Fuori dalla finestra, il mare d’Irlanda – Valeria Merante

Fuori dalla finestra, il mare d’Irlanda di Valeria Merante

Quando arrivai all’aeroporto di Dublino Fergus era lì ad aspettarmi. Mi accolse con un sorriso a metà e abbassò subito lo sguardo; lo avevo sempre immaginato così, un po’ sornione.

La nostra fitta corrispondenza era iniziata un anno prima, per caso. Fergus lavorava in una scuola che avevo contattato per insegnare italiano in Irlanda. Prima si trattò di uno scambio di e-mail del tutto formali, poi queste diventarono più ricche, più piene di noi.

Con le mie lettere avevo dato a Fergus Mc Guinness qualcosa che solo lui possedeva, e lui mi aveva ricambiata allo stesso modo, ma quel freddo sorriso di circostanza in terra straniera mi aveva fatto sentire ancora più sola. D’un tratto aveva privato di ogni valore tutte le parole della sua lingua che ci eravamo fedelmente scambiati.

Fergus prese la mia valigia e insieme ci incamminammo verso la macchina, nel parcheggio appena fuori la hall degli arrivi. Andai verso lo sportello di destra, poi mi ricordai che a me spettava il sedile di sinistra.

Nel tragitto verso Dun Laoghaire osservavo incantata le villette a schiera coi loro giardini e le loro porte colorate, i piccoli market indiani, i ragazzini che giocavano a hurling in quegli immensi prati verdi. Poi, finalmente, la costa. Ero in Irlanda, riconoscevo gli odori, i colori, i rumori, ma Fergus mi era ostile, lo percepivo; lo sentivo nelle sue labbra indurite, nella sua fronte corrugata, nell’espressione concentrata, me lo diceva il suo sguardo fisso sulla strada, non un accenno di sorriso.

Lo avevamo voluto entrambi, dico il mio trasferimento, è venuto naturale. Non mi dispiaceva lasciare l’Italia, avevo voglia di costruire un futuro nuovo, altro. Lasciandomi alle spalle l’aeroporto di Bologna mi preparavo a tutto, alla nostalgia, alla paura, ad un rapporto carico di passione e desiderio. In quel momento però, in quel preciso istante, lì, in macchina, accanto all’uomo che stavo scegliendo, tutto sembrava sgretolarsi e a poco a poco le grandi ruote della jeep segnavano per sempre il mio salto verso l’ignoto. Che ne potevo sapere io dell’Irlanda? Ci ero stata a vent’anni, ma che ne sapevo io di come fosse viverla? Che ne potevo sapere io di quello che significava trasferirsi in una ridente villetta di un sobborgo di Dublino, con un uomo che non avevo mai visto prima, toccato, appena sfiorato? Di certo conoscevo alcune delle cose più segrete di Fergus, cose tipo quelle che si dicono solo a qualcuno che non hai davanti per davvero, che sta dietro uno schermo, che non può ridere di te o prenderti troppo sul serio. Cose tipo il dolore che aveva provato alla morte della madre, la rabbia nei confronti di un fratello, le sue manie, le sue fissazioni, le sue fantasie erotiche. Forse è stato questo ad attrarmi, conoscere subito la parte peggiore di un uomo, non l’apparenza, ma quei buchi neri che tutti ci portiamo dentro, e che ci fanno paura, le debolezze, i limiti umani, le perversioni. Conoscere quel tipo di cose, di un uomo altissimo e apparentemente irraggiungibile dai miei 165 cm d’altezza, per me era una conquista. Eravamo pari, uguali, un uomo e una donna nudi l’uno davanti all’altra, spogliati di qualsiasi falsità. Non un’italiana e un irlandese, non una donna dai tratti mediterranei e un vichingo. Potevo sentire i miei colori fondersi con le sue lentiggini, il mio castano col verde dei suoi occhi, quando parlavamo di esperienze comuni, di libri, di amici, amanti, quando parlavamo di emozioni, quando, in una lingua che non era la mia, parlavo con Fergus il linguaggio umano.

Non una parola usciva da quelle labbra contratte. Il mio corpo iniziava a darmi segnali, prima un tonfo al cuore, poi una fitta allo stomaco, una sensazione di insofferenza mista al desiderio di possedere quell’uomo che mi stava accanto. Iniziò a mancarmi l’aria, volevo scendere dalla macchina, o spingere Fergus fuori dalla macchina, o afferrarlo, schiaffeggiarlo, provocare in lui qualsiasi reazione che mi facesse credere che ne valeva la pena, che avevo fatto bene.

“Are you ok, Fergie?”

“Yep”

“Yep? That’s it? Are you happy or sad or something? I mean, I’m here.. for you..”

Silenzio.

Poi lo fissai a lungo. Mi intenerii pensando al mondo che aveva dentro, e io sapevo che era tutto vero. E forse capii che la sua freddezza era dovuta a questo. Lo avevo smascherato, o meglio, si era fatto smascherare da me. Non potevo sapere cosa avrebbe mangiato a colazione il giorno seguente, la posizione in cui dormiva, se si lavava i denti facendo scorrere l’acqua o no, ma sapevo perfettamente che in quel momento era terrorizzato dall’idea di deludermi, di non essere all’altezza delle mie aspettative. Mi feci forza, mi asciugai la mano sudata sul vestito a fiori, gli accarezzai la guancia, lasciandomi pungere dalla sua barba rossiccia alla luce del tramonto. Lui ebbe un attimo di esitazione, poi appoggiò la sua mano sulla mia. Notai alcune lentiggini anche lì, concentrate lungo le estremità del palmo, le accarezzai.

“I’m afraid of not being what you want.”

“I chose you, it’s all you need to know.”

Un grande e possente uomo irlandese manifestava l’ennesima debolezza davanti a me. Come dirgli che ero più terrorizzata di lui, che il vuoto davanti a me mi dava le vertigini, come spiegargli l’insicurezza che mi procurava lanciarmi a capofitto in una terra straniera, fredda e instabile, adattarmi a un nuovo modo di vivere, staccare l’interruttore di una lingua per accenderne un’altra. Lo so, avrei potuto cambiare idea, decidere di tornare indietro non appena lo avessi desiderato, ma no, non era quello che volevo. Io volevo restare, restare perché con le nostre lettere io e Fergus avevamo siglato un patto di appartenenza: l’Irlanda sarebbe stato il mio paese di accoglienza e io non avrei opposto resistenza.

Fergus fermò la macchina e tirò il freno a mano bruscamente. Aprì lo sportello, scese dalla macchina e camminò verso la spiaggia. Lo raggiunsi, lui si voltò e mi strinse forte.  Lo sentivo, qualcosa stava per esplodere, riuscivo a sentire nella mia pelle un’energia nuova, spingeva per uscire. Anche Fergus aveva in volto una luce diversa e d’un tratto tutte le rughe della sua espressione contratta si distesero. Esplodemmo in una sonora risata, come due bambini.

Il sole calava a distanza sulle  ciminiere del porto. L’aria salmastra e umida mi dava alla testa, o forse era Fergus a darmi alla testa, ma ero finalmente eccitata. Ecco, mi sentivo pronta a salpare. Presi per mano il mio bel marinaio, entrammo nella nostra ridente villetta di un sobborgo di Dublino, mi condusse nella stanza dei sogni che fino ad allora era esistita solo nei nostri scritti e lì, in quella stanza, diventai sua. Fuori dalla finestra, il mare..

..mille volte ancora attraverserei quel mare.