In un bicchiere di latte – Laura Vallortigara

In un bicchiere di latte
di Laura Vallortigara

Maria mi mette davanti un piatto fumante, sorridendo, come sempre da quando la conosco. Fisso quella roba biancastra, una poltiglia dallo strano odore affumicato. Prendo tempo, spostando con la forchetta quei piccoli ammassi mollicci e irregolari, distribuendoli sui bordi, come aspettando che si freddi. Ma a mia madre non è sfuggita la mia poca convinzione e sento sulle mani titubanti il suo sguardo infuocato. Fuori, l’Ave Maria accompagna con il suo scampanio lento l’arrivo della sera e il paese è un mosaico di puntini di luce discreti.
“Allora, come sono?” chiede Maria, mettendosi a tavola accanto alla mamma. Lei smette per un attimo di fissarmi e si accende in un sorriso. “Buonissimi, Maria. Come ha detto che si chiamano? Anche noi li facciamo in Albania, si chiamano strangujët, ma li condiamo con il pomodoro…”. “Gnocchi con la fioretta, cioè con la ricotta, ma questa è quella buona dell’alpeggio. Con quella che si compra in negozio, non vengono mica così… ci vuole il primo fiore del latte e il parmigiano buono, altrimenti… no’ i sa da gninte!  Ma non ti piacciono, Vera?”. Gli occhi di mia madre tornano immediatamente sulla mia forchetta ancora immobile, colpevolmente infilzata nel piatto. So che se fossimo a casa nostra mi sarebbe già arrivato uno schiaffo, mamma è molto severa quando si tratta di cibo. E di buone maniere. Penso che vivrà con l’incubo della mia maleducazione fino a quando sarò vecchia e piena di rughe. Mi infilo in bocca, veloce, una forchettata di quel cibo sconosciuto. In realtà non sono così male. “No, no, mi piacciono!” dico subito, mentre ancora devo deglutire, sorridendo alla signora Maria. Mia madre si rilassa e torna a chiacchierare, ma di tanto in tanto, me ne accorgo, mi lancia qualche occhiata obliqua, per vedere se mangio poi davvero. Chissà se è il latte di Maresciallo, di Stella o della Binda. Sembra di essere tornati su in montagna con Amedeo. Era stata un’estate fantastica, quella, anche se non era iniziata bene per niente.
La telefonata di zia Ana era arrivata un giovedì. Lo ricordo bene, perché c’era stata la partita e l’Italia aveva perso i mondiali. Doveva essere una grande tragedia nazionale, viste le facce che si vedevano in giro. Anche la mamma era triste, me n’ero accorta appena salita in macchina, fuori da scuola, anche se lei non aveva detto niente fino a casa. Che sia per la partita? pensai. A mamma non era mai importato niente di calcio e poi scommetto che se avesse tifato per qualcuno, avrebbe tifato Albania. Per principio. Forse si era preparata un discorso, perché mi guardava, con i suoi bellissimi occhi ora così tristi, ma continuava a stare in silenzio, come se non ricordasse più le parole. “E’ il nonno, vero? È morto?” le chiesi, a bruciapelo. Non aspettai nemmeno la risposta e mi infilai di corsa giù per le scale.

Mia nonna diceva sempre che il sangue lo sente, il sangue lo sa. Per fortuna, il sangue ogni tanto sbaglia anche. Mamma ci mise una buona mezz’ora a trovarmi, rannicchiata in cima al ciliegio, e un’altra mezz’ora a convincermi a scendere. Il nonno non era morto, ma non stava neanche così bene. Lo avrebbero operato, per riparare quel suo cuore matto che ci aveva fatto preoccupare già tante volte. Mamma e papà dovevano tornare da lui in Albania, non poteva farcela da solo con zia Ana; quanto a me, a dove sarei stata nel frattempo, nessuno sembrava averci pensato. Mancavano ancora quasi due settimane alla fine della scuola e di fare tutte quelle assenze, non se ne parlava nemmeno, aveva detto mamma. Tutti i miei sospiri non sarebbero serviti a smuoverla di un millimetro e poi lo avevo capito, la scuola era solo uno dei motivi, e neanche il più importante. Mamma non voleva che scoprissi che anche lei poteva star male e che non avrebbe potuto proteggermi per sempre: forse aveva paura di deludermi con la sua fragilità.
