quello era perfetto per essere una principessa con i suoi ornamenti a forma di fiori e di farfalle ricamati e la gonna lunga che cadeva dal petto su cui si annodava una lunga fascia di seta che avvolgeva il corpo. Sopra, con due lunghi nastri da annodare davanti, si metteva una giacchetta dal collo a V che copriva appena il nodo della gonna. La giacchetta aveva tante piccole fantasie ricamate e c’era anche un gilè da mettere sopra la giacchetta e infine il copricapo con le sue piccole perline sul davanti. Oggi i coreani praticamente non mettono più il hanbok, a parte per le grandi occasioni come il matrimonio, la festa di capodanno o la festa del ringraziamento. Nonostante la sua bellezza risulta piuttosto scomodo per la vita quotidiana, ma in ogni modo, Monica pensa che sia importante non dimenticare le tradizioni.

Il giorno dopo si avviò con la metropolitana verso l’università dove si teneva il corso di coreano. L’atmosfera dell’università era molto vivace. La sorprese il fatto che nonostante il periodo di vacanze e il gran caldo sembrasse un periodo normale del semestre. Comunque il campus rappresenta anche un luogo d’incontro e nelle sue vicinanze vi sono infiniti locali aperti ogni giorno fino a tarda notte.

La classe del corso di livello 2 era composta in maniera bizzarra: erano tredici in tutto tra cui, a parte lei, un ragazzo norvegese, amante del karaoke, fidanzato con una ragazza coreana, e undici giapponesi “impazzite” per un attore coreano di una soap opera televisiva. All’inizio non poteva credere alle sue orecchie, ma loro stavano veramente imparando il coreano per amore di un attore. Ma la cosa che era ancora più incredibile, era che quelle giapponesi non erano solo ragazzine, ma tra loro c’era anche qualche signora di mezza età! Pensò che tutto questo fosse un po’ infantile, ma di certo non voleva essere lei a giudicare quello che loro ritenevano una parte piacevole della loro vita.

Oltre alle lezioni di coreano, con il gruppo del corso andava a fare anche qualche gita. Nella foresta di grattacieli c’era qualche luogo antico: il palazzo imperiale e qualche tempio buddista. Il palazzo imperiale è un insieme di costruzioni di legno che poggiano su delle fondamenta di pietra. A differenza dei palazzi reali in Europa che presentano un giardino ben progettato proprio di fronte al palazzo, il palazzo imperiale in Corea, ha il suo giardino quasi nascosto, infatti non a caso si chiama “il giardino segreto”, è abbastanza grande e curato in maniera così naturale da sembrare quasi selvaggio, ma proprio per questo molto suggestivo. Il tempio buddista è un luogo che le dava una sensazione di tranquillità e di serenità pur trovandosi in una città caotica e frenetica. Alcune persone scrivevano i nomi dei loro cari su delle tegole, che poi venivano messe in un mucchio con altre tegole e salutate con un inchino e una preghiera a mani giunte. Pensò subito all’equivalente dell’accendere una candela e pregare in chiesa. Guardando le persone che pregavano davanti alla statua del Buddha, le venne da pensare quello che avrebbe potuto essere stata nelle sue vite precedenti. Le sarebbe piaciuto essere stata un grande albero, costante, resistente al vento e alla pioggia e a ogni cambiamento di stagione. In ogni caso, di sicuro era più rilassante questa immagine che immaginare una vita dopo la morte nel paradiso o nell’inferno. Da questa esperienza meditativa passarono alla cruda realtà, visitando il villaggio di Panmunjeom sul confine tra Corea del Nord e Corea del Sud, dove venne firmato l’armistizio del 1953 che pose fine alla Guerra di Corea, e la penisola coreana fu divisa lungo il 38° parallelo, rimanendo in pratica in tregua per oltre mezzo secolo. In quel luogo, Monica sentì una vaga tristezza per il pensiero di quanto fosse assurda questa tragica realtà generata in nome di un ideologia politica. La visita a Panmunjeom le diede decisamente una conoscenza più profonda della Corea.

Un mese è volato, l’ora di lasciare Seul era ormai giunta. Le lacrime della nonna per l’ultimo saluto alla nipote che in realtà non conosce neanche tanto bene fecero sentire a Monica un forte affetto famigliare. Questo viaggio le ha regalato una sensazione di appartenenza, il ritrovarsi coreana oltre che italiana. Ogni emozione e ogni pensiero provati in quei luoghi sono diventati un richiamo di nostalgia.