Era stata la signora Maria ad avere l’idea. Abitava con il marito qualche casa più in giù della nostra. A mamma piaceva molto; avevano stretto amicizia quasi subito, dopo il nostro arrivo in paese e mamma aveva lavorato per lei una volta che la signora Maria, cadendo in giardino, si era rotta un braccio. Per qualche mese era andata da lei ogni settimana, per stirare e riordinare la casa, e quando poi Maria aveva ricominciato a farlo da sola, aveva continuato ad andarci, stavolta per il caffè. Io l’adoravo. La signora Maria era sempre gentile e poi faceva dei dolci strepitosi. Assomigliava ad una attrice che vedevo sempre alla tv italiana quando eravamo ancora in Albania e segretamente continuavo a chiamarla Teresa, come la protagonista della soap: mi sembrava di conoscerla da sempre, come una di famiglia. Penso che anche lei si fosse affezionata a noi. Lei ed Amedeo erano sempre soli, i due figli cresciuti e andati a vivere in città. Da quando eravamo arrivati, li avevo visti si e no un paio di volte. Mamma diceva che chi lavora tanto dimentica in fretta, e forse, quando lo diceva, pensava anche un po’ a se stessa e a chi aveva lasciato in Albania. Avevano anche un nipote, di poco più grande di me, credo. Si chiamava Marco e aveva gli occhi azzurri. O almeno, erano di quel colore, nella grande foto appesa sopra al tavolo in cucina. L’avrei vista spesso, nelle settimane successive.
“Vera potrebbe rimanere con noi, Ornela. Che problema c’è? Di sopra ci sono ancora le stanze dei ragazzi, conosce sia me che Amedeo, a noi farebbe piacere. Poi, quando sarà finita la scuola, verrà con noi su in malga, sarà come andare in colonia. Anzi, come si usa adesso? in campeggio”. Mamma depose la tazzina, fissando pensierosa i fondi di caffè, come per leggerci il mio futuro. “Davvero, non è affatto un fastidio. Noi baderemo a lei e lei baderà a noi vecchi. Ci terremo compagnia a vicenda”, disse, strizzandomi l’occhio. Mamma mi guardò, ancora pensierosa. Poteva essere una buona soluzione, ma non avrei disturbato troppo, parlato ininterrottamente e sommerso tutti di chiacchiere, piagnucolato, rotto qualcosa, bruciato la casa, distratta com’ero? “Che ne dici, Vera?” aggiunse Maria, rivolgendosi a me, finalmente. Contava qualcosa o no il mio parere? Sembrava che a nessuno importasse quello che pensavo io. A parte Maria. “Ti insegnerò a fare un mucchio di torte.” Non c’era bisogno di aggiungere altro. Senza guardare la mamma, le sorrisi. Mi aveva convinto.

Mamma e papà erano partiti facendomi mille raccomandazioni. Mi trattavano sempre come una bambina! Li odiai, in quel momento, e per un breve, rabbioso attimo desiderai che non tornassero mai più. Mi sentii subito orribile. In Albania si dice che i cattivi pensieri fanno invecchiare prima. Ebbi la certezza che sarei diventata una donna bruttissima, grinzosa e accartocciata come una foglia ingiallita. Quella notte, la prima in vita mia che trascorrevo senza i miei, mi addormentai singhiozzando sotto al cuscino.
Io e Maria andavamo d’accordissimo. Ben presto la scuola finì e l’estate calò su di noi, in tutta la sua pienezza. Aiutavo Maria nei lavori di casa e a cucinare. Oppure toglievo le erbacce nell’orto con Amedeo. Aveva sempre qualcosa di interessante da raccontare, di quando era andato a costruire strade in Svizzera perché in paese non c’era lavoro e lui voleva sposare la Maria e le voleva costruire una casa bellissima, con il tetto di legno e i fiori ai balconi. Anche lui era stato uno straniero e ne aveva sofferto. In Svizzera c’era andato per tanti anni, ad ogni primavera, fino al tardo autunno, quando arrivava la neve e non si poteva più lavorare. Allora tornava e aspettava che passasse l’inverno, «come andare in letargo, più o meno», aspettando una nuova primavera. Mi piaceva ascoltare quelle storie, anche se mica ci credevo, a tutto quello che diceva. Lui diceva che era vero, ma sembrava un altro mondo. Possibile che in Italia, dove tutti volevano andare, dove c’era lavoro e il gelato, la pizza, le belle macchine, Buffon, l’Alfa Romeo, che piaceva tanto a papà, i soldi e il sole, possibile che anche qui ci fosse stato un passato di miseria «finito solo l’altro ieri»? Dovevo ricordarmi di chiedere a papà. Fossero vere o no quelle storie, comunque, avevo deciso che da allora avrei avuto due nonni in più e mi sembrò una cosa straordinaria. A chi altro era capitato un lusso così? Il mio entusiasmo vacillò un poco, però, quella mattina, mentre facevo colazione. “Domani arriva Marco, mio nipote. Ha più o meno la tua età, vedrai, ti piacerà”. A me non sembrava una così bella notizia, quell’arrivo imprevisto, ma non volevo deludere Maria e le sorrisi, facendo finta di essere contenta. Chi lo voleva quell’intruso di città tra i piedi? Quel giorno di attesa fu infinito e la notte sognai un ragazzino prepotente e viziato, con occhi gialli e denti sporgenti da roditore. Avevano il colore della gelosia.
Il guastatore, invece, aveva gli stessi occhi azzurri della foto e arrivò con i genitori il mezzogiorno successivo. Mangiammo tutti insieme, non avevo mai visto Maria così contenta, sembrava una rondine. Poi suo figlio e la nuora se ne andarono, lasciando Marco con noi, per due lunghe, interminabili, infinite settimane.  
“Sai giocare a calcio?”. Ci stavamo fissando già da un po’, come due gatti che si studiano, misurando il terreno. Quella domanda mi aveva colta impreparata però. Non ci avevo mai giocato. Mamma mi aveva detto che era uno sport da maschi e mi aveva sempre proibito di giocarci. E poi a me sembrava anche noioso. Correre come una scema dietro ad un pallone. “Certo che ci so giocare”, gli risposi acida, mentendo. Non mi sarei lasciata prendere in giro da un bulletto di città. “Ti andrebbe di fare quattro tiri?» Riuscii a segnargli ben due goal, era una frana, oppure mi lasciava fare. Ed era anche più simpatico di quanto avessi pensato. Non sapeva stare in porta, ma sapeva tutto sul mondo del calcio, Sapeva tutto di sport. Imparai che cos’è un terzino e cosa un fuorigioco, come si fa una rimessa e che cos’è un dribbling. Giocammo fino a quando scese la sera e Maria ci chiamò per la cena. Le montagne intanto si erano accese di rosa. “Sai, ci sei portata, ci si può lavorare» disse, mentre rientravamo. Era disposto a farmi da allenatore. Non dissi niente, ma il cuore mi si allargò in un sorriso. Era la prima volta che un ragazzo mi faceva un complimento, a suo modo. Furono dei giorni meravigliosi. Non mi aveva chiesto quelle cose stupide che a scuola mi chiedevano sempre, quando dicevo che ero albanese. Niente battute sui gommoni, o peggio. Non dovevo spiegargli dov’era Tirana o raccontargli perché eravamo venuti in Italia. Non mi aveva chiesto se mi sentivo più albanese o più italiana, a quale paese appartenevo. Ero Vera, e basta. Quando giocavamo a calcio e quando andavamo ad esplorare i boschi. Quando ce ne stavamo con il naso in su affondando le mani nella notte, inseguendo Ercole o il Sagittario e fantasticando di mondi altri e altre storie. Una mattina Amedeo ci svegliò all’alba per mostrarci come si faceva il formaggio. Nella piccola casara stagionavano le forme, aspettando l’inverno e gli attrezzi di un tempo se ne stavano, ben ordinati, attaccati alla parete, immersi nel fumo di pino mugo e nel vapore. Il latte della Binda era già a scaldarsi nell’enorme catino di rame, sul fuoco. Amedeo prese due tazze e ce le riempì fino all’orlo. Quel latte sapeva di genziana e di menta, erbe dei pascoli che con Marco avevo imparato a conoscere. E ormai non avevo più dubbi. Quello era anche il sapore della felicità.